La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Buon mercoledì e ben ritrovati!

Come sta andando la settimana? Come prosegue questo giugno?

Oggi, dato che avanzo nel mio obbiettivo e speranza di recuperare negli articoli e nelle recensioni, parliamo di un libro letto mesi fa di cui avrei dovuto parlarvi tempo addietro… non mi smentisco mai.

Il libro di cui parliamo oggi è “La Bambina che Amava troppo i Fiammiferi” di Gaétan Soucy, libri di cui avevamo parlato in parte in uno degli ultimi articoli del 2020, più precisamente quello dei libri peggiori, quindi beh questo non è di buon auspicio, ma andiamo con calma.

Parliamone!

La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Casa Editrice: Marcos Y Marcos

Genere: Narrativa

Pagine: 191

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 11,99

Anno di P. Pubblicazione: 1998

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto.

Trama

Un castello in rovina in mezzo al bosco. Due fratelli vittime di un padre folle, cresciuti isolati, in un mondo fittizio. Un mondo di ossessioni, violenze, angherie. Un mattino, al risveglio, i fratelli si accorgono che il padre si è impiccato in camera sua. Ora, per la prima volta, sono liberi: attraversano il bosco, raggiungono il villaggio, affrontano la realtà. Dove si scopre che chi si credeva un uomo è invece una donna; chi si credeva povero è invece ricco sfondato; due fratelli sono in realtà due sorelle e un fratello. Fino alla rivelazione di un segreto morboso, cruento, ripugnante. E l’origine di tutto, la tragedia che ha condotto il padre alla follia. Tutta colpa di una bambina che non la smetteva di giocare con i fiammiferi.

Recensione

Come dicevo, ho letto questo libro qualche mesetto fa, ma dato che prendo sempre nota dei libri che leggo (non ripeterò gli errori del passato) in dettagli piuttosto precisi, ogni volta rileggendo gli appunti scritti non ho problemi nel tornare con la memoria al libro in questione e vi dirò, a distanza di tempo mi rimangono impressi sempre dettagli specifici dei libri letti.

In questo caso, a breve distanza dalla lettura questo testo mi è passato davanti agli occhi non lasciandomi particolari di notevole importanza, ma ad oggi ho un quadro più preciso e delineato.

Parlando un poco dell’autore Gaétan Soucy era un autore e professore di origine canadese, venuto a mancare nel 2013. Fra gli altri testi dell’autore vorrei citare “L’Assoluzione” e “Music-Hall!” sempre editi in Italia dalla casa editrice Elliot.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile è decisamente particolare, il libro infatti è scritto dalla penna di una ragazza che non ha mai ricevuto una vera e propria istruzione, una ragazza che non sembra nemmeno avere la sua età anagrafica (che verrà rivelata ad un certo punto del libro, ma rimarrà comunque non certa) e soprattutto una giovane che ha sempre vissuto isolata solo con il fratello e il padre, senza incontrare altro essere umano, tranne per incontri più che brevi.

Il testo quindi è costellato di errori voluti e termini che non esistono, totalmente inventati da questa giovane che molto spesso utilizza termini sbagliati per indicare un determinato evento, oggetto, emozione, ricordo…

Ho trovato questa tattica decisamente originale e interessante sulle prime, ma a lungo andare rischia di rendere complessa e granulosa la lettura, questa richiede infatti un livello di attenzione costante e a volte ho avuto bisogno di rileggere determinate frasi più volte per capirne meglio il senso, che non rimane comunque chiaro.

Verso la fine ciò che non era ben specificato o lasciato all’immaginazione anche per l’uso di termini “bizzarri” viene spiegato e la vicenda assume un significato più chiaro.

L’atmosfera rimane costantemente ambigua, ci sono momenti in cui questa ragazza scrive di vicende assai gravi e drammatiche con toni bambineschi, normali, come se fossero vicende che accadono tutti i giorni. Ci sono invece altri momenti, in particolare verso la fine, in cui tratta con orrore ciò che accade, ma alcuni aspetti terribili non vengono mai trattati come dovrebbero essere trattati.

Si ha spesso l’impressione di camminare sulle uova leggendo il libro, si sa che ciò di cui sta parlando la protagonista, con il suo gergo impreciso, è un qualcosa di probabilmente molto grave, ma non si capisce fino in fondo la vicenda.

Aspetto Psicologico e Personaggi

Ci sono vari elementi importanti legati ai personaggi che vengono rivelati solo alla fine, quindi non andrò nei dettagli per evitare di incappare in pesanti spoiler, ma la protagonista vive senza dubbio in una bolla tossica, fra il fratello e il padre si ritrova ad un certo punto a guardare il mondo in una prospettiva diversa rispetto alla solita appunto a causa della morte della figura paterna.

Il libro vuole parlare di vari argomenti legati all’infanzia tossica, all’abuso. all’isolamento dal mondo e alla violenza. Non è un libro facile da leggere soprattutto quando si realizza a cosa fa riferimento la protagonista.

C’è qualche spiraglio di speranza nel testo, che però viene spazzata via dopo poco o vengono rivelati altri aspetti del tutto che gettano altra oscurità sul passato e il presente di questa ragazza.

E’ una lettura inoltre commovente e dolorosa a tratti, è presente anche una parentesi “amorosa” che però può essere interpretata in vari modi dato il tono della storia, ho trovato questa parentesi un poco esagerata.

La figura paterna è quella di un uomo probabilmente molto traviato a livello psicologico, che costringe i figli a vivere secondo le sue regole, i suoi tempi. entro determinati confini e ritmi. E’ un uomo violento, ciò che sappiamo di lui proviene dalla narratrice perché lui muore ad inizio libro, quindi non abbiamo modo di “incontrarlo”.

Il fratello invece non risulta un personaggio “forte”, esercita violenza sulla sorella e ha un comportamento in generale dittatoriale, ma non sento di averlo capito del tutto, potrebbe però essere una volontà dell’autore per far provare al lettore il senso di estraniazione e distacco che prova anche la narratrice nei confronti del fratello.

Conclusioni

E’ un libro complesso da descrivere, anche perché lo spoiler è sempre dietro l’angolo, ed è anche complesso da leggere. Mi sono approcciata alla lettura all’inizio non con leggerezza, ma non aspettandomi di certo un libro simile.

L’idea principale legata allo stile è interessante e funziona in parte per esprimere il tutto come se stesse parlando una bambina, che parla di violenze in modo innocente , ma a lungo andare rende la lettura pesante e a tratti ripetitiva.

Avrei gradito più introspezione dal punto di vista psicologico dei personaggi e una finale diverso, infatti, purtroppo non ho apprezzato l’epilogo.

L’idea base è interessante, ma il testo non mi ha convinta del tutto.

Voto:

E voi? Avete mai letto “La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi”? Sì? No? Vi è piacito? Fatemi sapere!

A presto, davvero!

L’ Assassina – Alexandros Papadiamantis

Buon lunedì, buon inizio settimana e ben ritrovati sul blog!

Come state? Com’è iniziata la settimana? Spero come sempre nel migliore dei modi.

Oggi, per cercare di rimettermi in carreggiata, ma soprattutto cercare di riprendere il ritmo con gli articoli (ma ormai ci sono già fuori carreggiata), vi vorrei parlare di un libro che ho letto oramai qualche mesto fa, un classico greco che aspettavo di leggere da anni e che finalmente ho avuto l’occasione di leggere.

Sto parlando de “L’Assassina” di Alexandros Papadiamantis, un libro del 1903, scritto da uno dei maggiori scrittori greci del XIX secolo.

Parliamone!

L’Assassina – Alexandros Papadiamantis

Casa editrice: Elliot

Pagine: 138

Prezzo di copertina: originale € 16,50 attuale € 7,89 (disponibile anche in un’altra edizione edita Aiora)

Prezzo ebook: € 8,49

Anno di P. Pubblicazione: 1903

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Accoccolata vicino al camino, con gli occhi chiusi, la testa poggiata sullo stipite, la vecchia Chadula, chiamata da tutti Ianù la Franca, non dormiva ma sacrificava il sonno vicino al letto della nipotina malata, mentre la madre della neonata si era da poco addormentata nel suo giaciglio sul pavimento.

Trama

Chadula, contadina e vedova, si procura da vivere usando erbe e intrugli per guarire gli abitanti del suo paesino, situato su un’isola tutta pietre e cespugli. Intorno a lei c’è solo miseria. Molti dei suoi figli sono scappati all’estero, mentre le figlie sono rimaste – e con esse il fardello del loro mantenimento. Sull’isola, il destino delle donne è un destino di sofferenze e privazioni, e chi ha figlie femmine deve rassegnarsi al disastro economico quando, per maritarle, dovrà dar loro una dote, o quando, rimaste zitelle, dovrà continuare a mantenerle. Chadula, guidata da un folle istinto e convinta di agire per mano di Dio, proverà a porre fine alle sofferenze dei suoi compaesani. Considerato in patria il “santo” della letteratura greca moderna, Alexandros Papadiamantis concentrò nel suo capolavoro una storia di delitto e castigo ambientata nella terra povera e aspra che ben conosceva. Magistrale per penetrazione psicologica e tensione narrativa, Papadiamantis fa dell’isola il secondo protagonista del romanzo, con descrizioni di una natura di valli, pianure, montagne e mare, secondo una lunga tradizione greca che ha avuto nell’ekphrasis la sua più tipica manifestazione retorica.

Recensione

Non ci è arrivato molto qui in Italia di Alexandros Papadiamantis dal punto di vista delle traduzioni, infatti ad oggi il suo unico testo reperibile è proprio “L’Assassina”. Parliamo un poco dell’autore, nato il 4 marzo 1851 a Sciato, Grecia.

Proveniva da una famiglia numerosa e fu scrittore, poeta, giornalista, editorialista, studioso e traduttore. Aveva uno stile che rientrava a pieno nel realismo con punte di naturalismo, era affascinato dalla società rurale e i suoi eroi erano tipicamente reietti, emarginati e anticonformisti. Papadiamantis fu il primo a tradurre in greco “Delitto e Castigo” di Dostoevskij, “L’Assassina” il romanzo di cui parleremo oggi è considerata la sua opera principale.

Parlando di eroi controversi, Chadula, la protagonista di questo romanzo è senza dubbio una personalità particolare e complessa da analizzare. E’ un’assassina di bambini, più precisamente bambine femmine che secondo lei con la crescita diventeranno un peso per la famiglia che non potrebbe far altro che esserle riconoscente per questo suo sacrificio.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Come dicevamo prima lo stile dell’autore è decisamente realistico e non si lascia andare a parentesi filosofeggianti o momenti che si distaccano dal senso fortemente realistico dell’opera e dello stile.

L’autore ha lottato nel corso della propria vita con la povertà e conosceva di persona le estreme difficoltà che questa porta con sé, il romanzo è infarcito di atmosfere pesanti, una quotidianità pesante e pressante che non lascia respirare la Chadula, il peso di un passato che porta a galla ricordi negativi, insomma emerge il senso di saggezza che si conquista con le esperienze vissute, anche se questa saggezza Chadula la utilizza nel modo più sbagliato.

E’ un libro tutto sommato breve e il ritmo è costante, la narrazione diventa più oscura e concitata da un certo punto in poi, si avverte subito in realtà un senso di malsana oscurità nella figura di Chadula, è un madre di famiglia, nonna e paesana, ma attorno al suo personaggio aleggia un senso di pericolosità che emerge del tutto dopo poche pagine.

