Sorelle – Daisy Johnson

Buon sabato e buon weekend!

Come state? Sarà un weekend all’insegna del relax o l’aria di dicembre vi ha già reso la giornata ansiolitica? Perché diciamocelo, fra le feste e il resto dicembre non è un mese tranquillo.

Comunque, oggi parliamo del libro che abbiamo letto sul gruppo a novembre, ovvero “Sorelle” di Daisy Johnson.

Questo libro è stato in lettura per tutto il mese precedente sul gruppo ed è stato per me il primo libro letto dell’autrice, ma parliamone in modo approfondito!

Sorelle – Daisy Johnson

Casa Editrice: Fazi

Genere: horror/thriller psicologico

Pagine: 200

Prezzo di Copertina: € 17,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Una casa. S’intravede oltre la siepe, in fondo ai campi. Bianco sporco, le finestre che sprofondano nei mattoni. Mano nella mano sul sedile di dietro, una freccia di luce dal tettuccio. Noi due, spalla contro spalla, a dividerci l’aria. Abbiamo fatto un lungo viaggio, su per la spina dorsale del paese, sfiorando la circonvallazione di Birmingham, superando Nottingham, Sheffield e Leeds e attraversando i Pennini. Quest’anno ci inseguono. Che? Quest’anno, come sempre, niente amici, bastiamo a noi stesse.

Trama

Le sorelle adolescenti Luglio e Settembre sono strette da un legame simbiotico forgiato con una promessa di sangue quando erano bambine. Vicine quanto possono esserlo due ragazze nate a dieci mesi di distanza, a volte è difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Abituate all’isolamento, non hanno mai avuto amici: bastano a se stesse. Ma un pomeriggio a scuola accade qualcosa di indicibile. Qualcosa da cui non si può tornare indietro. Alla disperata ricerca di un nuovo inizio, si trasferiscono con la madre dall’altra parte del paese, sul mare, in una vecchia casa di famiglia semiabbandonata: le luci tremolano, da dietro le pareti provengono strani rumori, dormire sembra impossibile. Malgrado questo inquietante scenario, a poco a poco la vita torna ad assumere una parvenza di normalità: nuove conoscenze, falò sulla spiaggia… Luglio si accorge però che qualcosa sta cambiando, e il vincolo con la sorella inizia ad assumere forme che non riesce a decifrare. Ma cos’è successo quel pomeriggio a scuola che ha cambiato per sempre le loro vite?

Recensione

Prima di iniziare vorrei parlare un poco della promozione di questo libro, nel senso che la Fazi (casa editrice che lo ha pubblicato e che io apprezzo moltissimo), ha utilizzato per la promozione una frase presa dal “The Guardian” che ha anche utilizzato però nella trama modificandola un poco.

La frase in questione è questa: “Ricco di tensione e profondamente commovente, il secondo romanzo della talentuosa Daisy Johnson penetra a fondo nelle zone più oscure dei legami affettivi, raccontando una conturbante storia d’amore e invidia tra sorelle che i fan di Shirley Jackson e Stephen King divoreranno.

La frase del “The Guardian” è simile, il succo comunque rimane quello. Perché vi parlo di questa frase e del modo in cui è stato promosso questo libro? Perché a mio vedere questo tipo di promozione può sì essere utile per la vendita, ma allo stesso tempo può essere negativa, perché arrivato a fine lettura un fan di King o della Jackson potrebbe rimanere deluso/a dal libro, proprio per le aspettative e la comparazione citata in queste frasi.

Ovviamente questa è una personale considerazione, essendo fan sia di King che della Jackson.

Ci tengo a dire che in questo libro ci sono elementi che possono far pensare ad alcuni famosi testi dei due autori, ma credo personalmente che lo stile della Johnson, lo svolgimento del libro, la resa di certe tematiche e in generale il mood siano diversi da quelli dei due autori.

Quindi, riassumendo, non sono del tutto d’accordo con il modo in cui è stato promosso questo libro, ha sì tematiche che si avvicinano ai due autori, ma questo alzare troppo le aspettative e l’asticella potrebbe essere nocivo per la lettura di un fan della Jackson o di King.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Addentriamoci nel libro ora, lo stile dell’autrice rimane sempre un poco freddo, io non ho letto altro della Johnson quindi non saprei dire se il suo stile è sempre così o ha adottato questa tecnica per “Sorelle”, ma ho avvertito sempre una specie di barriera data dallo stile fra la protagonista, Luglio, che narra la maggior parte della vicenda, e il lettore.

Anche nei suoi racconti di attimi passati e felici, non c’è mai un calore sentito, si avverte sempre un distacco naturale che, almeno nel mio caso, non fa entrare del tutto nella storia.

Non saprei dire se questo stile è utilizzato volutamente dall’autrice perché il personaggio di Luglio alla fine è particolare e di certo molto più profondo rispetto al primo impatto.

Sta di fatto che lo stile rimane per tutto il corso del libro piuttosto gelido e distaccato.

Per quanto riguarda il ritmo abbiamo un libro di 200 pagine con un ritmo a tratti incostante, ci sono spesso scene del passato che si mischiano a quelle del presente, ricordi, intrecci, flash della protagonista, e procedendo man mano ci si ritrova ad unire i pezzi del puzzle.

Le atmosfere invece sono come lo stile, in generale piuttosto gelide, ho avuto quasi l’impressione di non vedere mai il sole in questo libro, mi sono immaginata ogni panorama, ogni luogo, come gelido, freddo e scuro.

Tante, Troppe Tematiche

Questo libro affronta varie tematiche, la morte, la dipendenza, i rapporti tossici, i genitori assenti, l’isolamento, il bullismo, e altre.

Insomma, l’autrice inserisce tante, troppe tematiche senza approfondirne nemmeno una, la maggior parte di queste vengono sfiorate, inserite rimanendo solo in superficie.

Forse il tema che secondo me viene affrontato maggiormente dalla Johnson è quello della dipendenza e della spersonalizzazione, che però anche qui poteva essere approfondito.

Infatti nel libro questo tema è parecchio presente e vediamo come tra queste sorelle, Luglio e Settembre, si venga a creare una vera e propria dipendenza, una non esiste senza l’altra, non si sente nemmeno una persona senza l’altra, non ha una personalità, in particolare Luglio.

Qui arriva anche la “somiglianza” con “Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello” della Jackson, in cui anche lì troviamo un rapporto tossico fra sorelle, anche se qui nel testo della Johnson la dipendenza ha prettamente a che fare con la non esistenza di una senza l’altra, nel testo della Jackson le dinamiche sono diverse.

Vorrei approfondire questa parentesi, ma rischio di fare spoiler perché uno dei misteri del libro è proprio questo, il tipo di rapporto che c’è fra le due e come questo si evolve fino ad arrivare al finale.

Ha delle caratteristiche del romanzo di formazione, anche se non arriviamo proprio all’età adulta della protagonista, riviviamo con lei la crescita sua e della sorella, e qui entra in gioco la “somiglianza” con alcuni romanzi di King.

Un doppio Finale?

Non mi è piaciuto il finale di questo romanzo, non solo le 5/6 pagine finali, ma in generale le ultime 50/60 pagine sono piuttosto prevedibili e si ha un sentore di ciò che accadrà fin dalla metà del testo o anche prima.

Parlo di doppio finale perché c’è in effetti una specie di duplice finale anche se il finale vero e proprio è uno, prima di arrivare a questo c’è un trucco che l’autrice utilizza che non ho gradito.

Capisco questo utilizzo e dobbiamo sempre considerare che il personaggio di Luglio non è stabile a livello psicologico e in generale il romanzo è piuttosto intimo, con varie riflessioni di questa e ricordi quindi anche nel “doppio” finale si lascia prendere dalle riflessioni e ci porta per mano in una versione dei suoi pensieri, però non mi è comunque piaciuto il finale.

E’ un finale decisamente probabile, ma come ho detto scontato e ci si arriva dopo questo passaggio/trucco dell’autrice.

Una Famiglia Rotta

E’ un libro “Sorelle” decisamente angosciante, un quadro che ci mostra una famiglia distrutta, due ragazzine lasciate allo sbando, con un padre morto e una madre assente che non sa cosa sta facendo con le sue figlie e non sa come gestirle in nessun modo.

Una madre che però a sua volta è anche lei vittima e si ritrova dopo eventi terribili a dover andare avanti e cercare di fare del suo meglio per l’unica cosa che le è rimasta, le sue figlie.

E’ un libro gelido, glaciale, drammatico, amaro, un libro che ci proietta in una casa fredda in cui chi ci abita è perseguitato da fantasmi e vive una vita inquieta, senza spiragli di luce.

La tematica del lutto è decisamente presente in questo libro, che a me è capitato di leggere proprio a novembre dove anche io ho subìto un lutto ed è forse anche per questo che ho sentito così tanto il lato algido di questo testo che si riconduce alla morte e alla perdita.

Prima di arrivare alle conclusioni vorrei spendere due parole per parlare della casa, che nella trama sembra quasi infestata da come viene descritta, sembra un’altra protagonista della storia, ma purtroppo io non l’ho avvertita come tale.

La casa c’è e torna spesso perché è stata teatro di fatti importanti per questa famiglia, ma non è uno dei protagonisti, è una cornice che ogni tanto regala qualche ricordo e il lato “infestato” è legato ai ricordi e agli eventi famigliari accaduti tra quelle mura.

Avrei gradito una presenza maggiore della casa, descrizioni magari più immersive per poter trasportare del tutto il lettore.

Conclusioni

Ero entusiasta all’idea di poter leggere “Sorelle”, ma purtroppo questo libro mi ha delusa per la maggior parte, saranno state le aspettative troppo alte, lo stile dell’autrice, la prevedibilità del testo o il fatto che il mio entusiasmo risiedeva anche in piccole caratteristiche che mi sembrava di aver colto dalla trama che però nel testo non vengono curate al meglio.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Sorelle”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

A Casa Prima di Sera – Riley Sager

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state? Come avete trascorso questa settimana, finalmente è venerdì, diciamocelo.

Oggi, parliamo di un libro che ho letto tempo fa e che attendevo da mesi, infatti il libro in questione ha avuto un grande successo negli USA e al suo arrivo qui in Italia lo aspettavo a braccia più che aperte, spalancate direi, anche se…

Non voglio rivelare nulla, nel parleremo assieme a brevissimo, iniziamo!

A Casa Prima di Sera – Riley Sager

Casa Editrice: Fanucci Editore (TimeCrime)

Genere: thriller, suspense

Pagine: 358

Prezzo di Copertina: € 16,90

Prezzo ebook: € 9,99

Anno di P. Pubblicazione: 2020 (USA) / 2021 (ITA)

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

“Papà, devi controllare se ci sono fantasmi.” Mi fermai sulla porta della camera da letto di mia figlia, sorpreso come tutti i genitori quando il proprio figlio dice qualcosa di strambo. Dato che Maggie aveva cinque anni, avrei dovuto esserci abituato. Non lo ero. Specialmente davanti a una richiesta così inaspettatamente strana.

Trama

“Com’era vivere in quella casa?”. Maggie Holt è abituata a questa domanda. Venticinque anni fa, lei e i suoi genitori, Ewan e Jess, si trasferirono a Baneberry Hall, una sconfinata tenuta vittoriana nei boschi del Vermont. Trascorsero lì venti giorni prima di fuggire nel cuore della notte, un calvario che Ewan raccontò in seguito in un libro di saggistica intitolato “La casa degli orrori”. La sua storia di eventi spettrali e incontri con spiriti maligni diventò un fenomeno mondiale, rivaleggiando con “Orrore ad Amityville” in popolarità e scetticismo. Maggie era troppo piccola per ricordare gli eventi menzionati in quel libro e in più non crede a una parola. I fantasmi, dopotutto, non esistono. Quando Maggie, oggi una restauratrice di esterni, eredita Baneberry Hall, torna in quella casa per ristrutturarla e poi venderla. Ma il suo ritorno è tutt’altro che caloroso. Persone del passato, raccontate in “La casa degli orrori”, si nascondono nell’ombra. E la gente del posto non è entusiasta del fatto che la loro piccola città sia diventata famosa grazie al successo del libro di suo padre. Ancora più inquietante è la stessa Baneberry Hall, un luogo pieno di cimeli di un’altra epoca che suggeriscono una storia dalle tinte oscure. Mentre Maggie sperimenta strani eventi usciti direttamente da “La casa degli orrori”, inizia a credere che ciò che il padre ha scritto, fosse più vicino alla realtà che alla finzione.

Invece che ricordi, io ho estratti. E’ come guardare la fotografia di una fotografia. L’inquadratura è sfocata. I colori sbiaditi. L’immagine è leggermente scura. Torbida. Questa è la parola perfetta per descrivere il tempo trascorso a Baneberry Hall.

