Sorelle – Daisy Johnson

Buon sabato e buon weekend!

Come state? Sarà un weekend all’insegna del relax o l’aria di dicembre vi ha già reso la giornata ansiolitica? Perché diciamocelo, fra le feste e il resto dicembre non è un mese tranquillo.

Comunque, oggi parliamo del libro che abbiamo letto sul gruppo a novembre, ovvero “Sorelle” di Daisy Johnson.

Questo libro è stato in lettura per tutto il mese precedente sul gruppo ed è stato per me il primo libro letto dell’autrice, ma parliamone in modo approfondito!

Sorelle – Daisy Johnson

Casa Editrice: Fazi

Genere: horror/thriller psicologico

Pagine: 200

Prezzo di Copertina: € 17,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Una casa. S’intravede oltre la siepe, in fondo ai campi. Bianco sporco, le finestre che sprofondano nei mattoni. Mano nella mano sul sedile di dietro, una freccia di luce dal tettuccio. Noi due, spalla contro spalla, a dividerci l’aria. Abbiamo fatto un lungo viaggio, su per la spina dorsale del paese, sfiorando la circonvallazione di Birmingham, superando Nottingham, Sheffield e Leeds e attraversando i Pennini. Quest’anno ci inseguono. Che? Quest’anno, come sempre, niente amici, bastiamo a noi stesse.

Trama

Le sorelle adolescenti Luglio e Settembre sono strette da un legame simbiotico forgiato con una promessa di sangue quando erano bambine. Vicine quanto possono esserlo due ragazze nate a dieci mesi di distanza, a volte è difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Abituate all’isolamento, non hanno mai avuto amici: bastano a se stesse. Ma un pomeriggio a scuola accade qualcosa di indicibile. Qualcosa da cui non si può tornare indietro. Alla disperata ricerca di un nuovo inizio, si trasferiscono con la madre dall’altra parte del paese, sul mare, in una vecchia casa di famiglia semiabbandonata: le luci tremolano, da dietro le pareti provengono strani rumori, dormire sembra impossibile. Malgrado questo inquietante scenario, a poco a poco la vita torna ad assumere una parvenza di normalità: nuove conoscenze, falò sulla spiaggia… Luglio si accorge però che qualcosa sta cambiando, e il vincolo con la sorella inizia ad assumere forme che non riesce a decifrare. Ma cos’è successo quel pomeriggio a scuola che ha cambiato per sempre le loro vite?

Recensione

Prima di iniziare vorrei parlare un poco della promozione di questo libro, nel senso che la Fazi (casa editrice che lo ha pubblicato e che io apprezzo moltissimo), ha utilizzato per la promozione una frase presa dal “The Guardian” che ha anche utilizzato però nella trama modificandola un poco.

La frase in questione è questa: “Ricco di tensione e profondamente commovente, il secondo romanzo della talentuosa Daisy Johnson penetra a fondo nelle zone più oscure dei legami affettivi, raccontando una conturbante storia d’amore e invidia tra sorelle che i fan di Shirley Jackson e Stephen King divoreranno.

La frase del “The Guardian” è simile, il succo comunque rimane quello. Perché vi parlo di questa frase e del modo in cui è stato promosso questo libro? Perché a mio vedere questo tipo di promozione può sì essere utile per la vendita, ma allo stesso tempo può essere negativa, perché arrivato a fine lettura un fan di King o della Jackson potrebbe rimanere deluso/a dal libro, proprio per le aspettative e la comparazione citata in queste frasi.

Ovviamente questa è una personale considerazione, essendo fan sia di King che della Jackson.

Ci tengo a dire che in questo libro ci sono elementi che possono far pensare ad alcuni famosi testi dei due autori, ma credo personalmente che lo stile della Johnson, lo svolgimento del libro, la resa di certe tematiche e in generale il mood siano diversi da quelli dei due autori.

Quindi, riassumendo, non sono del tutto d’accordo con il modo in cui è stato promosso questo libro, ha sì tematiche che si avvicinano ai due autori, ma questo alzare troppo le aspettative e l’asticella potrebbe essere nocivo per la lettura di un fan della Jackson o di King.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Addentriamoci nel libro ora, lo stile dell’autrice rimane sempre un poco freddo, io non ho letto altro della Johnson quindi non saprei dire se il suo stile è sempre così o ha adottato questa tecnica per “Sorelle”, ma ho avvertito sempre una specie di barriera data dallo stile fra la protagonista, Luglio, che narra la maggior parte della vicenda, e il lettore.

Anche nei suoi racconti di attimi passati e felici, non c’è mai un calore sentito, si avverte sempre un distacco naturale che, almeno nel mio caso, non fa entrare del tutto nella storia.

Non saprei dire se questo stile è utilizzato volutamente dall’autrice perché il personaggio di Luglio alla fine è particolare e di certo molto più profondo rispetto al primo impatto.

Sta di fatto che lo stile rimane per tutto il corso del libro piuttosto gelido e distaccato.

Per quanto riguarda il ritmo abbiamo un libro di 200 pagine con un ritmo a tratti incostante, ci sono spesso scene del passato che si mischiano a quelle del presente, ricordi, intrecci, flash della protagonista, e procedendo man mano ci si ritrova ad unire i pezzi del puzzle.

Le atmosfere invece sono come lo stile, in generale piuttosto gelide, ho avuto quasi l’impressione di non vedere mai il sole in questo libro, mi sono immaginata ogni panorama, ogni luogo, come gelido, freddo e scuro.

Tante, Troppe Tematiche

Questo libro affronta varie tematiche, la morte, la dipendenza, i rapporti tossici, i genitori assenti, l’isolamento, il bullismo, e altre.

Insomma, l’autrice inserisce tante, troppe tematiche senza approfondirne nemmeno una, la maggior parte di queste vengono sfiorate, inserite rimanendo solo in superficie.

Forse il tema che secondo me viene affrontato maggiormente dalla Johnson è quello della dipendenza e della spersonalizzazione, che però anche qui poteva essere approfondito.

Infatti nel libro questo tema è parecchio presente e vediamo come tra queste sorelle, Luglio e Settembre, si venga a creare una vera e propria dipendenza, una non esiste senza l’altra, non si sente nemmeno una persona senza l’altra, non ha una personalità, in particolare Luglio.

Qui arriva anche la “somiglianza” con “Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello” della Jackson, in cui anche lì troviamo un rapporto tossico fra sorelle, anche se qui nel testo della Johnson la dipendenza ha prettamente a che fare con la non esistenza di una senza l’altra, nel testo della Jackson le dinamiche sono diverse.

Vorrei approfondire questa parentesi, ma rischio di fare spoiler perché uno dei misteri del libro è proprio questo, il tipo di rapporto che c’è fra le due e come questo si evolve fino ad arrivare al finale.

Ha delle caratteristiche del romanzo di formazione, anche se non arriviamo proprio all’età adulta della protagonista, riviviamo con lei la crescita sua e della sorella, e qui entra in gioco la “somiglianza” con alcuni romanzi di King.

Un doppio Finale?

Non mi è piaciuto il finale di questo romanzo, non solo le 5/6 pagine finali, ma in generale le ultime 50/60 pagine sono piuttosto prevedibili e si ha un sentore di ciò che accadrà fin dalla metà del testo o anche prima.

Parlo di doppio finale perché c’è in effetti una specie di duplice finale anche se il finale vero e proprio è uno, prima di arrivare a questo c’è un trucco che l’autrice utilizza che non ho gradito.

Capisco questo utilizzo e dobbiamo sempre considerare che il personaggio di Luglio non è stabile a livello psicologico e in generale il romanzo è piuttosto intimo, con varie riflessioni di questa e ricordi quindi anche nel “doppio” finale si lascia prendere dalle riflessioni e ci porta per mano in una versione dei suoi pensieri, però non mi è comunque piaciuto il finale.

E’ un finale decisamente probabile, ma come ho detto scontato e ci si arriva dopo questo passaggio/trucco dell’autrice.

Una Famiglia Rotta

E’ un libro “Sorelle” decisamente angosciante, un quadro che ci mostra una famiglia distrutta, due ragazzine lasciate allo sbando, con un padre morto e una madre assente che non sa cosa sta facendo con le sue figlie e non sa come gestirle in nessun modo.

Una madre che però a sua volta è anche lei vittima e si ritrova dopo eventi terribili a dover andare avanti e cercare di fare del suo meglio per l’unica cosa che le è rimasta, le sue figlie.

E’ un libro gelido, glaciale, drammatico, amaro, un libro che ci proietta in una casa fredda in cui chi ci abita è perseguitato da fantasmi e vive una vita inquieta, senza spiragli di luce.

La tematica del lutto è decisamente presente in questo libro, che a me è capitato di leggere proprio a novembre dove anche io ho subìto un lutto ed è forse anche per questo che ho sentito così tanto il lato algido di questo testo che si riconduce alla morte e alla perdita.

Prima di arrivare alle conclusioni vorrei spendere due parole per parlare della casa, che nella trama sembra quasi infestata da come viene descritta, sembra un’altra protagonista della storia, ma purtroppo io non l’ho avvertita come tale.

La casa c’è e torna spesso perché è stata teatro di fatti importanti per questa famiglia, ma non è uno dei protagonisti, è una cornice che ogni tanto regala qualche ricordo e il lato “infestato” è legato ai ricordi e agli eventi famigliari accaduti tra quelle mura.

Avrei gradito una presenza maggiore della casa, descrizioni magari più immersive per poter trasportare del tutto il lettore.

Conclusioni

Ero entusiasta all’idea di poter leggere “Sorelle”, ma purtroppo questo libro mi ha delusa per la maggior parte, saranno state le aspettative troppo alte, lo stile dell’autrice, la prevedibilità del testo o il fatto che il mio entusiasmo risiedeva anche in piccole caratteristiche che mi sembrava di aver colto dalla trama che però nel testo non vengono curate al meglio.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Sorelle”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

PoetryTime

Noi, dinosauri

Nati così,

dentro a tutto questo

mentre facce di gesso sorridono

e la Signora Morte ride

e gli ascensori si guastano

e gli orizzonti politici si dissolvono

e il ragazzo che imbusta la spesa al supermercato ha

una laurea

e i pesci imbrattati di petrolio sputano le loro prede

imbrattate di petrolio

e il sole è mascherato

noi siamo

nati così

dentro a tutto questo

dentro a queste folli guerre calibrate

dentro quel che si vede da finestre rotte di fabbriche

desolate

dentro ai bar dove le persone non parlano più tra loro

dentro a scazzottate che finiscono a pistolettate e

coltellate

nati dentro a tutto questo

dentro a ospedali che sono così costosi che è più

conveniente morire

dentro un sistema con avvocati che costano così tanto

che è più conveniente dichiararsi colpevoli

dentro a una nazione con le prigioni piene e i manicomi

chiusi

dentro a un posto dove le masse elevano sciocchi a

ricchi eroi

nati dentro a tutto questo

camminiamo e viviamo attraverso tutto questo

moriamo a causa di questo

azzittiti a causa di questo

castrati

corrotti

diseredati

a causa di questo

coglionati da questo

usati da questo

smerdati da questo

resi pazzi e ammalati da questo

resi violenti

resi disumani

da questo

il cuore è incupito

le dita afferrano la gola

la pistola

il coltello

la bomba

le dita cercano un dio indifferente

le dita cercano la bottiglia

la pasticca

la bustina

siamo nati dentro a questa mortalità dolorosa

siamo nati dentro a un paese indebitatosi per 60 anni

che presto non sarà in grado neanche di pagare gli

interessi su quel debito

e le banche salteranno

il denaro sarà inutilizzabile

ci saranno omicidi alla luce del sole e impuniti per le

strade

ci saranno pistole e criminalità a zonzo

la terra sarà inutilizzabile

il cibo si ridurrà sempre più

l’energia nucleare sarà in mano alle masse

esplosioni faranno tremare di continuo la terra

uomini robotici radioattivi si daranno la caccia tra loro

i ricchi e gli eletti osserveranno da piattaforme spaziali

l’inferno di Dante sembrerà un parco giochi per

bambini

il sole non si vedrà più e sarà sempre notte

gli alberi moriranno

tutta la vegetazione morirà

uomini radioattivi mangeranno la carne di uomini

radioattivi

i mari saranno avvelenati

i laghi e i fiumi si estingueranno

la pioggia sarà di nuovo oro

i copri marci di uomini e animali puzzeranno nel vento funesto

i pochi ultimi sopravvissuti saranno abbattuti da nuove

e odiose

malattie

e le piattaforme spaziali saranno distrutte dall’attrito

ci sarà la fine delle scorte

l’effetto naturale del decadimento generale

e ci sarà il più bel silenzio mai udito

scaturito da tutto questo.