Le atmosfere e le ambientazioni sono fortemente rurali, tra l’altro queste sono uno dei punti forti del libro, si riesce ad entrare in luoghi che ricordano i panorami della Grecia, luoghi tipicamente collinari, ma a brevi tratti anche montuosi e ancora marittimi, abbiamo vari scenari insomma e ognuno di questi si integra alla perfezione nelle scene d’azione descritte.

Personaggi e Psicologia

Il personaggio principale è senza dubbio Chadula, incontriamo però anche i suoi figli nel corso della narrazione, è madre di una prole abbastanza numerosa e nel corso della lettura scopriamo vari aneddoti riguardanti i figli, disgrazie famigliari e esperienza che non hanno fatto altro che far accrescere l’amarezza in Chadula.

Chadula è una donna che crede di aver vissuto varie vite in una e aver sopportato disgrazie e batoste, tutto ciò per arrivare in un certo senso alla coscienza massima, crede di sapere cosa è meglio e di aver appreso nozioni importanti sulla vita e sulla sopravvivenza. E’ vero in parte tutto questo, perché Chadula crede che per le famiglie, le figlie femmine siano solo delle disgrazie, prole a cui è necessario dare una dote e ciò impoverisce i genitori, ciò che hanno faticosamente guadagnato infatti va perduto, o passato, alle figlie per il matrimonio.

Quindi Chadula con questa forte convinzione, si trasforma in un’infanticida, che sembra continuare nella sua scia di morte come per seguire una forte pulsione di ragione, sa di star commettendo un crimine, ma crede di essere nella ragione, pensa di farlo per aiutare le famiglie e che quando queste si ritroveranno anni dopo in povertà e senza il dovere di passare una dote la ringrazieranno.

Dopo questi eventi Chadula scappa, la seguiamo nelle sue fughe dalla legge fino al punto finale.

E’ un testo piuttosto crudo e diretto in alcune parti, insomma le scene principali sono piuttosto forti, Chadula l’ho percepita durante la lettura come una donna spezzata in due, da una parte c’è il suo io materno che si preoccupa per i figli e si riconosce nel rigido ruolo sociale del tempo di madre, dall’altra invece è una donna che sembra non riuscire a fermarsi nel seguire i suoi impulsi, che possono essere riconducibili anche a situazioni vissute in infanzia e adolescenza.

Conclusioni

Pensando anche all’anno in cui è stato pubblicato questo libro una protagonista simile è senza dubbio differente, particolare e controversa, all’inizio del ‘900 abbiamo una donna sessantenne e madre che è stata anche levatrice che diventa un’assassina.

Già il concept base è più che interessante, in più anche lo stile dell’autore è degno di essere scoperto. Mi è piaciuta come lettura soprattutto per gli spunti psicologici e le ambientazioni, è un libro che ricorderò per alcune scene ambientate in panorami cupi e aperti a picco sul nulla.

E’ comunque un libro non perfetto per me, si riesce ad avvicinarsi a Chadula, ma mai del tutto, l’autore sembra voler a tutti i costi far capire al lettore il perché dei gesti di Chadula e cosa l’ha portata a diventare la donna rigida che è, ma lei rimane sempre un estranea.

Alcuni punti del libro mi sono scivolati addosso, sono comunque felice di averlo letto, ma il personaggio di Chadula a volta risulta forte e ben costruito e altre volte debole e lontano dal lettore.

Voto

E voi? Avete mai letto “L’assassina”? Avete mai letto nulla di Papadiamantis? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

#PoetProfile: Sylvia Plath – pt. 1

Buon pomeriggio, buon martedì e buon quasi inizio settimana!

Come state? Come procede il mese di maggio?

Finalmente, dopo mesi di promesse eccoci qui con il famigerato primo episodio della rubrica #poetprofile, rubrica in cui parleremo in ogni appuntamento di un poeta/poetessa, parlando della vita di questi, delle poesie più significative e rappresentative, avanzando pian piano anche nella scoperta della vita appunto del poeta/poetessa in questione.

Per la lunghezza piuttosto eccessiva per un unico articolo ho dovuto dividere il tutto in due parti, la seconda uscirà nei prossimi giorni, il mio piano iniziale era di unire tutto, ma purtroppo anche per la comodità nella lettura ho diviso.

La prima poetessa ad inaugurare questa rubrica (che apre anche una vera e propria sezione del blog dedicata alla poesia) è Sylvia Plath.

Non seguirò un ordine particolare nella scelta dei poeti di cui parlare, con tutta probabilità alterneremo una donna ad un uomo e così via, infatti il prossimo poeta di cui parleremo sarà un uomo, ma concentriamoci sulla poetessa di oggi.

C’è anche un’altra ragione riguardante la mia scelta per questo primo appuntamento, ho scelto la Plath perché personalmente è una delle mie poetesse e autrici preferite e la storia della sua vita e della sua evoluzione artistica è affascinante sotto ogni aspetto.

Quindi, che dire, iniziamo! Spero che questa nuova rubrica possa piacervi, che tra l’altro si potrebbe estendere anche agli autori di romanzi, parlando in un articolo di tutti i testi scr-, non corriamo troppo, ve la butto lì… Iniziamo!

Aurelia Schober, Otto Plath e la piccola Sylvia nel 1933

Infanzia, Otto Plath e Warren (1932-1940)

Sylvia Plath nasce il 27 ottobre del 1932 al Robinson Memorial Hospital di Jamaica Plain, un sobborgo di Boston da padre tedesco, Otto Emil Plath e madre austriaca, Aurelia Schober.

Otto Plath era un entomologo, biologo darwiniano e professore di tedesco all’Università di Boston, si trasferì in America, nello specifico a New York, a sedici anni e aveva una predisposizione naturale per le lingue. Parlava inglese con uno spiccato accento americano, ma conosceva anche il tedesco, il francese e il polacco. Queste conoscenze gli permisero di arrivare ad insegnare tedesco e l’alto tedesco a livello universitario.

Otto in gioventù dopo aver vissuto a New York a casa dello zio, si trasferì a Watertown nel Wisconsin, dove frequentò il college a condizione che studiasse per diventare un ministro luterano. Otto si specializzò in lingue classiche, ma per colpa dei suoi studi riguardanti Darwin e gli altri pensatori scientifici del XIX secolo si rese conto di non poter più diventare un ministro luterano e fu cacciato dalla famiglia.

Otto Plath (1885-1940)

Da quel momento la vita di Otto iniziò a ruotare interamente intorno allo studio, riuscì ad imporsi in campi accademici su lingue che non erano le sue grazie alla sua enorme forza di volontà. Conobbe Aurelia Schober all’Università di Boston, dove lavorava, e di lei apprezzava soprattutto la mente e la sua estrema determinazione.

Aurelia aveva ventun anni in meno di Otto e lasciò l’insegnamento del tedesco e dell’inglese per lavorare come segretaria del marito, una volta sposati. Aurelia era una donna intelligente, era un’avida lettrice, discendeva anche lei da una famiglia di origine tedesca e si decise a sposare Otto dopo un anno di corte serrata e dopo un viaggio fino a Las Vegas per il divorzio necessario dal precedente matrimonio di lei.

Nelle opere di Sylvia sarà la figura paterna ad emergere per la maggior parte, una figura romanzata ed edulcorata, secondo Aurelia il padre amorevole e affettuoso visibile nelle opere giovanili è legato invece alla visione del nonno, il padre di Aurelia, “Grampy” Schober.

Sylvia nacque dieci mesi dopo il matrimonio, mentre Warren Joseph Plath nacque due anni e mezzo dopo la nascita della sorella.

I coniugi insegnarono ai figli fin dai primi anni di vita l’importanza della lettura, dello studio e delle lingue. Otto passava la maggior parte del tempo in casa leggendo e studiando, quando non era a casa era al campus e da ciò che traspare in casa si respirava un’aria accademica, dato che la madre non solo preparava i manoscritti del marito ma, con il tempo passò a scrivere lei stessa un ampio numero di questi manoscritti.

Durante l’infanzia e data la gelosia che si viene a creare fra fratelli, citando anche la differenza di età, Sylvia divenne sempre più desiderosa di attenzioni, divenne a tratti aggressiva, sentendo il peso di queste mancate attenzioni che venivano invece dedicate al fratello Warren.

Warren era un bambino dalla salute cagionevole e necessitava di maggiori cure, la madre dedicava molto del suo tempo per la salute del piccolo, affidando spesso Sylvia ai nonni.

Nel 1936 i Plath si trasferiscono da Jamaica Plain a Winthrop, nella baia di Boston. Qui il mare diventa una presenza importante per Sylvia, è un periodo costellato da gite in barca, passeggiate in riva al mare, tempo speso assieme alla famiglia. L’acqua e il mare torneranno spesso come immagini nelle poesie future di Sylvia, di solito sono elementi associati alla pace e alla tranquillità, ma anche purezza e amarezza.

Qui finiva la terra: le estreme dita,
nocchiute e reumatiche, rattrappite sul nulla.
Ammonitori neri dirupi,
e il mare che esplode senza fondo,
o alcunché d’altro al di là, bianco di visi d’annegati.
Adesso è soltanto tetro, un ammasso di rocce –
soldati sbandati di vecchie, confuse guerre.
Il mare gli cannoneggia gli orecchi, ma loro non mollano.
Altre rocce nascondono i loro rancori sott’acqua.

Finisterre (29 settembre 1961)1

Sylvia era una bambina molto meticolosa, le piaceva sistemare i bottoni, i sassolini, i mattoncini e altri tipi di oggetti, pratica comune a vari bambini, ma che ho trovato affascinante conoscere nel corso delle ricerche e letture fatte per questo articolo.

Quando Sylvia (nel 1940) aveva otto anni, il padre, Otto, venne a mancare a causa di complicazioni date dalla cura della malattia che aveva, soffriva di diabete mellito, che fu all’inizio scambiato per un tumore al polmone. Queste complicazioni portarono all’amputazione di una gamba a causa del diabete con conseguente morte per embolia. La morte del padre ebbe un grande impatto su Sylvia, un impatto evidente anche dopo anni.

In una lettera inedita di Aurelia del 1988 sembra emergere il vero clima legato alla situazione in casa Plath, Aurelia descrive l’invalidità del marito e la grande lontananza tra lui e i figli. Cercando di tracciare una visione di Otto dagli occhi di Sylvia, seguendo le sue opere, emerge nei suoi primi scritti un occhio dolce e forse troppo idealizzato nei confronti del padre deceduto, mentre anni dopo, con la crescita e una visione più chiara, la scrittrice fa emergere un quadro infantile più amaro.