Recensione

Come dicevo, aspettavo con trepidazione questo libro perché sono un’accanita amante dei libri ambientanti o riguardanti le case infestate/maledette/strane per qualche motivo.

Mi entusiasmo sempre quando un libro è ambientato in un scenario simile, anche se dovesse essere la storia di Peppino l’anatroccolo io lo leggerei comunque, l’importante è che l’atmosfera sia quella di una casa infestata, ovviamente speriamo che a Peppino non capiti mai di finire in una casa simile.

Comunque, il libro di oggi è famoso in patria, negli USA, con il titolo originale ovvero “Home Before Dark” e al momento è in produzione un film, dal 2020 per la precisione, che però ha subìto dei ritardi nello sviluppo a causa della pandemia.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Quando ho letto questo libro ero in un periodo molto positivo per la lettura, prima dell’inizio del mio crollo a marzo, e l’ho divorato in due giorni. Lo stile di Riley Sager e il ritmo che riesce a mantenere sono accattivanti per il lettore, perché lo stile è senza dubbio godibile, mentre il ritmo rimbalza a causa di salti temporali frequenti.

Infatti abbiamo la storia attuale che riguarda la protagonista che torna a Baneberry Hall dopo parecchi anni, dopo averla ereditata, e si ritrova persa nel viale dei ricordi e in una specie di gara personale per scoprire cosa accadde veramente anni prima in quel luogo.

Poi abbiamo la storia passata, in cui torniamo alle origini della permanenza della nostra protagonista, Maggie, in quella casa, i capitoli infatti si alternano, un capitolo è ambientato negli anni passati mentre il seguente al tempo attuale, e così via fino alla fine.

Questo permette all’autore di gestire un ritmo e una suspense crescente, che alla fine raggiunge la sua esplosione nei twist finali.

Quindi lo stile di Sager per me è stato godibile, c’è da dire che con questo stratagemma a lungo andare il lettore potrebbe finire per annoiarsi, perché a volte entrano in gioco anche sotto trame che allungano la vicenda, ma ci sono così tante domande e misteri che il lettore rimane sempre almeno un poco interessato.

Quindi sotto questo punto di vista l’autore riesce a mantenere viva, non proprio sempre, ma quasi, la curiosità.

Le atmosfere non sono sempre quelle da casa infestata, ci sono capitoli anche più leggeri, in cui ad esempio la protagonista va giù in paese o si perde in riflessioni varie e anche qui il ritmo rallenta un poco.

Secondo me questo libro si sa difendere dal punto di vista delle atmosfere però, ci sono stati momenti in cui leggendo ho avuto un brividino lungo la schiena o mi si è insinuato il dubbio di presenze paranormali, queste sensazioni subentrano anche grazie a delle specie di schemi che tornano spesso nel corso della storia.

Mi riferisco a eventi inquietanti per cui non sembra esserci una spiegazione logica.

Personaggi con uno spessore…sottile?

Uno dei punti deboli di questo libro per me sono in parte i personaggi, la protagonista non mi ha del tutto convinta. Fa tutto per scoprire la verità, ma sembra non concentrarsi su certi aspetti e penso che abbia a tratti reazioni un poco esagerate rispetto alla situazione.

Parliamo di una donna che all’epoca dei drammatici fatti era una bambina, ma che per tutta la vita si è dovuta portare l’onta di aver vissuto in quella casa per il libro scritto da padre.

Si cita l’Orrore di Amytiville in questo libro e l’autore ammette di essersi ispirato alla vicenda e di aver ascoltato durante la scrittura del libro un podcast riguardante proprio la famosa vicenda di Amytiville e in effetti i riferimenti ci sono tutti.

Quindi, tornando a Maggie, quando torna nella casa sembra avere in parte un approccio oserei dire leggero, mentre nella realtà sta tornando in un luogo traumatico, anche se lei non ricorda i fatti avvenuti all’interno, comunque questa casa ha vissuto nei suoi incubi per colpa della fama.

Maggie è stata additata, derisa a scuola e nella vita di tutti i giorni dopo l’esperienza scolastica, tutto per il libro di suo padre divenuto best-seller, ma nonostante questo la vita ai tempi in quella casa lei non la ricorda ed è ammantata da un alone di oscurità e mistero.

Maggie ha provato a fare domande, ma i genitori non le hanno mai detto la verità.

Fin dall’inizio del libro è chiaro che le vicende accadute ai tempi siano fatti con tutta probabilità gravi e terribili, dal tono della storia. Ebbene, l’approccio di Maggie nella sua scoperta della verità non mi ha convinta, sembra avere reazioni infantili a tratti e non voler vedere con chiarezza lati oscuri dove invece è chiaro che ci siano questi lati oscuri.

A parte Maggie, nella vicenda ovviamente ci sono anche altri personaggi, tutti direi piuttosto secondari, tutti non così sfaccettati, ho avuto l’impressione di vederli incasellati in un tipo.

Ad esempio c’è la madre misteriosa e rigida, il padre buono, l’interesse amoroso della protagonista che le ronza attorno, l’amica che la chiama e fa battute da film, l’agente di polizia classico, il giornalista senza vergogna a cui importa solo dello scoop, tutti sono così e basta.

Non hanno una identità approfondita, alcuni più di altri.

Troppi colpi di scena… è tutto troppo

La caratteristica per me più negativa in questo libro è il finale.

Io tengo molto al finale e in questo testo c’è un colpo di scena dietro l’altro, un bombardamento di colpi di scena tutti appositamente sistemati nel finale.

Non ho amato questa idea, si dà una spiegazione ai fatti misteriosi nel finale e si risolvono tutti i misteri legati alla storia passata e alla vita di Maggie in quella casa da bambina, ma questo finto colpo di scena coperto da un altro colpo di scena… è un po’ troppo.

Vorrei anche dire che uno dei personaggi coinvolti in questi twist è un personaggio, secondo me insospettabile agli occhi dell’autore, ma in realtà si capisce fin dalle prime scene in cui compare che c’è qualcosa che non va con questo individuo, quindi si sente arrivare la sua presenza.

Tuttavia il libro è una ricerca, la ricerca della verità attuale e passata che è stata nascosta per molti anni all’interno delle mura di Baneberry Hall e attraverso elementi vari tutti i pezzi del puzzle troveranno il loro posto, anche se alcuni elementi a mio vedere sono stati inseriti solo per il colpo di scena.

Conclusioni

Sono felice di aver letto questo libro per soddisfare la mia sete di curiosità, anche nei confronti dell’autore, e soprattutto per abbeverarmi alla fonte dei libri incentrati sulle case infestate, ma in generale non ho amato questo testo.

Ne ho un’opinione positiva in generale, ma anche se la mia esperienza di lettura è iniziata nel migliore dei modi, il proseguimento non mi ha conquistata del tutto.

Alcuni momenti nella lettura sono inquietanti e vi ricordano che è un thriller su una casa misteriosa/infestata, ma in generale diversi aspetti non mi hanno convinta fra i quali i personaggi, il finale, e l’esagerazione nell’uso dei colpi di scena, alcuni decisamente forzati.

Voto:

E voi? Avete mai letto “A Casa Prima di Sera”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Nella Casa dei Tuoi Sogni – Carmen Maria Machado

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come avete trascorso la settimana? Spero come sempre nel migliore dei modi!

Oggi, oltre a parlare del libro citato nel titolo (anche qui sono in ritardo di circa 6/7 ere geologiche), devo fare un pubblico annuncio che riguarda l’amata maratona natalizia, che si tiene ogni anno qui sul blog dal 01/12 al 24/12.

Si sta avvicinando il periodo oramai, ma purtroppo quest’anno non ci sarà sul blog, non temete, sarò comunque più attiva il mese prossimo e come ogni fine dell’anno parleremo delle letture e di propositi futuri, insomma parleremo come sempre dei temi cari discussi solitamente ogni dicembre, ma quest’anno è stato molto complicato e devo ancora rimettermi in sesto quindi so di non riuscire nella missione di pubblicare un articolo al giorno per 24 giorni.

Quindi anche se con profondo rammarico mi sento costretta ad annunciare che questo dicembre non ci sarà la maratona, ma ripeto cercherò comunque di essere il più attiva possibile e dell’anno prossimo di tornare del tutto in pista.

Ci tengo sempre molto alla maratona e spero, l’anno prossimo, di riuscire a tornare con questa tradizione che amo molto, oppure potremmo fare un mese/maratona nel 2022 per recuperare quella saltata del mese prossimo… Vedremo, vedremo…

Piano piano mi sto mettendo in carreggiata e ad andare al gennaio 2022 mi sento già piena di entusiasmo per un anno nuovo, e si spera migliore, qui sul blog.

Quindi, scusatemi per questo cambio di programma, e come dicevo prima cercherò comunque di essere il più presente possibile a partire da dicembre e a tornare a pieno ritmo!

Ora, parliamo dell’articolo di oggi, ebbene dopo mesi dalla lettura sul gruppo di questo libro, eccomi qui con la recensione.

Avrei dovuto pubblicare prima questa recensione anche perché “Nella Casa dei tuoi Sogni” l’ho letteralmente letto nel mese di lettura e terminato il mese stesso, anche quando sono puntuale riesco ad essere in ritardo.

Iniziamo!

Nella Casa dei Tuoi Sogni – Carmen Maria Machado

Casa Editrice: Codice Edizioni

Genere: biografia, autobiografia, memoir

Pagine: 344

Prezzo di Copertina: € 17,00

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di P. Pubblicazione: 2019 (USA)

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Incipit

Non leggo mai i prologhi. Li trovo noiosi. Se quello che l’autore ha da dire è così importante, perché relegarlo nel paratesto? Cosa si cerca di nascondere?

Trama

Carmen Maria Machado racconta lo smarrimento e la solitudine di trovarsi in una relazione segnata dall’abuso psicologico, e allo stesso tempo ci consegna, oltre a una toccante autobiografia, una profonda riflessione sulla scrittura e sulla natura stessa del memoir. Per analizzare il suo rapporto con una donna bella e carismatica, ma anche instabile e violenta, e capire come quello che le è successo l’abbia plasmata nella persona che è ora, Machado attinge a piene mani da numerosi generi letterari e dalla cultura pop. Capitolo dopo capitolo siamo trasportati dalla casa stregata al bildungsroman, dal noir alla novella picaresca, da Cechov alle fiabe, da Star Trek ai cattivi della Disney, in un tour de force sul trauma e sulla sua elaborazione che smantella lo stereotipo dell’idilliaca relazione tra donne. Al centro di tutto la casa dei sogni, il simbolo di ciò che poteva essere e non è stato.

Non possiamo smettere di vivere. Che significa dobbiamo vivere, che significa siamo vivi, che significa siamo esseri umani e quindi siamo umani: alcuni di noi sono cattivi, alcuni di noi sono confusi, alcuni di noi vanno a letto con le persone sbagliate, alcuni di noi prendono decisioni pessime e alcuni di noi sono degli assassini.

Recensione

Questo libro è stato il testo di aprile per il gruppo di lettura e sono stata decisamente felice della vincita e dell’arrivo di questo libro in Italia, dopo averlo visto per mesi da bookbloggers e booktubers americani. Infatti il testo ha riscosso un grande successo negli USA e anche in Italia è stato accolto abbastanza bene.

Nella Casa dei Tuoi Sogni” è un memoir molto particolare che non segue le regole del genere, rimane alla base un memoir, ma lo stile con cui è scritto e la suddivisione dei capitoli è senza dubbio originale.

L’autrice è arrivata qui da noi anche con la pubblicazione de “Il suo Corpo e altre Feste” nel 2017 sempre edito dalla Codice Edizioni.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile della Machado è, secondo la mia modesta opinione, piuttosto particolare, essendo questo libro originale nella sua suddivisione c’è anche un cambio di stile, non proprio da capitolo a capitolo, ma di certo ci sono capitoli in cui lo stile si “allunga e restringe” ovvero diventa sintetico e secco o più descrittivo.

Io personalmente non ho amato molto lo stile dell’autrice, e questo è per me forse il lato più negativo della mia esperienza di lettura, non sono riuscita a farmi trasportare dalla sua voce, anche se mi sono comunque sentita trasportata nelle vicende raccontate dall’autrice e ho letto di queste sue esperienze con curiosità ed estremo rispetto, ma c’è qualcosa nella voce della Machado che io (e qui mi ripeto, ma ci tengo a sottolinearlo), secondo la mia esperienza di lettura non ho del tutto gradito.

Lo stile di scrittura è uno degli aspetti su cui mi piace molto concentrarmi e qui non ho sentito il suo stile a pieno, sarà forse anche il salto da un tipo di narrazione ad un’altra, ma non mi sono sentita al 100% connessa con l’autrice.

