Sto Pensando di Finirla Qui – Film e Libro

Buon martedì e buon inizio settimana (in ritardo)!

Come state? Come procede questo freddo novembre?

Oggi sono finalmente tornata, dopo settimane e mesi di mezzi ritorni, forse siamo arrivati ad un ritorno definitivo.

Comunque, oggi parliamo di un libro di cui voglio parlarvi da tempo immemore, ma non parleremo solo del libro in questione, affronteremo anche il film tratto da esso, uscito mesi e mesi fa su Netflix.

Come avrete letto dal titolo, parliamo di “Sto Pensando di Finirla Qui“, libro scritto da Iain Reid e film Netflix diretto da Charlie Kaufman.

Iniziamo subito, perché questo articolo ha già aspettato troppo!

Libro

Sto Pensando di Finirla Qui – Iain Reid

Casa Editrice: Rizzoli / Genere: Thriller, Suspense

Pagine: 252 / Prezzo di Copertina: € 18,00

Prezzo ebook: € 9,99 / Anno di P. Pubblicazione: 2016 (USA)

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

“Sto pensando di finirla qui. Una volta che arriva, il pensiero rimane. Si trattiene. Si mette comodo. Spadroneggia. Non è che possa farci granché. Credetemi. Non se ne va. E’ qui, che mi piaccia oppure no. E’ qui quando mangio. Quando vado a letto. Quando dormo. E’ qui quando mi sveglio. E’ sempre qui. Sempre.”

Trama

Interno degli Stati Uniti. Una statale silenziosa e vuota, solo profili piatti che si ripetono, un’altalena, un granaio, pecore ferme nella luce del pomeriggio, fienili e campi. Seduta in macchina, sotto la musica country trasmessa dalla radio, la ragazza di Jake guarda la campagna e continua a pensare che deve farla finita con lui; anche se Jake, con quella sua aria svagata e le conversazioni interessanti, in fondo le piace. Ora sono di ritorno dalla casa dei genitori di lui, una fattoria sperduta dove lei ha incontrato per la prima volta quella coppia singolare e visto i recinti lugubri degli animali, un incontro che le ha lasciato addosso una sensazione inafferrabile, come di chi avesse varcato, per il tempo di una sera, la scena di un’allucinazione altrui. Un disagio che peggiora quando Jake, nel mezzo di quel luogo desolato mosso solamente dalla neve in aumento, si ferma in una gelateria, un edificio che emerge, fluorescente, dal buio, le vetrine sbiancate dai neon, e un attimo dopo imbocca una stradina secondaria, parcheggia davanti al suo vecchio liceo chiuso e sparisce all’interno della scuola. Per la sua ragazza, lasciata sola in macchina, ha inizio allora un altro percorso, vertiginoso, nel versante più oscuro della realtà, dove scoprire che fine ha fatto Jake fornirà finalmente la risposta, del tutto imprevedibile, a cosa sia accaduto davvero in questo silenzioso viaggio a due.

Film

Regia: Charlie Kaufman / Sceneggiatura: Charlie Kaufman

Piattaforma: Netflix / Data di Uscita: 04/09/2020

Attori principali: Jesse Plemons (Jake), Jessie Buckley (Luisa/Lucy/giovane donna), Toni Collette (Suzie), David Thewlis (Dean), Guy Boyd (bidello), Colby Minifie (Yvonne)

Ho letto il libro di Iain Reid qualche mese fa e con il senno di poi penso sia uno di quei casi in cui la lettura del libro o la visione del film combinata con l’altra sia ottima per comprendere al meglio l’opera.

L’opera in sé infatti è piuttosto complessa nel modo in cui viene presentata, anche se il nocciolo della vicenda e le varie tematiche presentate sono semplici, ma sia il film che il libro presentano queste tematiche in un modo che può sembrare a tratti onirico e stravagante.

Nel film in particolare ci sono continui riferimenti a musical famosi e non, inoltre l’opera sembra strizzare l’occhio al teatro. Il film per come è stato reso, soprattutto in alcune scene, e il libro per come è stato scritto, direi quasi stile copione teatrale, portano il telespettatore e il lettore in ambienti che ricordano il teatro.

Ma andiamo con ordine, so che questo è stato definito il film più complesso (dal punto di vista della comprensione) uscito nel 2020 e di certo può essere un film che necessita di una buona dose di riflessione e attenzione, come il libro.

La vicenda si apre con una ragazza, che nel libro non ha nome, mentre nel film si chiama Lucy o Luisa (il suo nome viene spesso storpiato come se non avesse una gran importanza), che attende il fidanzato, Jake.