Il sole sempre nascosto lassù

nell’attesa del prossimo capitolo.

Charles Bukowski

Pillole Letterarie #23

“Forse nella mente di tutti vi è un piccolo compartimento in cui il futuro esiste qui e adesso, dove sono contenuti gli archivi degli eventi che devono accadere, dove l’archivista (che in fin dei conti siamo noi) fa scivolare un avvertimento sotto la porta chiusa.”

“Era come assistere a una propagazione di disarmonia, all’affermazione di influenze maligne piuttosto che al naturale piacere della natura, perché adesso avevo capito che c’erano due aspetti, in Gramarye1, due climi o latitudini, comunque vogliate chiamare queste atmosfere opposte. Forse due zone diverse: positiva e negativa. Avevamo sperimentato il bene, il positivo, quando eravamo arrivati lì. Adesso qualche cosa stava spingendolo da parte. Secondo le parole di Bob Dylan, “i tempi stavano cambiando”. E, tornando indietro col pensiero, i cambiamenti erano cominciati con la comparsa dei sinergisti.”

1 Il nome della casa protagonista della vicenda.

#libriconsigliati#

#piccolistralciletterari#

Cattedrale – Raymond Carver

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come sta andando avanti il mese di ottobre? State realizzando che la fine dell’anno si avvicina? Io assolutamente no.

Oggi parliamo di “Cattedrale” di Raymond Carver, titolo che abbiamo letto assieme sul gruppo nel mese scorso, finalmente torno ad essere quasi puntale con le recensioni per il titolo del mese.

“Cattedrale” è un testo assai apprezzato e conosciuto, la raccolta più famosa e amata di Carver, autore americano pilastro della letteratura americana.

Iniziamo!

Cattedrale – Raymond Carver

Casa editrice: Einaudi

Genere: raccolta di racconti

Pagine: 226

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 6,99

Anno di P. Pubblicazione: 1983

Link all’Acquisto: QUI

Incipit P. Racconto “Penne”

Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena. Io non conoscevo sua moglie e lui non conosceva Fran. Così eravamo pari. Ma io e Bud eravamo amici. E sapevo che a casa sua c’era un bambino piccolo.

Trama

A volte anche una visita inattesa e poco gradita – quella di un amico cieco della moglie, per esempio – può smuovere emozioni dimenticate. E cosi, infatti, che il narratore del racconto che dà il titolo alla raccolta – forse il più celebre di Carver e uno dei più amati dall’autore – finisce per passare quasi senza rendersene conto dall’iniziale ostilità condita di gelosia al momento di una piccola rivelazione. È un personaggio carveriano a tutti gli effetti, l’anonimo protagonista del racconto: sottilmente alla deriva, privo di amici, inchiodato in un lavoro che detesta, con una moglie da cui forse si sente un po’ trascurato. Eppure, è proprio la presenza ingombrante del cieco Robert a costringerlo a uscire dalla sua corazza e abbozzare un rapporto umano, una condivisione che gli permetterà di recuperare, forse, una parte di sé dimenticata. Carver ne segue l’impercettibile evoluzione con naturalezza, con uno stile maturo e consapevole dei propri mezzi, da lui stesso definito “più pieno e generoso”. Se “Cattedrale” chiude la raccolta su una tenue nota positiva, nel resto del libro prevalgono i toni desolati, i fragili equilibri pronti a spezzarsi in conseguenza di eventi all’apparenza secondari: un nuovo trasloco in “La casa di Chef”, l’atto mancato di una riconciliazione impossibile in “Lo scompartimento”, l’inizio di una crisi senza apparenti vie d’uscita in “Vitamine”, in cui nella deriva personale fa irruzione la violenza della storia.

Recensione

Essendo una raccolta di racconti parleremo meglio di ogni racconto nello specifico, ma prima di ciò, parliamo un poco dell’autore. Carver nasce il 25 maggio del 1938 a Clatskanie ed è conosciuto soprattutto per i suoi racconti brevi, è l’autore di opere quali “Di Cosa Parliamo quando Parliamo d’Amore“, “Da Dove Sto Chiamando” (raccolta di racconti), appunto “Cattedrale“, ma anche varie raccolte di poesie.

Spesso Carver viene accostato al minimalismo, per il suo stile e forma, ma lui non mai andato molto d’accordo con questa definizione.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Carver è equilibrato secondo me, si discute molto del suo stile e per buone ragioni, molti lo definiscono minimalista appunto, altri parlando dello stile lo associano a stili semplici e secchi che riducono all’osso le descrizioni e le scene, ma dall’idea che io mi sono fatta penso che lo stile di Carver sia ben bilanciato. Fornisce al lettore i dettagli sufficienti per una lettura completa, dando un senso ad ogni parola, senza affamare il lettore.

Ci sono parecchie analisi tra l’altro in giro nel web e su vari testi in cui si analizza l’uso delle parole nei testi di Carver, specialmente nei racconti, si trovano molti significati inseriti all’interno di ogni racconto, alcuni evidenti, altri nascosti e magari non facilmente raggiungibili.

Il ritmo cambia da racconto a racconto anche se in molti ci troviamo alla fine con un sacchetto di riflessioni e lezioni che impariamo accompagnando i personaggi nelle loro disavventure.

I temi affrontati da Carver sono quelli legati alla realtà e alla normalità, il matrimonio, il lavoro, la dipendenza, l’abbandono, i figli… Insomma tematiche che costellano la vita e situazioni che si legano con il quotidiano.

Le atmosfere dei racconti di Carver infatti sono intrise di realtà, le situazioni in cui si ritrovano i personaggi le possiamo aver sperimentate noi sulla nostra pelle, o possiamo averle viste dall’esterno, o ancora sono scene in cui forse ci ritroveremo un domani.

Avvertiamo l’amarezza di un uomo lasciato dalla moglie a crescere i due bambini, la fatica di questo a lasciar andare l’amore che ancora prova per questa donna che sembra un’altra persona, sentiamo la rabbia di chi si lancia nella vita e si convince di voler essere un tipo di persona che non voleva essere fino a poco tempo prima perché mossa dal desiderio di essere come qualcun altro, il diventare qualcuno non si è, e finire con l’odiarsi e odiare gli altri.

Quando l’amarezza è Reale

Carver riesce a far provare al lettore il reale senso di amarezza legato alla realtà, i suoi racconti non hanno tocchi fantasy o fantascientifici o magici, non si va mai oltre alla pura e amara realtà. Dicendo questo non voglio assolutamente sminuire questi generi.

Ciò che ho trovato però affascinante è l’aver provato sempre una punta di amarezza in ogni racconto, ma la lettura non è mai diventata dolorosa o eccessivamente tragica, anche in questo Carver riesce ad essere equilibrato, ci fa vedere uno specchio di realtà e in ognuna uno o più personaggi riflettono su qualcosa, inviandoci messaggi all’apparenza semplici perché diretti e scritti senza troppi giri di parole, ma sempre veri e realistici.

Racconti

Iniziamo a parlare dei racconti, perché c’è molto da dire e per ognuno vi dirò quella che è stata la mia impressione, cosa ho ricavato dalla lettura di questi.

Penne

Penne” apre la strada alla raccolta, è un racconto di circa 25 pagine, su per giù, ed è la storia di una cena tra amici. In particolare tra Bud e Jack, amici che si sono conosciuti sul posto di lavoro e un giorno decidono di cenare a casa di Bud che è sposato con Olla, mentre Jack è fidanzato con Fran. I due si recano dall’amico e vengono subito salutati da un pavone, che vive nel giardino della coppia, dopodiché passeranno una serata tutto sommato tranquilla e godibile. Ma il racconto si conclude in modo assai amaro, Carver ci mostra cosa accade quando si vuole vivere con uno stile di vita che non ci appartiene o cosa succede quando per emulare gli altri arriviamo a vivere in un modo che fino a poco tempo prima ritenevamo non adatto a noi.

Senza dubbio “Penne” è forse uno dei racconti che lascia più con l’amaro in bocca dell’intera raccolta.

Per me è stata una riflessione anche su tematiche come l’invidia e il classico “l’erba del vicino è sempre più verde”.

A Casa di Chef

Questo secondo racconto ci mostra sempre una coppia che tenta di ricostruire un nuovo domani assieme, tornando a vivere sotto lo stesso tetto in una casa di proprietà di un amico. Tutto sembra andare alla perfezione, fino a quando questo amico non fa visita ai due per annunciare loro che non potrà più ospitarli perché deve aiutare la figlia e vuole dare a lei la casa.

Assistiamo quindi ad un crollo degli equilibri, colei a cui deve andare la casa diventa una presenza ostile che vuole spezzare questo legame e mentre il personaggio maschile è perso in riflessioni e visioni di un passato lontano, Carver ci porta a chiederci chi siamo veramente, qual è la natura della nostra identità, come questa viene condizionata dall’inevitabile avanzare del tempo e come non è possibile per noi distaccarsi da ciò che abbiamo vissuto, perché ci ha resi chi siamo oggi.

“Immagina. Immaginare non costa niente. Metti che niente di tutto il resto sia mai successo. Capisci che voglio dire? E a quel punto?, gli ho detto. […] Poi ha detto: A quel punto dovremmo essere altre persone. Persone che non siamo. Non ho più quel genere d’immaginazione. Siamo nati come siamo. Non capisci? […] Mi dispiace, ma non posso mica parlare come qualcuno che non sono. Non sono un’altra persona. Se fossi un’altra persona, puoi scommetterci che non sarei certo qui. Se fossi un’altra persona, non sarei io. Ma sono quello che sono. Non lo capisci?”

Conservazione

Il terzo racconto della raccolta è stato, per me, uno di quelli più ermetici per quanto riguarda l’interpretazione ed è forse quello che più di tutti costringe il lettore ad una riflessione profonda dopo la lettura.

Seguiamo sempre una coppia, in cui ad un certo punto il marito di Sandy perde il lavoro e decide di stabilirsi sul divano permanentemente, durante il giorno si sposta a malapena da quello e si distacca da tutto. Sandy si preoccupa sempre più per lui e fa caso al fatto che il marito sfoglia sempre lo stesso libro e legge sempre lo stesso paragrafo che ha a che fare con una creatura/uomo ibernato. Questo nuovo equilibrio di immobilità sembra subire una modifica quando il frigo si rompe e Sandy sprona il marito ad andare all’asta per trovare un frigo nuovo.