Il ritmo è costante, essendo un memoir l’autrice ci racconta di una serie di suoi ricordi, alcuni d’infanzia, altri dell’adolescenza, altri ancora che risalgono al periodo in cui ha conosciuto una donna con cui è andata a convivere, e del momento in cui si è ritrovata intrappolata in una relazione tossica con questa donna.

Il tema principale del memoir rimane la relazione con questa e le relazioni che sono state importanti per la Machado e l’hanno segnata in un modo o nell’altro.

Le atmosfere variano molto, ci sono momenti di estrema tensione, altri di disagio, altri ancora di ritrovata pace, insomma è un testo che ti butta in episodi di vita dell’autrice parecchio sfaccettati e macchiati da molte atmosfere e emozioni diverse.

Un Amore Tossico

Come dicevamo la tematica principale di questo libro è il rapporto dell’autrice con questa donna e direi anche il voler sottoporre al lettore una realtà che viene sempre messa da parte e mai considerata, ovvero quella della violenza nei rapporti queer.

L’autrice nel libro cita anche vari esempi storici riguardanti condanne e processi inerenti a atti di violenza e omicidio fra coppie omosessuali e tra l’altro usa anche la sua grande conoscenza nel campo cinematografico per citare esempi, anche non di questo tipo.

L’amore che ci mostra con questa donna viene distrutto da un comportamento violento, dispotico e problematico di questa figura, e l’autrice parla di questa sua amata, ci fa capire che la donna in questione aveva senza dubbio la necessità di un aiuto psicologico, ma ho sempre avuto l’impressione che la Machado più che focalizzarsi su di lei volesse sempre esaltare la tematica precedente, quella della violenza in coppie queer.

Quindi noi conosciamo fino ad un certo punto la donna di cui ci parla, rimane sempre una figura secondaria e oltre al desiderio di esaltare altre tematiche, credo ci sia in questo la voglia della Machado di non rendere questa donna la protagonista, ma rimanere lei al centro della vicenda con le tematiche che vuole affrontare.

Ma quella persistente sensazione di dubbio era così profonda che alla fine le diedero un nome: nostalgia (sostantivo). La spiazzante sensazione che non si riesca mai ad accedere del tutto al passato; che una volta staccatisi da un evento, una qualità fondamentale di esso si perderà per sempre. Un promemoria per ricordare: solo perché la sofferenza causata dalla tristezza è svanita non significa che un tempo non sia stata terribile.

L’autrice rivive la sua storia di amore tossico e violenza con questa donna concentrandosi sulle sue riflessioni, reazioni, emozioni e sentimenti, guardando in faccia ciò che è stato, come forse non riuscì a fare all’epoca della violenza per la forza degli eventi vissuti e la distruzione di un amore.

Con la tematica della violenza arriva anche quella dell’omertà e del desiderio di nascondere la crescente violenza con l’impressione che, se questa non viene nominata non avrà lo stesso potere.

La Machado, nel suo racconto, sembra non riconoscere i campanelli d’allarme e tende a sminuirli, liquidandoli all’inizio come fatti di poco conto, con la speranza che il giorno dopo tutto andrà meglio e ciò che è accaduto, in un pensiero irrealistico e basato sui sentimenti che prova per questa donna, non avrà importanza.

Ma ha importanza, parecchia, e man mano che il tempo avanza ai suoi occhi questi campanelli diventano enormi e non più ignorabili, campanelli che messi tutti assieme presentano ai suoi occhi una relazione in disfatta totale.

Ci sono capitoli di estrema forza, la Machado prende per esempio anche la fiaba di Barbablù e ci mostra come il modus operandi di chi esercita violenza (psicologica e non) sia sempre lo stesso in fin dei conti.

Si isola la vittima, togliendole una fonte esterna alla relazione, un punto di riferimento, si porta in un contesto nuovo che la disorienta e si inizia a mettere in dubbio e minare la consapevolezza mentale e il suo equilibrio mentale, fino a quando questa inizia a mettere in dubbio tutta sé stessa affidandosi a chi esercita questa violenza.

Ciò accade anche grazie all’amore e alla fiducia che la vittima nutre nei confronti del suo aguzzino, nel caso della Machado sicuramente ha influito anche il contesto sociale e il fatto che nessuno (a parte qualche eccezione) ha mai dedicato più di tanta attenzione alla violenza nelle coppie queer, come dicevamo anche prima.

Cinema e Influenze Pop

Vorrei, prima delle conclusioni, dedicare un piccolo spazio ad una caratteristica del libro che ho gradito molto, ovvero le continue citazioni a cinema o serie tv, libri, insomma contenuti più contemporanei e pop.

La Machado dopo i suoi studi cinematografici è in grado di citare esempi, riportare alla luce pellicole, scene, dinamiche nel mondo del cinema per portarci esempi affascinanti che smuovono sempre il ritmo.

E’ un libro che oltre alla sue tematiche ci può insegnare qualcosa della cultura pop.

Conclusioni

Il testo della Machado è senza dubbio innovativo e originale per il modo in cui è scritto e per il focus su varie tematiche molto spesso oscurate, mi hanno colpito anche alcuni ricordi della Machado riguardanti la sua infanzia che si vanno ad incastrare alla perfezione con gli episodi della sua vita più recente, narrati nel libro.

Tutto ci aiuta a costruire un background, a comprendere il suo carattere e la sua psiche, ricostruendo anche il passato delle sue relazioni.

Mi è piaciuta questa lettura e di certo leggerò altro dell’autrice, il mio voto è il risultato del non aver apprezzato del tutto lo stile, ma per quanto riguarda il contenuto e la tecnica sperimentale instillata nel genere memoir dalla Machado, non posso che essere affascinata e toccata da questa lettura.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla della Machado? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Sto Pensando di Finirla Qui – Film e Libro

Buon martedì e buon inizio settimana (in ritardo)!

Come state? Come procede questo freddo novembre?

Oggi sono finalmente tornata, dopo settimane e mesi di mezzi ritorni, forse siamo arrivati ad un ritorno definitivo.

Comunque, oggi parliamo di un libro di cui voglio parlarvi da tempo immemore, ma non parleremo solo del libro in questione, affronteremo anche il film tratto da esso, uscito mesi e mesi fa su Netflix.

Come avrete letto dal titolo, parliamo di “Sto Pensando di Finirla Qui“, libro scritto da Iain Reid e film Netflix diretto da Charlie Kaufman.

Iniziamo subito, perché questo articolo ha già aspettato troppo!

Libro

Sto Pensando di Finirla Qui – Iain Reid

Casa Editrice: Rizzoli / Genere: Thriller, Suspense

Pagine: 252 / Prezzo di Copertina: € 18,00

Prezzo ebook: € 9,99 / Anno di P. Pubblicazione: 2016 (USA)

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

“Sto pensando di finirla qui. Una volta che arriva, il pensiero rimane. Si trattiene. Si mette comodo. Spadroneggia. Non è che possa farci granché. Credetemi. Non se ne va. E’ qui, che mi piaccia oppure no. E’ qui quando mangio. Quando vado a letto. Quando dormo. E’ qui quando mi sveglio. E’ sempre qui. Sempre.”

Trama

Interno degli Stati Uniti. Una statale silenziosa e vuota, solo profili piatti che si ripetono, un’altalena, un granaio, pecore ferme nella luce del pomeriggio, fienili e campi. Seduta in macchina, sotto la musica country trasmessa dalla radio, la ragazza di Jake guarda la campagna e continua a pensare che deve farla finita con lui; anche se Jake, con quella sua aria svagata e le conversazioni interessanti, in fondo le piace. Ora sono di ritorno dalla casa dei genitori di lui, una fattoria sperduta dove lei ha incontrato per la prima volta quella coppia singolare e visto i recinti lugubri degli animali, un incontro che le ha lasciato addosso una sensazione inafferrabile, come di chi avesse varcato, per il tempo di una sera, la scena di un’allucinazione altrui. Un disagio che peggiora quando Jake, nel mezzo di quel luogo desolato mosso solamente dalla neve in aumento, si ferma in una gelateria, un edificio che emerge, fluorescente, dal buio, le vetrine sbiancate dai neon, e un attimo dopo imbocca una stradina secondaria, parcheggia davanti al suo vecchio liceo chiuso e sparisce all’interno della scuola. Per la sua ragazza, lasciata sola in macchina, ha inizio allora un altro percorso, vertiginoso, nel versante più oscuro della realtà, dove scoprire che fine ha fatto Jake fornirà finalmente la risposta, del tutto imprevedibile, a cosa sia accaduto davvero in questo silenzioso viaggio a due.

Film

Regia: Charlie Kaufman / Sceneggiatura: Charlie Kaufman

Piattaforma: Netflix / Data di Uscita: 04/09/2020

Attori principali: Jesse Plemons (Jake), Jessie Buckley (Luisa/Lucy/giovane donna), Toni Collette (Suzie), David Thewlis (Dean), Guy Boyd (bidello), Colby Minifie (Yvonne)

Ho letto il libro di Iain Reid qualche mese fa e con il senno di poi penso sia uno di quei casi in cui la lettura del libro o la visione del film combinata con l’altra sia ottima per comprendere al meglio l’opera.

L’opera in sé infatti è piuttosto complessa nel modo in cui viene presentata, anche se il nocciolo della vicenda e le varie tematiche presentate sono semplici, ma sia il film che il libro presentano queste tematiche in un modo che può sembrare a tratti onirico e stravagante.

Nel film in particolare ci sono continui riferimenti a musical famosi e non, inoltre l’opera sembra strizzare l’occhio al teatro. Il film per come è stato reso, soprattutto in alcune scene, e il libro per come è stato scritto, direi quasi stile copione teatrale, portano il telespettatore e il lettore in ambienti che ricordano il teatro.

Ma andiamo con ordine, so che questo è stato definito il film più complesso (dal punto di vista della comprensione) uscito nel 2020 e di certo può essere un film che necessita di una buona dose di riflessione e attenzione, come il libro.

La vicenda si apre con una ragazza, che nel libro non ha nome, mentre nel film si chiama Lucy o Luisa (il suo nome viene spesso storpiato come se non avesse una gran importanza), che attende il fidanzato, Jake.

Jake la vuole portare in visita dai genitori, che abitano in una fattoria e anche se Lucy ha dei dubbi sulla sua relazione con il ragazzo e vorrebbe appunto “finirla qui”, accetta l’invito e parte in macchina con il giovane.

I due affrontano un viaggio piuttosto lungo, che nel libro si avverte come interminabile, non direi noioso, perché viene riempito dai discorsi dei due che sono individui di certo intelligenti che non si lasciano andare a discorsi banali o ripetitivi.

Nel film la lunghezza del viaggio viene mitigata e questo viene avvertito come più breve, a mio avviso. Comunque dopo un viaggio tortuoso in scenari pieni di fienili, i due arrivano alla casa dei genitori di Jake e qui si iniziano a manifestare i primi segnali di una stranezza latente che aumenterà minuto dopo minuto.

I genitori del giovane vengono avvertiti come “strani”, sono figure per cui Jake prova molto imbarazzo e questo è evidente da diverse reazioni che lui avrà nel corso delle ore in cui rimarranno nella casa.

Una differenza del film rispetto al libro è che nella pellicola vediamo le scene dei nostri personaggi e ogni tanto qualche scena di un uomo, un bidello, che non sembra c’entrare nulla con la vicenda, diversamente dal libro, in cui queste scene non sono presenti, o meglio ci sono dei brevi capitoli in cui si parla di un uomo, ma non viene presentato come nel film, e nel libro si gioca maggiormente con l’uomo misterioso che chiama la nostra protagonista.

Nel libro questo uomo che chiama ad ogni ora della notte e a volte anche del giorno è una presenza fissa, angosciante, nel film c’è questa parentesi, ma lo spazio dedicatogli è ridotto rispetto al libro.

Comunque, i nostri si ritrovano a cena dopo una lunga attesa per i genitori di Jake che si presentano, ed è evidente fin da subito che soffrano di qualche disturbo, ad esempio il padre di Alzheimer e la madre di un problema di udito, ma non c’è solo questo, l’intera sequenza che si svolge nella casa ed è forse il cuore dell’opera risulta cosparsa di scene a primo acchito assurde e messaggi nascosti o riferimenti ad altre scene.

Una caratteristica di questa opera, e mi riferisco a film e libro, è il dialogo. Ci sono scene in cui dal punto di vista degli eventi non accade nulla, ma assistiamo a dialoghi su dialoghi che con l’andare avanti diventano a tratti inquietanti ed estranianti.

Tornando ai genitori, ho notato che nel film, sempre a mio avviso, viene accentuata la loro stranezza, non che non sia presente nel libro, ma nel film si può scambiare per pazzia a tratti.

Come dicevo la scena della casa è il cuore dell’opera ed è forse la sequenza in cui per la prima volta ci dedichiamo a collegare parecchi fatti, mettiamo assieme vari puntini e ci vengono sottoposte tematiche di vario tipo.