Jake la vuole portare in visita dai genitori, che abitano in una fattoria e anche se Lucy ha dei dubbi sulla sua relazione con il ragazzo e vorrebbe appunto “finirla qui”, accetta l’invito e parte in macchina con il giovane.

I due affrontano un viaggio piuttosto lungo, che nel libro si avverte come interminabile, non direi noioso, perché viene riempito dai discorsi dei due che sono individui di certo intelligenti che non si lasciano andare a discorsi banali o ripetitivi.

Nel film la lunghezza del viaggio viene mitigata e questo viene avvertito come più breve, a mio avviso. Comunque dopo un viaggio tortuoso in scenari pieni di fienili, i due arrivano alla casa dei genitori di Jake e qui si iniziano a manifestare i primi segnali di una stranezza latente che aumenterà minuto dopo minuto.

I genitori del giovane vengono avvertiti come “strani”, sono figure per cui Jake prova molto imbarazzo e questo è evidente da diverse reazioni che lui avrà nel corso delle ore in cui rimarranno nella casa.

Una differenza del film rispetto al libro è che nella pellicola vediamo le scene dei nostri personaggi e ogni tanto qualche scena di un uomo, un bidello, che non sembra c’entrare nulla con la vicenda, diversamente dal libro, in cui queste scene non sono presenti, o meglio ci sono dei brevi capitoli in cui si parla di un uomo, ma non viene presentato come nel film, e nel libro si gioca maggiormente con l’uomo misterioso che chiama la nostra protagonista.

Nel libro questo uomo che chiama ad ogni ora della notte e a volte anche del giorno è una presenza fissa, angosciante, nel film c’è questa parentesi, ma lo spazio dedicatogli è ridotto rispetto al libro.

Comunque, i nostri si ritrovano a cena dopo una lunga attesa per i genitori di Jake che si presentano, ed è evidente fin da subito che soffrano di qualche disturbo, ad esempio il padre di Alzheimer e la madre di un problema di udito, ma non c’è solo questo, l’intera sequenza che si svolge nella casa ed è forse il cuore dell’opera risulta cosparsa di scene a primo acchito assurde e messaggi nascosti o riferimenti ad altre scene.

Una caratteristica di questa opera, e mi riferisco a film e libro, è il dialogo. Ci sono scene in cui dal punto di vista degli eventi non accade nulla, ma assistiamo a dialoghi su dialoghi che con l’andare avanti diventano a tratti inquietanti ed estranianti.

Tornando ai genitori, ho notato che nel film, sempre a mio avviso, viene accentuata la loro stranezza, non che non sia presente nel libro, ma nel film si può scambiare per pazzia a tratti.

Come dicevo la scena della casa è il cuore dell’opera ed è forse la sequenza in cui per la prima volta ci dedichiamo a collegare parecchi fatti, mettiamo assieme vari puntini e ci vengono sottoposte tematiche di vario tipo.

Una fra queste è senza dubbio la vecchiaia, lo scorrere inesorabile del tempo che non lascia scampo a nessuno.

Siamo trasportati in un viaggio in cui conosciamo i genitori di Jake e ci facciamo un’idea della sua infanzia, visitando la sua cameretta, ascoltando le conversazioni fra i suoi, visitando la cantina, ogni stanza è una parentesi che confonde, ma allo stesso tempo delinea un quadro del passato di Jake.

In particolare la scena della cantina nel libro viene trattata in modo un poco diverso e anche qui ho avuto l’impressione di leggere una scena più “lunga” rispetto a quella del film.

Quando la protagonista risale al piano superiore prega Jake di andare a casa, ma il tutto viene dilungato perché deve prendersi cura dei suoi genitori che nel frattempo hanno subìto un cambiamento e qui ci viene ripresentata la tematica del tempo, del concetto per cui la vita va avanti ed è un cerchio e noi non possiamo farci nulla.

Ovviamente la tematica del tempo porta con sé anche quella della morte, che è una presenza costante in quest’opera, ma non in modo sempre evidente.

Ci viene presentata sotto vari aspetti, in varie scene, è presentata come se fosse l’ultimo atto di una recita teatrale e i personaggi che assistono a questa morte non possono far altro che raccogliere i cocci e cercare di andare avanti con la propria vita.

Comunque, i due riescono a rimettersi in viaggio per tornare a casa della protagonista, ma nel viaggio di ritorno decidono di fermarsi a prendere un gelato in questo locale appartenente ad una catena di gelaterie.