Il racconto si conclude con un immagine interessante che lascia il lettore alle sue riflessioni.

Senza dubbio il primo significato è quello che riguarda l’immobilità e il trovarsi in un blocco esistenziale e non solo. Il marito di Sandy viene licenziato e si sente come un uomo vecchio di millenni, un uomo vecchio e sorpassato dal progresso, dalla società, da tutto. Il senso di resa e sconfitta si avverte nei gesti ripetitivi e meccanici del marito, anche in quello che dice c’è una nota di inevitabile ripetitività.

Tra l’altro in questo racconto c’è anche un messaggio che pervade tutta la raccolta, essendo una raccolta incentrata appunto sulla realtà, ovvero il classico “la vita va avanti”. Infatti accompagnamo i personaggi, viviamo le loro disavventure e tragedie, ma li lasceremo e per loro la vita andrà avanti e anche per noi.

Lo Scompartimento

Questo quarto racconto ci mostra un padre che si sta recando a trovare il figlio in treno. L’uomo in questione non vede il figlio da tempo, dopo un forte litigio verificatosi prima della separazione dalla moglie. Durante il viaggio subisce il furto di un orologio da parte di uno, a detta sua, strano compagno di scompartimento. All’arrivo nella stazione dell’incontro con il figlio comunque l’uomo decide di non scendere, ma di proseguire senza una vera meta.

In questo racconto penso si avverta un forte senso di mancanza, di un obbiettivo, di uno stimolo, di un qualcosa che dia all’uomo la forza e la voglia di fare ciò per cui si è sorbito ore di viaggio. Si sente perso, si accorge di non avere la voglia di incontrare un figlio che non sembra nemmeno amare così tanto. In questo viaggio in treno Myers mette in discussione tutta la sua vita e perdendo i suoi oggetti, lascia e perde anche la sua di vita.

Una Cosa Piccola ma Buona

Questo è di certo uno dei miei racconti preferiti che all’inizio si apre in modo pacifico e calmo, ma dopo poco si trasforma in altro. Seguiamo due genitori che stanno accanto al loro figlio ricoverato d’urgenza in ospedale dopo essere stato investito. Siamo trasportati in un clima di profondo tormento e preoccupazione ovviamente per le condizioni di questo bambino e a turno i due genitori tornano per poco a casa, per staccare anche solo per poco, mangiare qualcosa o sistemarsi. Ogni volta prima uno poi l’altro ricevono strane chiamate di un uomo che nomina il bambino e sembra voler lanciare messaggi molto criptici.

Non vi dirò il finale del racconto per non rivelare troppo anche perché questo è uno dei racconti più lunghi della raccolta, ma scopriremo chi è il losco figuro, il destino del bimbo e le rivelazioni finali.

Questo racconto a differenza del precedente è decisamente meno criptico nei suoi significati, riflettiamo sulla natura dell’umanità, su cosa significa per davvero essere umani e su come si può finire nella vita a diventare persone che noi stessi detestiamo e in cui non ci riconosciamo.

Vitamine

E’ forse l’unico racconto in cui non ho amato più di tanto i personaggi, parla di questa coppia (vedo che le dinamiche tornano) in cui Patti diventa una venditrice di vitamine e la rappresentante di un gruppetto di ragazze che per guadagnare fanno questo lavoro. Ma pian piano il business comincia ad avere dei problemi e il compagno di Patti nel frattempo si diletta ad uscire con una collega di Patti e durante una serata in un bar i due conversano e arrivano ad un punto definitivo.

Il nostro protagonista è appunto il compagno della venditrice e ci mostra come le figure che si muovono accanto a lui sembrano tutte voler migrare e lasciarlo indietro.

E’ una riflessione su ciò che non è più importante, sull’essere persi e intrappolati, ma anche sul mondo e le persone che cambiano attorno a noi (o al personaggio) e per noi tutto sembra rimanere bloccato.

Attenti

Questo racconto tratta di un uomo che decide di andare a vivere solo, senza la moglie, e un giorno durante l’unica visita della moglie gli si blocca un orecchio e chiede a Inez (la moglie appunto), di aiutarlo per sbloccare questo orecchio che lo sta facendo impazzire.

Questo è uno dei racconti con un interpretazione più ampia rispetto ad altri della raccolta, e come sempre tutti trovano diversi significati, quindi quelli che io scrivo solo solamente una mia modesta opinione, quelli che io ho sentito maggiormente durante la lettura.

C’è un senso di solitudine che pervade il racconto, ma questa solitudine sembra andare e venire per il protagonista, lo preoccupa di più non aver nessuno accanto in caso di incidente o malessere, ma l’amore per la moglie e il suo desiderio di stare assieme non sembrano più contemplati.

La moglie diventa quasi una questione da ignorare, una questione che spunta e diventa visibile (come il problema all’orecchio) quando va a trovarlo.

Da Dove Sto Chiamando

Uno fra i miei racconti preferiti e fra i più lunghi della raccolta. “Da Dove Sto Chiamando” parla di un uomo con delle dipendenze che decide di andare in cura in questo centro e lì conosce un amico, che gli racconta la sua storia e come ha conosciuto la madre dei suoi figli. Il protagonista però parla anche delle proprie esperienze amorose e non.

“Chiudere gli occhi e lasciare che passi, che magari tocchi a qualcun altro.”

Tratta appunto di dipendenze, del faticare nel lasciar andare, sia queste dipendenze che le esperienze passate. I personaggi sembrano camminare in un limbo, ripensano sempre al passato e sembrano, dopo anni e tante esperienze, dare finalmente valore alle esperienze vissute con varie persone. Riscoprono il passato e mentre cercano di lasciar andare le dipendenze, cercano anche di dire addio a eventi negativi del passato.

Il Treno

Tratta di una donna che ha appena puntato una pistola alla testa di un uomo e successivamente si accomoda in una stazione per attendere il treno. Arrivano due personaggi, che si mettono a conversare di fatti propri davanti alla donna, senza mostrare pudore o altro per la presenza di questa terza persona. I tre riescono a prendere il treno e iniziano il loro viaggio.

Il racconto evidenzia il concetto di “indifferenza”, sotto molti punti di vista. A nessuno sembra realmente importare degli altri personaggi, i due parlano con la donna, ma non sono davvero interessanti. Quando salgono sul treno tutti li guardano, ma sembrano puntare quasi lo sguardo oltre, come se fossero invisibili.

Febbre

Un racconto meraviglioso, che ci mostra le difficoltà di un uomo e un padre lasciato solo dalla moglie a crescere due figli. E’ un insegnante e ha un disperato bisogno di trovare una babysitter in grado di sapersi prendere cura la meglio dei bimbi e della casa. Dopo varie difficoltà riuscirà a trovare un’anziana signora, ma quello che si viene a costruire è un equilibrio molto fragile.

E’ forse il racconto più diretto dal punto di vista dei significati, Carver alla fine ci parla di cambiamento, del lasciar andare il passato e di come andare oltre dopo un amore finito. Soprattutto penso che l’autore riesca in modo eccellente a evidenziare la rabbia e il senso di tradimento del protagonista nei confronti della moglie, per una buona parte del racconto prova astio nei suoi confronti e verso i suoi atteggiamenti, ma dopo essersi sfogato e aver compreso cosa significa “andare avanti” anche in modo brusco, capisce che deve andare oltre, oltre questo amore finito e lontano.

La Briglia

“La briglia” è un racconto amaro, più amaro dell’amaro direi e tratta di questa famiglia che si trasferisce in un complesso di appartamenti, il marito ha deciso di comprare un cavallo e farlo correre alle corse, ma la sua idea nel pratico non ha avuto molto successo. La moglie è un personaggio che se all’inizio sembra silenzioso e mesto, diventa con le pagine la presenza più forte della famiglia. Con l’avanzare del tempo comunque accade un fatto assai tragico che coinvolge il marito.

La scena finale del racconto ci mostra l’abbandono di una parte della vita e dell’identità, che è un concetto presente anche in altri racconti, ma qui vediamo come se fosse un film, il fotogramma di una vita precedente del personaggio, una vita che non potrà più riprendere. Tratta anche di come un evento per qualcuno irrilevante, può essere assai importante per altri, lo vediamo in modo chiaro, siamo presenti nei flash di indifferenza di varie personalità che continuano con la loro vita mentre chi si trovano davanti non è più o stesso.

Un meraviglioso racconto.

Cattedrale

“Cattedrale” è l’ultimo racconto della raccolta ed è quello che dà il nome al testo.

E’ un racconto decisamente famoso che viene preso spesso in esame anche nei manuali/testi di scrittura creativa e parla di un uomo cieco che va a far visita ad un amica, dopo la morte della moglie. Il marito di questa amica non è entusiasta all’inizio all’idea di averlo in casa, ma lo svolgimento dei fatti successivi, dopo l’incontro capovolgerà la situazione.

E’ una riflessione sulla cecità, ma soprattutto su cosa vuol dire vedere davvero, chi vede nel vero senso della parola? Credere vuole dire vedere? Vediamo solo con gli occhi? La vista non è intesa solo come occhi che vedono, si va oltre, al vero significato della vista.

Conclusioni

“Cattedrale” è una raccolta in cui Carver porta scene di realtà all’apparenza normali e basiche che nascondono significati assai più profondi e vitali.

E’ un ottimo punto di partenza anche se non avete mai letto Carver, ci sono le tematiche tipiche dell’autore e vari racconti ritenuti fra i più amati della sua produzione.

E’ una raccolta che ho apprezzato molto, come sempre, alcuni racconti mi sono piaciuti più di altri, ma è normale nelle raccolte, e non posso far altro che consigliarne la lettura.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Cattedrale”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Le Belve – Manlio Castagna, Guido Sgardoli

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come è iniziata la settimana, ma soprattutto, come sta andando questo movimentato settembre?

Sono tornata con una recensione, vi devo ancora parlare di parecchi titoli arretrati e voglio recuperare questo mese come scritto nello scorso articolo, tra l’altro il libro di cui parleremo oggi è un ottima lettura creepy adatta al mese di ottobre, o alle classiche atmosfere alla Halloween.

Lo so, è un po’ presto, ma meglio mettersi avanti!

Il libro di cui parleremo oggi è un testo scritto da due autori italiani, conosciuti soprattutto per i loro testi per ragazzi, ad esempio Manlio Castagna è apprezzato e chiacchierato per la sua serie “Petrademone“.

Ma iniziamo a parlare meglio del libro!

Le Belve – Manlio Castagna, Guido Sgardoli

Casa Editrice: Piemme

Genere: Thriller

Pagine: 247

Prezzo di Copertina: € 16,50

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di P. Pubblicazione: 2020

Link all’acquisto: QUI

Incipit

I colpi risuonavano contro la massiccia porta di legno come rintocchi di campana. “Fatemi uscire!” La stanza era spoglia, dimessa, cupa: un letto in ferro, sotto il quale era acquattato un pitale arrugginito, e un possente armadio, scuro, al centro di una parete ricoperta da carta da parati a motivi floreali, stracciata in più punti. Due finestre sprangate, un camino. Nient’altro.

