Survivor – Chuck Palahniuk

Buon lunedì e ben ritrovatә!

Come state? Come procede il mese di maggio?

Oggi nuova recensione e parliamo di un libro scritto da un autore di cui io sognavo di leggere qualcosa da anni, e questo è Chuck Palahniuk.

Il mio primo Palahniuk quindi è stato “Survivor“, ho letto questo libro per primo perché anche se ho in libreria il famosissimo “Fight Club” e “Cavie“, questo mi attirava maggiormente.

E di certo un testo particolare per cui ci sarà molto da dire, iniziamo con la recensione!

Survivor – Chuck Palahniuk

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 288

Genere: romanzo, satira, umorismo nero, narrativa psicologica

Prezzo di Copertina: € 13,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1999

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Uno, due, tre. Prova. Uno, due, tre. Prova. Prova. Forse quest’affare funziona. Non lo so. Neanche so se riuscite a sentirmi. Ma se ci riuscite, ascoltate. E se state ascoltando, be’, allora quello che avete trovato è la storia di tutto ciò che è andato storto.”

Trama

Tender Branson, ultimo membro sopravvissuto di una setta, narra la storia della sua vita alla scatola nera di un aereo che sta precipitando al largo dell’Australia. In un crescendo delirante Tender racconta di quando viveva nella comunità della setta ignaro dell’esistenza di un mondo evoluto, e descrive i suoi lavori di maggiordomo, di suggeritore di galateo per “nouveaux riches” in difficoltà, di istigatore telefonico al suicidio. Le sue vicende raggiungono l’apice quando rimane l’unico superstite al suicidio di massa dei membri della setta e grazie alla cinica assistenza di un agente dello spettacolo. Ma le cose si mettono male quando emergono le prove che i suicidi della setta sono in realtà degli omicidi.

Recensione

Palahniuk è un autore americano piuttosto conosciuto e direi piuttosto prolifico, divenuto famoso soprattutto per il successo di “Fight Club” e grazie al film omonimo del 1999 diretto da David Fincher.

Scrive in uno stile in genere piuttosto minimalista e crudo, viene paragonato a tratti a Irvine Welsh.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile dell’autore, come accennato anche sopra, è piuttosto crudo e diretto caratterizzato da frasi in generale brevi e coincise che vanno dritte al punto, ovviamente ci sono delle esclusioni, ad esempio ho notato che quando Palahniuk si sofferma sui pensieri e le opinioni del narratore il suo stile rimane diretto, ma tende a soffermarsi maggiormente su queste, con frasi più lunghe, descrizioni più approfondite e riflessioni più estese.

Il ritmo generale del testo è costante, nonostante lo stile infatti, che a primo acchito potrebbe far pensare ad un ritmo veloce, le vicende narrate hanno un ritmo equilibrato.

Le atmosfere sono direi quasi decadenti, il tema della morte torna con frequenza e tutto sembra ricoperto da un alone di tragedia annunciata.

In effetti sappiamo fin dall’inizio, dato che la storia non viene narrata dall’inizio ma dalla fine, che la vita di Tender sta per finire e noi leggiamo il suo racconto come la vicenda di un uomo che pian piano si è scavato la fossa in un certo senso.

Tra l’altro ho trovato piacevole la caratteristica delle pagine in ordine decrescente, infatti il libro non inizia a pagina 1, ma dall’ultima pagina e non dal capitolo 1, ma dal capitolo 47.

L’argomento “Sette” e il Tender che conosciamo noi

Percorriamo a ritroso la vita di Tender che lui ci racconta mentre è a bordo di un aereo che sta per crollare a picco, parla della sua infanzia e adolescenza in questa setta che è estinta, tutti (o quasi) i membri sono morti per quello che sembrava, fino ad un certo punto, un suicidio di massa.

Tra l’altro non ho trovato nulla a riguardo di questa teoria, ma leggendo il libro mi è venuto spontaneo pensare alla vicenda di Jonestown, forse l’autore si è ispirato anche in parte a questa terribile storia o ha voluto trattare il tema delle sette con un concept che ha preso da varie vicende legate alle sette.

Ma il culto Creedish, quello descritto nel libro, è esistito veramente ed la vicenda è avvenuta nel Nebraska.

La Chiesa Creedish viene fondata nel 1860, durante il Grande Risveglio, da un gruppo scissionista dei Milleriti. Quasi un secolo e mezzo più tardi, il consiglio degli anziani decreta la «chiamata del Signore», quando iniziano le indagini sulla comunità per frode fiscale. I suicidi sono oltre un migliaio e continuano per anni tra gli adepti sparsi in tutti gli Stati Uniti e in Canada.

In ogni caso le similitudini con Jonestown, ma anche con altri drammatici casi di suicidi nelle sette, sono varie, il suicidio/omicidio di massa, la rigidità delle regole presenti nella setta in cui Tender cresce, i misteri legati ad alcuni aspetti di questo suicidio e della vera vita all’interno di questo ambiente.

Palahniuk raffigura un individuo che sembra apatico nei confronti della società che lo circonda e nei confronti del proprio passato, non mostra segni emotivi particolari ripensando alla famiglia morta in questo suicidio, non sembra essere venuto a patti con quello che ha realmente vissuto da bambino, della vita nella setta ci rivela qualcosa, ma a tratti lo percepiamo come un narratore inaffidabile perché non tutto quello che racconta sembra vero ed è tutto velato da una patina di profondo cinismo.

Tender non ha rimorsi nei confronti delle persone che lo chiamano, su questo numero che lui ha scritto in dei bigliettini che ha lasciato in giro per la città, in cerca di aiuto, persone che vogliono tentare alla loro vita e pensano al suicidio, o persone che si ritrovano a vivere un periodo di estrema depressione o crisi.

Anzi, Tender le sprona al suicidio come fa con il fratello di Fertility Hollis, giovane ragazza chiaroveggente che si mantiene proponendosi come utero in affitto anche se è sterile.

Fertility è sempre un passo avanti a Tender, grazie al suo dono, e nulla le può essere nascosto. La sua presenza circonda il testo di un forte alone di disperata malinconia, tutta la sua persona sembra vivere senza entusiasmo o possibilità, specialmente dopo la perdita del fratello.

Anche lei affoga in un atteggiamento cinico e distaccato, come molti altri personaggi facenti parte di questo libro, forse quello più umano e aperto alle reazioni infervorate è Adam, il fratello di Tender.

Ci sarebbe molto da dire su di lui, Adam è di certo la miccia che infiamma la vicenda ed è un personaggio più importante del previsto anche in funzione di Tender, sembra essere lui infatti a risvegliare qualcosa nel nostro protagonista, che per anni si è limitato a vivere nella libera società ancora secondo le leggi del culto Creedish, regole basate sull’abnegazione, il lavoro umile e il totale asservimento agli altri.

Tender infatti vive per lavorare, si occupa delle pulizie (e non solo) di questa coppia che lo utilizza come se fosse un oggetto o una macchina più che un essere umano e lui lavora per loro pensando di avere qualche piccola soddisfazione quando questi gli chiedono quali posate utilizzare per la cena a base di aragosta.

La decadenza di Tender e le critiche alla società

Tender dopo aver scoperto di essere l’unico sopravvissuto della chiesa Creedish diventa una celebrità e si abbandona ad un mondo dello spettacolo descritto in modo sicuramente poco lusinghiero, fatto di droghe, ipocrisia, tattiche per arrivare sempre in cima a dispetto di ogni altro e abbandono nei confronti di se stessi.

Tender affronta tutto questo con il solito cinismo, si abbandona e lascia andare il suo corpo e la sua identità, diventa uno strumento, si lascia utilizzare come ha fatto per tutta la sua vita in fin dei conti, fa il gioco degli altri anche questa volta.

Alla fine però scopriamo un Tender molto diverso, un Tender che deve arrivare a patti con quello che ha vissuto da bambino e qui esce anche la verità riguardo ai fatti visti e vissuti nella setta, per la prima volta in tutto il romanzo il cinismo lascia il posto alla consapevolezza e al dolore seguito dall’accettazione per ciò che è stato e per ciò che Tender è diventato.

“Surviror” è un libro che smuove forti critiche a vari mondi, quello dello spettacolo, quello dell’industria farmaceutica, quello della sanità e più nello specifico a quello della cura psichiatrica, tutte queste critiche sono rappresentate da situazioni e personaggi che Tender vive e incontra.

Questo è forse l’aspetto che ho preferito, la sagacia di Palahniuk nell’inserire questi esempi di decadenza e abbattimento dell’essere umano come tale per sacrificarlo ad una società che pensa solo al guadagno o ad apparire sempre al meglio, mi ha piacevolmente colpita.

Inoltre l’atteggiamento di Tender, nonostante il cinismo, è da comprendere ripensando alla sua storia, al modo in cui è stato cresciuto e al fatto che non ha mai potuto fare affidamento o avere anche solo qualcuno al suo fianco, come genitore, fratello, amico o altro. Erano presenti queste persone nella sua vita, ma ha sempre avvertito una spaccatura profonda con loro, imposta anche dalle regole vigenti in questo credo che lo hanno accompagnato fino ad un buon punto della sua vita.