Qui i nostri fanno degli incontri particolari, infatti oltre alle due ragazze bionde e piuttosto irrispettose (che saranno importanti per un discorso della protagonista nel film), incontreranno anche una ragazza che ha uno sfogo su un braccio e che a differenza delle due sarà molto gentile e disponibile e si lascerà scappare delle frasi inquietanti e strane.

Dopo la fermata in gelateria il viaggio riprende, ma ad un certo punto, sempre in mezzo alla tormenta che infuria, i due si fermano in un altro luogo che sarà vitale per la conclusione della vicenda, ma io mi fermo qui perché non voglio rischiare di spoilerare tutto.

Ci tengo però a dire che il finale è differente tra il libro e il film e qui risiede forse la differenza maggiore, perché il film in generale (a parte qualche modifica che è senza dubbio presente, ma non intacca mai l’essenza del libro) rimane piuttosto fedele all’opera originale.

Il finale del libro è decisamente più negativo e pessimistico, non lascia aperti molti spiragli, mentre quello del film è più positivo e legato al mondo dei musical, forma che viene citata spesso nella pellicola, ma usata nella sua vera forma solo nel finale appunto.

Sto Pensando di Finirla Qui” è un opera decisamente particolare e originale, in cui l’angoscia prende il sopravvento senza sapere bene il perché nei primi momenti, ci ritroviamo vittime di una atmosfera pressante, asfissiante, che ci spinge ad interrogarci su temi inevitabili e con la stessa forza con cui ci spinge, ci stacca poco dopo e ci riallontana.

La stranezza dei fatti e delle immagini danno un tono onirico alla vicenda, dettagli presentanti che vengono a mancare, frasi ambigue, intrecci di trama che si allacciano e donano un senso nuovo ad un concetto, il tutto rende questa storia diversa, ma allo stesso tempo comune per le tematiche.

Come dicevo sopra, c’è la morte, il tempo, il diventare adulti ed essere costretti a lasciar indietro la giovinezza ed essere guardati in modo diverso, l’essere figli e genitori, i sogni di gloria spezzati, il ritrovarsi molte volte nella vita in situazioni in cui siamo arrivati senza rendercene bene conto, solo per non deludere qualcuno o non sapere dire di “no”.

Parlando un poco del film, questo ha atmosfere piuttosto cupe, scure, anche se sopra a tutto regna un certo calore, un qualcosa di intimo nella freddezza generale del tutto.

A Kaufman piacciono le sceneggiature con parecchi dialoghi e di certo qui l’opera primaria non viene meno nel soddisfare questa sua peculiarità.

Il film l’ho trovato allungato rispetto al libro, ma non è quel tipo di allungamento che ti fa rimpiangere il libro perché non ha senso o è un semplice “allungare il brodo” senza scopo, qui c’è un senso e un significato dietro ad ogni scena aggiunta o ad ogni modifica.

Così come il libro il film potrebbe aver bisogno di una seconda visione o lettura perché può anche non essere di facile comprensione.

Mesi fa il libro non mi aveva conquistata a pieno, ma credo che la visione del film mi abbia aiutata a vedere con una luce diversa certi aspetti della storia e ad ampliare alcuni concetti.

Di certo “Sto Pensando di Finirla Qui” non è un thriller semplice e richiede un buon livello di attenzione, ma una volta compreso il meccanismo del film e le tematiche penso che la visione diventi più comprensibile.

Come dicevo prima è una storia che lascia il lettore e lo spettatore con una buona dose di angoscia, indipendentemente dal finale e dalla differenza fra film e libro, proprio per i temi e le atmosfere che si annodano assieme e arrivano al twist finale che aggiunge un ulteriore livello di comprensione e angoscia.

Nel libro è complesso arrivare dal soli alla comprensione del colpo di scena finale, mentre nel film è più intuibile e con un buon livello di attenzione si arriva a capire il mistero dietro all’uomo sconosciuto e al legame con i protagonisti.

Detto ciò, credo che “Sto Pensando di Finirla qui” sia un’opera che merita di essere scoperta e rappresenta un punto originale, diverso, certo prende ispirazione dal teatro, dai musical, fa riferimento al tetro dell’assurdo, sciorina tematiche che vediamo varie volte, ma ha un occhio di attenzione maggiore nei confronti di temi o sentimenti umani che molte volte vengono gettati in un angolo o non analizzati con la dovuta cura, come ad esempio il diventare vecchi.

Lo fa in modo diverso, strano forse, ma è una stranezza che ha un suo significato.