Trama

Ci sono luoghi che diventano malvagi perché malvagie sono state le persone che ci hanno vissuto… In una sonnolenta provincia italiana. Tre banditi senza un piano. Ventuno ostaggi senza scampo. Ventiquattro ore di orrore puro. Questa è la storia di Lince, Poiana e Rospo, tre criminali dilettanti che fuggono da una rapina andata male. Di una classe di liceali di Ferrara sequestrati durante una gita in un ex ospedale abbandonato. Dell’ex sanatorio Boeri, che nasconde strati di storie maledette, sepolte nei suoi muri fatiscenti e nelle sue viscere oscure. Di una ragazza con un potere extrasensoriale che le permette di percepire il Male. Di un paese di provincia, Tresigallo, sospeso in una terra nebbiosa e silenziosa, e dei fatti occulti che brulicano sotto la sua superficie all’apparenza pacifica. Di animali e di uomini che certi fantasmi della mente e la ferocia dei loro aguzzini trasformano in belve.

Recensione

Come dicevamo Manlio Castagna è l’autore della serie “Petrademone“, libri per ragazzi che hanno riscosso un bel successo. Mentre Guido Sgardoli è anche lui un autore di libri per ragazzi apprezzato nel panorama italiano, ed è lo scrittore di “The Stone. La Settima Pietra“.

Si sono uniti per la scrittura di questo testo uscito un anno fa che promette di essere il primo volume di una duologia? Trilogia? Di sicuro dalle parole degli autori e dal finali questo apre le porte ad un seguito.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile del libro fa pensare al tipico stile di un titolo per ragazzi, è decisamente scorrevole, le descrizioni sono ben equilibrate, anche quando sono presenti non rallentano troppo il ritmo, e il testo è costellato di colpi di scena.

Questa caratteristica in particolare fa sì che il lettore rimanga incollato fino ala fine alle pagine, ma dall’altro lato diventa prevedibile ad un certo punto. Soprattutto verso il finale infatti assistiamo a scene molto veloci, in cui facciamo una scoperta dietro all’altra o in cui i personaggi agiscono velocemente, tutto fa entrare il lettore in un vortice che sembra non finire mai. Se all’inizio è adrenalinico e interessante come effetto, dopo può diventare un poco banale/prevedibile.

Il ritmo è veloce, è un testo di neanche 250 pagine che si prefigge di raccontare il dramma di un rapimento in un luogo così spaventoso come un ospedale abbandonato, direi addirittura che il ritmo lascia senza fiato per la velocità in alcuni punti.

L’atmosfera come è prevedibile dall’ambientazione è decisamente creepy, siamo a Tresigallo, Ferrara nel 2020 e una scolaresca visita l’ospedale abbandonato, l’ex sanatorio Boeri, che esiste davvero tra l’altro.

Per tutto il testo viviamo in un clima di tensione, per il luogo e per i personaggi, infatti le minacce presenti all’interno de “Le Belve” sono parecchie, dalle presenze fuse nelle mura dell’edificio ai tre ladri che decidono di prendere in ostaggio i ragazzi.

Ci addentriamo in luoghi oscuri, edifici abbandonati, incontriamo personaggi tetri, ascoltiamo voci che sussurrano nell’ombra e ci immedesimiamo nei panni di ragazzi delle superiori che non sanno come comportarsi di fronte a tutto ciò.

Vorrei dire che con tutta probabilità l’atmosfera rappresenta proprio il punto forte di questo libro, diciamocelo, i luoghi abbandonati sono sempre pieni di fascino e attirano il lettore, “Le belve” non fa eccezione.

Il Pericolo è Ovunque

Quando dico che le minacce sono varie, lo intendo davvero, pienamente. Infatti dalla copertina del libro ci si può lasciar andare a varie supposizioni e teorie, ma quando lo si inizia a leggere si capisce che il pericolo è sia materiale che immateriale.

Abbiamo i villan rappresentati dai tre rapitori, uomini in fuga dalla polizia dopo un furto che si nascondono all’interno del sanatorio senza sapere dell’arrivo della scolaresca. Il capo di questo trio ha un’idea geniale (si fa per dire) ovvero quella di sequestrare tutti appunto, ma non ha fatto i conti con molti misteri presenti all’interno delle mura e ben presto la situazione prenderà una piega spiacevole.

Tra l’altro ho apprezzato parecchio l’introspezione dei tre ladri, non sono cattivi casuali sistemati nel posto giusto al momento giusto per far scattare una sequenza di azioni, hanno le loro motivazioni, il loro background e soprattutto si differenziano bene l’uno dall’altro, hanno una loro personalità ben distinta.

Oltre alla minaccia materiale, c’è quella immateriale appunto che è molto più complessa da analizzare ed è costruita da vari livelli. Il passato del sanatorio si mischia al presente e risveglia antichi ricordi, ci sono presenze minacciose che vivono nei piani più bassi della struttura.

In questo testo non si smette mai di temere per qualcuno o qualcosa, risulta semplice affezionarsi a certi personaggi.

Un mix a volte troppo mix

Da ciò che si sarà intuito fino ad ora questo libro mi è piaciuto molto, più del previsto, ma c’è un aspetto negativo che verso la parte finale appesantisce un poco la lettura, ovvero il sovraccarico di elementi, plot twist e scenari vari.

Questi pericoli, o presunti tali, si ammassano e si arriva ad un punto in cui non si sa più in cosa credere, il lettore si sente smarrito per la sequenza di fatti che accadono uno dietro l’altro, a volte alcuni risultano forzati.

Ho notato questo aspetto soprattutto dalla metà in poi ed è un crescendo, capisco il voler far comprendere al lettore che nulla è sicuro e il luogo dove siamo è cosparso di pericoli, ha un passato nero e non si fa problemi a divorare i nostri personaggi, ma diventa tutto troppo.

Conclusioni

Penso sia un ottimo libro per ragazzi (e no volendo), adatto soprattutto alle atmosfere tipiche di ottobre se vogliamo essere personcine in tema, ma è sempre una lettura coinvolgente.

Ci sono personaggi giovani ovviamente e non so voi (starò invecchiando sicuramente), ma in genere non sempre riesco più ad empatizzare con personaggi giovani o non sempre apprezzo il modo in cui vengono resi, il linguaggio che viene affibbiato loro e in generale il loro modo di fare nei libri. Molte volte penso siano eccessivamente stereotipati, ma questi personaggi mi sono piaciuti.

Ho tifato per loro, li ho apprezzati e li ho compresi, penso sia interessante anche affacciarsi a personaggi così giovani anche se si è adulti perché tutti sono stati giovani ovviamente e possiamo provare a comprenderli, alcuni sono più facili da capire, altri no, ma è interessante guardare a quei tempi e quell’età anche dopo anni.

Voto:

Bene! E voi? Avete mai letto “Le Belve”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Settembre (2021)

Buon mercoledì e buon primo settembre!

Come state? Come procede la settimana?

Oggi torniamo con una nuova lettura del gruppo, ovvero il libro di settembre che è stato eletto nel mese di agosto. Come ogni anno non c’è stata nessuna lettura nella pausa estiva, ma ora ci riprenderemo al massimo.

Vi ricordo come sempre che potete trovare il gruppo su Goodreads e Telegram!

Scopriamo il libro di settembre!

Cattedrale – Raymond Carver

Casa editrice: Einaudi

Link all’Acquisto: QUI

Trama

A volte anche una visita inattesa e poco gradita – quella di un amico cieco della moglie, per esempio – può smuovere emozioni dimenticate. E cosi, infatti, che il narratore del racconto che dà il titolo alla raccolta – forse il più celebre di Carver e uno dei più amati dall’autore – finisce per passare quasi senza rendersene conto dall’iniziale ostilità condita di gelosia al momento di una piccola rivelazione. È un personaggio carveriano a tutti gli effetti, l’anonimo protagonista del racconto: sottilmente alla deriva, privo di amici, inchiodato in un lavoro che detesta, con una moglie da cui forse si sente un po’ trascurato. Eppure, è proprio la presenza ingombrante del cieco Robert a costringerlo a uscire dalla sua corazza e abbozzare un rapporto umano, una condivisione che gli permetterà di recuperare, forse, una parte di sé dimenticata.

Cattedrale è stato pubblicato nel 1983.

Carver è l’autore di testi quali Di cosa Parliamo quando Parliamo d’amoreDa dove sto chiamando e America Oggi.

E’ un autore amato e osannato soprattutto per le sue raccolte di racconti, divenute piedistallo della letteratura americana.

Leggeremo assieme Cattedrale dal 01/09 al 30/09, quindi per tutto il mese di settembre, potete unirvi alla lettura in qualunque momento.

E voi? Avete mai letto “Cattedrale? Sì? No? Vi unirete a noi nella lettura? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Luglio (2021)

Buon giovedì e buon primo di luglio!

Come procede la settimana?

Oggi parliamo della nuova lettura per il gruppo LiberTiAmo, infatti è il momento di annunciare il libro di luglio dopo la bimestrale lettura di maggio e giugno.

Come sempre il libro è stato eletto tramite sondaggio e il libro in questione sarà in lettura per tutto luglio, andiamo a scoprirlo!

Fiorirà l’Aspidistra – George Orwell

Casa Editrice: Mondadori

Link all’acquisto: QUI

Trama

Londra, anni Trenta. Il giovane Gordon Comstock coltiva ambizioni letterarie e, per mantenersi, fa il commesso in libreria. Figlio della piccola borghesia britannica, si ribella alla morale della sua classe: il rifiuto della rispettabilità e del mito del “buon posto” gli fa intraprendere una vera e propria discesa agli inferi. Per affermare i diritti della poesia contro il mondo dominato dal denaro, vive in solitudine, povertà e squallore, macerandosi nel vittimismo e nella frustrazione. Fino a che una notizia inaspettata segna la sua “resurrezione”, o forse la resa al sogno di una casa con le tendine ricamate e una pianta di aspidistra alla finestra.

Fiorirà l’aspidistra è stato pubblicato per la prima volta nel 1936.

Il romanzo contiene numerosi riferimenti autobiografici al periodo in cui Orwell lavorava come insegnante e scriveva “Senza un soldo a Parigi e Londra”.

Dal libro è stato tratto il film del ’97, “La stagione dell’Aspidistra”.

Potete partecipare alla lettura in ogni momento, abbiamo tutto luglio per leggerlo assieme!

Vi unirete alla lettura? Avete già letto questo libro? Vi è piaciuto? Sì? Fatemi sapere!

A presto!

La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Buon mercoledì e ben ritrovati!

Come sta andando la settimana? Come prosegue questo giugno?

Oggi, dato che avanzo nel mio obbiettivo e speranza di recuperare negli articoli e nelle recensioni, parliamo di un libro letto mesi fa di cui avrei dovuto parlarvi tempo addietro… non mi smentisco mai.

Il libro di cui parliamo oggi è “La Bambina che Amava troppo i Fiammiferi” di Gaétan Soucy, libri di cui avevamo parlato in parte in uno degli ultimi articoli del 2020, più precisamente quello dei libri peggiori, quindi beh questo non è di buon auspicio, ma andiamo con calma.

Parliamone!

La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Casa Editrice: Marcos Y Marcos

Genere: Narrativa

Pagine: 191

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 11,99

Anno di P. Pubblicazione: 1998

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto.

Trama

Un castello in rovina in mezzo al bosco. Due fratelli vittime di un padre folle, cresciuti isolati, in un mondo fittizio. Un mondo di ossessioni, violenze, angherie. Un mattino, al risveglio, i fratelli si accorgono che il padre si è impiccato in camera sua. Ora, per la prima volta, sono liberi: attraversano il bosco, raggiungono il villaggio, affrontano la realtà. Dove si scopre che chi si credeva un uomo è invece una donna; chi si credeva povero è invece ricco sfondato; due fratelli sono in realtà due sorelle e un fratello. Fino alla rivelazione di un segreto morboso, cruento, ripugnante. E l’origine di tutto, la tragedia che ha condotto il padre alla follia. Tutta colpa di una bambina che non la smetteva di giocare con i fiammiferi.