Una fra queste è senza dubbio la vecchiaia, lo scorrere inesorabile del tempo che non lascia scampo a nessuno.

Siamo trasportati in un viaggio in cui conosciamo i genitori di Jake e ci facciamo un’idea della sua infanzia, visitando la sua cameretta, ascoltando le conversazioni fra i suoi, visitando la cantina, ogni stanza è una parentesi che confonde, ma allo stesso tempo delinea un quadro del passato di Jake.

In particolare la scena della cantina nel libro viene trattata in modo un poco diverso e anche qui ho avuto l’impressione di leggere una scena più “lunga” rispetto a quella del film.

Quando la protagonista risale al piano superiore prega Jake di andare a casa, ma il tutto viene dilungato perché deve prendersi cura dei suoi genitori che nel frattempo hanno subìto un cambiamento e qui ci viene ripresentata la tematica del tempo, del concetto per cui la vita va avanti ed è un cerchio e noi non possiamo farci nulla.

Ovviamente la tematica del tempo porta con sé anche quella della morte, che è una presenza costante in quest’opera, ma non in modo sempre evidente.

Ci viene presentata sotto vari aspetti, in varie scene, è presentata come se fosse l’ultimo atto di una recita teatrale e i personaggi che assistono a questa morte non possono far altro che raccogliere i cocci e cercare di andare avanti con la propria vita.

Comunque, i due riescono a rimettersi in viaggio per tornare a casa della protagonista, ma nel viaggio di ritorno decidono di fermarsi a prendere un gelato in questo locale appartenente ad una catena di gelaterie.

Qui i nostri fanno degli incontri particolari, infatti oltre alle due ragazze bionde e piuttosto irrispettose (che saranno importanti per un discorso della protagonista nel film), incontreranno anche una ragazza che ha uno sfogo su un braccio e che a differenza delle due sarà molto gentile e disponibile e si lascerà scappare delle frasi inquietanti e strane.

Dopo la fermata in gelateria il viaggio riprende, ma ad un certo punto, sempre in mezzo alla tormenta che infuria, i due si fermano in un altro luogo che sarà vitale per la conclusione della vicenda, ma io mi fermo qui perché non voglio rischiare di spoilerare tutto.

Ci tengo però a dire che il finale è differente tra il libro e il film e qui risiede forse la differenza maggiore, perché il film in generale (a parte qualche modifica che è senza dubbio presente, ma non intacca mai l’essenza del libro) rimane piuttosto fedele all’opera originale.

Il finale del libro è decisamente più negativo e pessimistico, non lascia aperti molti spiragli, mentre quello del film è più positivo e legato al mondo dei musical, forma che viene citata spesso nella pellicola, ma usata nella sua vera forma solo nel finale appunto.

Sto Pensando di Finirla Qui” è un opera decisamente particolare e originale, in cui l’angoscia prende il sopravvento senza sapere bene il perché nei primi momenti, ci ritroviamo vittime di una atmosfera pressante, asfissiante, che ci spinge ad interrogarci su temi inevitabili e con la stessa forza con cui ci spinge, ci stacca poco dopo e ci riallontana.

La stranezza dei fatti e delle immagini danno un tono onirico alla vicenda, dettagli presentanti che vengono a mancare, frasi ambigue, intrecci di trama che si allacciano e donano un senso nuovo ad un concetto, il tutto rende questa storia diversa, ma allo stesso tempo comune per le tematiche.

Come dicevo sopra, c’è la morte, il tempo, il diventare adulti ed essere costretti a lasciar indietro la giovinezza ed essere guardati in modo diverso, l’essere figli e genitori, i sogni di gloria spezzati, il ritrovarsi molte volte nella vita in situazioni in cui siamo arrivati senza rendercene bene conto, solo per non deludere qualcuno o non sapere dire di “no”.

Parlando un poco del film, questo ha atmosfere piuttosto cupe, scure, anche se sopra a tutto regna un certo calore, un qualcosa di intimo nella freddezza generale del tutto.

A Kaufman piacciono le sceneggiature con parecchi dialoghi e di certo qui l’opera primaria non viene meno nel soddisfare questa sua peculiarità.

Il film l’ho trovato allungato rispetto al libro, ma non è quel tipo di allungamento che ti fa rimpiangere il libro perché non ha senso o è un semplice “allungare il brodo” senza scopo, qui c’è un senso e un significato dietro ad ogni scena aggiunta o ad ogni modifica.

Così come il libro il film potrebbe aver bisogno di una seconda visione o lettura perché può anche non essere di facile comprensione.

Mesi fa il libro non mi aveva conquistata a pieno, ma credo che la visione del film mi abbia aiutata a vedere con una luce diversa certi aspetti della storia e ad ampliare alcuni concetti.

Di certo “Sto Pensando di Finirla Qui” non è un thriller semplice e richiede un buon livello di attenzione, ma una volta compreso il meccanismo del film e le tematiche penso che la visione diventi più comprensibile.

Come dicevo prima è una storia che lascia il lettore e lo spettatore con una buona dose di angoscia, indipendentemente dal finale e dalla differenza fra film e libro, proprio per i temi e le atmosfere che si annodano assieme e arrivano al twist finale che aggiunge un ulteriore livello di comprensione e angoscia.

Nel libro è complesso arrivare dal soli alla comprensione del colpo di scena finale, mentre nel film è più intuibile e con un buon livello di attenzione si arriva a capire il mistero dietro all’uomo sconosciuto e al legame con i protagonisti.

Detto ciò, credo che “Sto Pensando di Finirla qui” sia un’opera che merita di essere scoperta e rappresenta un punto originale, diverso, certo prende ispirazione dal teatro, dai musical, fa riferimento al tetro dell’assurdo, sciorina tematiche che vediamo varie volte, ma ha un occhio di attenzione maggiore nei confronti di temi o sentimenti umani che molte volte vengono gettati in un angolo o non analizzati con la dovuta cura, come ad esempio il diventare vecchi.

Lo fa in modo diverso, strano forse, ma è una stranezza che ha un suo significato.

Voto (del film e del libro):

Se devo essere sincera è difficile per me dare un voto certo a quest’opera, al libro dopo la lettura avevo assegnato quasi quattro stelle, ma al film ne assegnerei quasi quattro e mezzo anche se il finale non mi ha conquistata a pieno, forse ho preferito quello del libro.

Penso che la presenza di scene con dialoghi molti lunghi e poca azione possa essere un qualcosa di negativo o noioso per alcuni spettatori o lettori, a me personalmente non ha annoiato, ma ho avuto varie volte l’impressione che nel libro diventi tutto più allungato e lento, non tanto per la differenza di forma ovviamente fra libro e film, c’è qualcosa in più, una sensazione in più nel libro che dilata il tempo.

Ci sarebbero ancora paragrafi e paragrafi da scrivere su questa storia, ma io non posso cadere nello spoiler e non vorrei finire per caderci con le mie mani.

Detto ciò, avete letto o visto “Sto Pensando di Finirla Qui”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Cattedrale – Raymond Carver

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come sta andando avanti il mese di ottobre? State realizzando che la fine dell’anno si avvicina? Io assolutamente no.

Oggi parliamo di “Cattedrale” di Raymond Carver, titolo che abbiamo letto assieme sul gruppo nel mese scorso, finalmente torno ad essere quasi puntale con le recensioni per il titolo del mese.

“Cattedrale” è un testo assai apprezzato e conosciuto, la raccolta più famosa e amata di Carver, autore americano pilastro della letteratura americana.

Iniziamo!

Cattedrale – Raymond Carver

Casa editrice: Einaudi

Genere: raccolta di racconti

Pagine: 226

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 6,99

Anno di P. Pubblicazione: 1983

Link all’Acquisto: QUI

Incipit P. Racconto “Penne”

Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena. Io non conoscevo sua moglie e lui non conosceva Fran. Così eravamo pari. Ma io e Bud eravamo amici. E sapevo che a casa sua c’era un bambino piccolo.

Trama

A volte anche una visita inattesa e poco gradita – quella di un amico cieco della moglie, per esempio – può smuovere emozioni dimenticate. E cosi, infatti, che il narratore del racconto che dà il titolo alla raccolta – forse il più celebre di Carver e uno dei più amati dall’autore – finisce per passare quasi senza rendersene conto dall’iniziale ostilità condita di gelosia al momento di una piccola rivelazione. È un personaggio carveriano a tutti gli effetti, l’anonimo protagonista del racconto: sottilmente alla deriva, privo di amici, inchiodato in un lavoro che detesta, con una moglie da cui forse si sente un po’ trascurato. Eppure, è proprio la presenza ingombrante del cieco Robert a costringerlo a uscire dalla sua corazza e abbozzare un rapporto umano, una condivisione che gli permetterà di recuperare, forse, una parte di sé dimenticata. Carver ne segue l’impercettibile evoluzione con naturalezza, con uno stile maturo e consapevole dei propri mezzi, da lui stesso definito “più pieno e generoso”. Se “Cattedrale” chiude la raccolta su una tenue nota positiva, nel resto del libro prevalgono i toni desolati, i fragili equilibri pronti a spezzarsi in conseguenza di eventi all’apparenza secondari: un nuovo trasloco in “La casa di Chef”, l’atto mancato di una riconciliazione impossibile in “Lo scompartimento”, l’inizio di una crisi senza apparenti vie d’uscita in “Vitamine”, in cui nella deriva personale fa irruzione la violenza della storia.

Recensione

Essendo una raccolta di racconti parleremo meglio di ogni racconto nello specifico, ma prima di ciò, parliamo un poco dell’autore. Carver nasce il 25 maggio del 1938 a Clatskanie ed è conosciuto soprattutto per i suoi racconti brevi, è l’autore di opere quali “Di Cosa Parliamo quando Parliamo d’Amore“, “Da Dove Sto Chiamando” (raccolta di racconti), appunto “Cattedrale“, ma anche varie raccolte di poesie.

Spesso Carver viene accostato al minimalismo, per il suo stile e forma, ma lui non mai andato molto d’accordo con questa definizione.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Carver è equilibrato secondo me, si discute molto del suo stile e per buone ragioni, molti lo definiscono minimalista appunto, altri parlando dello stile lo associano a stili semplici e secchi che riducono all’osso le descrizioni e le scene, ma dall’idea che io mi sono fatta penso che lo stile di Carver sia ben bilanciato. Fornisce al lettore i dettagli sufficienti per una lettura completa, dando un senso ad ogni parola, senza affamare il lettore.

Ci sono parecchie analisi tra l’altro in giro nel web e su vari testi in cui si analizza l’uso delle parole nei testi di Carver, specialmente nei racconti, si trovano molti significati inseriti all’interno di ogni racconto, alcuni evidenti, altri nascosti e magari non facilmente raggiungibili.

Il ritmo cambia da racconto a racconto anche se in molti ci troviamo alla fine con un sacchetto di riflessioni e lezioni che impariamo accompagnando i personaggi nelle loro disavventure.

I temi affrontati da Carver sono quelli legati alla realtà e alla normalità, il matrimonio, il lavoro, la dipendenza, l’abbandono, i figli… Insomma tematiche che costellano la vita e situazioni che si legano con il quotidiano.

Le atmosfere dei racconti di Carver infatti sono intrise di realtà, le situazioni in cui si ritrovano i personaggi le possiamo aver sperimentate noi sulla nostra pelle, o possiamo averle viste dall’esterno, o ancora sono scene in cui forse ci ritroveremo un domani.

Avvertiamo l’amarezza di un uomo lasciato dalla moglie a crescere i due bambini, la fatica di questo a lasciar andare l’amore che ancora prova per questa donna che sembra un’altra persona, sentiamo la rabbia di chi si lancia nella vita e si convince di voler essere un tipo di persona che non voleva essere fino a poco tempo prima perché mossa dal desiderio di essere come qualcun altro, il diventare qualcuno non si è, e finire con l’odiarsi e odiare gli altri.

Quando l’amarezza è Reale

Carver riesce a far provare al lettore il reale senso di amarezza legato alla realtà, i suoi racconti non hanno tocchi fantasy o fantascientifici o magici, non si va mai oltre alla pura e amara realtà. Dicendo questo non voglio assolutamente sminuire questi generi.

Ciò che ho trovato però affascinante è l’aver provato sempre una punta di amarezza in ogni racconto, ma la lettura non è mai diventata dolorosa o eccessivamente tragica, anche in questo Carver riesce ad essere equilibrato, ci fa vedere uno specchio di realtà e in ognuna uno o più personaggi riflettono su qualcosa, inviandoci messaggi all’apparenza semplici perché diretti e scritti senza troppi giri di parole, ma sempre veri e realistici.

Racconti

Iniziamo a parlare dei racconti, perché c’è molto da dire e per ognuno vi dirò quella che è stata la mia impressione, cosa ho ricavato dalla lettura di questi.