Voto (del film e del libro):

Se devo essere sincera è difficile per me dare un voto certo a quest’opera, al libro dopo la lettura avevo assegnato quasi quattro stelle, ma al film ne assegnerei quasi quattro e mezzo anche se il finale non mi ha conquistata a pieno, forse ho preferito quello del libro.

Penso che la presenza di scene con dialoghi molti lunghi e poca azione possa essere un qualcosa di negativo o noioso per alcuni spettatori o lettori, a me personalmente non ha annoiato, ma ho avuto varie volte l’impressione che nel libro diventi tutto più allungato e lento, non tanto per la differenza di forma ovviamente fra libro e film, c’è qualcosa in più, una sensazione in più nel libro che dilata il tempo.

Ci sarebbero ancora paragrafi e paragrafi da scrivere su questa storia, ma io non posso cadere nello spoiler e non vorrei finire per caderci con le mie mani.

Detto ciò, avete letto o visto “Sto Pensando di Finirla Qui”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Shutter Island/L’Isola della Paura: Film e Libro – Parliamone

Buon mercoledì!

Come state? Come procede la settimana? Spero nel migliore dei modi!

Oggi finalmente, vi ho fatto attendere parecchio, ma alla fine siamo qui, parliamo de “L’isola della Paura” di Dennis Lehane e del film tratto da questo, ovvero “Shutter Island” per la regia di Martin Scorsese.

Come sempre, per questo tipo di rubrica parleremo sia del film che del libro, non mettendoli a confronto, ma parlando delle sottili differenze fra questi e del modo in cui alcuni messaggi/concetti vengono espressi in uno e nell’altro.

Iniziamo!

Partiamo come sempre parlando del libro, “L’isola della Paura” che ad oggi è un po’ di difficile recupero in italiano, era stato pubblicato dalla casa editrice Piemme anni fa, nel 2005, ma per la prima volta nel 2003.

Tuttavia, nonostante non sia più il catalogo al momento lo potete trovare da venditori privati su siti come Ebay o Comprovendolibri, personalmente la copia in mio possesso sono riuscita a recuperarla su Libraccio e durante la scrittura di questo articolo facendo una capatina sul sito ho visto che è ancora recuperabile su Libraccio, qui.

L’Isola della Paura – Dennis Lehane

Casa editrice: Piemme

Pagine: 378

Anno di Pubblicazione: 2003

Trama

1954, settembre. L’agente federale Teddy Daniels viene inviato sull’isola di Shutter, al largo di Boston, dove si trova l’Ashecliffe Hospital, destinato alla detenzione e alla cura dei criminali psicopatici. Deve trovare una detenuta scomparsa, Rachel Salando, condannata per omicidio, ma un uragano si abbatte sull’isola, impedendo qualsiasi collegamento con il resto del mondo. Ma sull’isola, niente è davvero quello che sembra, e gli interrogativi si accavallano: come ha fatto la Salando a sparire nel nulla? Chi semina strani indizi in codice? E cosa sta cercando Teddy Daniels? Una detenuta scomparsa, oppure le prove che all’Ashecliffe Hospital si fanno esperimenti sugli esseri umani, o ancora qualcosa di più profondo, che lo tocca personalmente?

“Dio ama la violenza. Lo capisce questo, vero?”
“No” rispose Teddy. “Non lo capisco.”
L’altro fece un paio di passi, quindi si voltò a guardarlo. “Perchè mai dovrebbe essercene cosi tanta, allora? La violenza è in noi. Proviene da noi. E’ ciò che facciamo con più naturalezza, più ancora che respirare. Dichiariamo guerra. Facciamo sacrifici. Saccheggiamo e distruggiamo e strappiamo la carne dei nostri fratelli. Riempiamo campi e campi con i nostri morti puzzolenti. E perchè? Per mostrare a Dio che abbiamo imparato dal suo esempio.”

Questo è uno dei rari casi in cui secondo me non c’è una gran differenza fra film e libro, entrambe le opere sono di alto livello ed entrambe riescono a trasmettere la storia in modo autentico e senza tagli o modifiche rilevanti. Ecco, potrei terminare l’articolo in questo momento, perché di fatto film e libro sono perfetti da vedere sia assieme che in modo individuale, ma no, parliamone meglio.

Dunque, nonostante questo unico livello sul quale sono poggiate le due opere c’è comunque qualche piccola differenza, ma non sono differenze tali da rendere le due opere completamente diverse l’una dall’altra come a volta capita con alcuni libri e film.