Non giustifico il comportamento di Tender, ma il giro che fa Palahniuk delineando un personaggio come lui, dai traumi infantili e adolescenziali, all’allontanamento dalla setta, agli anni di lavoro in solitaria in una situazione di estremo servizio, e infine il successo seguito dall’abbandono per se stesso e alla caduta, tutto delinea un cerchio perfetto per un personaggio che anche per il modo (unico modo) in cui ha sempre e solo conosciuto il mondo finisce per piegarsi alle regole, agli altri, alla società, annulla se stesso sempre e anche quando è sulla cresta dell’onda risulta apatico e distaccato nei confronti della vita.

Conclusioni

Sicuramente leggerò altro dell’autore, ci sono aspetti di questo libro che ho gradito molto, ad esempio le critiche che smuove, il modo in cui è costruito il personaggio di Tender, la sensazione permanente di decadenza e tragedia.

In generale però non sono rimasta del tutto conquistata dallo stile e questo è un libro in cui c’è tanto, di tutto, e a lungo andare questo ha finito per pesarmi un poco.

Ma, tutto sommato ho gradito questa lettura, è stato un libro piacevole da leggere senza essere però un libro per cui strapparsi i capelli dalla bellezza, sono curiosa di approfondire con l’autore, questo è sicuro.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Palahniuk? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

PoetryTime

Senza nubi né pioggia, nebbia, foschia o vento,

sulla luna si spalancano orizzonti di gioia.

La perfezione della luce arriva intatta alla sabbia,

da distanze impensabili si distingue ogni sasso.

Nel cielo sempre nero della luna

il sole tramonta e sorge,

sorge tramonta la terra.

Terra nuova, terra piena, terra calante.

Quando tra le cose si vede chiaro

si procede leggeri, senza pesi, quasi lievitando.

Qui sì che si vede il mondo lontano,

è così facile prendere le distanze.

Basta trattenere un po’ il respiro

fino a non averne più bisogno

e si apprezza la bellezza dei mari senza onde,

senza pesci, senza vita della luna.

Essere sulla Luna

Annalisa Manstretta

W5 Booktag: Abitudini Letterarie

Buon venerdì e ben ritrovatә!

Come state? Com’è andata questa prima settimana di maggio?

Oggi vorrei buttarmi su questo booktag che ho visto parecchio in giro nelle ultime settimane, ma in particolare l’ho adocchiato la prima volta sul canale di Selvaggia (qui) che seguo sempre con molto piacere e che mi ha fatto venire una voglia pazzesca di portarlo sul blog.

Ma voglio anche citare il video di Jessica (ovvero Pennylane OntheTube, qui) che ha risposto a questo tag e come sempre io adoro vedere i suoi video e ascoltare le sue risposte ai tag e la mia voglia di portarlo qui è aumentata sempre di più.

Inoltre mi piace portare ogni tanto un tag che trovo sia un modo anche utile per conoscerci un po’ di più, perché ovviamente se volete rispondere in un articolo o qui sotto tramite commento alle domande io sono più che felice di leggere le vostre risposte!

Infine diciamocelo, fa bene ogni tanto un articolo più leggero e chiacchiericcio come un tag, rilassa e porta anche riflettere sulle proprie esperienze di lettorә, tra l’altro ormai le uniche volte in cui pubblico un tag sono durante la maratona natalizia (che a causa di forze maggiori l’anno scorso è saltata) quindi che dire… iniziamo!

When? In che momento preferite leggere?

Dunque, direi o alla sera dopo cena/prima di andare a letto o di pomeriggio, ma raramente riesco ad avere un lasso prolungato di tempo al pomeriggio da dedicare alla lettura. Forse fra tutti questi momenti però preferisco il momento del dopo cena, quando si è belli rilassati, ci si prende qualcosa da bere, ci si rilassa sul divano e si prende in mano il libro senza l’ansia di dover fare qualcosa o avere l’urgenza di rispettare orari particolari.

Al mattino di solito non leggo mai, non ho quest’abitudine, c’è anche da dire che solitamente lavoro al mattino, ma anche quando sono a casa o nel weekend non ho comunque l’abitudine di leggere in questo momento della giornata.

Where? Luogo preferito per leggere?

Il divano… che poi non è tutta questa comodità il divano dove io di solito alla sera mi metto a leggere, ma fra divani, letti, poltrone e luoghi affini io scelgo il divano. Che tra l’altro io ho sempre amato il divano, mi è capitato negli anni di addormentarmi tante di quelle volte sul divano che ormai ho perso il conto. Fino a qualche anno fa leggevo anche a letto, ma per me non è più così comodo perché non è così semplice trovare la posizione giusta a letto. Sembra una cavolata, ma non lo è nella pratica. Appoggiata alla testiera del letto mi devo gonfiare di cuscini dietro altrimenti dopo due minuti inizio a muovermi neanche stessi prendendo fuoco, se mi sdraio e tengo il libro sospeso davanti alla faccia dopo un po’ è sicuro che mi casca addosso o mi si addormentano le braccia, quindi quando mi capita di leggere a letto finisco per essere tutta accartocciata in mezzo al letto in posizioni strane.

D’estate o in primavera mi piace leggere all’aperto, o fuori in cortile/giardino, soprattutto di sera quando c’è quell’arietta tiepida molto conciliante per la lettura secondo me.

What? Parla di un aspetto che ami trovare in un libro e un aspetto che detesti.

Direi che dipende dal libro e anche da quello che io mi aspetto da un determinato libro anche se è sempre una esperienza meravigliosa farsi sorprendere da un libro e magari potesse capitare sempre. In generale, se proprio devo evitare di iniziare a fare una suddivisione per generi, direi che l’aspetto che amo trovare in un libro è il potere dell’atmosfera, quindi il riuscire ad entrare in un ambiente costruito dall’autorә che io sento come vivo e vivido, quel tipo di ambiente che anche se negativo (perché magari il libro in questione è un thriller o comunque un testo con un’atmosfera pesante, cupa, negativa in generale) mi trascina dentro e risulta difficile poi staccarsi del tutto da questo. Quindi per me l’atmosfera che un libro crea e il modo in cui mi sento presente all’interno della vicenda è importante e se riesce bene tutto questo, è uno degli aspetti che amo di più.

L’aspetto che detesto di più sono probabilmente le forzature, ma quelle ovvie e parecchio pesanti, quando si vede che l’autorә non sapeva palesemente dove andare a parare, quindi si è inventatә giri pindarici assurdi, personaggi che perdono completamente la loro personalità o ne acquistano una nuova senza motivi particolari solo per interesse dell’autorә, vicende che prendono pieghe visibilmente forzate.

In realtà per entrambi questi punti, sia per quello che amo che per quello che detesto, potrei stare qui e scrivere ancora righe su righe, ma devo nominare solo una cosa. Fatemi dire però che un altro aspetto che detesto riguarda i finali, perché sono una persona un poco perniciosa, per essere gentile, per quanto riguarda i finali.

Più che altro mi irritano anche qui quelli scritti male perché si vede che l’autorә o non sapeva dove andare a parare o semplicemente si è ritrovatә chiusә in un vicolo cieco, accetto ovviamente i finali tragici, dolorosi, tristi ma necessari perché quando sono sensati ci mancherebbe altro, ma non quelli strutturati/scritti male e non intendo a livello puramente stilistico.

Who? Nomina 5 autori che hanno definito i tuoi gusti letterari.

Dunque, ah, anche qui ve lo dico se inizio rischio di non riuscire a frenarmi perché avrei una camionata di cose da dire, ma prima vorrei specificare che io interpreto questo punto come: “cinque autori che in momenti diversi della tua vita ti hanno fatta crescere come lettrice”, quindi quegli autorә che hanno segnato la mia vita da lettrice per un qualche motivo e hanno appunto definito i miei gusti letterari, insomma in momenti diversi della mia esistenza io non sono più stata la stessa dopo aver letto man mano questi autorә.

Paul Auster: sicuramente questo autore mi ha fatta crescere dopo aver letto “Trilogia di New York“. Se non ricordo male l’ho scoperto attorno ai 16/17 anni e io fino ai 14/15 anni sono stata una lettrice molto confusa, non conoscevo quasi per nulla i miei gusti letterari, cercavo di leggere tutto senza leggere davvero nulla e gli autorә stile Paul Auster li vedevo come autorә “seri”, che scrivevano libri molto complessi, questo almeno era il pensiero della me quindicenne. “Trilogia di New York” ha segnato un punto importante per me, perché mi sono discostata dal mio alone di confusione e insicurezze letterarie per gettarmi su qualcosa di più certo e cercare sempre più di affinare i miei gusti. Voglio sicuramente leggere altro di Auster, sono anni che lo dico, ma voglio dedicare a lui un lasso di tempo lungo in cui magari leggere anche più testi suoi e tra una lettura e l’altra quel momento non è ancora arrivato, ma arriverà di certo.