Penne

Penne” apre la strada alla raccolta, è un racconto di circa 25 pagine, su per giù, ed è la storia di una cena tra amici. In particolare tra Bud e Jack, amici che si sono conosciuti sul posto di lavoro e un giorno decidono di cenare a casa di Bud che è sposato con Olla, mentre Jack è fidanzato con Fran. I due si recano dall’amico e vengono subito salutati da un pavone, che vive nel giardino della coppia, dopodiché passeranno una serata tutto sommato tranquilla e godibile. Ma il racconto si conclude in modo assai amaro, Carver ci mostra cosa accade quando si vuole vivere con uno stile di vita che non ci appartiene o cosa succede quando per emulare gli altri arriviamo a vivere in un modo che fino a poco tempo prima ritenevamo non adatto a noi.

Senza dubbio “Penne” è forse uno dei racconti che lascia più con l’amaro in bocca dell’intera raccolta.

Per me è stata una riflessione anche su tematiche come l’invidia e il classico “l’erba del vicino è sempre più verde”.

A Casa di Chef

Questo secondo racconto ci mostra sempre una coppia che tenta di ricostruire un nuovo domani assieme, tornando a vivere sotto lo stesso tetto in una casa di proprietà di un amico. Tutto sembra andare alla perfezione, fino a quando questo amico non fa visita ai due per annunciare loro che non potrà più ospitarli perché deve aiutare la figlia e vuole dare a lei la casa.

Assistiamo quindi ad un crollo degli equilibri, colei a cui deve andare la casa diventa una presenza ostile che vuole spezzare questo legame e mentre il personaggio maschile è perso in riflessioni e visioni di un passato lontano, Carver ci porta a chiederci chi siamo veramente, qual è la natura della nostra identità, come questa viene condizionata dall’inevitabile avanzare del tempo e come non è possibile per noi distaccarsi da ciò che abbiamo vissuto, perché ci ha resi chi siamo oggi.

“Immagina. Immaginare non costa niente. Metti che niente di tutto il resto sia mai successo. Capisci che voglio dire? E a quel punto?, gli ho detto. […] Poi ha detto: A quel punto dovremmo essere altre persone. Persone che non siamo. Non ho più quel genere d’immaginazione. Siamo nati come siamo. Non capisci? […] Mi dispiace, ma non posso mica parlare come qualcuno che non sono. Non sono un’altra persona. Se fossi un’altra persona, puoi scommetterci che non sarei certo qui. Se fossi un’altra persona, non sarei io. Ma sono quello che sono. Non lo capisci?”

Conservazione

Il terzo racconto della raccolta è stato, per me, uno di quelli più ermetici per quanto riguarda l’interpretazione ed è forse quello che più di tutti costringe il lettore ad una riflessione profonda dopo la lettura.

Seguiamo sempre una coppia, in cui ad un certo punto il marito di Sandy perde il lavoro e decide di stabilirsi sul divano permanentemente, durante il giorno si sposta a malapena da quello e si distacca da tutto. Sandy si preoccupa sempre più per lui e fa caso al fatto che il marito sfoglia sempre lo stesso libro e legge sempre lo stesso paragrafo che ha a che fare con una creatura/uomo ibernato. Questo nuovo equilibrio di immobilità sembra subire una modifica quando il frigo si rompe e Sandy sprona il marito ad andare all’asta per trovare un frigo nuovo.

Il racconto si conclude con un immagine interessante che lascia il lettore alle sue riflessioni.

Senza dubbio il primo significato è quello che riguarda l’immobilità e il trovarsi in un blocco esistenziale e non solo. Il marito di Sandy viene licenziato e si sente come un uomo vecchio di millenni, un uomo vecchio e sorpassato dal progresso, dalla società, da tutto. Il senso di resa e sconfitta si avverte nei gesti ripetitivi e meccanici del marito, anche in quello che dice c’è una nota di inevitabile ripetitività.

Tra l’altro in questo racconto c’è anche un messaggio che pervade tutta la raccolta, essendo una raccolta incentrata appunto sulla realtà, ovvero il classico “la vita va avanti”. Infatti accompagnamo i personaggi, viviamo le loro disavventure e tragedie, ma li lasceremo e per loro la vita andrà avanti e anche per noi.

Lo Scompartimento

Questo quarto racconto ci mostra un padre che si sta recando a trovare il figlio in treno. L’uomo in questione non vede il figlio da tempo, dopo un forte litigio verificatosi prima della separazione dalla moglie. Durante il viaggio subisce il furto di un orologio da parte di uno, a detta sua, strano compagno di scompartimento. All’arrivo nella stazione dell’incontro con il figlio comunque l’uomo decide di non scendere, ma di proseguire senza una vera meta.

In questo racconto penso si avverta un forte senso di mancanza, di un obbiettivo, di uno stimolo, di un qualcosa che dia all’uomo la forza e la voglia di fare ciò per cui si è sorbito ore di viaggio. Si sente perso, si accorge di non avere la voglia di incontrare un figlio che non sembra nemmeno amare così tanto. In questo viaggio in treno Myers mette in discussione tutta la sua vita e perdendo i suoi oggetti, lascia e perde anche la sua di vita.

Una Cosa Piccola ma Buona

Questo è di certo uno dei miei racconti preferiti che all’inizio si apre in modo pacifico e calmo, ma dopo poco si trasforma in altro. Seguiamo due genitori che stanno accanto al loro figlio ricoverato d’urgenza in ospedale dopo essere stato investito. Siamo trasportati in un clima di profondo tormento e preoccupazione ovviamente per le condizioni di questo bambino e a turno i due genitori tornano per poco a casa, per staccare anche solo per poco, mangiare qualcosa o sistemarsi. Ogni volta prima uno poi l’altro ricevono strane chiamate di un uomo che nomina il bambino e sembra voler lanciare messaggi molto criptici.

Non vi dirò il finale del racconto per non rivelare troppo anche perché questo è uno dei racconti più lunghi della raccolta, ma scopriremo chi è il losco figuro, il destino del bimbo e le rivelazioni finali.

Questo racconto a differenza del precedente è decisamente meno criptico nei suoi significati, riflettiamo sulla natura dell’umanità, su cosa significa per davvero essere umani e su come si può finire nella vita a diventare persone che noi stessi detestiamo e in cui non ci riconosciamo.

Vitamine

E’ forse l’unico racconto in cui non ho amato più di tanto i personaggi, parla di questa coppia (vedo che le dinamiche tornano) in cui Patti diventa una venditrice di vitamine e la rappresentante di un gruppetto di ragazze che per guadagnare fanno questo lavoro. Ma pian piano il business comincia ad avere dei problemi e il compagno di Patti nel frattempo si diletta ad uscire con una collega di Patti e durante una serata in un bar i due conversano e arrivano ad un punto definitivo.

Il nostro protagonista è appunto il compagno della venditrice e ci mostra come le figure che si muovono accanto a lui sembrano tutte voler migrare e lasciarlo indietro.

E’ una riflessione su ciò che non è più importante, sull’essere persi e intrappolati, ma anche sul mondo e le persone che cambiano attorno a noi (o al personaggio) e per noi tutto sembra rimanere bloccato.

Attenti

Questo racconto tratta di un uomo che decide di andare a vivere solo, senza la moglie, e un giorno durante l’unica visita della moglie gli si blocca un orecchio e chiede a Inez (la moglie appunto), di aiutarlo per sbloccare questo orecchio che lo sta facendo impazzire.

Questo è uno dei racconti con un interpretazione più ampia rispetto ad altri della raccolta, e come sempre tutti trovano diversi significati, quindi quelli che io scrivo solo solamente una mia modesta opinione, quelli che io ho sentito maggiormente durante la lettura.

C’è un senso di solitudine che pervade il racconto, ma questa solitudine sembra andare e venire per il protagonista, lo preoccupa di più non aver nessuno accanto in caso di incidente o malessere, ma l’amore per la moglie e il suo desiderio di stare assieme non sembrano più contemplati.

La moglie diventa quasi una questione da ignorare, una questione che spunta e diventa visibile (come il problema all’orecchio) quando va a trovarlo.

Da Dove Sto Chiamando

Uno fra i miei racconti preferiti e fra i più lunghi della raccolta. “Da Dove Sto Chiamando” parla di un uomo con delle dipendenze che decide di andare in cura in questo centro e lì conosce un amico, che gli racconta la sua storia e come ha conosciuto la madre dei suoi figli. Il protagonista però parla anche delle proprie esperienze amorose e non.

“Chiudere gli occhi e lasciare che passi, che magari tocchi a qualcun altro.”

Tratta appunto di dipendenze, del faticare nel lasciar andare, sia queste dipendenze che le esperienze passate. I personaggi sembrano camminare in un limbo, ripensano sempre al passato e sembrano, dopo anni e tante esperienze, dare finalmente valore alle esperienze vissute con varie persone. Riscoprono il passato e mentre cercano di lasciar andare le dipendenze, cercano anche di dire addio a eventi negativi del passato.

Il Treno

Tratta di una donna che ha appena puntato una pistola alla testa di un uomo e successivamente si accomoda in una stazione per attendere il treno. Arrivano due personaggi, che si mettono a conversare di fatti propri davanti alla donna, senza mostrare pudore o altro per la presenza di questa terza persona. I tre riescono a prendere il treno e iniziano il loro viaggio.

Il racconto evidenzia il concetto di “indifferenza”, sotto molti punti di vista. A nessuno sembra realmente importare degli altri personaggi, i due parlano con la donna, ma non sono davvero interessanti. Quando salgono sul treno tutti li guardano, ma sembrano puntare quasi lo sguardo oltre, come se fossero invisibili.

Febbre

Un racconto meraviglioso, che ci mostra le difficoltà di un uomo e un padre lasciato solo dalla moglie a crescere due figli. E’ un insegnante e ha un disperato bisogno di trovare una babysitter in grado di sapersi prendere cura la meglio dei bimbi e della casa. Dopo varie difficoltà riuscirà a trovare un’anziana signora, ma quello che si viene a costruire è un equilibrio molto fragile.

E’ forse il racconto più diretto dal punto di vista dei significati, Carver alla fine ci parla di cambiamento, del lasciar andare il passato e di come andare oltre dopo un amore finito. Soprattutto penso che l’autore riesca in modo eccellente a evidenziare la rabbia e il senso di tradimento del protagonista nei confronti della moglie, per una buona parte del racconto prova astio nei suoi confronti e verso i suoi atteggiamenti, ma dopo essersi sfogato e aver compreso cosa significa “andare avanti” anche in modo brusco, capisce che deve andare oltre, oltre questo amore finito e lontano.

La Briglia

“La briglia” è un racconto amaro, più amaro dell’amaro direi e tratta di questa famiglia che si trasferisce in un complesso di appartamenti, il marito ha deciso di comprare un cavallo e farlo correre alle corse, ma la sua idea nel pratico non ha avuto molto successo. La moglie è un personaggio che se all’inizio sembra silenzioso e mesto, diventa con le pagine la presenza più forte della famiglia. Con l’avanzare del tempo comunque accade un fatto assai tragico che coinvolge il marito.

La scena finale del racconto ci mostra l’abbandono di una parte della vita e dell’identità, che è un concetto presente anche in altri racconti, ma qui vediamo come se fosse un film, il fotogramma di una vita precedente del personaggio, una vita che non potrà più riprendere. Tratta anche di come un evento per qualcuno irrilevante, può essere assai importante per altri, lo vediamo in modo chiaro, siamo presenti nei flash di indifferenza di varie personalità che continuano con la loro vita mentre chi si trovano davanti non è più o stesso.

Un meraviglioso racconto.

Cattedrale

“Cattedrale” è l’ultimo racconto della raccolta ed è quello che dà il nome al testo.

E’ un racconto decisamente famoso che viene preso spesso in esame anche nei manuali/testi di scrittura creativa e parla di un uomo cieco che va a far visita ad un amica, dopo la morte della moglie. Il marito di questa amica non è entusiasta all’inizio all’idea di averlo in casa, ma lo svolgimento dei fatti successivi, dopo l’incontro capovolgerà la situazione.

E’ una riflessione sulla cecità, ma soprattutto su cosa vuol dire vedere davvero, chi vede nel vero senso della parola? Credere vuole dire vedere? Vediamo solo con gli occhi? La vista non è intesa solo come occhi che vedono, si va oltre, al vero significato della vista.

Conclusioni

“Cattedrale” è una raccolta in cui Carver porta scene di realtà all’apparenza normali e basiche che nascondono significati assai più profondi e vitali.

E’ un ottimo punto di partenza anche se non avete mai letto Carver, ci sono le tematiche tipiche dell’autore e vari racconti ritenuti fra i più amati della sua produzione.