Otto viveva in un clima di isolamento, scriveva Aurelia: “mio marito non abbracciava né baciava mai i bambini, temendo di avere qualcosa di brutto che tale vicinanza avrebbe potuto trasmettere… non usciva mai per una passeggiata con loro, non si concedeva mai un gioco e neppure osava sfiorarli. Non chiacchieravano neppure – [solo] una rapida carezza sulla testa, al momento di andare a letto.2

La madre decise di non far assistere i figli al funerale di Otto, Sylvia visitò per la prima volta la tomba del padre solo nel 1959 e descrisse in questo modo l’esperienza: Sono andata sulla tomba di mio padre, una visita deprimente. […] Nel terzo campo, su uno spiazzo erboso uniforme che guardava da un rettilineo giallastro spoglio su file di edifici di legno, ho trovato la piatta tomba di “Otto E. Plath: 1885-1940”, proprio accanto al sentiero dove era facile calpestarla. Mi sono sentita ingannata. Ero tentata di tirarlo fuori. Per provare che era vissuto e morto sul serio. […] Me ne sono andata subito. Ma è giusto avere il posto in mente.3

Sylvia nel 1946

Trasferimenti e Primi Successi (1941-1946)

In questi anni, dopo la morte del padre, Sylvia frequenta la Junior School di Winthrop e nel 1941 inaugura la sua serie di riconoscimenti letterari. A soli otto anni infatti una sua poesia viene pubblicata sul “Boston Herald”.

Sylvia era piuttosto popolare fra i suoi coetanei, la madre la persuase all’età di 12 anni a sottoporsi al test per il quoziente intellettivo (IQ) ed ebbe un punteggio di 160. Punteggio decisamente alto, secondo alcuni metri di giudizio oltre i 140 si è ritenuti “geni” quindi Sylvia venne considerata una delle menti più acute e brillanti della sua età.

A dieci anni, due anni dopo la morte del padre, Sylvia potrebbe aver tentato per la prima volta il suicidio. Non è chiaro se fu un atto voluto o un incidente, provò a tagliarsi la gola. Il fatto viene citato nella biografia di Andrew Wilson, “Mad Girl’s Love Song” che ha avuto accesso a lettere prima inaccessibili di Aurelia ai figli di Sylvia. Inoltre nella poesia “Daddy” Sylvia cita i dieci anni come età in cui il padre venne meno, ma questo non corrisponde alla realtà, quindi il riferimento ai dieci anni può riguardare o un fatto importante legato a quell’età e al padre o distaccandosi dal lato autobiografico potrebbe riguardare unicamente un’esperienza della voce narrante della poesia. Anche nei diari citerà, non in modo chiaro, un incidente di tipo violento attorno a quell’età.

Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che

Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.

Daddy (12 ottobre 1962)4

In quegli anni Aurelia riceve dalla sua vecchia università l’incarico di organizzare e gestire un corso di segretariato medico e ospedaliero, perciò con tutta la famiglia si trasferisce a Wellesley, vicino a Boston.

Sylvia non è entusiasta del trasferimento, è costretta ad abbandonare l’oceano e le sue amate spiagge a cui tornerà spesso con la memoria.

Disegno di Sylvia, “Meadown Flowers”

Dal 1944 al 1947 Sylvia frequenta la Alice L. Phillips Junior High School, dove si distingue in arte e inglese. Il tema dell’arte tornerà spesso anche in futuro, infatti oltre a quella che era la sua passione per la scrittura si aggiunge quella per il disegno e per la musica dato che prende lezioni di pianoforte, balletto e suona la viola nell’orchestra della scuola.

Ciò inizierà ad influenzare anche le sue poesie che si impregneranno di un certo senso musicale.

Sylvia nel 1947, a 14 anni

Wilbury Crockett, i ragazzi e la società (1947-1949)

Sylvia dopo essersi distinta alla Junior High School, si iscrive alla Gamaliel Bradford High School dove viene notata da Wilbury Crockett.

Crockett era un professore di letteratura americana, europea e classica, fu il suo insegnante di inglese per tre anni, ma i due rimasero in ottimi rapporti per tutti gli anni seguenti, fu lui infatti ad aiutarla nel recuperare del tutto la capacità di leggere e scrivere dopo il suo tentativo di suicidio a vent’anni.

I racconti giunti a noi da quegli anni sono pervasi da un profondo senso di perdita e tristezza, le protagoniste sono figure senza un futuro, senza piani precisi, intrappolate in alcuni casi in una profonda depressione, come nel caso di “Heat“.

“Non c’era via di scampo. La calura era ovunque. Si insinuava negli appartamenti e negli uffici con l’aria condizionata. Poggiava sulla città come una coperta palpabile…”

Nel ’49 scrive un brano che introduce per la prima volta Miss Minton, un personaggio femminile che fa la sua comparsa anche in “Domenica dai Minton” che nel 1952 le è valso un premio.

In questi anni la Plath, con la crescita, inizia a pensare ai ragazzi, e alla società e qui iniziano le prime domande e dubbi sul rapporto con l’altro sesso, il matrimonio e il ruolo della moglie nella società.

Queste tematiche, che ci si trova ad affrontare ad un certo punto nello sviluppo, diventano decisamente presenti nei suoi diari e nei suoi pensieri, anche negli anni successivi infatti Sylvia sembra essere tormentata dalla sua visione del futuro e della carriera professionale in contrapposizione alla visione della donna nell’America degli anni ’50, una donna casalinga, devota al marito, remissiva e disposta a mettere da parte i suoi piani professionali per la casa e la famiglia.

Come scrisse a più riprese sui suoi diari: Voglio essere assolutamente sicura che il matrimonio non sia né una clamorosa presa in giro, né un rifugio effimero” (27/04/1953) – “C’è un tempo per ogni cosa; e tu devi stare attenta a questa tua predilezione per le mele verdi. Possono essere dolci o aspre, novelle o precoci, ma sarebbe ora che imparassi ad aspettare la stagione del raccolto. Prenditela calma, per favore. Lui non deve essere lo strumento della tua estasi. Non ancora, comunque.” (12/01/1953) – “Secondo me l’unione che funziona valorizza le potenzialità di entrambi gli individui.” (05/1952) – “Il mio struggente interesse per gli uomini e la loro vita viene spesso scambiato per smania di seduzione o invito all’intimità.” (1951) – “Desidero le cose che alla fine mi distruggeranno… Mi chiedo se l’arte scissa dalla vita vita normale, convenzionale, abbia altrettanta potenza dell’arte fusa con la vita: in altre parole, il matrimonio potrebbe fiaccare la mia energia creativa e distruggere il mio desiderio di espressione scritta e pittorica […]” (1950) – “Se solo riuscissi a trovarlo… l’uomo intelligente ma dotato anche di fisico prestante, magnetico. Se io posso offrire tutto questo, perché non dovrei pretendere altrettanto da un uomo?” (1950)5

Sylvia Plath allo Smith College, 1952/1953

Lo Smith College, il tentativo di suicidio e Mademoiselle (1950-1953)

Grazie all’essersi distinta alla Gamiel Bradford e a ben tre borse di studio, Sylvia potrà frequentare lo Smith College di Northampton in Massachusetts, un prestigioso college privato femminile.

Smith College, Northampton, Massachussetts

Anche oggi lo Smith è considerato uno dei college migliori, nel 2013 la rivista U.S. News & World Report lo collocava fra i college più prestigiosi a indirizzo artistico, ha visto la luce per la prima volta nel 1875, oggi ha circa 2600 allieve nel campus e altre 250 presso altre sedi, ciò lo rende il college femminile più grande del Paese.

Nell’estate del 1950, prima di entrare al college, opportunità che infondeva un gran senso di entusiasmo e felicità in Sylvia, lavora per poco in un’azienda agricola, la “Lookout Farm“, esperienza che apre la raccolta dei diari6 e introduce una ragazza vogliosa di vivere e fare esperienze di vario genere. Descrive anche un episodio accaduto in questa azienda in cui viene baciata senza consenso da un ragazzo. Episodio questo che la lascia sconvolta anche per il modo in cui viene guardata e trattata dagli altri dopo l’evento, che si ferma appunto ad un bacio, ma da ciò che Sylvia fa intendere il giovane non si è spinto oltre perché l’ha vista piangere e non gradire l’assalto.

Nel settembre di quell’anno si aprono le porte dello Smith, in cui è iscritta alla facoltà di Inglese e vive a Haven House.

Una volta allontanatasi da casa, Sylvia, fa di tutto per tenersi in contatto con la madre e le due si scrivono regolarmente, queste lettere/telegrammi dallo Smith aprono la raccolta delle lettere alla madre7 che mostrano una Sylvia che sgobba tutto il giorno al costo di mantenere buoni voti e dimostrare di meritare la sua posizione.

Queste lettere, come sostengono vari studiosi della vita della scrittrice e come è intuibile durante la lettura, presentano una certa falsità di fondo. Sylvia si sforza di apparire sempre felice e positiva in queste lettere, racconta ogni esperienza con toni entusiasti e anche dopo lo Smith manterrà questo tono, adottato per varie ragioni si pensa, sia per mostrare alla madre una facciata di positività a volte inesistente sia per non aggravare la madre di un ulteriore peso, dato che Aurelia fece sempre di tutto per mantenere economicamente e non solo i figli, era una donna sola e con il peso di vari lavori sulle spalle.

Questa falsità che a tratti può sembrare solo un modo per alleggerire i fatti raccontati, nasconde in realtà molto altro. Anni dopo, nel 1958, tornando in cura dalla psicologa che la ebbe in cura per anni (Ruth Barnhouse Beuscher), iniziò ad interrogarsi fino in fondo sulla natura del rapporto con la madre e arrivò a queste conclusioni: “E’ come se R.B. dicendo “ti autorizzo a odiare tua madre”, avesse anche detto “ti autorizzo a essere felice”.” – “Ho giocato, scherzato, accolto mamma con affetto. Certo la odio, ma non solo. Le… voglio anche bene.” – “Perché ho paura di fallire prima ancora di incominciare. Vecchio bisogno di dare a mamma delle soddisfazioni, per avere una ricompensa d’amore.”- “Una registrazione quasi fedele dei sentimenti e delle ragioni del mio suicidio: lo spostamento nei confronti di me stessa dell’impulso omicida verso mia madre.”8

Aurelia sembra tra l’altro, nel corso degli anni, non arrivare mai a patti con i tentativi di suicidio della figlia, che vede come un’onta. Non riconosce mai alcuni suoi eventuali comportamenti sbagliati.

Ad ogni modo, Sylvia entra allo Smith, e nel 1950 la rivista “Seventeen” pubblica il suo racconto “And Summer Will not Come Again“, ispirato ad un amore adolescenziale e un concorso del ’51 indetto dalla stessa rivista la premierà con il terzo posto per il racconto “Den of Lions“.

Nel ’50 inizia la sua corrispondenza con Eddie Cohen, uno studente di letteratura di Chicago con cui sente di riuscire ad intendersi nelle sue fragilità.

In una lettera la giovane, scrive: “Prima di donare il mio corpo, devo donare i miei pensieri, la mia mente, i miei sogni. E tu non volevi nessuna di queste cose.” […] “Sei un sogno: spero di non incontrarti mai.”9

Risale al 1951 il suo incontro con Dick Norton, figlio di un’amica di sua madre e studente di Yale, vive con lui la sua relazione più importante dei primi anni del college, da lui nasce l’ispirazione per il personaggio di Buddy Willard de “La Campana di Vetro“.

Nel settembre del ’51 in riferimento a Dick scrive: “Vedo nel ragazzo che, per necessità (mancanza di altri contatti), è diventato l’unica risposta a un bisogno, il germe di tutto ciò che temo e che vorrei evitare. Vedo l’altrettanto cieca necessità di prendermi subito il meglio che c’è, per paura che il futuro non mi dia un’altra occasione. […] Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa.”10

Nel corso dell’estate alla fine del suo primo anno allo Smith, lavora come baby-sitter, da quella esperienza nacque la poesia “The Babysitters“. Durante le sue riflessioni estive sulla scrittura dichiara di volersi avvicinare di più ad Amy Lowell, ma di adorare la trasparenza lirica e la purezza di Elinor Wylie, E.E. Cummings e aspira ad emulare T.S. Eliot, Archibald Mac Leish e Conrad Aiken.