Virginia Woolf: abbiamo parlato varie volte della Woolf, a breve uscirà anche la recensione de “Al Faro” quindi non mi dilungo più di tanto. Come ho scritto anche in passato, io amo follemente la Woolf, ma devo leggere questa autrice in momenti specifici perché se in un determinato tempo non sono in vena di uno stile lento e descrittivo allora potrei finire per odiare un suo testo e voglio evitare che questo accada. Ci sono semplicemente momenti, io credo, nella vita di un lettorә che per quanto un libro possa essere meravigliosamente stupendo non si riesce a finire o apprezzare, perché non si è nel mood o nel momento giusto, ecco io la Woolf la posso leggere quando ho proprio voglia di uno stile tipicamente woolfiano. Detto ciò, credo di aver letto anni fa “Una Stanza tutta per sé” in digitale ai tempi (tra l’altro vorrei rileggerlo questo libro) e mi ha aperto il mondo della Woolf a cui mi sono appassionata anche con “Mrs. Dalloway” (anche quello da rileggere) e ha cambiato di molto la mia prospettiva sull’importanza e la cura delle descrizioni in un testo. Come per Auster vorrei prendermi un periodo per rileggermi tutti i testi che ho letto della Woolf e leggerne di nuovi, insomma continuare con il nostro rapporto, perché desidero leggere tutto quello che ha scritto la Woolf. Per fortuna che non dovevo dilungarmi…

Sylvia Plath: the queen. (Deve ancora arrivare a proposito la seconda parte dell’articolo su Sylvia Plath e vi prometto che arriverà il prima possibile, ma è bello tosto da scrivere e ogni volta preferisco magari optare per una recensione, ma arriverà, arriverà.) Amo immensamente la Plath, che di base è stata una autrice poco prolifica, perché ricordiamo che il suo unico romanzo è “La Campana di Vetro” (ne abbiamo parlato qui), ma è una poetessa anche molto amata e rivoluzionaria con la sua raccolta “Ariel“. Per anni ho avuto paura di approcciarmi a lei, perché si ha questa impressione, secondo me diffusa, che il suo unico romanzo sia un testo quasi troppo complesso e tragico da leggere e in un certo modo lo è, perché si trattano temi come la depressione, l’elettroshock, la malattia psichiatrica, la desolazione della crescita e affini, ma quando ho effettivamente letto questo testo mi sono ritrovata fra le mani qualcosa di molto diverso rispetto alle aspettative. Un qualcosa che mi ha cambiata come lettrice e mi ha fatta avvicinare alla figura della Plath che a oggi è una delle mie autrici preferite di tutti i tempi. “La Campana di Vetro” è sì un testo difficile e io non so se consigliarlo a tutti, perché dagli occhi di una appassionata della Plath urlerei a tutti ai quattro venti di leggero, ma a livello logico non è un testo facilmente affrontabile e approcciabile per tutti, proprio per la delicatezza delle tematiche. Sta di fatto che la Plath è ascesa nell’olimpo dei migliori per me e tra gli autorә più significativi nel mio processo di crescita come lettrice, perché “crescere come lettorә” vuol dire anche “crescere con la propria visione del mondo” e di certo la Plath mi ha mostrato lati che non conoscevo.

Neil Gaiman: ah Neil, caro Neil. Che dire di Gaiman, è stato uno di quegli autori che nel periodo anche pre-16 anni mi ha fatta avvicinare alla lettura in momenti in cui mi ero discostata da questa, mi ha fatta appassionare, ritrovare il fervore e l’amore per i libri e le storie e fatta fondere con queste in modo da non riuscire più a staccarmene. Se devo nominare il mio libro preferito di Gaiman cito di nuovo “Coraline“, ho letto altro di suo, ma questo rimane ad oggi ancora imbattibile.

Dino Buzzati: ricordo di aver provato ad avvicinarmi a Buzzati per la prima volta con “Un Amore“, ma ero piccola e non era il momento giusto. Ho letto qualche anno fa “La Boutique del Mistero” (ne abbiamo parlato qui) e da lì è scoccato il mio amore per l’autore. Dopo quello ho letto una raccolta di articoli e racconti sul Natale, che ho gradito molto e che secondo me è più che altro un modo anche per conoscere meglio la visione dell’autore su questa festività e recentemente (a gennaio) ho letto “Il Deserto dei Tartari“, di cui parleremo a breve. Il primo testo letto però, “La Boutique del Mistero” è stato quello più significativo, mi ha fatto scoprire il mondo di un autore geniale e eclettico, un pilastro del novecento italiano. “La Boutique del Mistero” e Buzzati mi hanno cambiata come lettrice perché mi hanno aperto un mondo fatto di immagini che nascondono sempre altro, frammenti che rimangono impressi nella mente e rimangono con te per anni. Se dovessi descrivere Buzzati pensando all’effetto che ha avuto su di me, direi che con la potenza dei suoi testi ha saputo entrare nella mia testa per lasciare un impatto duraturo, quasi come se fosse un marchio, portandomi a riflettere su tematiche universali e umane, ampliando la mia visione del mondo sempre con un occhio girato verso immagini di una forza disarmante.

Non posso poi non menzionare Italo Calvino e Charles Baudelaire. Il primo che io collego alle mie letture anche più infantili, con “Marcovaldo“, e il “Barone Rampante“, un altro autore che mi ha fatta appassionare alla lettura e mi ha legata a questa. Il secondo invece che con “I Fiori del Male“, una delle mie raccolte poetiche preferite di sempre, mi ha avvicinata alla poesia fin da ragazzina e da lì è stata una continua scoperta nell’universo della poesia al quale sono decisamente legata.

Which? Tre libri che, pur non essendoti piaciuti, hanno contribuito a renderti il lettore che sei.

Villette di C. Bronte: lo avevo letto anni fa e ricordo che non mi era piaciuto più di tanto. Ci tengo a dire che io sono una valida sostenitrice della legge sul “digerire” le letture, ovvero quella legata al fenomeno della rivalutazione di un libro, perché alcuni libri, (alcuni, non tutti e non in ampio numero c’è da dirlo), hanno un effetto diverso nel tempo. Questo fatto non accade spesso, ma personalmente mi è capitato di sentirmi più legata o colpita in positivo da un libro che magari sulle prime non mi era piaciuto. “Villette” è un classico decisamente lento che segue le vicende di una ragazza che lavora come insegnante e non ha particolari aspirazioni nella vita, vive le giornate senza particolari novità, si lega a persone non così valide solo perché se le ritrova vicine e in generale sembra piuttosto apatica. Nel tempo però questo libro mi ha cambiata, perché mi ha insegnato (assieme ad altri testi sicuramente) a saper apprezzare di più la lentezza di un testo e a spingermi maggiormente nell’interpretazione delle azioni dei personaggi, quindi di certo mi ha insegnato lezioni importanti. Mi piacerebbe tra l’altro provare a rileggerlo “Villette” un domani e vedere quanto può cambiare ora la mia visione su questo libro.

I Cieli di S. Newman: questa credo sia una lettura abbastanza recente, forse di due o massimo tre anni fa (io non ho una buona concezione del tempo). Ne abbiamo parlato qui. Non mi era piaciuto come libro perché alcuni intrecci narrativi non hanno un gran senso alla fine e i personaggi li ho trovati tutti abbastanza detestabili, ma c’è un lato positivo e uno negativo per ogni libro e questo ha delle immagini al suo interno che io ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa. Questo libro mi ha insegnato che anche se un testo non ti piace, può sempre e comunque lasciarti qualcosa di indimenticabile e che l’atmosfera è assai importante, perché un lettore che si sente parte dell’ambiente e della vicenda vivrà la storia come se fosse anche la sua.

Di Notte Sotto il Ponte di Pietra di Leo Perutz: allora fermi tuttә, in realtà mi era piaciuto questo libro, ma non mi aveva fatta impazzire ai tempi della lettura, avevo dato forse tre stelle e nulla di più. (Ne avevamo parlato qui). Ma ho notato che con l’andare del tempo il mio gradimento nei confronti di questo libro è cresciuto, ne avevo parlato come un libro adatto più che altro a chi legge romanzi storici ed effettivamente è un ottimo romanzo storico, ma per le immagini che propone, per i personaggi al suo interno e la fusioni di vari elementi è un libro con un enorme potenziale. Questo libro mi ha insegnato ad apprezzare i testi infarciti di collegamenti fra i personaggi, legami, plot sotterranei, avete presente quel libro che anche se breve sembra enorme per la quantità di apparenti intrighi sotterranei e citazioni varie? Ecco questo è “Di Notte Sotto il Ponte di Pietra”. Non ero convinta di essere una fan di simili, ma c’è anche da dire che non ne avevo letti parecchi prima di questo, e invece mi sono dovuta ricredere. Ah e ad oggi mi ricredo anche sulla valutazione perché darei di certo quattro stelline e anche questo vorrei rileggerlo.

Per fortuna che dovevo essere breve comunque… è andata così.

Bene! E voi? Quali sono gli autorә che vi hanno segnatә? Ovviamente il tag è aperto a tuttә, quindi se volete rispondere al tag non esitate a farlo e fatemi un fischio magari perché sono curiosa di leggere le vostre risposte!

A presto!

LiberTiAmo di Maggio (2022)

Buona domenica e buon primo maggio!

Oggi che si fa? Avete indovinato, parliamo del libro del mese di maggio per il gruppo di lettura, gruppo che trovate su Goodreads e in cui ogni mese leggiamo assieme un libro vincitore del sondaggio.

Il libro sarà in lettura per tutto aprile e potete unirvi alla lettura in qualunque momento, aggiornando e parlando dei vostri progressi sul gruppo.

Scopriamo il libro di maggio!

Lo Straniero – Albert Camus

Casa Editrice: Bompiani

Link all’acquisto: QUI

Trama

Pubblicato nel 1942, Lo straniero è un classico della letteratura contemporanea: protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.

Un romanzo tradotto in quaranta lingue, da cui Luchino Visconti ha tratto nel 1967 l’omonimo film con Marcello Mastroianni.

Unanimemente considerato dai critici uno dei romanzi capitali della letteratura universale, diede immediata notorietà all’autore.

Le Monde lo posiziona al 1º posto della classifica dei 100 migliori libri scritti nel ventesimo secolo.

Il libro sarà in lettura dal 01/05 al 31/05, per tutto il mese di maggio.