E’ una raccolta che ho apprezzato molto, come sempre, alcuni racconti mi sono piaciuti più di altri, ma è normale nelle raccolte, e non posso far altro che consigliarne la lettura.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Cattedrale”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Le Belve – Manlio Castagna, Guido Sgardoli

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come è iniziata la settimana, ma soprattutto, come sta andando questo movimentato settembre?

Sono tornata con una recensione, vi devo ancora parlare di parecchi titoli arretrati e voglio recuperare questo mese come scritto nello scorso articolo, tra l’altro il libro di cui parleremo oggi è un ottima lettura creepy adatta al mese di ottobre, o alle classiche atmosfere alla Halloween.

Lo so, è un po’ presto, ma meglio mettersi avanti!

Il libro di cui parleremo oggi è un testo scritto da due autori italiani, conosciuti soprattutto per i loro testi per ragazzi, ad esempio Manlio Castagna è apprezzato e chiacchierato per la sua serie “Petrademone“.

Ma iniziamo a parlare meglio del libro!

Le Belve – Manlio Castagna, Guido Sgardoli

Casa Editrice: Piemme

Genere: Thriller

Pagine: 247

Prezzo di Copertina: € 16,50

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di P. Pubblicazione: 2020

Link all’acquisto: QUI

Incipit

I colpi risuonavano contro la massiccia porta di legno come rintocchi di campana. “Fatemi uscire!” La stanza era spoglia, dimessa, cupa: un letto in ferro, sotto il quale era acquattato un pitale arrugginito, e un possente armadio, scuro, al centro di una parete ricoperta da carta da parati a motivi floreali, stracciata in più punti. Due finestre sprangate, un camino. Nient’altro.

Trama

Ci sono luoghi che diventano malvagi perché malvagie sono state le persone che ci hanno vissuto… In una sonnolenta provincia italiana. Tre banditi senza un piano. Ventuno ostaggi senza scampo. Ventiquattro ore di orrore puro. Questa è la storia di Lince, Poiana e Rospo, tre criminali dilettanti che fuggono da una rapina andata male. Di una classe di liceali di Ferrara sequestrati durante una gita in un ex ospedale abbandonato. Dell’ex sanatorio Boeri, che nasconde strati di storie maledette, sepolte nei suoi muri fatiscenti e nelle sue viscere oscure. Di una ragazza con un potere extrasensoriale che le permette di percepire il Male. Di un paese di provincia, Tresigallo, sospeso in una terra nebbiosa e silenziosa, e dei fatti occulti che brulicano sotto la sua superficie all’apparenza pacifica. Di animali e di uomini che certi fantasmi della mente e la ferocia dei loro aguzzini trasformano in belve.

Recensione

Come dicevamo Manlio Castagna è l’autore della serie “Petrademone“, libri per ragazzi che hanno riscosso un bel successo. Mentre Guido Sgardoli è anche lui un autore di libri per ragazzi apprezzato nel panorama italiano, ed è lo scrittore di “The Stone. La Settima Pietra“.

Si sono uniti per la scrittura di questo testo uscito un anno fa che promette di essere il primo volume di una duologia? Trilogia? Di sicuro dalle parole degli autori e dal finali questo apre le porte ad un seguito.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile del libro fa pensare al tipico stile di un titolo per ragazzi, è decisamente scorrevole, le descrizioni sono ben equilibrate, anche quando sono presenti non rallentano troppo il ritmo, e il testo è costellato di colpi di scena.

Questa caratteristica in particolare fa sì che il lettore rimanga incollato fino ala fine alle pagine, ma dall’altro lato diventa prevedibile ad un certo punto. Soprattutto verso il finale infatti assistiamo a scene molto veloci, in cui facciamo una scoperta dietro all’altra o in cui i personaggi agiscono velocemente, tutto fa entrare il lettore in un vortice che sembra non finire mai. Se all’inizio è adrenalinico e interessante come effetto, dopo può diventare un poco banale/prevedibile.

Il ritmo è veloce, è un testo di neanche 250 pagine che si prefigge di raccontare il dramma di un rapimento in un luogo così spaventoso come un ospedale abbandonato, direi addirittura che il ritmo lascia senza fiato per la velocità in alcuni punti.

L’atmosfera come è prevedibile dall’ambientazione è decisamente creepy, siamo a Tresigallo, Ferrara nel 2020 e una scolaresca visita l’ospedale abbandonato, l’ex sanatorio Boeri, che esiste davvero tra l’altro.

Per tutto il testo viviamo in un clima di tensione, per il luogo e per i personaggi, infatti le minacce presenti all’interno de “Le Belve” sono parecchie, dalle presenze fuse nelle mura dell’edificio ai tre ladri che decidono di prendere in ostaggio i ragazzi.

Ci addentriamo in luoghi oscuri, edifici abbandonati, incontriamo personaggi tetri, ascoltiamo voci che sussurrano nell’ombra e ci immedesimiamo nei panni di ragazzi delle superiori che non sanno come comportarsi di fronte a tutto ciò.

Vorrei dire che con tutta probabilità l’atmosfera rappresenta proprio il punto forte di questo libro, diciamocelo, i luoghi abbandonati sono sempre pieni di fascino e attirano il lettore, “Le belve” non fa eccezione.

Il Pericolo è Ovunque

Quando dico che le minacce sono varie, lo intendo davvero, pienamente. Infatti dalla copertina del libro ci si può lasciar andare a varie supposizioni e teorie, ma quando lo si inizia a leggere si capisce che il pericolo è sia materiale che immateriale.

Abbiamo i villan rappresentati dai tre rapitori, uomini in fuga dalla polizia dopo un furto che si nascondono all’interno del sanatorio senza sapere dell’arrivo della scolaresca. Il capo di questo trio ha un’idea geniale (si fa per dire) ovvero quella di sequestrare tutti appunto, ma non ha fatto i conti con molti misteri presenti all’interno delle mura e ben presto la situazione prenderà una piega spiacevole.

Tra l’altro ho apprezzato parecchio l’introspezione dei tre ladri, non sono cattivi casuali sistemati nel posto giusto al momento giusto per far scattare una sequenza di azioni, hanno le loro motivazioni, il loro background e soprattutto si differenziano bene l’uno dall’altro, hanno una loro personalità ben distinta.

Oltre alla minaccia materiale, c’è quella immateriale appunto che è molto più complessa da analizzare ed è costruita da vari livelli. Il passato del sanatorio si mischia al presente e risveglia antichi ricordi, ci sono presenze minacciose che vivono nei piani più bassi della struttura.

In questo testo non si smette mai di temere per qualcuno o qualcosa, risulta semplice affezionarsi a certi personaggi.

Un mix a volte troppo mix

Da ciò che si sarà intuito fino ad ora questo libro mi è piaciuto molto, più del previsto, ma c’è un aspetto negativo che verso la parte finale appesantisce un poco la lettura, ovvero il sovraccarico di elementi, plot twist e scenari vari.

Questi pericoli, o presunti tali, si ammassano e si arriva ad un punto in cui non si sa più in cosa credere, il lettore si sente smarrito per la sequenza di fatti che accadono uno dietro l’altro, a volte alcuni risultano forzati.

Ho notato questo aspetto soprattutto dalla metà in poi ed è un crescendo, capisco il voler far comprendere al lettore che nulla è sicuro e il luogo dove siamo è cosparso di pericoli, ha un passato nero e non si fa problemi a divorare i nostri personaggi, ma diventa tutto troppo.

Conclusioni

Penso sia un ottimo libro per ragazzi (e no volendo), adatto soprattutto alle atmosfere tipiche di ottobre se vogliamo essere personcine in tema, ma è sempre una lettura coinvolgente.

Ci sono personaggi giovani ovviamente e non so voi (starò invecchiando sicuramente), ma in genere non sempre riesco più ad empatizzare con personaggi giovani o non sempre apprezzo il modo in cui vengono resi, il linguaggio che viene affibbiato loro e in generale il loro modo di fare nei libri. Molte volte penso siano eccessivamente stereotipati, ma questi personaggi mi sono piaciuti.

Ho tifato per loro, li ho apprezzati e li ho compresi, penso sia interessante anche affacciarsi a personaggi così giovani anche se si è adulti perché tutti sono stati giovani ovviamente e possiamo provare a comprenderli, alcuni sono più facili da capire, altri no, ma è interessante guardare a quei tempi e quell’età anche dopo anni.

Voto:

Bene! E voi? Avete mai letto “Le Belve”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Cari Mora – Thomas Harris

Buon venerdì e ben ritrovati!

Finalmente ci rileggiamo, da quanto tempo! Come avete trascorso le vacanze? Vi siete rilassati/e, goduti/e l’estate?

Ritorno dopo settimane di nulla cosmico dovuto a problemi famigliari che mi hanno, purtroppo, impedito di essere attiva. Questo 2021 non sta andando da programma per quanto riguarda la pubblicazione qui sul blog, ma parecchie problematiche sono sorte. Ma ora, mirando ad un settembre più proficuo e costellato di articoli (anche arretrati), spero di poter tornare al meglio e ad un ritmo sostenuto con la pubblicazione.

Vi ringrazio per la pazienza e dai, dai, dai, brindiamo ad un settembre (e un futuro) pieno di articoli!

Sicuramente torneranno anche articoli diversi dalle recensioni, articoli che negli ultimi mesi sono venuti a mancare, ma oggi ci ributtiamo in un’altra recensione, certo, quella di “Cari Mora” scritto da Thomas Harris.

Iniziamo subito perché vi ho già fatto attendere troppo per questa recensione!

Cari Mora – Thomas Harris

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Thriller

Pagine: 256

Prezzo di Copertina: € 7,90

Prezzo ebook: € 3,99

Anno di P. Pubblicazione: 2019

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Due uomini discutono nel cuore della notte. Li separano quasi millesettecento chilometri. Entrambi hanno un parte del viso illuminata dal cellulare. Sono due mezzi volti che parlano nel buio.

Trama

Venticinque milioni di dollari in lingotti d’oro appartenuti a Pablo Escobar sono sepolti in una grande e misteriosa villa nella baia di Miami Beach. Il bottino fa gola a molti, gente senza scrupoli che tiene d’occhio la casa. Primo tra tutti Hans-Peter Schneider, un uomo perverso e pericoloso che vive delle fantasie malate di altri uomini ricchi. Cari Mora è una ragazza colombiana di venticinque anni con un passato drammatico, scampata alla violenza del suo paese. È l’unica persona ad aver accettato di fare la custode di quella villa; la sola a non temere le voci inquietanti che circolano su quel luogo. Bella e coraggiosa, è la preda perfetta per Hans-Peter, che nel frattempo ha affittato la villa per cercare di mettere le mani sul tesoro di Escobar. E sulla ragazza. Ma Cari Mora ha doti sorprendenti, un’intelligenza fuori dal comune e innanzitutto è una sopravvissuta.

Recensione

Thomas Harris ha riscosso un gran successo anni fa per la quadrilogia di Hannibal Lecter, di cui fa parte anche il famoso “Il Silenzio degli Innocenti“, da cui è stato tratto il pluripremiato film con Anthony Hopkins e Jodie Foster.

Ma dai testi di Harris è stata tratta anche la serie tv “Hannibal“, con Mads Mikkelsen e Hugh Dancy, complessiva di tre stagioni.

Insomma è un autore che ha avuto una buona dose di successo con i suoi testi precedenti, “Cari Mora” invece, il libro di cui parleremo oggi, è la sua ultima fatica uscita nel 2019. E’ un testo che non ha nulla a che fare con quelli precedenti, è uno stand alone insomma.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile si adatta alla perfezione ad un testo basato interamente sull’azione, è secco, veloce, scattante, i periodi sono in genere brevi e concisi, il tutto punta ad un ritmo crescente che porta il lettore al prossimo colpo di scena con il fiato sospeso.

O almeno, questo è lo stile che ci ritroviamo davanti per la maggior parte del tempo, ma in alcune scene funziona peggio rispetto ad altre, tra l’altro non saprei dire se è un problema di traduzione oppure no (avendolo letto solo in italiano), ma alcune frasi non fanno capire una determinata scena o azione.

Di azione ne abbiamo senza dubbio, ma molte volte le azioni sembrano piombare dal nulla, non si comprende il processo che porta un personaggio a agire in un modo, è il classico caso in cui un libro smuove azioni forzate, messe in moto solo per arrivare ad un punto, ma ciò è molto evidente, troppo evidente, al punto da essere sgradevole.

Mi spiego meglio, forse per la brevità (a tratti non necessaria), o per la traduzione, alcune frasi sembrano quasi tagliate, l’autore vuol far comprendere la dinamica di un movimento, ma sembra semplificare il tutto e togliere informazioni necessarie, in questo modo molte volte non capiamo cosa sta esattamente facendo un personaggio, cosa sta pensando o come si è mosso.

Il ritmo quindi è veloce, sono circa 250 che scivolano via in breve tempo.