Durante il suo secondo anno si ritrova più volte a mirare all’equilibrio, sia nella sua vita scolastica che in quella sentimentale, inizia a pensare ad un futuro con Dick e immagina lui come futuro marito/padre, ma allo stesso tempo non è sicura di lui per la sua vita amorosa futura. In particolare sa che si ritroverà sempre a lottare con lui per il “predominio”, sa che ci sarà sempre un senso di competitività e non è del tutto convinta. Dick inoltre rappresentava il ragazzo modello tipico degli anni ’50, uno studente ottimo, futuro medico, figlio amato molto affezionato alla famiglia e alla madre (amica di Aurelia).

Sylvia inoltre soffriva di sinusite e questi continui attacchi, che sopraggiungevano di tanto in tanto, la gettavano in uno stato di profondo sconforto, questo stato si aggravava nei momenti in cui già soffriva a livello personale.

Durante il secondo anno fu nominata anche segretaria del Comitato d’onore ed era corrispondente dello “Springfield Daily News” e puntava per l’anno seguente (il ’53) ad entrare nella redazione dello “Smith Review“.

Il suo secondo anno di studi si conclude con ottimi risultati scolastici e durante l’estate, prima dell’inizio del suo terzo anno, lavora presso il Belmont Hotel di West Harwich a Wellesley e a Chatman, Massachusetts.

Si divertiva molto all’hotel, era un esperienza gratificante che le portava soddisfazione, ma purtroppo si affaticò molto e si riammalò con la sinusite e dovette tornare a casa e rinunciare al lavoro, per poi pentirsene.

Inizio il suo terzo anno allo Smith decidendo di specializzarsi in letteratura inglese, ma doveva scegliere anche una materia scientifica, per due semestri secondo le regole dell’istituto, e scelse fisica. Tuttavia questa scelta non fu per nulla soddisfacente, anzi, lo studio di questa la faceva cadere in uno stato di profondo sconforto e inadeguatezza.

Nel novembre del ’52 infatti comunica il suo stato sia nel suo diario personale che in varie lettere alla madre: “Dio, non sono mai stata tanto vicina al suicidio come adesso […]. Il mio mondo cade a pezzi, si sbriciola “il centro non regge più”. Non c’è forza unificatrice, sola la nuda paura, l’istinto di autoconservazione. Ho paura Non ho consistenza, sono vuota. Dietro gli occhi sento una caverna pietrificata, inerte, un abisso infernale, un nulla che scimmiotta.11

Mi dispiace doverlo ammettere, ma sono in uno stato di tensione emotiva e mentale, ed è una settimana che sono in questo stato di tensione e mi sento letteralmente nauseata… manifestazione psichica di uno stato mentale di grande frustrazione. […] Per cavarmi d’impiccio ho preso in seria considerazione di suicidarmi, è come se mi stessi rotolando nei miei stessi escrementi.12

Poche persone erano a conoscenza della reale situazione, e nemmeno queste forse si rendevano davvero conto dello stato psicologico di Sylvia. La ripresa appare improvvisa e inaspettata, infatti passati questi momenti la ragazza si risolleva e supera questo stato, questo cambiamento non è del tutto normale, ma per le persone accanto a lei era comune vederla con umore altalenante.

Nei mesi seguenti, sbarcando nel 1953, Sylvia riflette ulteriormente sul suo rapporto con Dick Norton e arriva alla conclusione che i due saranno per sempre condannati a competere fra loro e realizza di non amarlo più e di non essere più attratta da lui.

Sylvia con Myron Lotz

Nel suo diario, data 10/01/1953, annuncia di aver incontrato un nuovo ragazzo, c’è un nuovo uomo nella sua vita e il suo nome è Myron Lotz.

Era uno studente di medicina a Yale e giocava a football in seconda categoria, possedeva molte delle qualità che Sylvia cercava in un ragazzo, la famosa poesia “Mad Girl’s Love Song” è ispirata a lui.

La coppia ebbe un inizio passionale e veloce, ma nel corso di poco l’amore sfumò in amicizia e rimasero in buoni rapporti.

Nel giugno di quell’anno viene selezionata con diciannove studentesse tra duemila candidate per trascorrere un mese nella redazione della rivista “Mademoiselle” di New York.

Sylvia al suo primo giorno alla rivista “Mademoiselle”

Trascorre un periodo di serate mondane e interessanti incontri letterari, le si aprono le porte di una New York alla moda.

Le note sui diari riguardanti a quei periodi, o meglio quelle pubblicate, sono scarse, Sylvia sembra sentirsi intrappolata in un ambiente impregnato di persone altezzose e menefreghiste nei confronti dei problemi altrui e si sente portata all’esasperazione, questo ambiente artificioso, ricercato la fa sentire a tratti insicura e ad altri fin troppo eccitata.

Da questa esperienza trarrà ispirazione per “La Campana di Vetro” e per gli eventi che vivrà la sua Esther.

Dopo questa esperienza, tornata a Wellesley per il resto dell’estate, subirà un brutto colpo ovvero verrà respinta al corso di scrittura di Frank O’Connor per cui aveva fatto domanda. Il livello di estrema delusione e sconforto provato da questo era ampliato anche da uno stato di depressione pregresso, infatti l’esperienza di New York non aveva giovato al suo stato mentale.

Passerà l’estate a casa con piani vari inerenti allo studio e alla scrittura, ma sprofonderà sempre di più in un vortice di manie suicide e depressione, dai diari dei giorni precedenti (fino a dove ci è possibile leggere) traspare dalle sue parole un profondo senso autocritico, non perde occasione per accentuare i suoi difetti ed evidenziare le mancanze.

Ti prego pensa – svegliati. Credi in qualche forza benefica al di fuori del tuo io limitato. Signore, signore, signore: dove sei? Ti voglio, ho bisogno di te: di credere in te e nell’amore e nell’umanità. Non devi nasconderti in questo modo. Devi pensare.13

La sua famiglia interpella uno psichiatra e inizia ad essere sottoposta a trattamenti di elettroshock, non sarà la prima né l’ultima volta, questo trattamento sarà per lei un esperienza traumatica che rievocherà ne “La Campana di Vetro”.

Il fatto della sparizione e del ritrovamento venne riportato nei quotidiani locali

Il 24 agosto tenta il suicidio, scende in cantina e ingerisce una cinquantina di pillole di sonnifero, si nasconde dietro una catasta di legno e rimane lì per ben due giorni, tanto che il fatto venne riportati sui quotidiani dell’epoca.

Fu il fratello Warren a ritrovarla in uno stato disperato, era agonizzante, ma ancora viva grazie all’aver vomitato gran parte delle pillole ingerite.

Fu ricoverata presso il McLean Hospital, Belmont, e affidata alla psichiatra Beuscher, la ripresa si basò su trattamenti di elettroshock e insulina, ma fu di fondamentale importanza il rapporto con la terapeuta.

Sylvia fu dimessa dall’ospedale nel dicembre del 1953.

Sylvia Plath, 1954

Il doppio, Richard Sasson e Cambridge (1954 – 1955)

Sylvia tornò allo Smith nella primavera del 1954, si era fatta bionda, si sentiva più spavalda ed era famosa in tutto il campus. Le piaceva vedersi con una personalità nuova con il cambio del colore dei capelli, l’essere bionda voleva dire essere più audace, determinata e allegra, nei diari alla madre cita questo cambio di personalità basato sull’aspetto, l’essere castana infatti al contrario per lei voleva dire essere la “classica” brava ragazza e studentessa modello.

Sylvia recupera i corsi del terzo anno e sceglie il tema della tesi di laurea, ovvero la figura del doppio nei romanzi di Dostoevskij.

La tematica del riflesso, del doppio, ricomparirà di frequente nelle sue opere come un pensiero costante, sono un esempio le figure opposte e speculari de “Due Sorelle di Persefone” (1956)14:

Due fanciulle: in casa
l’una siede, l’altra fuori.
Per tutto il giorno tra loro
un duetto d’ombra e luce.

Nella sua buia stanza rivestita di legno
la prima elabora problemi
su una macchina matematica.
Aridi ticchettii battono il tempo

mentre calcola ogni somma.
In questa sterile impresa
il suo sguardo sbieco assume furbizia di topo,
la sua magra figura un pallore di radice.

Bronzea come la terra l’altra, distesa,
ascolta i ticchettii gonfiarsi d’oro
come polline nell’aria luminosa. Cullata
accanto a un letto di papaveri,

vede il rosso ventaglio di seta
dei loro petali di sangue
ardere e aprirsi alla lama del sole.
Su quel verde altare

liberamente diventa sposa del sole,
s’ingravida di seme.
Accosciata sull’erba, nell’orgoglio del travaglio,
partorisce un re. Inacidita

e gialla come un limone
l’altra, vergine agra fino allo stremo,
va verso la tomba con la carne devastata,
posseduta dai vermi, ma non donna.

In questa poesia una fanciulla è simbolo di natura, è piena di vita, diventa sposa del sole e partorisce un re, mentre l’altra è gialla come un limone, secca e vergine. Rappresenta due figure binarie, diverse, ma simili, che vanno incontro allo stesso destino.

Nell’aprile del ’54 incontrò Richard Sasson, uno studente di Yale un inglese cresciuto in Francia che studia storia e filosofia, diverso dai suoi precedenti fidanzati e dal suo ideale di ragazzo, Sasson infatti era un ragazzo raffinato, intelligente, imparentato con i Sasson della letteratura. Riusciva a starle dietro a livello intellettuale e non solo, in molte biografie, articoli e saggi, Sasson assume un ruolo spettrale, è una figura sullo sfondo che sembra non aver assunto una gran importanza nella vita della poetessa, ma come vedremo anche più avanti, Sasson è stato il ragazzo che ha catapultato Sylvia verso Ted e l’ha fatta anche precipitare in uno stato d’animo di estrema mancanza e dolore amoroso.

Torneremo a parlare di Richard più avanti, ma la relazione con lui fu molto importante per Sylvia.

Passo l’estate del 1954 alla Harvard Summer School studiando tedesco e vivendo con alcuni amici dello Smith.

Il suo ultimo anno allo Smith la proiettò all’apice dl successo, vinse premi, guadagnò vendendo poesie, e soprattutto vinse una borsa di studio Fullbright per studiare al Newnham College a Cambridge.

Dopo la consegna dei diplomi, Sylvia torna nell’estate del ’55 a Wellesley dalla famiglia a causa di un intervento della madre, decise di non lavorare appunto per seguirla al meglio delle sue possibilità.

In questo periodo il rapporto con Sasson inizia ad incrinarsi, lui sembra volersi allontanare da lei.