Recensione

Come dicevo, ho letto questo libro qualche mesetto fa, ma dato che prendo sempre nota dei libri che leggo (non ripeterò gli errori del passato) in dettagli piuttosto precisi, ogni volta rileggendo gli appunti scritti non ho problemi nel tornare con la memoria al libro in questione e vi dirò, a distanza di tempo mi rimangono impressi sempre dettagli specifici dei libri letti.

In questo caso, a breve distanza dalla lettura questo testo mi è passato davanti agli occhi non lasciandomi particolari di notevole importanza, ma ad oggi ho un quadro più preciso e delineato.

Parlando un poco dell’autore Gaétan Soucy era un autore e professore di origine canadese, venuto a mancare nel 2013. Fra gli altri testi dell’autore vorrei citare “L’Assoluzione” e “Music-Hall!” sempre editi in Italia dalla casa editrice Elliot.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile è decisamente particolare, il libro infatti è scritto dalla penna di una ragazza che non ha mai ricevuto una vera e propria istruzione, una ragazza che non sembra nemmeno avere la sua età anagrafica (che verrà rivelata ad un certo punto del libro, ma rimarrà comunque non certa) e soprattutto una giovane che ha sempre vissuto isolata solo con il fratello e il padre, senza incontrare altro essere umano, tranne per incontri più che brevi.

Il testo quindi è costellato di errori voluti e termini che non esistono, totalmente inventati da questa giovane che molto spesso utilizza termini sbagliati per indicare un determinato evento, oggetto, emozione, ricordo…

Ho trovato questa tattica decisamente originale e interessante sulle prime, ma a lungo andare rischia di rendere complessa e granulosa la lettura, questa richiede infatti un livello di attenzione costante e a volte ho avuto bisogno di rileggere determinate frasi più volte per capirne meglio il senso, che non rimane comunque chiaro.

Verso la fine ciò che non era ben specificato o lasciato all’immaginazione anche per l’uso di termini “bizzarri” viene spiegato e la vicenda assume un significato più chiaro.

L’atmosfera rimane costantemente ambigua, ci sono momenti in cui questa ragazza scrive di vicende assai gravi e drammatiche con toni bambineschi, normali, come se fossero vicende che accadono tutti i giorni. Ci sono invece altri momenti, in particolare verso la fine, in cui tratta con orrore ciò che accade, ma alcuni aspetti terribili non vengono mai trattati come dovrebbero essere trattati.

Si ha spesso l’impressione di camminare sulle uova leggendo il libro, si sa che ciò di cui sta parlando la protagonista, con il suo gergo impreciso, è un qualcosa di probabilmente molto grave, ma non si capisce fino in fondo la vicenda.

Aspetto Psicologico e Personaggi

Ci sono vari elementi importanti legati ai personaggi che vengono rivelati solo alla fine, quindi non andrò nei dettagli per evitare di incappare in pesanti spoiler, ma la protagonista vive senza dubbio in una bolla tossica, fra il fratello e il padre si ritrova ad un certo punto a guardare il mondo in una prospettiva diversa rispetto alla solita appunto a causa della morte della figura paterna.

Il libro vuole parlare di vari argomenti legati all’infanzia tossica, all’abuso. all’isolamento dal mondo e alla violenza. Non è un libro facile da leggere soprattutto quando si realizza a cosa fa riferimento la protagonista.

C’è qualche spiraglio di speranza nel testo, che però viene spazzata via dopo poco o vengono rivelati altri aspetti del tutto che gettano altra oscurità sul passato e il presente di questa ragazza.

E’ una lettura inoltre commovente e dolorosa a tratti, è presente anche una parentesi “amorosa” che però può essere interpretata in vari modi dato il tono della storia, ho trovato questa parentesi un poco esagerata.

La figura paterna è quella di un uomo probabilmente molto traviato a livello psicologico, che costringe i figli a vivere secondo le sue regole, i suoi tempi. entro determinati confini e ritmi. E’ un uomo violento, ciò che sappiamo di lui proviene dalla narratrice perché lui muore ad inizio libro, quindi non abbiamo modo di “incontrarlo”.

Il fratello invece non risulta un personaggio “forte”, esercita violenza sulla sorella e ha un comportamento in generale dittatoriale, ma non sento di averlo capito del tutto, potrebbe però essere una volontà dell’autore per far provare al lettore il senso di estraniazione e distacco che prova anche la narratrice nei confronti del fratello.

Conclusioni

E’ un libro complesso da descrivere, anche perché lo spoiler è sempre dietro l’angolo, ed è anche complesso da leggere. Mi sono approcciata alla lettura all’inizio non con leggerezza, ma non aspettandomi di certo un libro simile.

L’idea principale legata allo stile è interessante e funziona in parte per esprimere il tutto come se stesse parlando una bambina, che parla di violenze in modo innocente , ma a lungo andare rende la lettura pesante e a tratti ripetitiva.

Avrei gradito più introspezione dal punto di vista psicologico dei personaggi e una finale diverso, infatti, purtroppo non ho apprezzato l’epilogo.

L’idea base è interessante, ma il testo non mi ha convinta del tutto.

Voto:

E voi? Avete mai letto “La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi”? Sì? No? Vi è piacito? Fatemi sapere!

A presto, davvero!

L’ Assassina – Alexandros Papadiamantis

Buon lunedì, buon inizio settimana e ben ritrovati sul blog!

Come state? Com’è iniziata la settimana? Spero come sempre nel migliore dei modi.

Oggi, per cercare di rimettermi in carreggiata, ma soprattutto cercare di riprendere il ritmo con gli articoli (ma ormai ci sono già fuori carreggiata), vi vorrei parlare di un libro che ho letto oramai qualche mesto fa, un classico greco che aspettavo di leggere da anni e che finalmente ho avuto l’occasione di leggere.

Sto parlando de “L’Assassina” di Alexandros Papadiamantis, un libro del 1903, scritto da uno dei maggiori scrittori greci del XIX secolo.

Parliamone!

L’Assassina – Alexandros Papadiamantis

Casa editrice: Elliot

Pagine: 138

Prezzo di copertina: originale € 16,50 attuale € 7,89 (disponibile anche in un’altra edizione edita Aiora)

Prezzo ebook: € 8,49

Anno di P. Pubblicazione: 1903

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Accoccolata vicino al camino, con gli occhi chiusi, la testa poggiata sullo stipite, la vecchia Chadula, chiamata da tutti Ianù la Franca, non dormiva ma sacrificava il sonno vicino al letto della nipotina malata, mentre la madre della neonata si era da poco addormentata nel suo giaciglio sul pavimento.

Trama

Chadula, contadina e vedova, si procura da vivere usando erbe e intrugli per guarire gli abitanti del suo paesino, situato su un’isola tutta pietre e cespugli. Intorno a lei c’è solo miseria. Molti dei suoi figli sono scappati all’estero, mentre le figlie sono rimaste – e con esse il fardello del loro mantenimento. Sull’isola, il destino delle donne è un destino di sofferenze e privazioni, e chi ha figlie femmine deve rassegnarsi al disastro economico quando, per maritarle, dovrà dar loro una dote, o quando, rimaste zitelle, dovrà continuare a mantenerle. Chadula, guidata da un folle istinto e convinta di agire per mano di Dio, proverà a porre fine alle sofferenze dei suoi compaesani. Considerato in patria il “santo” della letteratura greca moderna, Alexandros Papadiamantis concentrò nel suo capolavoro una storia di delitto e castigo ambientata nella terra povera e aspra che ben conosceva. Magistrale per penetrazione psicologica e tensione narrativa, Papadiamantis fa dell’isola il secondo protagonista del romanzo, con descrizioni di una natura di valli, pianure, montagne e mare, secondo una lunga tradizione greca che ha avuto nell’ekphrasis la sua più tipica manifestazione retorica.

Recensione

Non ci è arrivato molto qui in Italia di Alexandros Papadiamantis dal punto di vista delle traduzioni, infatti ad oggi il suo unico testo reperibile è proprio “L’Assassina”. Parliamo un poco dell’autore, nato il 4 marzo 1851 a Sciato, Grecia.

Proveniva da una famiglia numerosa e fu scrittore, poeta, giornalista, editorialista, studioso e traduttore. Aveva uno stile che rientrava a pieno nel realismo con punte di naturalismo, era affascinato dalla società rurale e i suoi eroi erano tipicamente reietti, emarginati e anticonformisti. Papadiamantis fu il primo a tradurre in greco “Delitto e Castigo” di Dostoevskij, “L’Assassina” il romanzo di cui parleremo oggi è considerata la sua opera principale.

Parlando di eroi controversi, Chadula, la protagonista di questo romanzo è senza dubbio una personalità particolare e complessa da analizzare. E’ un’assassina di bambini, più precisamente bambine femmine che secondo lei con la crescita diventeranno un peso per la famiglia che non potrebbe far altro che esserle riconoscente per questo suo sacrificio.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Come dicevamo prima lo stile dell’autore è decisamente realistico e non si lascia andare a parentesi filosofeggianti o momenti che si distaccano dal senso fortemente realistico dell’opera e dello stile.

L’autore ha lottato nel corso della propria vita con la povertà e conosceva di persona le estreme difficoltà che questa porta con sé, il romanzo è infarcito di atmosfere pesanti, una quotidianità pesante e pressante che non lascia respirare la Chadula, il peso di un passato che porta a galla ricordi negativi, insomma emerge il senso di saggezza che si conquista con le esperienze vissute, anche se questa saggezza Chadula la utilizza nel modo più sbagliato.

E’ un libro tutto sommato breve e il ritmo è costante, la narrazione diventa più oscura e concitata da un certo punto in poi, si avverte subito in realtà un senso di malsana oscurità nella figura di Chadula, è un madre di famiglia, nonna e paesana, ma attorno al suo personaggio aleggia un senso di pericolosità che emerge del tutto dopo poche pagine.

Le atmosfere e le ambientazioni sono fortemente rurali, tra l’altro queste sono uno dei punti forti del libro, si riesce ad entrare in luoghi che ricordano i panorami della Grecia, luoghi tipicamente collinari, ma a brevi tratti anche montuosi e ancora marittimi, abbiamo vari scenari insomma e ognuno di questi si integra alla perfezione nelle scene d’azione descritte.

Personaggi e Psicologia

Il personaggio principale è senza dubbio Chadula, incontriamo però anche i suoi figli nel corso della narrazione, è madre di una prole abbastanza numerosa e nel corso della lettura scopriamo vari aneddoti riguardanti i figli, disgrazie famigliari e esperienza che non hanno fatto altro che far accrescere l’amarezza in Chadula.

Chadula è una donna che crede di aver vissuto varie vite in una e aver sopportato disgrazie e batoste, tutto ciò per arrivare in un certo senso alla coscienza massima, crede di sapere cosa è meglio e di aver appreso nozioni importanti sulla vita e sulla sopravvivenza. E’ vero in parte tutto questo, perché Chadula crede che per le famiglie, le figlie femmine siano solo delle disgrazie, prole a cui è necessario dare una dote e ciò impoverisce i genitori, ciò che hanno faticosamente guadagnato infatti va perduto, o passato, alle figlie per il matrimonio.