Le atmosfere invece sono sempre legate al mondo del crimine, ci troviamo in una villa vicino a criminali senza scrupoli, ascoltiamo conversazioni fra assassini, assistiamo ad omicidi, torniamo anche indietro nel passato in guerra, insomma siamo sempre immersi in scenari di una certa pesantezza dal punto di vista delle atmosfere.

Personaggi, sono così e basta

Questo libro raccoglie, a mio avviso, molti problemi che possono sorgere quando la scrittura non va nel migliore dei modi, o si vuole forzare a tutti i costi una storia, ignorando aspetti importanti, ad esempio i personaggi.

Ritroviamo il classico “i personaggi buoni sono buoni e basta, i cattivi sono cattivi e basta”, non c’è un indagine dietro, un analisi del personaggi, l’essere buono di un personaggio viene giustificato da qualche pagina di flashback in cui l’autore ci fa capire che dobbiamo tifare a tutti i costi per lei perché ha vissuto tempi terribili.

Lungi da me sminuire il passato traumatico di un personaggio, ma qui da come è strutturato il libro questo inserimento sembra una toppa sistemata dall’autore per farti empatizzare a tutti i costi con Cari Mora che dovrebbe essere la protagonista, ma che ahimé (per me) non ha la personalità di una protagonista.

Manca di sostanza, se non fosse stata etichettata dall’autore come protagonista non si sarebbe distinta dagli altri, è una ragazza forte senza dubbio, ma manca tutto il contorno alla sua personalità.

Il passato in questo libro viene usato come mero strumento per farti capire/empatizzare con i personaggi.

Ora parliamo un poco del villan di turno Hans-Peter, che è forse uno dei peggiori villan che io abbia mai avuto la sfortuna di incontrare in un libro.

Questo uomo e le dinamiche che si porta dietro sono un disastro.

Prima parlavamo di forzature, ecco lui e la sua storyline, che arriverà ad intrecciarsi con quella di Cari Mora, sono assai forzate.

Hans è un criminale che affitta la villa di Escobar per trovare il tesoro nascosto mentre Cari lavora come custode, si innescheranno una serie di dinamiche, ma sta di fatto che Hans diverrà ossessionato da Cari, perché? Chissà, non c’è una motivazione di fondo vera e propria.

Lui ha un traffico losco di ragazze e organi e vuole mettere le mani sulla protagonista per questo, ma a mio avviso, non sta molto in piedi come motivazione, anche perché le cose si complicheranno parecchio.

Immaginatevi un cattivo molto cinematografico, ecco, uno stile Hannibal serie tv, un cattivo pieno di fascino, charme, eleganza, uno che ci sa fare insomma a livello di azione e intelligenza. Penso che l’autore abbia voluto creare un Hannibal serie tv due con Hans, dando per scontato per il lettore lo avrebbe visualizzato in un modo, ma non ha nulla a che fare con un cattivo così.

Più che intimidire e spaventare Hans lascia indifferenti, è strambo, compie azioni immotivate, non si comprende il suo processo mentale, sembra non sapere nemmeno lui quello che vuole.

Il rapporto fra Cari e Hans, che dovrebbe essere alla base del libro e dovrebbe ricordare secondo me il rapporto fra Hannibal e Will, anche se qui Cari è determinata a liberarsi di Hans o almeno essere lasciata in pace da lui.

Conclusioni

Traendo le conclusioni, io ho letto questo libro sia per la trama, che trovavo molto interessante e perché volevo approcciarmi all’autore prima di leggere la quadrilogia di Hannibal, ma sono rimasta assai delusa.

L’idea base poteva essere fonte di una storia basata sull’azione per una piacevole lettura con un buon intreccio, che purtroppo manca, i personaggi sono muri bianchi che vengono imbrattati a forza per simulare una personalità, l’intreccio degli eventi a tratti ha poco senso e si vede bene l’ombra della mano che forza il tutto, lo stile manca di mordente… insomma forse l’unico aspetto positivo della storia è il fatto che è piena di azione, anche se a volte forzata.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Cari Mora” o un testo di Thomas Harris? Sì? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

Noi ci leggiamo presto, prestissimo!

Il Punto di Rottura – Daphne du Maurier

Buon martedì!

Come state? Come state trascorrendo questo luglio? Ma soprattutto, come vi state difendendo dal caldo?

Oggi parliamo di un libro che ho letto qualche tempo fa, è una raccolta di racconti nonché il primo testo che ho avuto il piacere di leggere di questa amata e osannata, ovvero Daphne du Maurier.

Il Punto di Rottura è un testo del 1959 e contiene al suo interno otto racconti e fra questi c’è quello che è diventato uno dei miei racconti preferiti di… sempre direi, per ora.

Iniziamo!

Il punto di Rottura – Daphne du Maurier

Casa Editrice: Il Saggiatore

Genere: Raccolta di racconti

Pagine: 302

Prezzo di Copertina: € 10,00

Ebook non disponibile

Anno di P. Pubblicazione: 1959

Link all’acquisto: QUI

Incipit primo racconto “L’Alibi”

I Fenton stavano facendo la loro passeggiata domenicale nel lungo fiume. Arrivati all’Albert Bridge si fermarono, come al solito, per decidere se attraversarlo per andare ai giardini, o se proseguire costeggiando le case galleggianti.

Trama

Maestra del racconto, Daphne du Maurier coglie i personaggi nel momento in cui il legame tra ragione ed emozione è sul punto di spezzarsi: in una tranquilla domenica mattina, James Fenton capisce all’improvviso di essere in grado di uccidere senza il minimo senso di colpa. Dopo un’operazione chirurgica agli occhi la signora West è in grado di distinguere la vera personalità di chi la circonda. Durante le vacanze estive nella campagna inglese, la giovane Deborah scopre un mondo magico accessibile solo a lei. Crudeli, emozionanti, cariche di suspense e mistero, queste storie mostrano al loro meglio le capacità di scrittura e di indagine psicologica dell’autrice.

Recensione

Daphne du Maurier è stata un’autrice amata e ad oggi ancora decisamente apprezzata e citata, autrice di libri come “Mia Cugina Rachele” e “Rebecca la Prima Moglie“.

Nata il 13 maggio 1907 e venuta a mancare il 19 aprile 1989, ha vissuto una vita più che interessante anche se ad oggi rimangono dubbi e indiscrezioni varie su alcuni eventi della sua vita e non si ha un quadro del tutto dettagliato, ciò dalle ricerche che ho fatto.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il Punto di Rottura” come dicevamo è una raccolta contenente 8 racconti di circa 30/40 pagine l’uno, facendo una veloce media, leggendoli tra l’altro ho avuto l’impressione di leggere un romanzo breve, ognuno di questi racconti infatti ha al suo interno un suo universo ben costruito e che si prende il suo tempo per dare il benvenuto al lettore.

Lo stile della Du Maurier lo definirei “equilibrato”, di certo si concentra a tratti su dettagli o immagini che hanno il loro significato, senza risultare però eccessivamente prolissa, tutto serve per la costruzione dell’atmosfera che andrà a contornare il racconto.

Il ritmo direi tra l’altro che rimane sempre equilibrato anche nei vari racconti, seppur diversi in alcuni casi per tematiche, c’è sempre un livello ottimo di base che serve per la costruzione del racconto per poi man mano salire verso l’apice finale.

In questo caso l’atmosfera cambia da racconto a racconto, in alcuni si avverte più tensione, in altri in senso di pericolo e rottura arriva solo verso la fine.

Tematiche e Personaggi

Le tematiche variano, ritroviamo quella della cacciagione, quella dei giochi di potere e dell’importanza delle intenzioni, quella dell’egoismo e delle ripercussioni di questo, del vero “volto” delle persone, dei vantaggi della ricchezza e di molto altri di cui parleremo meglio tra poco andando nel dettaglio di ogni racconto.

I personaggi sono particolareggiati e originali in alcuni casi e li ho trovati ben costruiti anche a livello psicologico, le loro azioni, nella maggior parte dei casi, sono in equilibro con il loro aspetto caratteriale.

Racconti

L’alibi

Nel primo racconto assistiamo alle vicende di un uomo che preso da quella che sembra noia, decide di chiedere in affitto la cantina di una donna con la scusa di lavorare alla sua arte. All’inizio questa motivazione è una pura scusa, ma nel corso delle settimane l’uomo inizierà davvero ad esplorare la sua arte e inizierà a definirsi un artista.

La sua motivazione iniziale era quella di voler uccidere la donna proprietaria della casa e il figlio, ma per farlo sceglie un corso più lento ed elaborato.

Il racconto si concentra soprattutto sul tema del doppio, infatti quest’uomo vive una vita normale e tranquilla, forse troppo per lui che decide all’improvviso di voler uccidere qualcuno, ed è visto da tutti come un marito e un lavoratore quasi modello.

L’uomo si ritrova ad avere quindi una doppia vita, da una parte la moglie, il lavoro, le cene con gli amici, dall’altra la buia cantina in affitto con la proprietaria e il figlio che desidera uccidere, ma soprattutto la sua arte che inizierà a considerare vitale.

Il finale è a doppia interpretazione, in questo racconto è importante l’aspetto psicologico anche perché a livello di azioni, sì ci sono degli eventi, ma la battaglia interna di quest’uomo è il vero fulcro, il continuare a prendere tempo, rimandare nell’assecondare i propri desideri per ritrovarsi bloccato e forzato nel fare qualcosa.

Per me non è il racconto migliore della raccolta, ma rimane comunque interessante ed originale soprattutto per quando riguarda lo svolgimento.

Le Lenti Azzurre

Ne “Le Lenti Azzurre” seguiamo le giornate di una donna che si è sottoposta ad un intervento agli occhi, per questo trascorre ore in cui sembra essere vittima di allucinazioni visive date da queste lenti temporanee.

In attesa di poter tornare alla vista ottimale, armata di pazienza per queste lenti e bloccata ad un letto di ospedale, incontra vari personaggi tra cui le infermiere, i medici e il marito.

Questa donna tramite questo “filtro” vede ogni personaggio con la testa/muso di un animale diverso, volpi, serpenti, e creature notoriamente infide diciamo.

La tematica del racconto è proprio questa, nonostante anche qui il finale abbia una doppia interpretazione, perché da una parte possono essere solo visioni date dalle lenti (anche se queste visioni possono sembrare decisamente strane) oppure questa visione può essere l’opportunità della protagonista di vedere la vera natura delle persone.

C’è anche da dire che la du Maurier lascia uno spiraglio per questa duplice interpretazione, ma la seconda ipotesi è senza dubbio la più accreditata.

La tematica quindi rimane quella della “doppia faccia”, del male che si nasconde dietro il bene e del classico “quanto conosciamo le persone che vivono con noi?”.

Ganimede

Racconto ambientato a Venezia, in cui un uomo in visita nella città si innamora di un ragazzo che lui vede/idealizza come Ganimede. L’uomo in questione è colto e si approccia al giovane quasi con una tattica “istruttiva”, sembra voler corteggiare il giovane con la cultura e la bellezza, ma il protagonista è anche un uomo profondamente egoista.

Sicuramente il racconto ruota attorno al concetto del “ricco e potente a cui è concesso tutto”, mi ricorda la trama e i personaggi di un altro romanzo dell’autrice “I Parassiti”, in cui si seguono personaggi abituati a vivere nell’oro e convinti di poter comprare tutto, anche la vita.

Mi è piaciuta la sovrapposizione/idealizzazione del giovane a Ganimede, personaggio della mitologia greca descritto da Omero come il più bel mortale del suo tempo, Ganimede divenne un simbolo in poesia del desiderio omosessuale e della bellezza giovanile legata all’adolescenza.

Le descrizioni di Venezia, amata dall’autrice, sono tra le parti migliori del racconto, d’altronde come si può non amare ed esaltare la bellezza di una città come l’incantevole Venezia?

Il racconto mi è piaciuto, non è tra i miei preferiti della raccolta, ma rientra fra i racconti piacevoli e interessanti sia per il concetto che per il modo in cui viene trattato. Anche qui è presente la vena di tensione che spunta quasi in ogni racconto, si avverte infatti anche qui, nascosta, ma pronta ad emergere.

Lo Stagno

Questo è il racconto che ho gradito di meno in tutta la raccolta, è più lento e descrittivo rispetto agli altri.

Si concentra sull’immaginazione dei bambini e ampliando il suo significato apre il mondo fantastico che ha costellato l’infanzia di tutti noi e il mondo interno che abbiamo sviluppato nel corso dell’infanzia.

Parla di questa bambina che torna sempre allo stagno situato nelle zone vicine alla casa dei nonni dove va con il fratello ogni anno, esplora, ricorda, scopre questo luogo perdendosi anche in un mondo nuovo, una specie di realtà alternativa, è un racconto con tratti anche fantasy.