Questo di “Shutter Island” è un caso molto raro come dicevo prima, di solito si dice sempre che il libro nel 98% dei casi è migliore del film e si fa un confronto per me non del tutto giusto, perché come dico sempre sono due mezzi diversi, però è vero il fatto che il libro nella maggioranza dei casi trasmette un atmosfera se vogliamo più totale o piena oppure una comprensione più profonda dei personaggi, qui invece anche il film riesce ad instillare le stesse emozioni/sensazioni del libro e si sofferma quasi nello stesso modo nella psicologia dei personaggi, in quello di Teddy (Leonardo di Caprio) principalmente.

Parlando della trama siamo appunto su questa isola sopra alla quale si erge un manicomio criminale, noi seguiamo Teddy Daniels, un agente federale che sbarca su questa isola assieme al suo collega Chuck conosciuto da poco. Sono lì per indagare sulla sparizione di una paziente, una certa Rachel Solando, che sembra essere evaporata dalla sua cella. Questa indagine avanzerà pian piano anche grazie all’aiuto di un biglietto ritrovato appunto nella cella di Rachel, un foglietto con scritto: “La legge del 4, chi è 67?

Nel libro questo biglietto è di poco più lungo e più preciso, recita infatti: “La legge del 4. Io sono il 47, loro erano 80. + voi 3, noi siamo 4, ma chi è il 67?

Ovviamente nel film è stato semplificato, ma alla fine non fa tutta questa differenza, ho notato piuttosto che nel libro Teddy pensa spesso a questo biglietto, prova diverse volte e decifrarlo e diventa una presenza importante all’interno della storia, mentre nel film l’ho sentito meno presente, ci si interroga sempre su questo certo, ma nel libro è una presenza costante.

Un altro personaggio importante della vicenda è Chuck, il collega del nostro protagonista, di cui non sappiamo un granché, nel film è interpretato da Mark Ruffalo, c’è una differenza che riguarda questo personaggio, nel libro parla decisamente di più, quasi più di Teddy e risulta carismatico e brillante, anche un poco fastidioso a tratti, mentre nel film parla decisamente meno e si dedica meno alle battute, sembra che nel film gli sceneggiatori abbiano voluto rendere del tutto Teddy protagonista.

Sia nel film che nel libro però vengono messi in risalto alcuni momenti importanti, che sono i punti chiave della vicenda, ovvero quegli istanti in cui si avverte che qualcosa non torna, ad esempio all’arrivo dei due agenti sull’isola prima dell’entrata nel manicomio viene chiesto loro di consegnare le armi, Chuck che dovrebbe essere ormai pratico di armi sembra invece un novellino, non riesce a sfilare la pistola e la custodia dalla cintura, oppure ci sono momenti in cui alcuni personaggi si scambiano occhiate strane o complici.

Ovviamente è molto complesso parlare di questo film/libro senza fare spoiler, ma posso dirvi che il colpo di scena finale è uno di quelli più sconvolgenti e inaspettati che io abbia mai letto, sopratutto nel libro.Perché per qualche motivo nel film lo si può forse lontanamente veder arrivare, ma lì dovreste essere delle linci o particolarmente ferrati in trucchi da thriller.

Man mano che si avanza nella storia comunque si impara a conoscere Teddy, un uomo con un passato assai travagliato e violento, ha ucciso uomini in guerra, visto morire decine, centinaia di persone, ha vissuto una vita complicata, oltre a questo conosciamo anche un fantasma che sembra seguire Teddy ovunque, quello della moglie defunta, Dolores (Michelle Williams).

C’è una scena famosissima, forse la più famosa del film che ritrae appunto Leonardo di Caprio e Michelle Williams, rispettivamente Teddy e Dolores, quella in cui lei prende fuoco e si disperde in cenere.

Dolores è una figura molto importante ai fini della trama, appare diverse volte e Teddy e sembra volergli comunicare di non lasciarla andare, di non essere libero in un certo senso, di tenerla con lui e di non accettare la verità.

Sempre in questa scena c’è un uso molto interessante di due elementi che noi vediamo varie volte nel film, l’acqua e il fuoco, sono più che importanti in questa storia.

Dato che ci troviamo su un isola Teddy è circondato dall’acqua e quando si trova all’esterno del manicomio e vicino al mare sembra sempre molto a disagio o appare quasi malaticcio, mentre sembra completamente a suo agio con il fuoco anche se questa è secondo lui la causa della morte di sua moglie Dolores.

C’è un gioco preciso che viene attuato per tutto il corso del libro/film fra questi due elementi di natura opposti, in ogni scena in cui è presente il fuoco in particolare siamo persi nei meandri della mente di Teddy e non è detto che tutto quello che sta accadendo sia al 100% reale, sembra che Teddy interpreti una scena o un evento a suo modo e inserisca il fuoco.