In una lettera dell’11 dicembre a Richard scrisse: “Forse quando sentiamo che vogliamo tutto è perché siamo pericolosamente vicini a non volere niente. Il non volere niente ha due estremi opposti: o uno è del tutto realizzato e ricco e ha una tale quantità di mondi interiori che quello esteriore non gli serve per provare gioia, perché la gioia emana dal centro del suo essere; oppure uno è morto e marcito dentro e questo mondo non ha niente da dargli. Al momento mi sento come se stessi silenziosamente costruendo un ponte delicato e intricato, nel buio della notte, da una tomba all’altra mentre il gigante dorme. Aiutami a costruire questo ponte oh tanto squisito.15

A metà settembre s’imbarca per l’Inghilterra, prima di Natale traversa la Manica per incontrare Richard a Parigi, ora studente alla Sorbona, ma la loro intesa sembra essersi spezzata lasciando una Sylvia particolarmente demoralizzata, sola nel suo viaggio di ritorno verso Cambridge.

C’era anche un altro uomo in questo periodo, ma fu solo un amore estivo che bruciò in fretta, il ragazzo in questione era Peter Davidson, lui stesso poeta e redattore a New York, che fu una figura ad ogni modo persistente nella vita di Sylvia, perché anche dopo la rottura i due rimasero amici e in comunicazione.

NOTE

1: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
2: Linda W. Martin, Sylvia Plath, Castelvecchi 2013
3: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
4: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
5: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
6: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
7: S. Plath, Quanto Lontano Siamo Giunti, Guanda 2015
8: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
9: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
10: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
11: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
12: S. Plath, Quanto Lontano Siamo Giunti, Guanda 2015
13: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
14: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
15: S. Plath, Diari, Adelphi 1998

Video/Link Interessanti

Mad Girl’s Love Song – S. Plath

Daddy – S. Plath

Documentario in lingua su S. Plath

La prima parte si ferma qui, ma la seconda uscirà il prima possibile e in quella parleremo della relazione e del fatidico incontro con Ted Hughes, della vita con lui, dell’evoluzione della sua arte, della rottura e di decine di altri eventi che hanno segnato la vita di questa immensa poetessa. Parleremo anche dell’atto finale, ovvero il suicidio e ciò che è accaduto dopo.

Fatemi sapere se questa prima parte vi è piaciuta, se questa rubrica vi aggrada e preparatevi per la seconda parte che sta per arrivare!

A presto!

LiberTiAmo di Maggio e Giugno (2021)

Buon sabato, buon primo maggio e buon inizio weekend!

Eccoci per l’annuncio della nuova lettura per il gruppo, che in questo caso non sarà la lettura di un mese ma, di due mesi, quello di maggio e quello di giugno.

Data la mole del testo in questione infatti abbiamo scelto di dilatare i tempi di lettura e come sempre è disponibile in ogni momento una proroga per allungare ulteriormente i tempi.

Vi ricordo come sempre che trovate il gruppo sia su Goodreads che su Telegram e ora, andiamo a parlare del libro dei prossimi mesi!

La Fiera della Vanità – William M. Thackeray

Casa Editrice: BUR

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Il romanzo ha come titolo completo “Vanity Fair: a novel without a hero”, ovvero “La fiera della vanità: un romanzo senza un eroe”. La vera protagonista della storia è infatti la società con le sue contraddizioni: apparentemente si esalta la condotta secondo moralità, ma in realtà di ogni cosa si reclama solo l’apparenza e vittorioso è sempre il più furbo, mai il più buono. A rappresentare i due tipi di condotta due personaggi femminili: l’ingenua, pura e ricca Amelia Sedley e l’arrivista, povera e intelligente Becky Sharp. Il filo dell’ipocrisia legherà la scalata sociale della prima all’esistenza inutilmente votata alla rispettabilità della seconda.

La Fiera delle Vanità è stato pubblicato a puntate tra il 1847 e il 1848.

In varie edizioni il libro presenta il sottotitolo “una storia senza eroe”, infatti è considerato uno dei testi della letteratura inglese del XIX secolo e presenta la caratteristica di non aver un vero e proprio eroe.

Il libro sarà in lettura per due mesi, per tutto il mese di maggio e per tutto il mese di giugno, la lettura inizia ufficialmente oggi.

E voi? Avete mai letto “La Fiera della Vanità”? Sì? Vi unirete a noi nella lettura? Fatemi sapere!

A presto!

La Banda del Cimitero – Jesse Bullington

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come state trascorrendo questo lunedì?

Oggi, finalmente sono di ritorno con una nuova recensione, lo so che in queste settimane/mesi tendo a non esserci mai sul blog, ma spero davvero di recuperare il prima possibile.

Il primo passo verso un tentativo di stabilità è il parlare assieme de “La Banda del Cimitero” di Jesse Bullington, per appunto la recensione di oggi.

Questo libro è stato la mia prima lettura del 2021 e ha segnato un inizio piuttosto burrascoso e assai poco soddisfacente, di certo al di sotto delle mie aspettative, è forse stato anche una delle cause di un mio momentaneo stop/blocco avvenuto nelle settimane scorse, ora passato.

Quindi, con questo tono già positivo direi di iniziare!

La Banda del Cimitero – La Triste Storia dei Fratelli Grossbart – Jesse Bullington

Casa Editrice: Castelvecchi

Pagine: 504

Prezzo di Copertina: Originale €19,50 – Attuale €3,99

Ebook non disponibile

Anno di p. Pubblicazione: 2009

Link all’acquisto: QUI

Trama

Nell’anno del Signore 1364, stritolata dal terribile morbo della Peste Nera, l’intera Europa appare come una landa desolata: una terra senza speranza in cui, simili agli spettri, si aggirano i corpi scheletrici di chi è sopravvissuto alla catastrofe. In questo regno di fame e paura, dove il prossimo non è altro che un nemico da tenere a bada con la forza delle armi, il terrore è alimentato da storie che parlano di streghe e di demoni, creature malvagie sempre pronte a gettarsi sui vivi per consegnare nuove anime al mondo dei dannati. Hegel e Manfried Grossbart, però, non temono nessuna maledizione. E, convinti di godere della protezione della Vergine Maria a cui sono devoti, sbarcano il lunario svaligiando cimiteri. Guai a chi, per troppo coraggio o semplice ignavia, dovesse incrociare la strada dei due ladri di tombe. Fedeli a un solo desiderio – raggiungere l’Egitto per depredare le necropoli dei faraoni – Manfried ed Hegel, oltre che ladri, sono anche assassini senza scrupoli. I protagonisti di un viaggio che, in un romanzo in bilico tra il folklore dei fratelli Grimm e la vena dissacrante di Quentin Tarantino, saprà parlare di fattucchiere passionali e di morti viventi, di crociate e di eresie, di mostri assetati di sangue e di preti reietti. Un medioevo spaventoso ma vivo, in grado di trascinare il lettore in una storia dove i colpi di scena rappresentano la regola e i lati oscuri delle antiche leggende escono dai libri per impossessarsi della realtà.

Recensione

Dunque, questo libro sostava da anni nella mia libreria, prima della tanto attesa lettura. Vorrei dire quasi 6/7 anni e in tutto questo tempo sono riuscita a mantenere un certo interesse a riguardo, diciamocelo, la trama è particolare, premette di essere un mix tra un horror, una fiaba nera e macabra, un romanzo storico e una storia incentrata sul crollo di due anti-eroi… gli ingredienti ci sono tutti.

Piccola curiosità prima di iniziare con la recensione vera e propria, i fratelli Grossbart fanno la loro comparsa anche nel videogioco “The Witcher 3: Wild Hunt” in una missione secondaria, e sono tre, non due come quelli presenti all’interno del libro scritto da Bullington.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il ritmo del testo tende ad indugiare e rallentare spesso in alcuni frangenti e accelerare in altri, durante la lettura ho sentito il peso di un testo che tendeva a ripetersi e fermarsi eccessivamente in scene senza particolare funzione o grande importanza.

Questo appesantisce senza dubbio la lettura pensando anche al fatto che l’evoluzione dei personaggi è pari a zero e quella della trama più che un evoluzione totale è fittizia, ci si ritrova sempre nelle stesse situazioni, o simili comunque, senza uno spunto in più o una virgola diversa.

Le atmosfere sono forse l’aspetto più affascinante del libro, siamo nel 1364 e l’aria che si respira trasuda morte, malattia e magia oscura, il tono è tenebroso, buio, nelle strade imperversa la peste e nei luoghi di morte e distruzione ritroviamo creature mostruose nate dai peggiori incubi.

E’ un libro che mischia anche elementi fantasy, c’è da considerare anche che l’autore, Jesse Bullington, appartiene alla corrente New Weird, che è un sottogenere della narrativa fantastica, soprattutto fantasy.

Durante il libro compaiono quindi creature che in realtà si avvicinano per certi versi ad esseri appartenenti alla saga di Sapkowski, troviamo una donna/sirena che non parla e ha strani poteri, un demone che possiede uomini e animali e presenta pustole enormi e segni attribuibili alla peste, una strega dall’aspetto terribile con un marito altrettanto mostruoso ecc. ecc.

Parlando un poco dello stile dell’autore risente senza dubbio di scene che si ripetono e finiscono per essere rindondanti, come scritto sopra risulta fin troppo lento, il libro stesso è un testo di 500 pagine che avrebbe potuto averne in tutta tranquillità 100/200 in meno.

Ho trovato lo stile efficace nelle descrizioni delle ambientazioni e delle creature, che risultano sempre vivide e spaventose.

Personaggi e Vicende

Seguiamo le disavventure di Hegel e Manfried Grossbart che sono due svaligiatori di tombe con un sogno, andare in Egitto, dalla Germania, e svaligiare gli enormi sepolcri che pensano di trovare lì grazie anche alle voci dello zio, anche lui ladro di tombe.

Questa è la trama base, ma ci sono molti altri punti da considerare. Quando la vicenda si apre noi li incontriamo in Germania, luogo da dove provengono, ma andando avanti nella narrazione seguiremo i loro spostamenti, per monti, foreste e laghi, fino ad arrivare in Italia e da lì imbarcarsi verso l’Egitto.

I due personaggi sembrano piuttosto simili per una buona parte del libro, mi è capitato di confonderli spesso, vengono descritti in modo simile e la loro parlata è quasi uguale. Si iniziano a distinguere più chiaramente da metà libro in poi quando iniziano a ricordare o pensare spesso a fatti precisi accaduti ad ognuno in modo individuale.

Come dicevo i due sono anti-eroi e lo saranno per tutto il corso del libro, sono loschi figuri a cui non importa nulla degli altri se non di loro stessi, non si fanno problemi ad uccidere per un nonnulla, a rubare e sottomettere, ma (questo c’è da dirlo) hanno una fede e una morale (si fa per dire) perché sono devoti, anima e corpo alla Vergine Maria. Questo viene ripetuto decine di volte nel corso del libro, viene anche ripetuto il fatto che a parte la Vergine, le altre donne sono considerate megere per non usare una parola più forte e spesso utilizzata.

Quindi, quando mi sono imbarcata nella lettura di questo mattoncino sapevo che avrei letto la storia di due fuorilegge anti-eroi, ma speravo in una crescita, un cambiamento magari. I due come li incontrate e vedete nelle prime pagine, così rimangono fino alla fine, non c’è crescita, non c’è maturità, non c’è sviluppo e pensare che nel frattempo ne passa parecchio di tempo.

I due prendono parte ad avventure varie, che finiscono quasi sempre in tragedia, e riescono in un modo o nell’altro a cavarsela sempre e comunque, ad un certo punto il mio unico desiderio era vederli rasi al suolo da qualche tempesta di sabbia nel deserto o qualche maremoto nella traversata per l’Egitto, insomma vederli soccombere al karma.