Qui ci sono significati più legati all’infanzia e alla scoperta, ma non ho apprezzato del tutto lo svolgimento e in generale non lo trovo un racconto in tono con l raccolta.

L’Arciduchessa

Ecco qui il mio racconto preferito dell’intera raccolta e in generale di sempre, rientra nella mia top ten dei racconti più sorprendenti e amati.

E’ un racconto sui giochi di potere, la forza della ribellione, la caduta di un impero e in generale della potenza delle voci che una volta diffusasi macchiano e distruggono.

Il tono del racconto è quasi fiabesco e storico, reso nel migliore dei modi.

Parla dell’inizio di una rivoluzione, c’è un paesino in cui da sempre non esistono leggi perché hanno sempre governato i reali e il popolo non ha mai avuto bisogno di regole ferree perché non ha mai espresso violenza o diffidenza nei confronti dei reali.

In questo clima, due personaggi iniziano ad aizzare il popolo contro la famiglia reale che pian piano iniziare a sentire il fiato sul collo e viene circondata da tutti, insomma la vicenda si spinge sempre più verso il golpe e la tensione cresce fino alla fine.

Come dicevo la vicenda ha un che di fiabesco, anche il finale rispecchia questi toni ed è fortemente poetico.

Meraviglioso, duro, ma delicato al tempo stesso, dalla lettura non sono più riuscita a togliermelo dalla testa.

Il Duro

E’ un racconto anche qui interessante per i concetti esposti, la cara Daphne ci sa sempre fare, abbiamo un divo del cinema, la classica star bella, famosa, amata, che sembra non aver mai fatto nulla di sbagliato, ha avuto successo e basta nella vita insomma.

Dopo anni e anni di cinema sembra essere diventato una specie di manichino, non prova emozioni, si fa comandare in tutto e per tutto, sembra quasi non avere una personalità, è stato assorbito e della sua vera personalità non è rimasto nulla, e inoltre sembra non essere nessuno senza gli altri.

Una sera incontra una vecchia amica/ex fidanzata e inizia a parlare e ricordare, con questa sembra tornare a scoprire se stesso.

E’ un racconto sulla fama, le conseguenze di questa, il vivere sempre sotto un occhio di bue, essere assorbito dagli altri e dimenticare se stesso.

Anche qui il ritmo è abbastanza lento, ma non mi è dispiaciuto.

Il Camoscio

E anche qui abbiamo un meraviglioso significato e una doppia inerpretazione.

Seguiamo una coppia che si reca in un alloggio sperduto in mezzo al bosco per cacciare un camoscio, perché il personaggio maschile è ossessionato dalla caccia e in particolare dalla caccia al camoscio.

La moglie è stanca di questa fissazione e non è esaltata all’idea di partire, ma alla fine cede, e in questo alloggio incontrano un uomo molto misterioso, quasi animalesco anche nei modi.

Lì, l’uomo parte alla caccia e qui si apre una parentesi drammatica e si snocciola anche il senso del racconto che porta il lettore a riflettere sulla cacciagione, sulla natura degli animali e degli essere umani e su tutto il concetto che ruota attorno all’uccidere gli animali.

E’ un racconto affascinante per il messaggio, ma un poco scomposto per il ritmo, a volte sembra perdere la retta via, ci si sofferma troppo su certe scene e troppo poco su altre, ci si perde insomma.

Quegli essere Alteri

Questo potrebbe essere il racconto più enigmatico della raccolta, parla di un bimbo con problemi alla parola che viene sempre trattato in malo modo dai genitori anche in seguito al trasferimento in una casa nuova.

Lì, una notte inizia a seguire degli esseri anormali e fugge con loro pregandoli quasi di tenerlo con loro.

Può essere un racconto che parla di un infanzia travagliata, di genitori abusivi, di voglia di fuggire e affidarsi a sconosciuti al costo di partire, in generale di fuga e libertà.

Assieme a “Lo Stagno” è uno dei racconti che ho apprezzato di meno.

Conclusioni

Mi è piaciuta molto questa prima raccolta che ho letto dell’autrice e ho trovato uno dei miei racconti preferiti di sempre, quindi due piccioni con una fava. So che vari lettori non hanno amato questa raccolta, io penso abbia delle vere perle all’interno e penso lanci messaggi profondi e degli di esplorazione, è anche un ottimo veicolo per scoprire lo stile dell’autrice se non avete mai letto nulla di suo.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla della Du Maurier? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Luglio (2021)

Buon giovedì e buon primo di luglio!

Come procede la settimana?

Oggi parliamo della nuova lettura per il gruppo LiberTiAmo, infatti è il momento di annunciare il libro di luglio dopo la bimestrale lettura di maggio e giugno.

Come sempre il libro è stato eletto tramite sondaggio e il libro in questione sarà in lettura per tutto luglio, andiamo a scoprirlo!

Fiorirà l’Aspidistra – George Orwell

Casa Editrice: Mondadori

Link all’acquisto: QUI

Trama

Londra, anni Trenta. Il giovane Gordon Comstock coltiva ambizioni letterarie e, per mantenersi, fa il commesso in libreria. Figlio della piccola borghesia britannica, si ribella alla morale della sua classe: il rifiuto della rispettabilità e del mito del “buon posto” gli fa intraprendere una vera e propria discesa agli inferi. Per affermare i diritti della poesia contro il mondo dominato dal denaro, vive in solitudine, povertà e squallore, macerandosi nel vittimismo e nella frustrazione. Fino a che una notizia inaspettata segna la sua “resurrezione”, o forse la resa al sogno di una casa con le tendine ricamate e una pianta di aspidistra alla finestra.

Fiorirà l’aspidistra è stato pubblicato per la prima volta nel 1936.

Il romanzo contiene numerosi riferimenti autobiografici al periodo in cui Orwell lavorava come insegnante e scriveva “Senza un soldo a Parigi e Londra”.

Dal libro è stato tratto il film del ’97, “La stagione dell’Aspidistra”.

Potete partecipare alla lettura in ogni momento, abbiamo tutto luglio per leggerlo assieme!

Vi unirete alla lettura? Avete già letto questo libro? Vi è piaciuto? Sì? Fatemi sapere!

A presto!

La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Buon mercoledì e ben ritrovati!

Come sta andando la settimana? Come prosegue questo giugno?

Oggi, dato che avanzo nel mio obbiettivo e speranza di recuperare negli articoli e nelle recensioni, parliamo di un libro letto mesi fa di cui avrei dovuto parlarvi tempo addietro… non mi smentisco mai.

Il libro di cui parliamo oggi è “La Bambina che Amava troppo i Fiammiferi” di Gaétan Soucy, libri di cui avevamo parlato in parte in uno degli ultimi articoli del 2020, più precisamente quello dei libri peggiori, quindi beh questo non è di buon auspicio, ma andiamo con calma.

Parliamone!

La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Casa Editrice: Marcos Y Marcos

Genere: Narrativa

Pagine: 191

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 11,99

Anno di P. Pubblicazione: 1998

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto.

Trama

Un castello in rovina in mezzo al bosco. Due fratelli vittime di un padre folle, cresciuti isolati, in un mondo fittizio. Un mondo di ossessioni, violenze, angherie. Un mattino, al risveglio, i fratelli si accorgono che il padre si è impiccato in camera sua. Ora, per la prima volta, sono liberi: attraversano il bosco, raggiungono il villaggio, affrontano la realtà. Dove si scopre che chi si credeva un uomo è invece una donna; chi si credeva povero è invece ricco sfondato; due fratelli sono in realtà due sorelle e un fratello. Fino alla rivelazione di un segreto morboso, cruento, ripugnante. E l’origine di tutto, la tragedia che ha condotto il padre alla follia. Tutta colpa di una bambina che non la smetteva di giocare con i fiammiferi.

Recensione

Come dicevo, ho letto questo libro qualche mesetto fa, ma dato che prendo sempre nota dei libri che leggo (non ripeterò gli errori del passato) in dettagli piuttosto precisi, ogni volta rileggendo gli appunti scritti non ho problemi nel tornare con la memoria al libro in questione e vi dirò, a distanza di tempo mi rimangono impressi sempre dettagli specifici dei libri letti.

In questo caso, a breve distanza dalla lettura questo testo mi è passato davanti agli occhi non lasciandomi particolari di notevole importanza, ma ad oggi ho un quadro più preciso e delineato.

Parlando un poco dell’autore Gaétan Soucy era un autore e professore di origine canadese, venuto a mancare nel 2013. Fra gli altri testi dell’autore vorrei citare “L’Assoluzione” e “Music-Hall!” sempre editi in Italia dalla casa editrice Elliot.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile è decisamente particolare, il libro infatti è scritto dalla penna di una ragazza che non ha mai ricevuto una vera e propria istruzione, una ragazza che non sembra nemmeno avere la sua età anagrafica (che verrà rivelata ad un certo punto del libro, ma rimarrà comunque non certa) e soprattutto una giovane che ha sempre vissuto isolata solo con il fratello e il padre, senza incontrare altro essere umano, tranne per incontri più che brevi.

Il testo quindi è costellato di errori voluti e termini che non esistono, totalmente inventati da questa giovane che molto spesso utilizza termini sbagliati per indicare un determinato evento, oggetto, emozione, ricordo…

Ho trovato questa tattica decisamente originale e interessante sulle prime, ma a lungo andare rischia di rendere complessa e granulosa la lettura, questa richiede infatti un livello di attenzione costante e a volte ho avuto bisogno di rileggere determinate frasi più volte per capirne meglio il senso, che non rimane comunque chiaro.

Verso la fine ciò che non era ben specificato o lasciato all’immaginazione anche per l’uso di termini “bizzarri” viene spiegato e la vicenda assume un significato più chiaro.

L’atmosfera rimane costantemente ambigua, ci sono momenti in cui questa ragazza scrive di vicende assai gravi e drammatiche con toni bambineschi, normali, come se fossero vicende che accadono tutti i giorni. Ci sono invece altri momenti, in particolare verso la fine, in cui tratta con orrore ciò che accade, ma alcuni aspetti terribili non vengono mai trattati come dovrebbero essere trattati.

Si ha spesso l’impressione di camminare sulle uova leggendo il libro, si sa che ciò di cui sta parlando la protagonista, con il suo gergo impreciso, è un qualcosa di probabilmente molto grave, ma non si capisce fino in fondo la vicenda.

Aspetto Psicologico e Personaggi

Ci sono vari elementi importanti legati ai personaggi che vengono rivelati solo alla fine, quindi non andrò nei dettagli per evitare di incappare in pesanti spoiler, ma la protagonista vive senza dubbio in una bolla tossica, fra il fratello e il padre si ritrova ad un certo punto a guardare il mondo in una prospettiva diversa rispetto alla solita appunto a causa della morte della figura paterna.

Il libro vuole parlare di vari argomenti legati all’infanzia tossica, all’abuso. all’isolamento dal mondo e alla violenza. Non è un libro facile da leggere soprattutto quando si realizza a cosa fa riferimento la protagonista.

C’è qualche spiraglio di speranza nel testo, che però viene spazzata via dopo poco o vengono rivelati altri aspetti del tutto che gettano altra oscurità sul passato e il presente di questa ragazza.

E’ una lettura inoltre commovente e dolorosa a tratti, è presente anche una parentesi “amorosa” che però può essere interpretata in vari modi dato il tono della storia, ho trovato questa parentesi un poco esagerata.

La figura paterna è quella di un uomo probabilmente molto traviato a livello psicologico, che costringe i figli a vivere secondo le sue regole, i suoi tempi. entro determinati confini e ritmi. E’ un uomo violento, ciò che sappiamo di lui proviene dalla narratrice perché lui muore ad inizio libro, quindi non abbiamo modo di “incontrarlo”.

Il fratello invece non risulta un personaggio “forte”, esercita violenza sulla sorella e ha un comportamento in generale dittatoriale, ma non sento di averlo capito del tutto, potrebbe però essere una volontà dell’autore per far provare al lettore il senso di estraniazione e distacco che prova anche la narratrice nei confronti del fratello.

Conclusioni

E’ un libro complesso da descrivere, anche perché lo spoiler è sempre dietro l’angolo, ed è anche complesso da leggere. Mi sono approcciata alla lettura all’inizio non con leggerezza, ma non aspettandomi di certo un libro simile.

L’idea principale legata allo stile è interessante e funziona in parte per esprimere il tutto come se stesse parlando una bambina, che parla di violenze in modo innocente , ma a lungo andare rende la lettura pesante e a tratti ripetitiva.

Avrei gradito più introspezione dal punto di vista psicologico dei personaggi e una finale diverso, infatti, purtroppo non ho apprezzato l’epilogo.

L’idea base è interessante, ma il testo non mi ha convinta del tutto.

Voto:

E voi? Avete mai letto “La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi”? Sì? No? Vi è piacito? Fatemi sapere!

A presto, davvero!