Bene, e voi? Avete mai letto questo testo? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

L’ Arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come è andata questa ultima settimana di aprile? Siete pronti/e per l’inizio di maggio?

Oggi, parliamo di un libro che è stato un successo dal punto di vista delle vendite ed è anche stato in generale parecchio apprezzato, un testo che io ho letto dopo “La Prima Verità” (di cui abbiamo parlato qui) e che ne condivide in parte le tematiche.

Sto parlando de “L’arte di Legare le Persone” di Paolo Milone, uno psichiatra che ha lavorato per anni in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza.

Parliamone!

L’arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Casa Editrice: Einaudi

Pagine: 191

Genere: psichiatria, narrativa biografica, narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 18,50

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Giro per la prima volta nel nuovo reparto psichiatrico: hanno dimenticato le stanze per i colloqui. Come se in un reparto chirurgico dimenticassero le sale operatorie. Ho chiesto: dove facciamo i colloqui? Mi hanno guardato stupiti, che domanda: colloqui? in camera del paziente, perdio! Dico io: il chirurgo, in camera, fa le piccole medicazioni, rimuove i punti, sente la pancia, ma per gli interventi serve la camera operatoria. Io, che sono uno psichiatra, al letto del paziente faccio i saluti, i convenevoli, do i buffetti, dico scemenze, sorrido da qui a lì. Sarò pure giovane, ma sono sicuro: per i colloqui, mi serve la stanza per i colloqui, perdio.

Trama

«Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura a tutti». Quante volte parliamo dei medici come di eroi, martiri, vittime… In verità, fuor di retorica, uomini e donne esposti al male. Appassionati e fragili, fallibili, mortali. Paolo Milone ha lavorato per quarant’anni in Psichiatria d’urgenza, e ci racconta esattamente questo. Nudo e pungente, senza farsi sconti. Con una musica tutta sua ci catapulta dentro il Reparto 77, dove il mistero della malattia mentale convive con la quotidianità umanissima di chi, a fine turno, deve togliersi il camice e ricordarsi di comprare il latte. Tra queste pagine così irregolari, a volte persino ridendo, scopriamo lo sgomento e l’impotenza, la curiosità, la passione, l’esasperazione, l’inesausta catena di domande che colleziona chiunque abbia scelto di «guardare l’abisso con gli occhi degli altri». «Si riesce a lavorare in Psichiatria solo se ci si diverte. Io mi sono divertito per anni. Non tutti gli anni: non i primi – troppe illusioni, non gli ultimi – troppi moduli, non quelli di mezzo – troppo mestiere». Ci sono libri che si scrivono per una vita intera. Ogni giorno, ogni sera, quando quello che viviamo straripa. Sono spesso libri molto speciali, in cui la scrittura diventa la forma del mondo. È questo il caso dell’«Arte di legare le persone», che corre con un ritmo tutto suo, lirico e mobile, a scardinare tante nostre certezze. Con il dono rarissimo del ritratto fulminante, Paolo Milone mette in scena il corpo a corpo della Psichiatria d’urgenza, affrontando i nodi più difficili senza mai perdere il dubbio e la meraviglia. Così ci ritroviamo a seguirlo tra i corridoi dell’ospedale, studiando le urla e i silenzi, e poi dentro le case, dentro le vite degli altri, nell’avventura dei Tso tra i vicoli di Genova. Non c’è nulla di teorico o di astratto, in queste pagine. C’è la vita del reparto, la sete di umanità, l’intimità di afferrarsi e di sfuggirsi, la furia dei malati, la furia dei colleghi, il peso delle chiavi nella tasca, la morte sempre in agguato, gli amori inconfessabili, i carrugi del centro storico e i segreti bellissimi del mare. Ci sono infermieri, medici, pazienti, passanti, conoscenti, caduti da una parte e dall’altra di quella linea invisibile che separa i sani dai malati: a ben guardare, solo «un tiro di dadi riuscito bene».

Recensione

Paolo Milone ha lavorato per 40 anni in un reparto di psichiatria di urgenza a Genova e oltre che vedere accenni di vita privata dell’autore in questo testo, mischiati al suo lavoro in un susseguirsi di esperienze, credo che uno degli aspetti più interessanti del libro sia proprio questo, ovvero avere la testimonianza di uno psichiatra con l’esperienza di Milone che racconta alcuni degli eventi vissuti durante tutti gli anni di lavoro.

Un lavoro difficile da comprendere sotto certi aspetti per chi non lo ha mai esercitato o semplicemente per chi tende a ridurre tutto quello che ha a che fare con la malattia psichiatrica in due parole, senza dargli troppo peso o provare nemmeno a comprendere o riflettere davvero sulla malattia psichiatrica.

“Se non hai mai provato il dolore psichiatrico, non dire che non esiste. Ringrazia il Signore e taci.”

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il libro non è scritto con la tipica forma del romanzo, ma assomiglia più a un poema in versi:

All’inizio questo è stato uno degli aspetti più intriganti per me, ma durante la lettura ho trovato questa forma, in parte utile perché ti fa proseguire la lettura ad una velocità incredibile perché non riesci a fermarti, ma dall’altra uno dei motivi per cui non sono riuscita ad entrare del tutto nelle vicende narrate.

Infatti ho sempre avvertito un forte distacco fra o le vicende narrate o fra me e i personaggi, non per una carenza di interesse, assolutamente, anzi mi interessa parecchio la tematica, ma direi più che altro per colpa della forma del racconto e dei salti forse fra un personaggio e l’altro.

Infatti nel testo, seguiamo vari individui, con tutta probabilità ispirati dall’esperienza di Milone, che vivono all’interno di questa struttura o tornano spesso per poi uscire di nuovo e pian piano impariamo a conoscerli e a conoscere le loro storie, il loro approccio ai disturbi mentali che li affliggono e anche il loro destino.

Cercando di spiegarmi il perché di questa barriera che ho avvertito nel corso della lettura, ho riflettuto sul fatto che alcune vicende vengono espresse in un modo che secondo me può far allontanare il lettore, c’è qualcosa in questo veloce cambio di personaggi e questo continuo mollare per poi riprendere un personaggio che non aiuta secondo me nel sentirli vicini.

A parte questo comunque, lo stile di Milone è quasi poetico, non solo nella forma, ma anche nella radice e c’è qualcosa in questo che aumenta il senso di distacco dal mondo di queste figure che si muovono nel “Reparto 77”, sembra tutto quasi asettico e ciò mette in risalto l’isolamento dal mondo di queste persone.

Il fatto che alcune persone tendano a giudicare quelle con problemi psichiatrici incomprensibili e pericolose, rinchiudendole di fatto in una bolla e respingendole dalla società, viene messo in risalto sia da quello che scrive l’autore in alcuni punti del testo, ma più che altro oserei dire dalla sensazione che si avverte per tutto il corso del libro, quella di essere rinchiusi in un luogo in cui molto di ciò che conosciamo ha un senso diverso.

Tirando le somme quindi, l’atmosfera è quella di un luogo bianco, vuoto, asettico, in questo tra l’altro la copertina e lo stile con cui è scritto il libro aiutano, c’è questa sensazione di vuoto costante e mancanza.

40 anni di Esperienza

Mi sono approcciata al testo con un enorme interesse verso la professione dell’autore e una forte curiosità nel leggere l’esperienza di chi in prima persona ha lavorato in questo tipo di ambiente per così tanti anni, credo infatti che questo punto sia uno dei motivi validi per leggere il libro.

“Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura,
mi ritrovo a fare il lavoro che fa piú paura a tutti.”

Infatti (ci arriveremo nelle conclusioni finali) nonostante io non abbia apprezzato al 100% questo testo, sono comunque felice di averlo letto e anche se magari non siete affini alla tematica o non avete mai letto nulla che a ha che fare con la malattia psichiatrica, io vi consiglio comunque di provare a leggere questo testo, in primis perché è una testimonianza diretta che merita di essere esplorata da tutti/e.

Ho letto un commento, credo su Goodreads, di una ragazza che ha letto il libro e che ha sottolineato una cosa molto importante, ovvero che “psichiatria d’ospedale è cosa ben diversa dalla psicologia con i lettini comodi” e questo mi ha fatto riflettere a lungo sulla natura di questo testo, su ciò che avevo letto e sulla rude verità di quello che avevo letto.

La dura realtà di quello che accade nel libro non è semplice da leggere, ma è un occhio sulla vita in contesti che dall’esterno spaventano molte persone.

“Il bene e il male che facciamo a un’altra persona si riverbera e si propaga in mille modi
tra i suoi parenti, amici e conoscenti
e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti.
Sarà qualcosa di infinitesimo, un movimento atomico,
un’ombra, un fremito, ma esiste e si diffonde nell’universo.
Vedi, Giulia, noi contribuiamo a migliorare o peggiorare l’universo,
e, su questo, abbiamo una responsabilità.”

Conclusioni

Mi riesce complicato parlare di questo libro, perché da una parte ci sarebbero fiumi di discorsi da fare per quanto riguarda il tema principale, ma dall’altra parte voglio rimanere focalizzata sull’opera di Milone in sè.

In questo libro leggiamo storie di persone che affrontano da anni problemi psichiatrici di vario genere e leggiamo dell’autore che vive a stretto contatto con queste persone e cerca di svolgere al meglio il suo lavoro in un ambiente così destabilizzante.