In queste avventure c’è una componente anche fantasy, quindi incontrano creature, passano guai per colpa di esse, fuggono, si lanciano in battaglia…

Alcune di queste creature mi sono rimaste impresse dopo la lettura e anche se alla fine non ho gradito il libro, che diventa un mattone ripetitivo e senza spirito dalla metà in poi, le presenze inumane sono sempre vivide e spaventose.

Conclusioni

Rileggerei questo libro? No. Non ho apprezzato la ripetitività, il fatto che ogni avventura finisca sempre nello stesso modo, la non evoluzione dei personaggi che sono uguali dalla prima all’ultima riga, l’obbiettivo anche di questi che non sembra nemmeno del tutto veritiero e sentito a tratti, scene impilate l’una sopra l’altra che alle prima possono sembrare piacevoli (soprattutto per l’atmosfera), ma dopo 400 pagine diventano di una pesantezza insostenibile.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Jesse Bullington? Vi piace il genere Weird? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Aprile (2021)

Buon giovedì!

Come state? Come sta avanzando questa settimana?

Oggi siamo qui per parlare un poco assieme del libro che sarà in lettura nel mese di aprile per il gruppo di lettura “LiberTiAmo” che trovate su Goodreads e Telegram.

Come sempre potrete unirvi da oggi fino al 30/04, quindi per tutto il mese di aprile (siamo già ad aprile, non ci voglio credere), alla lettura e parlarne assieme in qualunque momento.

Scopriamo la lettura di aprile!

Nella Casa dei tuoi Sogni – Carmen Maria Machado

Casa editrice: Codice Edizioni

Link all’acquisto: QUI

Trama

Carmen Maria Machado racconta lo smarrimento e la solitudine di trovarsi in una relazione segnata dall’abuso psicologico, e allo stesso tempo ci consegna, oltre a una toccante autobiografia, una profonda riflessione sulla scrittura e sulla natura stessa del memoir. Per analizzare il suo rapporto con una donna bella e carismatica, ma anche instabile e violenta, e capire come quello che le è successo l’abbia plasmata nella persona che è ora, Machado attinge a piene mani da numerosi generi letterari e dalla cultura pop. Capitolo dopo capitolo siamo trasportati dalla casa stregata al bildungsroman, dal noir alla novella picaresca, da Cechov alle fiabe, da Star Trek ai cattivi della Disney, in un tour de force sul trauma e sulla sua elaborazione che smantella lo stereotipo dell’idilliaca relazione tra donne. Al centro di tutto la casa dei sogni, il simbolo di ciò che poteva essere e non è stato.

Nella casa dei Tuoi Sogni è stato pubblicato in Italia nel 2020, appartiene al genere memoir, autobiografia, ma viene definito un memoir non ortodosso, che si differenzia dal concetto standard di memoir.

Carmen Maria Machado è una scrittrice statunitense.

E voi? Parteciperete alla lettura? Fatemi sapere!

A presto!

News Letterarie #16

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Oggi torna un articolo che io amo decisamente scrivere, fa parte di una rubrica che vorrei diventasse di frequente pubblicazione quest’anno, sto parlando delle “News Letterarie“, rubrica in cui parliamo di novità libresche che si presenteranno nelle librerie prossimamente o sono da poco uscite per essere presentate sugli scaffali.

Incolpo come sempre questa rubrica per i nuovi inserimenti in wishlist, ma rallegra sempre la giornata scoprire nuovi titoli interessanti quindi accetto senza protestare.

Parleremo di tredici uscite letterarie e una menzione onorevole, alcune di queste sono già in libreria, lo so, ho fatto delle piccole eccezioni perché sono titoli di cui volevo assolutamente parlare. Sono parecchie questa volta perché le uscite interessanti del periodo arrivano a saccate!

Iniziamo!

Piranesi – Susanna Clarke

Data di Uscita: 4 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 16,50

Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori. Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo. Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancora troppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso.

Susanna Clarke è l’autrice de “Jonathan Strange e il Signor Norrell”, amatissimo fantasy del 2004. Anche Piranesi è un fantasy labirintico, ambientato quasi in un modo perso nei sogni, ovattato e misterioso. Il libro arriva finalmente in Italia con la casa editrice Fazi.

La Città di Vapore – Carlos Ruiz Zafòn

Data di Uscita: 9 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 18,50

L’ultima opera dell’autore de “L’ombra del vento”, l’omaggio letterario con cui Carlos Ruiz Zafón ha voluto congedarsi per sempre dai suoi lettori. «Posso evocare i volti dei bambini del quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a botte per strada, ma non ce n’è nessuno che desideri riscattare dal paese dell’indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.» Si apre così la raccolta di racconti che lo scrittore della saga del Cimitero dei libri dimenticati ha voluto lasciare ai suoi lettori. Un ragazzino decide di diventare scrittore quando scopre che i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca bambina che gli ha rubato il cuore. Un architetto fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile. Un uomo misterioso vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito. E Gaudí, navigando verso un misterioso appuntamento a New York, si diletta con luce e vapore, la materia di cui dovrebbero essere fatte le città. “La città di vapore” è una vera e propria estensione dell’universo narrativo della saga di Zafón: pagine che raccontano la costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspetti sconosciuti di alcuni dei suoi celebri personaggi e che rievocano da vicino i paesaggi e le atmosfere così care ai lettori. Scrittori maledetti, architetti visionari, edifici fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine. Per la prima volta pubblicati in Italia, i racconti della “Città di vapore” ci conducono in un luogo in cui, come per magia, riascoltiamo per l’ultima volta la voce inconfondibile dello scrittore che ci ha fatto sognare.

Un approfondimento della famosa saga di Zafòn, ultimo testo dell’autore venuto a mancare purtroppo nel giugno dell’anno scorso. Il testo in questione è una raccolta di racconti che cerca di approfondire la saga de il “Cimitero dei Libri”.

Quando Abbiamo Smesso di Capire il Mondo – Benjamìn Labatut

Data di Uscita: 4 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 18,00

C’è chi si indispettisce, come l’alchimista che all’inizio del Settecento, infierendo sulle sue cavie, crea per caso il primo colore sintetico, lo chiama «blu di Prussia» e si lascia subito alle spalle quell’incidente di percorso, rimettendosi alla ricerca dell’elisir. C’è chi si esalta, come un brillante chimico al servizio del Kaiser, Fritz Haber, quando a Ypres constata che i nemici non hanno difese contro il composto di cui ha riempito le bombole; o quando intuisce che dal cianuro di idrogeno estratto dal blu di Prussia si può ottenere un pesticida portentoso, lo Zyklon. E c’è invece chi si rende conto, come il giovane Heisenberg durante la sua tormentosa convalescenza a Helgoland, che probabilmente il traguardo è proprio questo: smettere di capire il mondo come lo si è capito fino a quel momento e avventurarsi verso una forma di comprensione assolutamente nuova. Per quanto terrore possa, a tratti, ispirare. È la via che ha preferito Benjamín Labatut in questo singolarissimo e appassionante libro, ricostruendo alcune scene che hanno deciso la nascita della scienza moderna. Ma, soprattutto, offrendoci un intrico di racconti, e lasciando scegliere a noi quale filo tirare, e se seguirlo fino alle estreme conseguenze.

E’ di certo un uscita molto attesa, e particolare, è infatti una raccolta di racconti che narrano la nascita della scienza moderna attraverso momenti/scoperte decisamente importanti. Questo è il primo testo dell’autore tradotto e portato in Italia da Adelphi.

La Donna Gelata – Annie Ernaux

Data di Uscita: 8 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 17,00

Una giovane coppia si sposa, condivide una casa, fa due figli. Anche se animata da ideali egualitari e progressisti, la famiglia presto si sbilancia e tutto il peso delle incombenze di ogni giorno ricade esclusivamente sulla moglie. Un’ingiustizia quotidiana, “normale”, che vivono moltissime donne. Con sguardo implacabile “La donna gelata” traccia un percorso di liberazione capace di trasformare l’inconfessabile orrore per la propria vita in coraggiosa e spietata presa di coscienza. Alternando l’impeto di una requisitoria alla precisione di un’indagine, Ernaux ci consegna un’analisi dell’istituzione matrimoniale che non ha uguali nella letteratura contemporanea.

Annie Ernaux è una autrice affermata e conosciuta in Italia per testi come “Gli Anni”, “Memoria di Ragazza” e “Una Vita di Donna”. Torna con un romanzo famigliare e matrimoniale, che narra della condizione di molte figure femminili all’interno della coppia e della famiglia.

L’Ultima Estate – André Aciman

Data di Uscita: 25 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 16,00

Sud Italia, un’estate sulla Costiera amalfitana. A causa di un guasto alla loro imbarcazione, un gruppo di giovani americani si ritrova a soggiornare in un hotel frequentato da attempati turisti poco inclini al divertimento. Lì conoscono Raúl, personaggio riservato e imperscrutabile, sempre seduto in disparte con il suo taccuino. Finché un giorno si avvicina al loro tavolo: accortosi che Mark soffre visibilmente a una spalla, gli posa una mano sul punto dolorante, alleviandone il fastidio. Non contento, procede rivelando dettagli personali, anzi intimi, su tutti i presenti, informazioni che nessuno avrebbe mai potuto conoscere… Per vincere la diffidenza dei giovani, spiazzati dalle sue scomode verità, decanta loro le meraviglie della zona: una zona che frequenta d’estate fin da quando era bambino, piena di risonanze legate al mondo della mitologia, come i Lugentes Campi, i campi del pianto, dove gli amanti infelici errano ricordando le loro pene d’amore. L’unica del gruppo che non sembra lasciarsi ammaliare dal suo fascino e dalla sua retorica è Margot, che Raúl inizialmente aveva chiamato con quello che secondo lui doveva essere il suo vero nome di battesimo, Maria. Ma con il passare delle ore e dei giorni, dopo un pranzo condiviso e lunghe camminate sulla spiaggia, Margot comincia a fidarsi di lui, ad aprirsi… E Raúl la condurrà in un viaggio indietro nel tempo, verso un passato che li lega molto da vicino.

Aciman torna dopo l’amato “Chiamami col Tuo Nome” e “Cercami”, per una nuova appassionante storia d’amore che narra non solo di amore, ma anche di passato, vita e fiducia.

I Venti di Sabbia – Kristin Hannah

Data di Uscita: 2 marzo 2021

Prezzo di Copertina: € 21,00

Texas, 1934. Milioni di persone sono rimaste senza lavoro e la siccità ha distrutto le Grandi Pianure. Gli agricoltori stanno combattendo per non perdere le loro terre e la loro fonte di sostentamento, dal momento che le coltivazioni avvizziscono irrimediabilmente, l’acqua si sta prosciugando e le tempeste di polvere e sabbia minacciano di seppellirli tutti. Uno dei periodi più bui della Grande Depressione, l’era del Dust Bowl, è arrivato come un’implacabile vendetta. In questo tempo incerto e pericoloso, Elsa Martinelli, una donna e madre coraggiosa, cerca in tutti i modi di salvare la sua famiglia e la fattoria dove vive, l’unica vera casa che abbia mai avuto. A un certo punto, però, come tanti suoi vicini, è costretta a fare una scelta angosciosa: continuare a combattere per la terra che ama o andare a ovest, in California, alla ricerca di una vita migliore. Per dare un futuro ai suoi figli decide di partire, ma il viaggio è estenuante e difficile, e l’arrivo ancora di più: la situazione in California non è così facile come Elsa credeva. Ampi e abbaglianti, i campi senza grano delle Grandi Pianure prendono vita in questo romanzo potente e indimenticabile, che è una parabola di difficoltà e nuovi inizi e al tempo stesso la narrazione epica del fallimento di un sogno, ora più che mai emblematico, e della speranza che ciononostante non viene mai meno.