Mentre nelle scene con l’acqua non c’è menzogna, Teddy ha vissuto eventi assai traumatici collegati all’acqua, quindi ricordare questi o pensare/vedere/toccare l’acqua gli provoca quasi una forma di dolore.

Parlando di isole tra l’altro e di differenze lievi tra film e libro, nel testo si avverte maggiormente il senso di isolamento, secondo me le mie personalissime sensazioni, e di pericolo per Teddy perché ci si affeziona quasi subito al suo personaggio e ritrovandosi in un luogo simile, così minaccioso a prima vista, si finisce per essere preoccupati per lui.

Andando avanti nella storia ad un certo punto Teddy inizia a nutrire sempre più sospetti sulle attività svolte nel manicomio e nel faro presente sull’isola, faro come gli viene detto serve “per la depurazione delle acque”, è in realtà un luogo che si rivelerà fondamentale alla fine del film/libro.

Infatti dopo un confronto a doppia interpretazione di Teddy con un detenuto nel padiglione C, il più pericoloso del manicomio, l’agente si dirige al faro convinto di trovare all’interno le prove di violenze e soprusi perpetrati dai medici ai pazienti e sopratutto di trovare il suo nemico giurato Laeddis, l’uomo che ha dato fuoco alla palazzina in cui viveva con la moglie, incendio che ha provocato la morte di lei.

Qui ci sarà la rivelazione più importante di tutto il libro/film, il colpo di scena che rivelerà il senso dietro all’enigma trovato nella stanza di Rachel, alla vita e al passato di Teddy e alla sua vera identità.

Quindi io mi fermo qui perchè non voglio fare spoiler, parlando del libro credo sia uno dei thriller più belli letti negli ultimi anni, ha uno stile che mi sento di definire piuttosto cinematografico, anche per questo forse si è adattato così bene alla pellicola.

Il libro/film lascia un interpretazione piuttosto sicura, anche se rimane sempre una seconda interpretazione, dopo aver scoperto la verità tra l’alto una parte di me ha continuato a credere alla versione precedente a questa rivelazione, perché appunto per tutto il tempo della storia noi siamo nella testa di Teddy e sembra difficile accettare la realtà alla fine anche per i lettori.

Dennis Lehane è l’autore anche di “Mystic River“, il libro è un thriller che si basa sopratutto sui pensieri di Teddy, ha uno stile abbastanza secco dal punto di vista delle descrizioni, ma in toto è uno stile ben equilibrato.

Vi consiglio davvero di recuperare entrambi se vi va, è un opera che si concentra anche su diverse tematiche delicate, come ovviamente la psicologia e la pazzia, ma sopratutto i metodi di cura di questa che per anni e anni hanno compreso violenze di ogni tipo sui pazienti, all’interno del libro incontriamo infatti un medico rivoluzionario per i tempi che sostiene un metodo di cura basato sull’ascolto e sul rispetto del paziente.

Voto libro:

Ho amato sia il film che il libro, come dicevo è un caso piuttosto raro, il punto più forte del libro è il plot twist finale, che capovolge il tutto.

E voi? Avete mai letto il libro “L’isola della Paura”? O visto il film “Shutter Island”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Misery: Libro e Film, Parliamone

Buona domenica!

Come state? Come è andata questa settimana?

Partiamo dal presupposto che per scrivere questo articolo, il primo articolo dopo l’introduzione del nuovo editor di WordPress sono quasi impazzita, quindi perdonatemi per eventuali errori grafici o dimensioni delle immagini sballate. Che bella idea introdurre un nuovo editor eh, bravo WordPress!

Oggi finalmente parliamo di un film e un libro di cui volevo parlarvi da parecchio tempo, mesi direi ormai.

Parliamo di Misery, il successo di Stephen King e il film “Misery non Deve Morire” del 1990 diretto da Rob Reiner.

Era ora, lo so.

Dunque, ci tengo a dire che il mio non è un confronto fra le due opere, certo vorrei parlarvi di alcune differenze e cambi, ma per me non è “valido” mettere a confronto stile sfida un film e un libro, in quanto opere decisamente diverse, quindi non dirò ad esempio che una scelta nel film o nel libro è migliore rispetto ad un altra, mi limiterò a sottoporvi alcune differenze a cui ho fatto inevitabilmente caso.

Dopo questa premessa iniziamo parlando del libro.