Ci ritroviamo quindi fra le mani storie di persone molto diverse, ma accomunate da problemi psichiatrici e Milone le racconta come le ha vissute, dal suo occhio di psichiatra, ma soprattutto dal lato puramente umano.

E’ un libro che a livello di tematiche, esperienza dell’autore e fatti narrati io non posso che lodare e apprezzare, consigliando a tutti la lettura come scritto anche sopra.

Ne riconosco quindi il valore che si preserva nonostante a me non sia rimasto così impresso o non sia piaciuto al punto da mettere cinque stelle, ma questa è solo la mia personalissima opinione anche basata sull’impatto che una lettura ha su di me.

Ho avuto difficoltà ad entrare del tutto nel testo e nonostante la quantità di riflessioni che mi ha provocato, a lungo raggio non mi ha lasciato una impressione del tutto positiva.

La forma è ciò che mi ha destabilizzato di più e non mi ha aiutato nel coinvolgimento, forse avrei gradito leggere le storie dei personaggi in modo non così frammentato con più esplorazione per quanto riguarda la malattia.

Voto:

E voi? Avete mai letto “L’arte di Legare le Persone”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come è andata questa settimana di aprile?

Oggi parliamo di un classico, un libro finito nella mia top dei libri migliori letti nel 2021 (anche se in realtà è stata una rilettura), e di cui non abbiamo ancora parlato per intero, in una recensione approfondita.

Ho detto qualcosa nel corso degli anni su questo libro, ricordo di averne parlato a pezzetti, forse citando anche il film, ma non esiste ancora su blog una vera e propria recensione dedicata ed è giunto il momento di rimediare.

Sto parlando de “Il Grande Gatsby” di F. S. Fitzgerald, grande classico pubblicato per la prima volta nel 1925.

Parliamone!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Casa editrice: Mondadori

Genere: classico, narrativa letteraria

Pagine: 158

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 0,99

P. Pubblicazione: 1936 (ITA)

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. “Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno”, mi ha detto, “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”. Non ha detto nient’altro, ma siamo sempre stati insolitamente comunicativi in modo riservato, e capii che intendeva molto più di questo.

Trama

Gatsby, giovane ambizioso, che ha saputo conquistare con tutti i mezzi prestigio, ricchezza e rispettabilità, vuol far rivivere l’amore fiorito un tempo tra lui e Daisy. Ma non solo non riuscirà a strappare a donna amata al suo facoltoso marito, pur mettendo in campo tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma finirà addirittura col diventarne vittima innocente. Gatsby è un personaggio circondato da un’aura di seduzione e di mistero, il cui arricchimento troppo veloce ricorda le parabole effimere dei giovani banchieri d’affari nella New York del terzo millennio. Le pagine di Fitzgerald, tese tra l’amore e l’odio nei confronti di quella società, ne descrivono i fasti e ne colgono i decadimento morale.

Recensione

Prima di iniziare vorrei dire un qualcosa sull’edizione, io ho riletto questo libro nell’edizione Centauria, quella con la copertina azzurra (che vedete nella copertina dell’articolo), ma ho inserito qui sopra quella Mondadori perché è reperibile a differenza di quella Centauria che ho letto io e in generale mi fido dei classici in edizione Mondadori e so che questa tutto sommato piace ed è affidabile.

Ma questo classico si trova in tante edizioni, c’è quella Feltrinelli, Mattioli (con la copertina originale meravigliosa), Mondadori appunto, Bompiani, Einaudi, BUR, insomma ci sono mille e mila edizioni.

Tra l’altro parlando di edizioni e sgolosando le copertine, avete visto la meraviglia della prima edizione del ’36 italiana con il titolo “Gatsby il Magnifico”?

Con quella bella botta di vintage che esce dalla ogni venatura di carta della copertina? Che bellezza.

Stile, Ritmo, Atmosfere

Allora, ad oggi penso di fare ancora fatica a descrivere in modo preciso lo stile di Fitzgerald, nella mia mente penso ad un qualcosa di vaporoso, lo so è un termine strano per descrivere uno stile di scrittura, specialmente se parliamo di un grande autore come Fitzgerald, ma il suo stile crea immagini a tratti vaporose che mi immergono molto spesso in un clima nostalgico a tinte color pastello.

Penso ad esempio alla famosa scena delle tende, ecco una immagine delicata, soffice, vaporosa che crea un’atmosfera quasi eterea. A tratti lo stile di Fitzgerald diventa più duro e profondo, penso soprattutto ai punti in cui i suoi personaggi si soffermano su alcune riflessioni, sulla vita, sul passato, sul destino ecc.

Anche in quei punti più amari però la penna dell’autore rimane sempre elegante e sinuosa, è uno stile raffinato soprattutto per le immagini che evoca e per le atmosfere che riesce a creare, ma direi anche per la finezza con cui sottopone al lettore argomenti complessi da analizzare.

Il ritmo rimane costante, è un testo comunque che fa emergere le personalità dei personaggi mostrandoceli in diverse situazioni senza allungare troppo la vicenda o perdersi in capitoli chilometrici concentrati su un determinato personaggio per farlo conoscere al meglio, insomma ne “Il Grande Gatsby” Fitzgerald fa un uso ottimo dello “show don’t tell”.

L’atmosfera è quella dell’America degli anni ’20, siamo a New York e a Long Island nell’età del jazz in una storia che raffigura il mito americano in decadenza, infatti “Il Grande Gatsby” è il ritratto della tragicità del mito americano.

In un clima sfarzoso, mondano, pieno di paillettes, grandi feste, fiumi di alcool, macchine di lusso, ci ritroviamo faccia a faccia con personaggi pieni di sfaccettature, personaggi umani con lati positivi e negativi, anche se in alcuni casi sono più evidenti i lati negativi, ma anche per questi c’è sempre un lato comprensibile, umano appunto.

Le maschere

Sono tanti i temi de “Il Grande Gatsby”, ma forse il primo a cui penso cercando di riassumere nella mia testa il libro è il tema della falsità e delle maschere. Ogni personaggio ha delle motivazioni nascoste, ha un lato privato che custodisce molto gelosamente e noi possiamo immaginarlo questo lato, ma in alcuni casi non lo vedremo mai, con alcuni personaggi.

Penso alla maschera di Daisy, uno dei personaggi più odiati del libro e di una buona fetta di letteratura oserei dire, una donna che alla fine della giornata risulta egoista e interessata solo a preservare la propria posizione, ma dobbiamo anche pensare al tempo in cui ci troviamo.

Daisy è il sogno di Gatsby e porta con sé l’idealizzazione di un sogno più grande di Gatsby stesso, ma è un sogno appartenente al passato, Gatsby ha vissuto per anni in una bolla di vetro con l’obbiettivo di realizzare questo sogno, Daisy con tutto ciò che lei si porta dietro, lo status, lo stile di vita che Gatsby ha sempre sognato essendo un giovane di umili origini.

“Ci dovevano essere stati momenti, perfino in quel pomeriggio, in cui Daisy non era stata all’altezza dei suoi sogni – non per colpa sua, ma per la colossale vitalità della sua illusione. Era andato oltre lei, oltre tutto.”

Gatsby è aggrappato a questa idea e ha fatto di tutto per arrivare alla posizione in cui è quando Nick fa la sua conoscenza, è passato anche per mezzi poco leciti.

Nick è il nostro narratore e cugino di Daisy, ma anche vicino di casa di Gatsby a Long Island e tutte le sere assiste alla sfilata di persone che raggiungono la casa di Gatsby per festeggiare e partecipare a queste enormi scorribande, ma Nick come tutti gli altri si interroga sul passato del ricco uomo, suo vicino di casa, le voci corrono e sulla figura di questo individuo iniziano a comparire delle ombre.

A primo acchito Gatsby potrebbe sembrare il personaggio con la maschera più ingombrante:

“Mi ricordai di come eravamo tutti venuti da Gatsby con il sospetto della sua corruzione. Mentre lui stava in mezzo a noi, nascondendo un sogno incorruttibile.”

Ma durante la lettura scopriamo che ogni personaggio ne porta una assai evidente in realtà, come non citare anche Tom, marito di Daisy, un uomo che non si fa problemi a tradire la moglie e a correre dall’amante, ma allo stesso tempo anche un uomo impaurito all’idea di perdere Daisy come se questa fosse un trofeo.

Tom e Gatsby oltre che essere rivali in amore, sono anche opposti, ma simili per certi aspetti, soprattutto per quelli che riguardano Daisy, ma le loro figure sono in contrasto, uno è un nuovo ricco mentre l’altro è un vecchio ricco e all’epoca questo aspetto aveva un grande peso sulla società e sul modo in cui questa ti considerava.

Se eri un nuovo ricco il tuo livello di credibilità vacillava molto spesso, le persone si chiedevano il perché e il come, da dove arrivavano i soldi che avevi in banca? Come ti eri arricchito? Quando?

Se invece eri un vecchio ricco il tuo livello di credibilità era saldo, le persone conoscevano le tue origini, sapevano di potersi fidare di uno che era sempre stato ricco, aveva studiato nelle migliori scuole, aveva avuto tutte le possibilità di diventare un uomo colto, saggio e lungimirante.

A Gatsby non importa del come, dicevo prima infatti che si è anche macchiato di fatti poco onorevoli, ma lui sognava Daisy e tutto ciò che ella porta con sé e ci crede fino alla fine, la sua immagine perfetta, il suo quadro idilliaco si è sporcato e non sarà mai più ripulito, ma a lui non importa tanto è focalizzato sul suo sogno.