Kristin Hannah è l’autrice de “L’Usignolo” testo da cui è stato tratto anche un film “The Nightingale”, ha vinto diversi premi negli anni. Questo testo in uscita tratta della Grande Depressione e del sogno americano che si spezza andando in frantumi, nel mezzo di tutto ciò una madre con una famiglia e un terreno da salvare.

Dante di Shakespeare – Rita Monaldi, Francesco Sorti

Data di Uscita: 4 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 20,00

Tutto soggiace alla falce del Tempo, che ruba le cose care all’uomo. Solo nella poesia si può crearle di nuovo. All’alba del XXI secolo, dopo un sonno pluricentenario, viene ritrovato e battuto all’asta a Vienna il dramma perduto di Shakespeare: una trilogia teatrale su Dante Alighieri. Si scopre così che, per riuscire nell’impresa impossibile di raccontare il Sommo Poeta e la sua Divina Commedia, ci voleva il Sommo Drammaturgo: il genio di Stratford ha narrato l’intera vita di Dante intrecciandola con la trama del suo capolavoro, con le immagini sconvolgenti di Inferno, Purgatorio e Paradiso. Vedremo in scena l’infanzia e la giovinezza del Poeta, la morte della madre, l’incontro con Beatrice, i rovesci famigliari e politici, le tentazioni del sesso, la scoperta dell’amicizia con Guido Cavalcanti e della filosofia con i compagni di studi dell’Ateneo bolognese. Sulle assi del palcoscenico si susseguiranno avventure e disavventure, tradimenti, lotte, e soprattutto incubi e visioni: perché Dante, marchiato da un male oscuro, deve lottare con stati di alterazione e allucinazioni, chiave narrativa della Commedia, le cui scene balenano come una trama occulta nel corso travagliato della sua vita. Uno spettacolo vertiginoso, che strappa alle tenebre del passato dettagli e personaggi misconosciuti eppure decisivi e regala svolte inaspettate, in cui la vivida ricostruzione storica si fa intreccio appassionante, mescolando con successo stili e suggestioni tra il Trecento, l’epoca elisabettiana e i giorni nostri. Un’opera che riesce nell’impresa di restituirci Dante Alighieri in tutta la sua umanità, controcorrente.

Nell’anno in cui si celebra Dante, questo volume, il primo di una trilogia, è un esperimento particolare e affascinante. La coppia di scrittori infatti si mette nella “penna” di un Shakespeare che trova un dramma perduto di Dante. Da ciò nasce il racconto della vita di Dante intrecciandola con la Divina Commedia, questo primo volume è incentrato sull’Inferno gli altri due volumi usciranno entro 2 anni.

Daddy – Emma Cline

Data di uscita: 9 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 17,50

Una famiglia perfetta, forse troppo, si riunisce per il Natale sotto lo sguardo di un padre pieno di colpe. Una commessa decide di vendere la propria biancheria intima su Internet per fare qualche soldo. Un uomo scopre quanto suo figlio può essere crudele. Una baby-sitter provoca uno scandalo e capisce che ama essere al centro dell’attenzione. Una sex addict prova a sedurre un celebre chef televisivo accusato di molestie.

Dall’autrice di “Le Ragazze”, “Daddy” è una raccolta di racconti che presentano personaggi piuttosto diversi fra loro e ripresentano situazioni legate alla vita di tutti i giorni con la prosa osannata della Cline.

Io e Mr. Wilder – Jonathan Coe

Data di Uscita: 18 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 15,67

Calista Frangopoulos è una donna sposata di cinquantasette anni, con due figlie in procinto di lasciare casa. Francesca, la grande, andrà a fare l’università negli Stati Uniti e Arlene, la piccola, è stata presa per l’anno successivo a Oxford. Dopo aver lasciato Francesca all’aeroporto, Calista ricorda quando lei stessa era stata in America per tre settimane nel 1976 e l’incontro casuale che le aveva segnato l’esistenza, quando una sera a Los Angeles, con la sua amica Gill, si era ritrovata a tavola con Billy Wilder, senza sapere chi fosse. Un’occasione fortuita che un anno dopo l’aveva portata a lavorare come interprete dal greco sul set del penultimo film di Wilder, Fedora, che avrebbe determinato la sua scelta di diventare compositrice di colonne sonore e che, molti anni dopo, le avrebbe permesso di maturare una decisione importante con la leggerezza del finale di A qualcuno piace caldo: “Why not?”. Già, perché no? La vita è grande.

Jonathan Coe, autore de “La Casa del Sonno” e “La Banda dei Brocchi”, è la storia della giovane Calista che incontra il regista Billy Wilder e lo scrittore Iz Diamond. Viene descritta come una lettura scoppiettante e accattivante, una commedia alla Coe.

Come una Formica Rossa in una Goccia d’Acqua – Duilio Scalici

Data di Uscita: 15 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 15,00

Duilio Scalici esordisce con un romanzo distopico ambientato in una ridente città del futuro. Tutto è deciso dallo Stato, persino la data della morte. La comunicazione avviene per il tramite di un banalissimo impiegato statale. È questo anche il lavoro di Limbo che tutti i giorni si reca presso gli indirizzi selezionati e comunica ai condannati la triste notizia, permettendo loro di scegliere come passare a miglior vita.

fonte Rivista Blam

Ho scoperto questo testo leggendo un articolo della “Rivista Blam” riguardante le uscite e mi ha ispirata molto la trama, è un distopico, un esordio che ha delle ottime premesse, edito G. Perrone editore al prezzo di € 15,00.

Il Turno di Grace – William Wall

Data di Uscita: 11 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 18,00

Una intensa storia familiare raccontata attraverso la voce di due figlie, Grace e Jeannie, e articolata in tre parti, ognuna ambientata su un’isola diversa. La prima, alla fine degli anni Sessanta, su un’isoletta irlandese al largo di Cork, dove Grace e Jeannie vivono insieme alla madre, Jane, e alla sorella più piccola, Em. Il padre è un famoso scrittore, ma anche un manipolatore che le ha relegate lì per farne una specie di esperimento sociologico. Jane e le figlie hanno infatti uno stile di vita hippy, praticano un’agricoltura di pura sussistenza, le bambine non vanno a scuola, passano le giornate a cacciare animali selvatici. La situazione precipita quando la più piccola, Em, giocando, cade da una torretta e muore. Era il turno di Grace, doveva essere lei a prendersene cura.

Un romanzo famigliare intenso che verte anche sul senso di colpa, penso che la trama su Amazon e affini contenga uno spoiler finale, non so se è voluto ciò, ma vi consiglio di stare attenti se non volete incappare in spoiler. L’autore è stato finalista al Man Booker Prize.

L’Anomalia – Hervé Le Tellier

Data di Uscita: non pervenuta, sarà comunque a febbraio

Prezzo di Copertina: non pervenuto per il momento

Vincitore del premio Goncourt 2020 (il più prestigioso premio letterario francese), con questo romanzo Le Tellier ci racconta una storia ambientata nel prossimo futuro, vale a dire nell’estate del 2021. Il volo che da Parigi è diretto a New York subisce una turbolenza molto forte, ma nulla che gli impedisca di atterrare come previsto. C’è soltanto un’anomalia: questo volo è identico, nel modello, nell’equipaggio, persino nei passeggeri, a quello atterrato al JFK il 10 marzo. E allora interviene la CIA che, in segreto, fa dirottare l’aereo presso un aeroporto militare.

Libro che in patria ha riscosso un degno successo, un uscita piuttosto attesa, viene etichettato come un thriller, ma ha molto di più secondo i lettori francesi, umorismo, ironia, citazioni alla cultura classica e pop.

Le Donne di Dante – Marco Santagata

Data di Uscita: 4 febbraio 2021

Prezzo di Copertina: € 38,00

Da settecento anni la stella di Dante continua a brillare alta nel firmamento degli «spiriti magni» del nostro paese e della cultura occidentale. Con piglio magistrale, Marco Santagata racconta il grande poeta fiorentino attraverso le donne che egli conobbe di persona o di cui sentì parlare, e che ne accompagnarono l’intero cammino. Si avvia così un autentico carosello di figure femminili: donne di famiglia, dalla madre Bella alla moglie Gemma Donati e alla figlia Antonia, che si farà monaca col nome di Beatrice; donne amate, prima fra tutte il suo amore giovanile, la Bice Portinari trasfigurata nella Beatrice della «Vita Nova» e del «Convivio», e poi angelicata nel Paradiso; infine le dame e le gentildonne del tempo, come Francesca da Rimini e Pia de’ Tolomei, che pure trovano voce nelle cantiche della «Commedia». Lasciamoci allora guidare da parole e immagini alla scoperta anche delle zone d’ombra della biografia del poeta e vedremo dipanarsi uno straordinario, fitto garbuglio di vita vissuta e creazione letteraria.

Marco Santagata è l’autore de “Guida all’Inferno” un testo dedicato all’inferno di Dante, qui Santagata si dedica sempre a Dante, nell’anno della celebrazione del Sommo Poeta, ma in un volume più vasto e articolato dedicato alle donne presenti nella vita di Dante, ricostruisce la vita di lui grazie a queste figure e questi incontri.

Cocci di Vetro – Valeria Franco

Data di Uscita: febbraio 2021

L’animo umano: talvolta si rivela un luogo di tenebre e irrisolti che celiamo a noi stessi dietro una maschera di integrità. Ma al di là di essa ci riscopriamo scabri, acuminati, frantumi di un vaso di vetro andato in pezzi molto tempo fa. Cocci di vetro scava tra quei frammenti senza paura di ferirsi, alla ricerca di un bagliore che di riflesso torni a illuminarci.

Volevo menzionare “Cocci di Vetro” perché ne abbiamo parlato mesi fa quando il libro era ancora in campagna crowdfunding e ora verrà pubblicato questo mese, quindi congratulazione all’autrice, trovate la recensione qui.

E voi? Quale di queste novità vi entusiasma di più? Ne avete una favorita? Fatemi sapere!

A presto!

Furore – John Steinbeck

Buon giovedì!

Finalmente ci rileggiamo, sono oramai passate tre settimane dall’ultimo articolo, ma ci tengo a dire che questa assenza non era per nulla voluta.

Il 2021 è arrivato fin da subito con vari problemi e come sempre il tempo è passato e la mia assenza si è prolungata, ora è il momento di iniziare per davvero l’anno qui sul blog infatti voglio ripartire con una recensione, sì, la recensione del mio libro preferito fra le letture dell’anno scorso, ovvero “Furore” di John Steinbeck.

Come gesto di buon auspicio per tutti i prossimi articoli che verranno iniziamo in modo vero e proprio con una lettura top.