Misery – Stephen King

Casa Editrice: PickWick

Pagine: 383

Genere: thriller/horror

Prezzo di Copertina: € 9,90

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di Pubblicazione: 1987

Link all’acquisto: QUI

Trama

Paul Sheldon, un celebre scrittore, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Affetta da gravi turbe psichiche, la donna non gli perdona di aver “eliminato” Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone tra terribili sevizie di “resuscitarla” in un nuovo romanzo. Paul non ha scelta, pur rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte…

Notò che lei quasi non lo ascoltava. Per la seconda volta non manifestava il minimo interesse per un trucco del mestiere che avrebbe tenuto con il fiato sospeso un’intera scolaresca di aspiranti scrittori. E la ragione era fin troppo semplice. Annie Wilkies era il paradigma del pubblico, un’appassionata di storie assolutamente disinteressata alle tecniche narrative. Era la personificazione del Lettore Assiduo, l’archetipo vittoriano.

Misery è stato il mio primo King in assoluto, fino ad ora ho letto solo racconti di King e penso di non aver sbagliato iniziando da questo.

Parlando strettamente del libro, lo stile all’inizio non manca di descrizioni e (se non avete mai letto nulla dell’autore) vi darà forse l’impressione di essere un libro che punta parecchio sull’aspetto descrittivo.

Lo stile di scrittura è quasi sensoriale, si avvertono i sapori, gli odori, i suoni, le forme degli oggetti, tutto questo rende l’esperienza di Paul, il protagonista, condivisa con noi lettori al massimo.

Ad esempio qui c’è la prima differenza con il film piuttosto evidente, ovvero l’introspezione nei pensieri di Paul e nelle sue intenzioni, nel libro noi siamo per tutto il tempo nella testa di Paul, conosciamo la ragione dietro ad ogni sua azione, anche quelle che ad un occhio esterno sembrano poco sensate.

Nella pellicola del 1990 diretta da Rob Reiner con la sceneggiatura di Stephen King e William Goldman invece non siamo direttamente nella testa di Paul, anzi la vicenda viene vista da punti di vista completamente differenti.

Nel libro siamo sempre nella stanza in cui il protagonista è relegato e vediamo solo questo lato della storia, nel film invece abbiamo una visione più ampia.

Parlando di Paul Sheldon, il nostro scrittore, nel film è interpretato da James Caan, candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista nel 73′ per “Il Padrino“.

Nella pellicola secondo me risulta più complesso e chiuso il personaggio di Paul, non è più un libro aperto come lo è nel testo di King, alcuni suoi silenzi nascondono pensieri a volte misteriosi per lo spettatore. Anche le sue espressioni sono più moderate e statiche, mentre nel libro ci si immagina un uomo più espressivo e ribelle a tratti.

Sopratutto nel libro scendiamo nell’oblio assieme a Paul, assistiamo ad un inizio di pazzia, proprio per la condizione in cui è costretto a vivere da tempo e per le torture psicologiche e non inflitte da Annie, ad esempio ad un certo punto Paul nei suoi pensieri pensa ad Annie come ad una dea, o inizia a ridere in momenti in cui regna il silenzio, degenera piano piano il suo stato mentale.

Inoltre tenta in vari momenti di ribellarsi o di lanciare qualche battuta sagace o irriverente, subendone poi le conseguenze, quindi prova ad avere un atteggiamento ribelle. Mentre nel film è un Paul più mansueto quello che abbiamo davanti.

Certo in entrambe le versioni con cambia il lato interessante del personaggio, Paul è uno scrittore di successo, ma di un successo che lui non apprezza, perché è riconosciuto per la saga di Misery, saga che lui definisce quasi come spazzatura, nonostante sia nata dalla sua penna.

In quello che per lui è l’ultimo volume della saga Paul infatti da morire Misery, la protagonista, ed è felice di ciò perché pensa di potersi impegnare in una scrittura più “impegnata”. Ma l’incontro con Annie metterà tutto in discussione costringendolo al ritorno da Misery, questo è Paul, uno scrittore obbligato a scrivere di un personaggio e di una storia che detesta, a battere ogni parola a macchina per costruire la vicenda di un personaggio che vorrebbe solo vedere morto, anche se, suo malgrado, durante il processo di scrittura si trova sempre più connesso a Misery e torna da lei quasi con piacere.

Parlando di Annie invece, ci ritroviamo di fronte ad un personaggio fortemente instabile sia nel libro che nel film, nella pellicola è interpretata da Kathy Barnes, vincitrice di un premio Oscar nel 1991 per questa interpretazione per l’appunto.