C’è una scena all’interno del libro che è il giusto esempio di questo, della determinazione di Gatsby nel far andare le cose esattamente come vuole lui, penso alla scena dell’albergo, quella in cui in pratica imbocca Daisy e le dice che cosa dire a Tom.

E anche quando il corso degli eventi si sfalda, lui tenta comunque di metterci una toppa, di andare avanti come se il tutto fosse solo un piccolo incidente di percorso, non è importante nel quadro generale, l’importante è l’obbiettivo.

Ad assistere a tutto ciò c’è il nostro narratore, Nick appunto, che è l’unico personaggio che rimane al fianco di Gatsby fino alla fine e grazie a lui trova una nuova realtà, di certo comprende meglio la vita e il marcio che c’è nella società in cui vive, si macchia anche lui assieme al ricordo di Gatsby.

Le tematiche e le immagini

Non posso non parlare ancora un poco delle tematiche, che sono davvero parecchie e so già di non essere riuscita a trattarle tutte, ma pensando a questo testo un altro tema molto importante che emerge per tutto il corso della lettura è il passato.

L’attaccamento al passato, l’importanza del passato, le diverse idee dei personaggi nei confronti del passato (assistiamo ad esempio anche ad un dialogo fra Nick e Jay Gatsby in cui viene fuori la differenza di idee, quando uno dice che non si replica il passato e l’altro smentisce), l’influenza del passato, ma soprattutto il lato dannoso dell’attaccamento al passato che vediamo chiaramente con Jay G.

“Era venuto da cosi lontano e il suo sogno deve esserli sembrato così vicino, da non credere di non poterlo afferrare, ma non sapeva di averlo già alle spalle. Gatsby credeva nella luce verde nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi, ieri c’è sfuggito, ma non importa domani correremo più forte, allungheremo di più le braccia e un bel mattino. Così continuiamo a remare barche contro corrente, risospinti senza posa, nel passato.”

L’idealizzazione di questo e di una persona o di un sogno sono altrettanto nocivi, nel testo infatti un mix di fattori e di idee si uniscono nel personaggio di Gatsby che rappresenta la decadenza e la caduta del sogno e del mito americano.

Il fatto che alla fine Gatsby rimanga completamente solo, a parte per Nick e il padre, ribadisce la vacuità di tutta l’enorme costruzione che aveva edificato attorno a sé e non mi riferisco solo all’enorme villa, ma a tutto ciò che era Gatsby in una società come quella dell’America degli anni ’20.

Tra l’altro il ritorno del padre e il dialogo che ha con Nick ci apre gli occhi riguardo alle origini di Jay, sulla vera idea dell’uomo riguardo alle sue radici e soprattutto dipinge questa immagine di un passato umile che torna in un momento di crollo e solitudine per assistere un uomo che in realtà ha sempre odiato quella fetta del suo passato.

Volevo infine prendermi un attimo per parlare di alcune immagini iconiche di questo libro che vanno incontro anche a quello che ho scritto nella parte dedicata allo stile di Fitzgerald che si mostra un autore con un occhio da esteta.

“Il Grande Gatsby” è un libro che lascia parecchie immagini a cui viene spontaneo tornare quando si ripensa al testo, forse è uno di quei casi in cui si pensa prima ad un immagine iconica e poi al resto.

Penso alla scena delle tende, ma anche a quella della luce verde (una luce come scrive Rollo May che: «è simbolo del mito americano: essa allude a nuove potenzialità, nuove frontiere, la nuova vita che ci attende dietro l’angolo […] Non esiste destino; se esiste, lo abbiamo costruito noi stessi […] La luce verde diventa la nostra più grande illusione… nasconde i nostri problemi con le sue infinite promesse, e intanto distrugge i nostri valori. La luce verde è il mito della Terra Promessa che genera ideali alla Horatio Alger»), all’incontro fra Jay e Daisy, ai famosi occhi del cartellone pubblicitario della zona in cui lavora George Wilson, marito dell’amante di Tom ecc. ecc.

Insomma questo testo è e rimarrà iconico non solo per la miriade di tematiche contenute all’interno, ma anche per le immagini potenti e simboliche.

Conclusioni

Anche se è un libro breve, “Il Grande Gatsby” è enorme e mi sarò di certo dimenticata qualcosa perché c’è sempre qualcosa da dire in più su questo libro che ho adorato alla follia, ed è uno dei miei classici preferiti.

Piccola nota, anche i film a me sono piaciuti molto sia quello del ’74 con Robert Redford, sia quello del 2013 con DiCaprio, che so non essere piaciuto proprio a tutti, ma io lo riguardo sempre con piacere.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Grande Gatsby”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

CitaTime

“Non è la vita che avresti scelto per lei, lo capisco, un’esistenza di fatica e incertezza. Tuttavia, ciò che per alcuni è un peso per altri significa libertà. Un incantatore di serpenti si guadagna da vivere con ciò che per altri sarebbe la morte. Un marinaio trascorre anni interi per mare, dove altri perirebbero entro una settimana. L’hai cresciuta bene. Fidati di lei.”

“Gli dèi non scontano mai le loro malefatte, Perseo. I mortali sì. Gli dèi, come i ricchi umani, decidono a viva forza per quelli le cui voci non sono abbastanza forti da difendersi. Le donne. I deboli. I rifiutati. E nessuno grida per coloro che ne avrebbero più bisogno. E perché mai? Alzando la voce per qualcun altro, rischi di perdere tu stesso qualcosa. E nessuno vede oltre il proprio riflesso nello specchio.”

“Vuoi che dubiti di chi non ha mai dubitato di me. O di te. Alla fiducia non servono risposte, Perseo. Solo comprensione.”

Hannah Lynn

La Casa delle Belle Addormentate – Yasunari Kawabata

Buon giovedì!

Ben ritrovati/e, come procede la settimana?

Oggi parliamo di quello che è stato il libro di marzo per il gruppo di lettura (LiberTiAmo), questo mese riesco ad essere quasi puntuale, quasi… si fa per dire.

Comunque, il libro di oggi è “La Casa delle Belle Addormentate” di Kawabata, un libro mini raccolta di racconti dato che contiene al suo interno tre racconti, di cui il primo è quello principale.

Parliamone!

La Casa delle Belle Addormentate – Y. Kawabata

Casa editrice: Mondadori

Genere: letteratura erotica, narrativa

Pagine: 203

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1961

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Scherzi di cattivo genere, non fatene: non sta bene neppure infilare le dita nella bocca delle ragazze che dormono” raccomandò la donna della locanda al vecchio Eguchi. Al piano superiore probabilmente non c’erano che la stanza di otto tatami, in cui Eguchi stava parlando con la donna, e quella da letto attigua: da quanto aveva visto, al pianterreno non c’era salotto né altro, e dunque non si poteva parlare di locanda.

Trama

“La casa delle belle addormentate” (seguito in questo volume dai romanzi brevi “Uccelli e altri animali” e “Il braccio”) è un raffinato racconto erotico centrato sulle visite del vecchio Eguchi a un inconsueto postribolo in cui gli ospiti possono passare la notte con giovanissime donne addormentate da un narcotico. Il regolamento vieta di svegliarle, esaltando il fascino quasi magico emanato dalle fanciulle, e permette a Eguchi, attraverso una delicata rapsodia di sensazioni e di ricordi, di riappacificarsi con se stesso in un viaggio tra i più misteriosi recessi della psiche, evocati con segni incredibilmente semplici, rarefatti e luminosi.

Recensione

Dunque, Kawabata è un autore premio Nobel per la letteratura, premio assegnatogli nel 1968. Il testo è stato tradotto in italiano nel 1972, nel volume omonimo, che contiene anche altri due racconti.

La casa delle belle addormentate trasporta il lettore in dimensioni distanti dall’esperienza comune, che inducono a una inquietudine senza scampo: definito da Goffredo Parise “capolavoro della vecchiaia”.

Il romanzo fu originariamente pubblicato in Giappone sul mensile “Shinchō” in sei puntate da gennaio a giugno 1960, e poi ancora in undici puntate da gennaio a novembre 1961.

Stile, Ritmo, Atmosfere e Personaggi

Lo stile di Kawabata è piuttosto lineare, in sé scorrevole anche perché per quanto riguarda le scene di “azione”, intese come movimento dei personaggi o trama che avanza in seguito a degli eventi, è abbastanza diretto e non lascia in ballo il lettore, narra ciò che accade senza fronzoli.

Analizza invece con più minuzia di particolari e con più introspezione, portando ad un rallentamento nel ritmo della vicenda, i ricordi dei personaggi o le parentesi legate alla sfera emotiva e introspettiva.

Accade spesso che alcuni personaggi che agiscono in un certo modo vengano rappresentati nella loro psiche in modo molto diverso, il ché è certamente umano, ma devo essere sincera molte volte mi balzava agli occhi più la parentesi legata alle azioni rispetto a quella emotiva/interna.

Questo è stato forse uno dei motivi per cui mi è risultato difficile empatizzare con i personaggi o anche solo preoccuparmi un minimo per loro, il mio atteggiamento è rimasto piatto per tutto il corso della lettura, di tutti e tre i racconti.

Di conseguenza quando non c’è un trasporto o un minimo di interessamento penso sia normale, con l’avanzare delle pagine, finire con l’avvertire un senso di noia o voglia di terminare un libro il prima possibile e questo è proprio quello che è accaduto a me.