Quindi Chadula con questa forte convinzione, si trasforma in un’infanticida, che sembra continuare nella sua scia di morte come per seguire una forte pulsione di ragione, sa di star commettendo un crimine, ma crede di essere nella ragione, pensa di farlo per aiutare le famiglie e che quando queste si ritroveranno anni dopo in povertà e senza il dovere di passare una dote la ringrazieranno.

Dopo questi eventi Chadula scappa, la seguiamo nelle sue fughe dalla legge fino al punto finale.

E’ un testo piuttosto crudo e diretto in alcune parti, insomma le scene principali sono piuttosto forti, Chadula l’ho percepita durante la lettura come una donna spezzata in due, da una parte c’è il suo io materno che si preoccupa per i figli e si riconosce nel rigido ruolo sociale del tempo di madre, dall’altra invece è una donna che sembra non riuscire a fermarsi nel seguire i suoi impulsi, che possono essere riconducibili anche a situazioni vissute in infanzia e adolescenza.

Conclusioni

Pensando anche all’anno in cui è stato pubblicato questo libro una protagonista simile è senza dubbio differente, particolare e controversa, all’inizio del ‘900 abbiamo una donna sessantenne e madre che è stata anche levatrice che diventa un’assassina.

Già il concept base è più che interessante, in più anche lo stile dell’autore è degno di essere scoperto. Mi è piaciuta come lettura soprattutto per gli spunti psicologici e le ambientazioni, è un libro che ricorderò per alcune scene ambientate in panorami cupi e aperti a picco sul nulla.

E’ comunque un libro non perfetto per me, si riesce ad avvicinarsi a Chadula, ma mai del tutto, l’autore sembra voler a tutti i costi far capire al lettore il perché dei gesti di Chadula e cosa l’ha portata a diventare la donna rigida che è, ma lei rimane sempre un estranea.

Alcuni punti del libro mi sono scivolati addosso, sono comunque felice di averlo letto, ma il personaggio di Chadula a volta risulta forte e ben costruito e altre volte debole e lontano dal lettore.

Voto

E voi? Avete mai letto “L’assassina”? Avete mai letto nulla di Papadiamantis? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

#PoetProfile: Sylvia Plath – pt. 1

Buon pomeriggio, buon martedì e buon quasi inizio settimana!

Come state? Come procede il mese di maggio?

Finalmente, dopo mesi di promesse eccoci qui con il famigerato primo episodio della rubrica #poetprofile, rubrica in cui parleremo in ogni appuntamento di un poeta/poetessa, parlando della vita di questi, delle poesie più significative e rappresentative, avanzando pian piano anche nella scoperta della vita appunto del poeta/poetessa in questione.

Per la lunghezza piuttosto eccessiva per un unico articolo ho dovuto dividere il tutto in due parti, la seconda uscirà nei prossimi giorni, il mio piano iniziale era di unire tutto, ma purtroppo anche per la comodità nella lettura ho diviso.

La prima poetessa ad inaugurare questa rubrica (che apre anche una vera e propria sezione del blog dedicata alla poesia) è Sylvia Plath.

Non seguirò un ordine particolare nella scelta dei poeti di cui parlare, con tutta probabilità alterneremo una donna ad un uomo e così via, infatti il prossimo poeta di cui parleremo sarà un uomo, ma concentriamoci sulla poetessa di oggi.

C’è anche un’altra ragione riguardante la mia scelta per questo primo appuntamento, ho scelto la Plath perché personalmente è una delle mie poetesse e autrici preferite e la storia della sua vita e della sua evoluzione artistica è affascinante sotto ogni aspetto.

Quindi, che dire, iniziamo! Spero che questa nuova rubrica possa piacervi, che tra l’altro si potrebbe estendere anche agli autori di romanzi, parlando in un articolo di tutti i testi scr-, non corriamo troppo, ve la butto lì… Iniziamo!

Aurelia Schober, Otto Plath e la piccola Sylvia nel 1933

Infanzia, Otto Plath e Warren (1932-1940)

Sylvia Plath nasce il 27 ottobre del 1932 al Robinson Memorial Hospital di Jamaica Plain, un sobborgo di Boston da padre tedesco, Otto Emil Plath e madre austriaca, Aurelia Schober.

Otto Plath era un entomologo, biologo darwiniano e professore di tedesco all’Università di Boston, si trasferì in America, nello specifico a New York, a sedici anni e aveva una predisposizione naturale per le lingue. Parlava inglese con uno spiccato accento americano, ma conosceva anche il tedesco, il francese e il polacco. Queste conoscenze gli permisero di arrivare ad insegnare tedesco e l’alto tedesco a livello universitario.

Otto in gioventù dopo aver vissuto a New York a casa dello zio, si trasferì a Watertown nel Wisconsin, dove frequentò il college a condizione che studiasse per diventare un ministro luterano. Otto si specializzò in lingue classiche, ma per colpa dei suoi studi riguardanti Darwin e gli altri pensatori scientifici del XIX secolo si rese conto di non poter più diventare un ministro luterano e fu cacciato dalla famiglia.

Otto Plath (1885-1940)

Da quel momento la vita di Otto iniziò a ruotare interamente intorno allo studio, riuscì ad imporsi in campi accademici su lingue che non erano le sue grazie alla sua enorme forza di volontà. Conobbe Aurelia Schober all’Università di Boston, dove lavorava, e di lei apprezzava soprattutto la mente e la sua estrema determinazione.

Aurelia aveva ventun anni in meno di Otto e lasciò l’insegnamento del tedesco e dell’inglese per lavorare come segretaria del marito, una volta sposati. Aurelia era una donna intelligente, era un’avida lettrice, discendeva anche lei da una famiglia di origine tedesca e si decise a sposare Otto dopo un anno di corte serrata e dopo un viaggio fino a Las Vegas per il divorzio necessario dal precedente matrimonio di lei.

Nelle opere di Sylvia sarà la figura paterna ad emergere per la maggior parte, una figura romanzata ed edulcorata, secondo Aurelia il padre amorevole e affettuoso visibile nelle opere giovanili è legato invece alla visione del nonno, il padre di Aurelia, “Grampy” Schober.

Sylvia nacque dieci mesi dopo il matrimonio, mentre Warren Joseph Plath nacque due anni e mezzo dopo la nascita della sorella.

I coniugi insegnarono ai figli fin dai primi anni di vita l’importanza della lettura, dello studio e delle lingue. Otto passava la maggior parte del tempo in casa leggendo e studiando, quando non era a casa era al campus e da ciò che traspare in casa si respirava un’aria accademica, dato che la madre non solo preparava i manoscritti del marito ma, con il tempo passò a scrivere lei stessa un ampio numero di questi manoscritti.

Durante l’infanzia e data la gelosia che si viene a creare fra fratelli, citando anche la differenza di età, Sylvia divenne sempre più desiderosa di attenzioni, divenne a tratti aggressiva, sentendo il peso di queste mancate attenzioni che venivano invece dedicate al fratello Warren.

Warren era un bambino dalla salute cagionevole e necessitava di maggiori cure, la madre dedicava molto del suo tempo per la salute del piccolo, affidando spesso Sylvia ai nonni.

Nel 1936 i Plath si trasferiscono da Jamaica Plain a Winthrop, nella baia di Boston. Qui il mare diventa una presenza importante per Sylvia, è un periodo costellato da gite in barca, passeggiate in riva al mare, tempo speso assieme alla famiglia. L’acqua e il mare torneranno spesso come immagini nelle poesie future di Sylvia, di solito sono elementi associati alla pace e alla tranquillità, ma anche purezza e amarezza.

Qui finiva la terra: le estreme dita,
nocchiute e reumatiche, rattrappite sul nulla.
Ammonitori neri dirupi,
e il mare che esplode senza fondo,
o alcunché d’altro al di là, bianco di visi d’annegati.
Adesso è soltanto tetro, un ammasso di rocce –
soldati sbandati di vecchie, confuse guerre.
Il mare gli cannoneggia gli orecchi, ma loro non mollano.
Altre rocce nascondono i loro rancori sott’acqua.

Finisterre (29 settembre 1961)1

Sylvia era una bambina molto meticolosa, le piaceva sistemare i bottoni, i sassolini, i mattoncini e altri tipi di oggetti, pratica comune a vari bambini, ma che ho trovato affascinante conoscere nel corso delle ricerche e letture fatte per questo articolo.

Quando Sylvia (nel 1940) aveva otto anni, il padre, Otto, venne a mancare a causa di complicazioni date dalla cura della malattia che aveva, soffriva di diabete mellito, che fu all’inizio scambiato per un tumore al polmone. Queste complicazioni portarono all’amputazione di una gamba a causa del diabete con conseguente morte per embolia. La morte del padre ebbe un grande impatto su Sylvia, un impatto evidente anche dopo anni.

In una lettera inedita di Aurelia del 1988 sembra emergere il vero clima legato alla situazione in casa Plath, Aurelia descrive l’invalidità del marito e la grande lontananza tra lui e i figli. Cercando di tracciare una visione di Otto dagli occhi di Sylvia, seguendo le sue opere, emerge nei suoi primi scritti un occhio dolce e forse troppo idealizzato nei confronti del padre deceduto, mentre anni dopo, con la crescita e una visione più chiara, la scrittrice fa emergere un quadro infantile più amaro.

Otto viveva in un clima di isolamento, scriveva Aurelia: “mio marito non abbracciava né baciava mai i bambini, temendo di avere qualcosa di brutto che tale vicinanza avrebbe potuto trasmettere… non usciva mai per una passeggiata con loro, non si concedeva mai un gioco e neppure osava sfiorarli. Non chiacchieravano neppure – [solo] una rapida carezza sulla testa, al momento di andare a letto.2

La madre decise di non far assistere i figli al funerale di Otto, Sylvia visitò per la prima volta la tomba del padre solo nel 1959 e descrisse in questo modo l’esperienza: Sono andata sulla tomba di mio padre, una visita deprimente. […] Nel terzo campo, su uno spiazzo erboso uniforme che guardava da un rettilineo giallastro spoglio su file di edifici di legno, ho trovato la piatta tomba di “Otto E. Plath: 1885-1940”, proprio accanto al sentiero dove era facile calpestarla. Mi sono sentita ingannata. Ero tentata di tirarlo fuori. Per provare che era vissuto e morto sul serio. […] Me ne sono andata subito. Ma è giusto avere il posto in mente.3

Sylvia nel 1946

Trasferimenti e Primi Successi (1941-1946)

In questi anni, dopo la morte del padre, Sylvia frequenta la Junior School di Winthrop e nel 1941 inaugura la sua serie di riconoscimenti letterari. A soli otto anni infatti una sua poesia viene pubblicata sul “Boston Herald”.

Sylvia era piuttosto popolare fra i suoi coetanei, la madre la persuase all’età di 12 anni a sottoporsi al test per il quoziente intellettivo (IQ) ed ebbe un punteggio di 160. Punteggio decisamente alto, secondo alcuni metri di giudizio oltre i 140 si è ritenuti “geni” quindi Sylvia venne considerata una delle menti più acute e brillanti della sua età.

A dieci anni, due anni dopo la morte del padre, Sylvia potrebbe aver tentato per la prima volta il suicidio. Non è chiaro se fu un atto voluto o un incidente, provò a tagliarsi la gola. Il fatto viene citato nella biografia di Andrew Wilson, “Mad Girl’s Love Song” che ha avuto accesso a lettere prima inaccessibili di Aurelia ai figli di Sylvia. Inoltre nella poesia “Daddy” Sylvia cita i dieci anni come età in cui il padre venne meno, ma questo non corrisponde alla realtà, quindi il riferimento ai dieci anni può riguardare o un fatto importante legato a quell’età e al padre o distaccandosi dal lato autobiografico potrebbe riguardare unicamente un’esperienza della voce narrante della poesia. Anche nei diari citerà, non in modo chiaro, un incidente di tipo violento attorno a quell’età.

Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che

Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.

Daddy (12 ottobre 1962)4

In quegli anni Aurelia riceve dalla sua vecchia università l’incarico di organizzare e gestire un corso di segretariato medico e ospedaliero, perciò con tutta la famiglia si trasferisce a Wellesley, vicino a Boston.

Sylvia non è entusiasta del trasferimento, è costretta ad abbandonare l’oceano e le sue amate spiagge a cui tornerà spesso con la memoria.

Disegno di Sylvia, “Meadown Flowers”

Dal 1944 al 1947 Sylvia frequenta la Alice L. Phillips Junior High School, dove si distingue in arte e inglese. Il tema dell’arte tornerà spesso anche in futuro, infatti oltre a quella che era la sua passione per la scrittura si aggiunge quella per il disegno e per la musica dato che prende lezioni di pianoforte, balletto e suona la viola nell’orchestra della scuola.

Ciò inizierà ad influenzare anche le sue poesie che si impregneranno di un certo senso musicale.

Sylvia nel 1947, a 14 anni

Wilbury Crockett, i ragazzi e la società (1947-1949)

Sylvia dopo essersi distinta alla Junior High School, si iscrive alla Gamaliel Bradford High School dove viene notata da Wilbury Crockett.

Crockett era un professore di letteratura americana, europea e classica, fu il suo insegnante di inglese per tre anni, ma i due rimasero in ottimi rapporti per tutti gli anni seguenti, fu lui infatti ad aiutarla nel recuperare del tutto la capacità di leggere e scrivere dopo il suo tentativo di suicidio a vent’anni.

I racconti giunti a noi da quegli anni sono pervasi da un profondo senso di perdita e tristezza, le protagoniste sono figure senza un futuro, senza piani precisi, intrappolate in alcuni casi in una profonda depressione, come nel caso di “Heat“.

“Non c’era via di scampo. La calura era ovunque. Si insinuava negli appartamenti e negli uffici con l’aria condizionata. Poggiava sulla città come una coperta palpabile…”

Nel ’49 scrive un brano che introduce per la prima volta Miss Minton, un personaggio femminile che fa la sua comparsa anche in “Domenica dai Minton” che nel 1952 le è valso un premio.

In questi anni la Plath, con la crescita, inizia a pensare ai ragazzi, e alla società e qui iniziano le prime domande e dubbi sul rapporto con l’altro sesso, il matrimonio e il ruolo della moglie nella società.

Queste tematiche, che ci si trova ad affrontare ad un certo punto nello sviluppo, diventano decisamente presenti nei suoi diari e nei suoi pensieri, anche negli anni successivi infatti Sylvia sembra essere tormentata dalla sua visione del futuro e della carriera professionale in contrapposizione alla visione della donna nell’America degli anni ’50, una donna casalinga, devota al marito, remissiva e disposta a mettere da parte i suoi piani professionali per la casa e la famiglia.

Come scrisse a più riprese sui suoi diari: Voglio essere assolutamente sicura che il matrimonio non sia né una clamorosa presa in giro, né un rifugio effimero” (27/04/1953) – “C’è un tempo per ogni cosa; e tu devi stare attenta a questa tua predilezione per le mele verdi. Possono essere dolci o aspre, novelle o precoci, ma sarebbe ora che imparassi ad aspettare la stagione del raccolto. Prenditela calma, per favore. Lui non deve essere lo strumento della tua estasi. Non ancora, comunque.” (12/01/1953) – “Secondo me l’unione che funziona valorizza le potenzialità di entrambi gli individui.” (05/1952) – “Il mio struggente interesse per gli uomini e la loro vita viene spesso scambiato per smania di seduzione o invito all’intimità.” (1951) – “Desidero le cose che alla fine mi distruggeranno… Mi chiedo se l’arte scissa dalla vita vita normale, convenzionale, abbia altrettanta potenza dell’arte fusa con la vita: in altre parole, il matrimonio potrebbe fiaccare la mia energia creativa e distruggere il mio desiderio di espressione scritta e pittorica […]” (1950) – “Se solo riuscissi a trovarlo… l’uomo intelligente ma dotato anche di fisico prestante, magnetico. Se io posso offrire tutto questo, perché non dovrei pretendere altrettanto da un uomo?” (1950)5

Sylvia Plath allo Smith College, 1952/1953

Lo Smith College, il tentativo di suicidio e Mademoiselle (1950-1953)

Grazie all’essersi distinta alla Gamiel Bradford e a ben tre borse di studio, Sylvia potrà frequentare lo Smith College di Northampton in Massachusetts, un prestigioso college privato femminile.

Smith College, Northampton, Massachussetts

Anche oggi lo Smith è considerato uno dei college migliori, nel 2013 la rivista U.S. News & World Report lo collocava fra i college più prestigiosi a indirizzo artistico, ha visto la luce per la prima volta nel 1875, oggi ha circa 2600 allieve nel campus e altre 250 presso altre sedi, ciò lo rende il college femminile più grande del Paese.

Nell’estate del 1950, prima di entrare al college, opportunità che infondeva un gran senso di entusiasmo e felicità in Sylvia, lavora per poco in un’azienda agricola, la “Lookout Farm“, esperienza che apre la raccolta dei diari6 e introduce una ragazza vogliosa di vivere e fare esperienze di vario genere. Descrive anche un episodio accaduto in questa azienda in cui viene baciata senza consenso da un ragazzo. Episodio questo che la lascia sconvolta anche per il modo in cui viene guardata e trattata dagli altri dopo l’evento, che si ferma appunto ad un bacio, ma da ciò che Sylvia fa intendere il giovane non si è spinto oltre perché l’ha vista piangere e non gradire l’assalto.

Nel settembre di quell’anno si aprono le porte dello Smith, in cui è iscritta alla facoltà di Inglese e vive a Haven House.

Una volta allontanatasi da casa, Sylvia, fa di tutto per tenersi in contatto con la madre e le due si scrivono regolarmente, queste lettere/telegrammi dallo Smith aprono la raccolta delle lettere alla madre7 che mostrano una Sylvia che sgobba tutto il giorno al costo di mantenere buoni voti e dimostrare di meritare la sua posizione.

Queste lettere, come sostengono vari studiosi della vita della scrittrice e come è intuibile durante la lettura, presentano una certa falsità di fondo. Sylvia si sforza di apparire sempre felice e positiva in queste lettere, racconta ogni esperienza con toni entusiasti e anche dopo lo Smith manterrà questo tono, adottato per varie ragioni si pensa, sia per mostrare alla madre una facciata di positività a volte inesistente sia per non aggravare la madre di un ulteriore peso, dato che Aurelia fece sempre di tutto per mantenere economicamente e non solo i figli, era una donna sola e con il peso di vari lavori sulle spalle.

Questa falsità che a tratti può sembrare solo un modo per alleggerire i fatti raccontati, nasconde in realtà molto altro. Anni dopo, nel 1958, tornando in cura dalla psicologa che la ebbe in cura per anni (Ruth Barnhouse Beuscher), iniziò ad interrogarsi fino in fondo sulla natura del rapporto con la madre e arrivò a queste conclusioni: “E’ come se R.B. dicendo “ti autorizzo a odiare tua madre”, avesse anche detto “ti autorizzo a essere felice”.” – “Ho giocato, scherzato, accolto mamma con affetto. Certo la odio, ma non solo. Le… voglio anche bene.” – “Perché ho paura di fallire prima ancora di incominciare. Vecchio bisogno di dare a mamma delle soddisfazioni, per avere una ricompensa d’amore.”- “Una registrazione quasi fedele dei sentimenti e delle ragioni del mio suicidio: lo spostamento nei confronti di me stessa dell’impulso omicida verso mia madre.”8

Aurelia sembra tra l’altro, nel corso degli anni, non arrivare mai a patti con i tentativi di suicidio della figlia, che vede come un’onta. Non riconosce mai alcuni suoi eventuali comportamenti sbagliati.

Ad ogni modo, Sylvia entra allo Smith, e nel 1950 la rivista “Seventeen” pubblica il suo racconto “And Summer Will not Come Again“, ispirato ad un amore adolescenziale e un concorso del ’51 indetto dalla stessa rivista la premierà con il terzo posto per il racconto “Den of Lions“.

Nel ’50 inizia la sua corrispondenza con Eddie Cohen, uno studente di letteratura di Chicago con cui sente di riuscire ad intendersi nelle sue fragilità.

In una lettera la giovane, scrive: “Prima di donare il mio corpo, devo donare i miei pensieri, la mia mente, i miei sogni. E tu non volevi nessuna di queste cose.” […] “Sei un sogno: spero di non incontrarti mai.”9

Risale al 1951 il suo incontro con Dick Norton, figlio di un’amica di sua madre e studente di Yale, vive con lui la sua relazione più importante dei primi anni del college, da lui nasce l’ispirazione per il personaggio di Buddy Willard de “La Campana di Vetro“.

Nel settembre del ’51 in riferimento a Dick scrive: “Vedo nel ragazzo che, per necessità (mancanza di altri contatti), è diventato l’unica risposta a un bisogno, il germe di tutto ciò che temo e che vorrei evitare. Vedo l’altrettanto cieca necessità di prendermi subito il meglio che c’è, per paura che il futuro non mi dia un’altra occasione. […] Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa.”10

Nel corso dell’estate alla fine del suo primo anno allo Smith, lavora come baby-sitter, da quella esperienza nacque la poesia “The Babysitters“. Durante le sue riflessioni estive sulla scrittura dichiara di volersi avvicinare di più ad Amy Lowell, ma di adorare la trasparenza lirica e la purezza di Elinor Wylie, E.E. Cummings e aspira ad emulare T.S. Eliot, Archibald Mac Leish e Conrad Aiken.

Durante il suo secondo anno si ritrova più volte a mirare all’equilibrio, sia nella sua vita scolastica che in quella sentimentale, inizia a pensare ad un futuro con Dick e immagina lui come futuro marito/padre, ma allo stesso tempo non è sicura di lui per la sua vita amorosa futura. In particolare sa che si ritroverà sempre a lottare con lui per il “predominio”, sa che ci sarà sempre un senso di competitività e non è del tutto convinta. Dick inoltre rappresentava il ragazzo modello tipico degli anni ’50, uno studente ottimo, futuro medico, figlio amato molto affezionato alla famiglia e alla madre (amica di Aurelia).

Sylvia inoltre soffriva di sinusite e questi continui attacchi, che sopraggiungevano di tanto in tanto, la gettavano in uno stato di profondo sconforto, questo stato si aggravava nei momenti in cui già soffriva a livello personale.

Durante il secondo anno fu nominata anche segretaria del Comitato d’onore ed era corrispondente dello “Springfield Daily News” e puntava per l’anno seguente (il ’53) ad entrare nella redazione dello “Smith Review“.

Il suo secondo anno di studi si conclude con ottimi risultati scolastici e durante l’estate, prima dell’inizio del suo terzo anno, lavora presso il Belmont Hotel di West Harwich a Wellesley e a Chatman, Massachusetts.

Si divertiva molto all’hotel, era un esperienza gratificante che le portava soddisfazione, ma purtroppo si affaticò molto e si riammalò con la sinusite e dovette tornare a casa e rinunciare al lavoro, per poi pentirsene.