Non ho nessun dubbio sulla bravura di Kathy Barnes, la sua interpretazione è magistrale, in ogni scena sembra trasparire la follia di Annie, anche in quelle in cui appare più mansueta e controllata, c’è sempre l’impressione di vedere una personalità problematica.

Conoscendo già il volto della Barnes nella sua interpretazione prima di leggere il libro, mi immaginavo sempre lei durante la lettura in automatico nel ruolo di Annie e funziona alla perfezione.

Annie è un personaggio come dicevo disturbato a livello psicologico, durante la storia scopriremo anche vari fatti macabri che concernano il suo passato, penso che nel libro King abbia dedicato maggiore tempo e attenzione a questi fatti, mentre nel film sembrano essere elencati in modo più sbrigativo, in ogni caso arriva bene il concetto.

Annie salva Paul da un incidente stradale per poi tenerlo legato al letto e costringerlo a scrivere il libro seguente a quello appena uscito della saga di Misery, in cui questa appunto muore, “Il Ritorno di Misery”.

Il suo comportamento però è senza dubbio imprevedibile e preoccupante, ciò che è fonte di estrema suspance e tensione nel testo è proprio questo, ovvero il non sapere mai cosa farà Annie, cosa ne sarà di Paul, cosa accadrà nella scena successiva…

Annie è una donna che vive isolata, ha dei vicini che vengono menzionati (più nel libro rispetto al film) e vai in paese ogni tanto, non ha problemi con le persone perché indossa una maschera, sembra sempre una personalità cordiale ed innocente agli altri.

Sembra indossare sempre maschere diverse in realtà, anche con Paul, a volte queste maschere cadono in modo imprevedibile mostrando una personalità spaventosa e violenta, senza scrupoli.

Un aspetto importante nel libro che è stato modificato nel film è l’uso delle parolacce, nel libro Annie si mostra inorridita dall’uso di queste e quando viene il momento, in un impeto di rabbia o altro, di utilizzarle sceglie vocaboli non esistenti, come ad esempio “caccolicchio”. Nel film invece non c’è questa parentesi, ovvero le parole inventate.

Un altra scelta fatta è quella riguardante le immagini forti, nel libro ne vediamo di diverse, descritte con un buon numero di particolari, mentre nel film queste sono state rese più delicate, non si vede il sangue o la violenza del libro, è presente la violenza, ma è stata “alleggerita” in un certo senso.

Altra parentesi interessante è la storia all’interno della storia, nel libro di King infatti noi leggiamo quasi due storie, perché abbiamo modo di leggere il libro a cui sta lavorando Paul da recluso, “Il Ritorno di Misery“, quindi sappiamo esattamente cosa accade.

Penso che ciò riesca a dare profondità alla parentesi Misery, a come Paul lavora a questa saga e al suo rapporto con l’odiata eroina che lo ha portato al successo.

Un ultima differenza che vorrei menzionare è quella che riguarda quasi tutta la parte finale, ma non andrò nel dei dettagli per non cadere nello spoiler, sappiate solo che nella parte finale il film è stato piuttosto modificato comparandolo al libro.

Io definirei Misery un’opera ad alta tensione, in cui ogni capitolo si divora per la curiosità di scoprire il destino del protagonista e l’evoluzione degli eventi, in particolare anche la parentesi riguardante la psicologia di Annie e quella di Paul è degna di nota.

Misery è un libro che conquista il lettore fin da subito, si entra nei panni di Paul e si diventa terrorizzati da Annie che ad ogni comparsa fa sobbalzare il lettore per la tensione.

Più che essere un horror io definirei Misery un thriller psicologico per il modo in cui tiene incollato il lettore alle pagine grazie alla tensione psicologica costante.

Voto libro:

Parlando infine del film, ho apprezzato senza dubbio la recitazione di Kathy Barnes che spaventa lo spettatore e rappresenta a pieno la psicologia instabile di Annie, non ho altrettanto apprezzato invece alcuni cambiamento come ad esempio il voler enfatizzare una specie di “love story tossica” fra Annie e Paul, tramite alcune battute si sente quasi il forzato inserimento di questa sottospecie di love story, che è più un idea diciamo.

Considero comunque il film una visione che intrattiene, è piacevole da vedere, vi consiglio magari di gustarvelo dopo la lettura del libro, semplicemente perché in questo modo avrete prima un quadro completo anche della psicologia dei personaggi, un quadro più dettagliato rispetto a quello del film.

Detto ciò, voi avete mai letto Misery? Siete dei fan di King? Avete mai visto il film? Fatemi sapere!

A presto!