Sicuramente le tematiche trattate da Kawabata e alcune atmosfere presenti nei racconti, in particolare nel primo, meritano un livello di attenzione piuttosto buono perché sono interessanti e vale la pena soffermarcisi sopra, ma in generale non sono riuscita ad entrare mai veramente nella vicenda, per la mancanza di empatia con i personaggi o semplicemente per la vicenda che ad un certo punto sembra quasi trascinarsi.

Il ritmo è costante, ci sono momenti però in cui rallenta o accelera, ad esempio al termine del primo racconto in cui assistiamo ad una conclusione abbastanza improvvisa.

Come dicevo prima però, alcune atmosfere sono interessanti, mi sono rimaste impresse alcune scene provenienti dal primo racconto in cui entriamo in questa stanza dove dorme la ragazza di turno e ci sono queste tende di velluto cremisi, che sembrano colorare la scena davanti agli occhi del lettore, assieme ad altri particolari, ad esempio il suono del mare, la coperta termica per riscaldare la ragazza dormiente… insomma, Kawabata riesce a dare tono e calore ad alcune scene che arrivano in modo vivido.

“Quando giacevano sfiorati dalla nuda pelle delle giovani donne addormentate, a insorgere dal fondo del loro animo non era forse soltanto il terrore della morte che si avvicinava, l’inalienabile tristezza della gioventù perduta; era forse il rimorso per le immoralità da loro stessi commesse e – come capita spesso agli uomini che hanno raggiunto il successo – l’infelicità familiare.”

Tornando un secondo ai personaggi, che vedremo meglio parlando di ogni racconto nello specifico a breve, trovo che ci sia una permanente dualità in ogni personaggio, come dicevo si comportano in un modo, ma emotivamente reagiscono in modo diverso, uno dei temi della raccolta è la repressione del desiderio che sia sessuale, sentimentale o desiderio di altro tipo. I personaggi finiscono per agire in modo deplorevole a volte nascondendo la vera ragione per cui lo fanno o perché non ne sono a conoscenza loro in primis o perché non vogliono ammetterlo a loro stessi o agli altri.

Nel secondo racconto ad esempio, intitolato “Uccelli e altri Animali”, il protagonista diventa una specie di collezionista di animali perché è quasi ossessionato dall’avere in casa sempre tanti uccelli o altri animali in generale, tra l’altro in questo racconto ci sono anche scene di violenza sugli animali (trigger warning), e questo desiderio/ossessione sembra nascondere altro, un oggetto del desiderio più ambito.

Alla fine questo uomo incontra la donna che ammirava e amava anni prima che secondo lui aveva perso quasi la retta via, perché aveva deciso di sposarsi con un altro uomo, lasciar perdere la danza e dedicarsi alla famiglia.

Ecco tutto sembra essere una proiezione quasi della mancata soddisfazione passata dell’avere questa donna, certo questa può essere una delle interpretazioni.

La Casa delle Belle Addormentate

Parliamo del primo racconto, il principale, che parla di un uomo di nome Eguchi che si reca in questa casa, gestita a quanto pare da una donna con cui ogni volta si intratterrà in conversazioni varie, in cui si può giacere con le ragazze addormentate.

Sono ragazze molto giovani, alcune probabilmente minorenni, e i clienti di questa casa sono tutti uomini anziani da ciò che possiamo capire.

Eguchi quindi ogni volta dormirà con una ragazza diversa e sdraiato sul letto si troverà a ripensare a vari eventi della propria vita.

Il racconto è pregno di tematiche come la morte, il distacco fra giovinezza e vecchiaia, la nostalgia della giovinezza, il senso di colpa dato dal ripensare ai fatti della propria vita e pentirsi di alcune scene o azioni, la sensualità ecc. ecc.

Dunque, è senza dubbio un racconto particolare oserei dire, per il modo in cui consegna queste tematiche al lettore, di certo ha anche al suo interno una nota sgradevole e disturbante, perché parliamo comunque di ragazze molto giovani, nude e addormentate in balìa degli uomini che si trovano accanto.

Il mio problema, a parte il completo distacco con i personaggi, è stata la sensazione di leggere una storia in cui tutte queste tematiche citate non sono ben amalgamate assieme, forse era il mio livello di interesse basso, forse il disorientamento che ho provato costantemente, forse un mix di tutto, ma ho mal sopportato questo racconto e il suo protagonista.

Uccelli e altri Animali

In questo racconto invece seguiamo quest’uomo, che ha la mania di comprare sempre animali nuovi, soprattutto uccelli (dico comprare perché lui ha una specie di fidato proprietario di un negozio di animali che gliene porta sempre di nuovi, e lui si rifiuta di adottare animali che sono stati di altre persone).

Quest’uomo quando lo conosciamo noi, si sta recando a teatro, per vedere una sua vecchia fiamma e in questo tragitto parte tutto il racconto legato ai suoi animali, a quelli che sono morti, incidenti vari ecc.

Anche qui abbiamo un personaggio con cui non è facile entrare in sintonia, anzi, c’è la dualità di cui parlavo prima, è un uomo attaccato ai suoi animali, ma non sembra scandalizzarsi più di tanto quando scopre che un suo cliente ha riempito di botte una cagna perché è rimasta incinta, si arrabbia, ma per altri motivi.

E’ un racconto che ho letto quasi con una irritazione di fondo, per l’atteggiamento di questo e i suoi comportamenti in generale.

Credo che Kawabata volesse criticare chi si approfitta degli animali o esercita violenza su di loro, o ancora chi è ossessionato da questi, ma non sembra davvero in grado di donare a loro amore e prendersene cura al meglio.

Ci sono però anche altre tematiche, come l’isolamento, l’amore perduto e in generale l’eccessiva idealizzazione.

Il Braccio

Oh, arriviamo all’ultimo racconto che è quello, a mio vedere, almeno a primo acchito meno comprensibile.

La storia parla di questo ragazzo che prende in prestito il braccio di una ragazza, ma attenzione non è una protesi, è proprio il suo braccio. Se lo porta a casa, se lo tiene vicino mentre dorme e ad un certo punto decide di fare un qualcosa di molto strano… non in un senso sessualmente strano.

Dunque, io all’inizio sono riuscita a decifrare ben poco di questo racconto, non lo avevo capito anche perché ti lascia sempre con quel senso di straniamento e confusione degli altri.

Secondo la mia modesta interpretazione le tematiche del racconto sono l’amore come forma di intrusione nel proprio corpo di qualcun altro. Quindi portare con sé qualcosa di così importante di un’altra persona e attaccarselo al proprio corpo come se fosse nostro, come simbolo dell’amore rappresentato da un altro individuo che diventa parte di noi.

O almeno, credo di aver capito questo.

Ma questa presenza “estranea”, sempre per ricollegarci ai desideri repressi presenti in tutti e tre i racconti, diventa un qualcosa che ci spaventa e da cui vogliamo fuggire.

Anche qui abbiamo un racconto piuttosto particolare, è una immagine di certo d’effetto quella del prestare un braccio a qualcuno quasi come pegno d’amore, anche se di fatto i personaggi della storia si conoscono molto poco, ma in questo caso invece di provocare confusione o irritazione, il protagonista di questo racconto mi è sembrato ancora più estraneo degli altri.

Conclusioni

Allora, non credo di aver scritto questo piccolo avviso, ma ci tengo a dire che queste sono le mie semplici e pure opinioni, quindi se voi avete amato questo libro vi prego di non sentirvi offesi/e dalla mia recensione/opinione finale.

Kawabata è un autore importantissimo, premio Nobel, amato e onorato, quindi anche io in primis ho faticato ad accettare il fatto di non aver apprezzato alla fine questa lettura, anche perché ero entusiasta per questo libro.

Non sono una esperta di cultura e letteratura giapponese, diciamo che sto ancora esplorando, quindi questo può assolutamente essere un mio limite.

Comunque, concludendo la recensione il mio problema principale con questo libro è il non essere riuscita in nessun modo ad entrare nelle vicende, il mio livello di interesse è stato basso per tutto il tempo, anzi è più giusto dire che all’inizio ci ho provato in tutti i modi ad entrare nella vicenda, ma dopo poco il mio livello di interesse è sceso e non è più risalito.

Belle alcune atmosfere, personaggi detestabili e scene a volte, a mio vedere, piatte.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Kawabata? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

PoetryTime

Solo la nudità alla fine ci raggiunge

esatta come la luna crescente nei capelli.

Esiste una gioia nella reticenza

e un riparo perfino in questo spazio

che ha un inizio e una fine.

Non voglio scrivere un’elegia della vecchiaia,

solo dire che spingere le braccia dentro il freddo 

è una prova che ha il senso di trovare il vero in una frase.

Senti come guadagni la via del corridoio.

Non è scontato il passo col respiro.

Conta i mattoni pensando ai ciottoli di fiume

all’acqua che ti fasciava il piede

ricorda quanta tenacia c’è voluta a decifrare 

le mappe dentro alle parole.

(da Salva con Nome)

Antonella Anedda

La Prima Verità – Simona Vinci

Buon giovedì!

Come va? Come procede la settimana?

Oggi parliamo di un libro che volevo leggere da parecchio tempo e che sostava anche nella mia libreria da tempo, anni direi.

Sto parlando de “La Prima Verità” di Simona Vinci, libro che ha riscosso anche un degno successo e che tratta di una tematica certamente delicata ovvero quella dei manicomi e della malattia mentale.

Parliamone!