Inizio il suo terzo anno allo Smith decidendo di specializzarsi in letteratura inglese, ma doveva scegliere anche una materia scientifica, per due semestri secondo le regole dell’istituto, e scelse fisica. Tuttavia questa scelta non fu per nulla soddisfacente, anzi, lo studio di questa la faceva cadere in uno stato di profondo sconforto e inadeguatezza.

Nel novembre del ’52 infatti comunica il suo stato sia nel suo diario personale che in varie lettere alla madre: “Dio, non sono mai stata tanto vicina al suicidio come adesso […]. Il mio mondo cade a pezzi, si sbriciola “il centro non regge più”. Non c’è forza unificatrice, sola la nuda paura, l’istinto di autoconservazione. Ho paura Non ho consistenza, sono vuota. Dietro gli occhi sento una caverna pietrificata, inerte, un abisso infernale, un nulla che scimmiotta.11

Mi dispiace doverlo ammettere, ma sono in uno stato di tensione emotiva e mentale, ed è una settimana che sono in questo stato di tensione e mi sento letteralmente nauseata… manifestazione psichica di uno stato mentale di grande frustrazione. […] Per cavarmi d’impiccio ho preso in seria considerazione di suicidarmi, è come se mi stessi rotolando nei miei stessi escrementi.12

Poche persone erano a conoscenza della reale situazione, e nemmeno queste forse si rendevano davvero conto dello stato psicologico di Sylvia. La ripresa appare improvvisa e inaspettata, infatti passati questi momenti la ragazza si risolleva e supera questo stato, questo cambiamento non è del tutto normale, ma per le persone accanto a lei era comune vederla con umore altalenante.

Nei mesi seguenti, sbarcando nel 1953, Sylvia riflette ulteriormente sul suo rapporto con Dick Norton e arriva alla conclusione che i due saranno per sempre condannati a competere fra loro e realizza di non amarlo più e di non essere più attratta da lui.

Sylvia con Myron Lotz

Nel suo diario, data 10/01/1953, annuncia di aver incontrato un nuovo ragazzo, c’è un nuovo uomo nella sua vita e il suo nome è Myron Lotz.

Era uno studente di medicina a Yale e giocava a football in seconda categoria, possedeva molte delle qualità che Sylvia cercava in un ragazzo, la famosa poesia “Mad Girl’s Love Song” è ispirata a lui.

La coppia ebbe un inizio passionale e veloce, ma nel corso di poco l’amore sfumò in amicizia e rimasero in buoni rapporti.

Nel giugno di quell’anno viene selezionata con diciannove studentesse tra duemila candidate per trascorrere un mese nella redazione della rivista “Mademoiselle” di New York.

Sylvia al suo primo giorno alla rivista “Mademoiselle”

Trascorre un periodo di serate mondane e interessanti incontri letterari, le si aprono le porte di una New York alla moda.

Le note sui diari riguardanti a quei periodi, o meglio quelle pubblicate, sono scarse, Sylvia sembra sentirsi intrappolata in un ambiente impregnato di persone altezzose e menefreghiste nei confronti dei problemi altrui e si sente portata all’esasperazione, questo ambiente artificioso, ricercato la fa sentire a tratti insicura e ad altri fin troppo eccitata.

Da questa esperienza trarrà ispirazione per “La Campana di Vetro” e per gli eventi che vivrà la sua Esther.

Dopo questa esperienza, tornata a Wellesley per il resto dell’estate, subirà un brutto colpo ovvero verrà respinta al corso di scrittura di Frank O’Connor per cui aveva fatto domanda. Il livello di estrema delusione e sconforto provato da questo era ampliato anche da uno stato di depressione pregresso, infatti l’esperienza di New York non aveva giovato al suo stato mentale.

Passerà l’estate a casa con piani vari inerenti allo studio e alla scrittura, ma sprofonderà sempre di più in un vortice di manie suicide e depressione, dai diari dei giorni precedenti (fino a dove ci è possibile leggere) traspare dalle sue parole un profondo senso autocritico, non perde occasione per accentuare i suoi difetti ed evidenziare le mancanze.

Ti prego pensa – svegliati. Credi in qualche forza benefica al di fuori del tuo io limitato. Signore, signore, signore: dove sei? Ti voglio, ho bisogno di te: di credere in te e nell’amore e nell’umanità. Non devi nasconderti in questo modo. Devi pensare.13

La sua famiglia interpella uno psichiatra e inizia ad essere sottoposta a trattamenti di elettroshock, non sarà la prima né l’ultima volta, questo trattamento sarà per lei un esperienza traumatica che rievocherà ne “La Campana di Vetro”.

Il fatto della sparizione e del ritrovamento venne riportato nei quotidiani locali

Il 24 agosto tenta il suicidio, scende in cantina e ingerisce una cinquantina di pillole di sonnifero, si nasconde dietro una catasta di legno e rimane lì per ben due giorni, tanto che il fatto venne riportati sui quotidiani dell’epoca.

Fu il fratello Warren a ritrovarla in uno stato disperato, era agonizzante, ma ancora viva grazie all’aver vomitato gran parte delle pillole ingerite.

Fu ricoverata presso il McLean Hospital, Belmont, e affidata alla psichiatra Beuscher, la ripresa si basò su trattamenti di elettroshock e insulina, ma fu di fondamentale importanza il rapporto con la terapeuta.

Sylvia fu dimessa dall’ospedale nel dicembre del 1953.

Sylvia Plath, 1954

Il doppio, Richard Sasson e Cambridge (1954 – 1955)

Sylvia tornò allo Smith nella primavera del 1954, si era fatta bionda, si sentiva più spavalda ed era famosa in tutto il campus. Le piaceva vedersi con una personalità nuova con il cambio del colore dei capelli, l’essere bionda voleva dire essere più audace, determinata e allegra, nei diari alla madre cita questo cambio di personalità basato sull’aspetto, l’essere castana infatti al contrario per lei voleva dire essere la “classica” brava ragazza e studentessa modello.

Sylvia recupera i corsi del terzo anno e sceglie il tema della tesi di laurea, ovvero la figura del doppio nei romanzi di Dostoevskij.

La tematica del riflesso, del doppio, ricomparirà di frequente nelle sue opere come un pensiero costante, sono un esempio le figure opposte e speculari de “Due Sorelle di Persefone” (1956)14:

Due fanciulle: in casa
l’una siede, l’altra fuori.
Per tutto il giorno tra loro
un duetto d’ombra e luce.

Nella sua buia stanza rivestita di legno
la prima elabora problemi
su una macchina matematica.
Aridi ticchettii battono il tempo

mentre calcola ogni somma.
In questa sterile impresa
il suo sguardo sbieco assume furbizia di topo,
la sua magra figura un pallore di radice.

Bronzea come la terra l’altra, distesa,
ascolta i ticchettii gonfiarsi d’oro
come polline nell’aria luminosa. Cullata
accanto a un letto di papaveri,

vede il rosso ventaglio di seta
dei loro petali di sangue
ardere e aprirsi alla lama del sole.
Su quel verde altare

liberamente diventa sposa del sole,
s’ingravida di seme.
Accosciata sull’erba, nell’orgoglio del travaglio,
partorisce un re. Inacidita

e gialla come un limone
l’altra, vergine agra fino allo stremo,
va verso la tomba con la carne devastata,
posseduta dai vermi, ma non donna.

In questa poesia una fanciulla è simbolo di natura, è piena di vita, diventa sposa del sole e partorisce un re, mentre l’altra è gialla come un limone, secca e vergine. Rappresenta due figure binarie, diverse, ma simili, che vanno incontro allo stesso destino.

Nell’aprile del ’54 incontrò Richard Sasson, uno studente di Yale un inglese cresciuto in Francia che studia storia e filosofia, diverso dai suoi precedenti fidanzati e dal suo ideale di ragazzo, Sasson infatti era un ragazzo raffinato, intelligente, imparentato con i Sasson della letteratura. Riusciva a starle dietro a livello intellettuale e non solo, in molte biografie, articoli e saggi, Sasson assume un ruolo spettrale, è una figura sullo sfondo che sembra non aver assunto una gran importanza nella vita della poetessa, ma come vedremo anche più avanti, Sasson è stato il ragazzo che ha catapultato Sylvia verso Ted e l’ha fatta anche precipitare in uno stato d’animo di estrema mancanza e dolore amoroso.

Torneremo a parlare di Richard più avanti, ma la relazione con lui fu molto importante per Sylvia.

Passo l’estate del 1954 alla Harvard Summer School studiando tedesco e vivendo con alcuni amici dello Smith.

Il suo ultimo anno allo Smith la proiettò all’apice dl successo, vinse premi, guadagnò vendendo poesie, e soprattutto vinse una borsa di studio Fullbright per studiare al Newnham College a Cambridge.

Dopo la consegna dei diplomi, Sylvia torna nell’estate del ’55 a Wellesley dalla famiglia a causa di un intervento della madre, decise di non lavorare appunto per seguirla al meglio delle sue possibilità.

In questo periodo il rapporto con Sasson inizia ad incrinarsi, lui sembra volersi allontanare da lei.

In una lettera dell’11 dicembre a Richard scrisse: “Forse quando sentiamo che vogliamo tutto è perché siamo pericolosamente vicini a non volere niente. Il non volere niente ha due estremi opposti: o uno è del tutto realizzato e ricco e ha una tale quantità di mondi interiori che quello esteriore non gli serve per provare gioia, perché la gioia emana dal centro del suo essere; oppure uno è morto e marcito dentro e questo mondo non ha niente da dargli. Al momento mi sento come se stessi silenziosamente costruendo un ponte delicato e intricato, nel buio della notte, da una tomba all’altra mentre il gigante dorme. Aiutami a costruire questo ponte oh tanto squisito.15

A metà settembre s’imbarca per l’Inghilterra, prima di Natale traversa la Manica per incontrare Richard a Parigi, ora studente alla Sorbona, ma la loro intesa sembra essersi spezzata lasciando una Sylvia particolarmente demoralizzata, sola nel suo viaggio di ritorno verso Cambridge.

C’era anche un altro uomo in questo periodo, ma fu solo un amore estivo che bruciò in fretta, il ragazzo in questione era Peter Davidson, lui stesso poeta e redattore a New York, che fu una figura ad ogni modo persistente nella vita di Sylvia, perché anche dopo la rottura i due rimasero amici e in comunicazione.

NOTE

1: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
2: Linda W. Martin, Sylvia Plath, Castelvecchi 2013
3: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
4: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
5: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
6: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
7: S. Plath, Quanto Lontano Siamo Giunti, Guanda 2015
8: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
9: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
10: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
11: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
12: S. Plath, Quanto Lontano Siamo Giunti, Guanda 2015
13: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
14: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
15: S. Plath, Diari, Adelphi 1998

Video/Link Interessanti

Mad Girl’s Love Song – S. Plath

Daddy – S. Plath

Documentario in lingua su S. Plath

La prima parte si ferma qui, ma la seconda uscirà il prima possibile e in quella parleremo della relazione e del fatidico incontro con Ted Hughes, della vita con lui, dell’evoluzione della sua arte, della rottura e di decine di altri eventi che hanno segnato la vita di questa immensa poetessa. Parleremo anche dell’atto finale, ovvero il suicidio e ciò che è accaduto dopo.

Fatemi sapere se questa prima parte vi è piaciuta, se questa rubrica vi aggrada e preparatevi per la seconda parte che sta per arrivare!

A presto!