La Prima Verità – Simona Vinci

Casa editrice: Mondadori

Genere: narrativa, narrativa contemporanea

Pagine: 397

Prezzo di Copertina: € 20,00

Ebook non disponibile

P. Pubblicazione: 2016

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Angela aveva appena varcato lo soglia della sala da pranzo con addosso un giubbino di jeans scolorito e un velo di rossetto sulle labbra e subito era inciampata in un piccolo gradino, quasi solo un rialzo di pavimento e adesso, mentre tutti la fissavano in silenzio e lei si tirava su da terra con un labbro spaccato e il sangue che le colava sul bavero, le era venuta in mente una fiaba che sua mamma le leggeva quando era piccola. Era la storia di uno scemo del villaggio che si chiamava Gianni Testafina.

Trama

Nel 1992 Angela, giovane ricercatrice italiana, sbarca sull’isola di Leros. È pronta a prendersi cura, come i suoi colleghi di ogni parte d’Europa, e come i medici e gli infermieri dell’isola, del perdurante orrore, da pochi anni rivelato al mondo dalla stampa britannica, del “colpevole segreto d’Europa”: un’isola-manicomio dove a suo tempo un regime dittatoriale aveva deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente. Quelli di loro che non sono nel frattempo morti sono ancora tutti lí, trasformati in relitti umani. Inquietanti, incomprensibili sono i segni che accolgono la ragazza. Chi è Basil, il Monaco, e perché è convinto di avere sepolto molto in alto “ciò che rimane di dio?” E tra i compagni di lavoro, chi è davvero la misteriosa, tenace Lina, che sembra avere un rapporto innato con l’isola? Ogni mistero avrà risposta nel tesoro delle storie dei dimenticati e degli sconfitti, degli esclusi dalla Storia, nell'”archivio delle anime” che il libro farà rivivere per il lettore: storie di tragica spietata bellezza, come quella del poeta Stefanos, della ragazza Teresa e del bambino con il sasso in bocca.

Recensione

“La Prima Verità” è stato il libro vincitore del Premio Campiello, del 2016 è ambientato prevalentemente nell’isola greca di Leros e a Budrio, dove l’autrice vive. Il romanzo è dedicato a Stefano Tassinari e al figlio dell’autrice.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile della Vinci è senza dubbio evocativo, ci sono frasi che contengono al loro interno immagini potenti pur rimanendo nella sostanza dirette e scorrevoli, ci sono forse momenti in cui il tutto diventa un poco esagerato a mio vedere, ma non sono casi così frequenti.

Ad esempio a volte ci si ritrova frasi di questi tipo una dopo l’altra, quasi come se fossero frasi ad effetto messe apposta per evocare per qualche secondo immagini di breve durata e aumentare il carico da novanta, già presente, del dramma.

Il ritmo in generale è piuttosto equilibrato, saltiamo dal presente al passato in questo libro e ciò accade perché il passato si lega al presente e alle vicende di Angela la nostra protagonista, in tempi più recenti, ovvero il 1992.

Io non sono una gran fan dei salti temporali continui, ma questi funzionano senza dubbio bene quando a te lettore importa dei personaggi, sia quelli passati che quelli presenti, e in questo libro è facile interessarsi alle vicende anche se in alcuni momenti l’interesse può un poco venir meno.

Soprattutto quello nei confronti di Angela, ma parleremo meglio dei personaggi a breve.

Per le atmosfere invece ci troviamo in un manicomio su un’isola in cui purtroppo accadono fatti molto gravi, violenze sessuali, fisiche e psicologiche, tradimenti, essere umani che si muovono e vivono le loro giornate in condizioni pessime, metodi di cura dubbi, pestaggi, insomma ci ritroviamo in scene violente in un luogo ai confini dell’umanità, freddo, cupo, in cui all’interno manca il minimo barlume di speranza.

“Sa che gli uomini si battono tra loro, lo fanno anche i bambini. Sa che gli uomini battono le donne, le donne battono i bambini, i bambini battono i cani e i cani si azzannano tra loro. Tutti gli esseri viventi si scontrano con altri esseri viventi, ognuno vuol aver ragione, difendere ciò che è suo, prendere ciò che è di qualcun altro. Un uomo vuole una donna, una barca, una rete piena di pesci, dei soldi, una donna vuole il silenzio, la casa in ordine, il marito placato, un bambino vuole un giocattolo, un frutto maturo, un dolce, un cane vuole un osso, una cagna, una cuccia più calda, un padrone che lo batta.”

I personaggi e la Storia Vera

Ora, parlando di Angela a cui abbiamo accennato prima, che è la protagonista del tempo presente (e per presente intendo appunto il 1992 che comunque è più presente rispetto al passato degli altri personaggi), si reca sull’isola greca di Leros come ricercatrice assieme ad altre persone provenienti da tutta Europa per prendersi cura di questo manicomio e delle figure al loro interno dopo la scoperta di questo “orrore Europeo”.

La vicenda è legata ad un fatto realmente accaduto, purtroppo infatti è esistito davvero questo manicomio sull’isola di Leros che è considerato uno dei manicomi europei peggiori della storia, tra l’altro vi consiglio di leggere questo breve articolo che si trova sul blog di Psicologia Fenomenologica e c’è un’inserto della psichiatra Carlotta Baldi che parla delle condizioni in cui vivevano i malati reclusi in questa struttura.

Vi consiglio in generale di cercare magari qualche video, articolo, testimonianza su questi orribili fatti per poter avere un’idea più precisa di questo manicomio e di quello che è stato.

Quindi ci sono degli elementi di storia vera in questo libro e altri inventati, non so con certezza quanto delle storie personali dei pazienti ricoverati in questa struttura dagli anni 60′ (per i tempi della storia anche se ci sono sempre questi salti), sia vero, secondo la mia interpretazione Simona Vinci ha scelto alcuni personaggi che incarnano vari modi di essere e varie ragioni per cui una persona a quel tempo poteva finire in manicomio.

Abbiamo Teresa, un personaggio per cui ho veramente sofferto e a mesi di distanza da questa lettura ricordo ancora con terribile nitidezza. Una ragazza che ha subito stupri, violenze, una ragazza che assomiglia ad un guscio vuoto. La sua storia è terribile, abominevole, tragicamente dolorosa e ingiusta.

Abbiamo il bambino con il sasso in bocca dalla storia drammatica, anche nel suo caso, ma non c’è personaggio in questo libro senza una storia tragica che lo ha portato tra le mura del manicomio. Questo bambino è amico di Teresa e ci sono scene strazianti che li coinvolgono.

Abbiamo anche Basil e Stefanos, altri due personaggi interessanti cui le vicende si intrecceranno con quelle di Teresa e del bambino.

Angela invece vive in tempi più recenti e la sua storia di intreccia con quella di Lina, anche lei volontaria nel manicomio.

Le storie di questi personaggi, soprattutto quelli legati al passato, sono storie che è difficile mettere da parte o dimenticare dopo la lettura di questo libro, nel mio caso penso soprattutto a quella di Teresa che mi ha sconvolta e addolorata enormemente.

Trovo che i personaggi recenti siano meno intriganti di quelli passati, c’è un interesse, ma ogni volta mi trovavo ad essere meno interessata alle vicende di Angela rispetto a quelle degli altri.

Sono comunque tutti funzionali al fine di collegare i fili e avere un quadro che intreccia presente e futuro, quindi ognuno di loro ha una sua parte ben definita in questo libro.

“Rimase finché non si rese conto che quello che stava facendo non aveva alcun senso: erano oltre vent’anni che non pensava a lei. Non è vero che si muore una volta sola. Per tutto quel tempo, pensò, tutto questo tempo, lei è morta ogni giorno.”

Terza parte e Strane Accoppiate

La terza parte del libro, che viene dopo il romanzo vero e proprio, non l’ho ben capito, si intreccia con il libro perché è un pezzo di vita vera dell’autrice che parla della sua città, Budrio, torna a parlare di Leros e di altre parti del mondo, tenendo come base l’argomento principale del libro, ovvero la malattia mentale.

E’ una specie di piccolo saggio attaccato al romanzo, ma non si intreccia bene con il resto secondo me, forse Simona Vinci lo ha voluto inserire per approfondire l’argomento e non lasciare il lettore dopo la lettura del romanzo, però mi ha fatto storcere il naso, perché secondo me non era necessario, questo libro poteva essere un romanzo e basta.

So che molte persone non hanno apprezzato questa parte finale, in pratica l’autrice parla del fatto che le persone con malattie mentali sono attorno a noi, possono essere il nostro vicino, il giornalaio di fiducia e altro, quindi bisogna spezzare questo tabù legato alla malattia mentale. Discorso con cui io mi trovo in completo accordo, ma spiazza l’inserimento di questa parte.

Conclusioni

Sono felice di aver letto questo libro e con tutta probabilità se dovessi riconsiderare di rifare oppure no questa esperienza accetterei di rifarla, l’argomento trattato è interessante ed è a mio vedere importante leggere libri che ci ricordano di orrori simili della Storia, per evitare ovviamente di ripeterli e chiederci come siamo arrivati a tutto ciò.

Quindi ho apprezzato questo libro, forse mi aspettavo qualcosa in più però, sia dalla narrazione che in alcuni punti sembra allungare troppo il brodo, sia dalla vicenda di Angela che mi ha lasciata abbastanza insoddisfatta come buona parte della parentesi narrativa ambientata nel 1992 e oltre.

Infine, non ho gradito l’inserimento della terza parte, che sì è interessante senza dubbio, ma stona con la struttura del romanzo.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Simona Vinci? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!