Ne abbiamo già un poco parlato a dire il vero in qualche articolo passato in cui ho citato il testo in questione, ma oggi ne parleremo nel dettaglio in una vera e propria recensione dedicata.

Iniziamo subito perché vi ho fatto attendere già abbastanza direi!

Furore – John Steinbeck

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 633

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 8,99

Anno di P. Pubblicazione: 1939

Link all’acquisto: QUI

Trama

Pietra miliare della letteratura americana, Furore è un romanzo mitico, pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, Furore è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi per la prima volta in tutta la sua bellezza.

Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire o morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.

Recensione

Furore è un capo stipite della letteratura americana, la prima pubblicazione in lingua originale risale al 1939, vincitore appena uscito col National Book Award e nel 1940 con il Premio Pulitzer, è senza dubbio il più noto romanzo dedicato alla grande depressione americana degli anni ’30.

E’ complesso parlare di “Furore”, come di ogni libro amato penso, più un libro piace più diventa complicato riuscire a dipingerne un quadro preciso.

Stile, Ritmo, Atmosfera

Di certo le atmosfere di “Furore” sono impregnate di amarezza e disagio, seguiamo una famiglia, quella dei Joad, che intraprende un viaggio verso la California come migliaia e migliaia di americani durante la grande depressione, li seguiamo nel corso di varie peripezie, dinamiche interne, sogni distrutti, fughe, momenti di calma apparente, assistiamo alla loro corsa verso il futuro.

Il ritmo si prende i suoi tempi, ma non risulta mai troppo lento o strascicato, ogni singolo evento che accade a questa famiglia sembra voler aggiungere un tassello alla vicenda, rendendo anche i personaggi più umani, più vividi.

Sono tanti i fatti che accadono all’interno di “Furore”, positivi e negativi, ma ognuno lascia un ricordo per una particolare frase e o emozione percepita dai personaggi e condivisa con il lettore, senza parlare del fatto che lo stile di Steinbeck riesce a dare vita ad ogni scena anche a quelle più brevi, per dettagli realistici, quali ad esempio il calore del sole, la paura provata da un personaggio che si trasforma in sudore, la rassegnazione di un altro che diventa silenziosa come le lacrime versate di nascosto.

Ma’ alzò gli occhi sul viso della ragazza. Gli occhi di Ma’ erano pazienti, ma sulla fronte c’erano rughe d’ansia. Ma’ continuava a smuovere l’aria, e il suo pezzo di cartone teneva a bada le mosche. “Quando sei giovane, Rosasharn, tutto quello che ti capita se ne sta per conto suo. Se ne sta tutto solo come un’isola. Lo so, me lo ricordo, Rosasharn.” Le sue labbra amavano il nome della figlia. “Tu avrai un figlio, Rosasharn, e ti sentirai sola come un’isola. Starai male, e sarà un male tutto solo, e credimi, Rosasharn, questa tenda qui è sola al mondo.”

Lo stile di Steinbeck dal punto di vista lessicale è scorrevole, parlando per personaggi che esprimono con un lessico piuttosto semplice e a tratti ridotto, la sua interpretazione e lo stile adottato è perfettamente in sincronia con il tutto.

La narrazione viene inframmezzata a tratti con capitoli che seguono i protagonisti, la famiglia Joad appunto, e capitoli che si concentrano su una visione più generale del periodo storico narrato, una specie di riflessione dell’autore che dipinge un quadro di varie immagini che rappresentano quegli anni. Ad esempio in un capitolo Steinbeck parla delle concessionarie di auto usate, che cercano in ogni modo di spillare soldi nello specifico alle persone disperate in piena povertà impegnate in questa transumanza.

Personaggi

I personaggi principali sono quelli della famiglia Joad, una numerosa famiglia che noi impariamo a conoscere pian piano, ci tengo molto in questo caso a focalizzarmi sui personaggi perché sono senza dubbio uno dei punti forti di “Furore”.

Il primo membro che ci viene presentato è Tom, che conosciamo nelle prime pagine, è un ragazzo appena uscito dalla prigione che tenta di ricongiungersi alla famiglia, è di certo uno dei personaggi a cui viene più spontaneo affezionarsi, anche perché lui è il primo carattere che conosciamo e che troveremo famigliare nel corso del testo, ma ogni membro della famiglia ha una caratteristica propria e alla fine nel leggere le loro vicende sembra proprio di stare in famiglia.

Tom ha un carattere di base “buono” come viene descritto dagli altri, ma di certo può diventare molto violento, è finito in carcere proprio per questo, per un omicidio, questo viene rivelato nelle prime pagine più o meno quindi non lo considero così tanto spoiler. Diventa il maschio alpha della situazione anche se non in modo sempre diretto.

Assieme a Tom facciamo la conoscenza di un personaggio che non fa parte della famiglia, ma diventerà nel corso delle pagine un membro aggiunto ovvero Casy, un ex predicatore che ha perso la fede, o meglio pensa di non essere più il tramite giusto di Dio e per il corso del romanzo si perderà in riflessioni che arriveranno a tormentarlo, sulla vita, la morte, la fede e il futuro. E’ un personaggio decisamente importante, a tratti enigmatico.

Man mano conosciamo tutti, la madre e il padre di Tom, denominati Ma‘ e Pa‘ nel corso di tutto il testo e i nonni, chiamati solo Nonno e Nonna.

Tra queste quattro figure quella diventa un vero e proprio pilastro del romanzo è senza dubbio Ma‘, la madre di questi figli che è il motore che continua a trascinare questa famiglia fino al punto di destinazione e non perde occasione per spronare tutti, ma soprattutto fa sempre il possibile per tenere assieme la famiglia, nel bene e nel male.

Sembrava sapere che sei lei avesse vacillato, l’intera famiglia avrebbe tremato, e che se un giorno si fosse trovata a cedere o a disperare davvero, l’intera famiglia sarebbe crollata, avrebbe smarrito ogni volontà di funzionare.

Il personaggio di Ma‘ e di una potenza estrema ed è l’emblema della resistenza e dell’importanza della famiglia, la sua motivazione nel corso di tutto il testo nel proteggere tutti e nel non scollare mai la famiglia è immensa.

Il rapporto che ha inoltre con Rosasharn, Rose semplificando è di certo complesso da capire in un primo momento, lei è l’unica figlia femmina dei Joad e il comportamento di Ma’ in un primo momento può sembrare freddo, rigido e distaccato, ma è motivato dal sapere che in caso dovesse essere troppo morbida o accondiscendente con lei probabilmente la figlia si disperderebbe per lasciarsi andare.

Assieme a Rose infatti conosciamo Connie, che è il fidanzato, i due aspettano un bambino e quando incontriamo Rose per la prima volta lei è in dolce attesa. Il personaggio di Connie non viene più di tanto approfondito, diciamo che può diventare un cliché nella mente del lettore, per il modo in cui si comporta.

Ci tengo a dire che da metà libro in poi le scene con Rose sono sempre piuttosto potenti ed intime, dotate di una certa femminilità e comprensione, questa soprattutto nel finale.

Abbiamo poi il fratello di Pa’, lo zio John, un uomo che si incolpa per tutto il libro per un incidente grave capitato alla precedente moglie, lui diventa un anima in pena in cerca di redenzione, che vaga come un fantasma per tutto il testo, la sua presenza a tratti è trasparente, è un uomo che si autocondanna e si perde nell’alcool, nel senso di colpa e nella dannazione.

Parlando dei fratelli di Tom e dei figli rimanenti, abbiamo Noah, un giovane “diverso” rispetto agli altri, viene definito quello più strambo di tutti per il carattere e il padre non smette di incolparsi perché pensa sia colpa sua.

Al, invece, è anche lui un personaggio che vediamo spesso, molte volte assieme a Tom, è più giovane del fratello, ma non esita mai a mettersi in mostra e a volersi proporre per qualunque attività.

Ruthie e Winfield infine sono i più piccoli della famiglia Joad, i due fratellini, sorella e fratello che non la smettono per il corso di tutto il libro di combinare marachelle, girovagare ed esplorare.

Quando un membro della famiglia o un personaggio secondario se ne vanno, e capita con varie figure, è come avvertire un pezzo di un insieme perfetto a cui viene tolto un pezzo, chiusa l’ultima pagina di “Furore” le vicende vissute dai personaggi sono diventate le nostre, la famiglia la nostra, la fatica che provano per tutto il testo la nostra, e quando si arriva alla fine il lasciarli in balia di un futuro incerto ci rende insicuri e agitati.

Critica

Oltre ai personaggi sono vari i punti di forza di “Furore”, di certo l’aspra critica a quel tempo duro e affamato per l’America salta in primo piano e come ogni critica la visione si sposta anche sul futuro, l’occhio di Steinbeck infatti sembra vedere il lettore invitandolo a riflettere sulla propria di epoca.

La critica a figure avide e senza scrupoli che hanno rappresentato anche quel clima ricollegato alla Grande Depressione è evidente, critica rivolta a chi obbligava i disperati in cerca di soldi e cibo o di un alloggio a spostamenti di chilometri e chilometri solo per pochi centesimi, a chi obbligava queste persone a lavorare tutto il giorno abbassando sempre più la paga convinti che là fuori ci fosse sempre una fila immensa di gente disposta a lavorare in queste condizioni.

Steinbeck dipinge un periodo nero, disperato per l’America in un quadro vivido e sembra spingere il lettore a guardare in faccia la realtà.

Conclusioni

Di certo “Furore” è un libro che non lascia scampo, come i suoi personaggi, diventa spontaneo affezionarsi a loro, vivere le loro peripezie come se fossero le nostre.

Non credo sia una lettura semplice, ma di certo è una lettura formativa e difficile da dimenticare, quel classico libro a cui ripenserete sempre sentendovi grati per averlo letto.

Ci tengo a dire inoltre che girare l’ultima pagine e sapere di dover dire addio a tutti loro è stato un momento triste, i Joad conserveranno sempre un angolo nei miei ricordi.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Furore”? Sì? Vi è piaciuto? No? Fatemi sapere!

A presto!

Arrivederci Maratona Natalizia

Buona Vigilia di Natale!

Cari/e ragazzi/e eccoci qui con l’ultimo articolo di questa maratona natalizia!

Che dire, anche quest’anno siamo arrivati alla fine, mi sembra ieri il primo del mese e oggi sono qui a farvi gli auguri per la vigilia e il Natale, ogni anno mi sembra di avere davanti 24 giorni infiniti e invece volano tutti.

Quest’anno sono volati in modo decisamente diverso e la feste che stiamo vivendo le viviamo in modo diverso, ma non cambia il fatto che abbiamo passato assieme 24 giorni in cui abbiamo parlato di libri, natale, regali, insomma della gioia di queste feste che nonostante tutto rimangono il periodo più magico dell’anno.

Una magia strana in questo 2020, certo, ma queste feste passeranno e sbarcheremo in un nuovo anno che si spera diverso da questo.

Quindi che dire, io vi ho già ammorbato per 23 giorni quindi non mi resta che farvi gli auguri di Natale, di Santo Stefano e in caso non dovessimo leggerci prima del 31, di un buon nuovo anno, e speriamo che anche solo il pensiero di un cambiamento e un nuovo anno possa portare un poco di speranza e gioia.

Spero che questi 23 giorni passati assieme vi abbiano in qualche modo portato un po’ di dolcezza e tranquillità, o anche solo qualche minuto di relax.

Noi ci leggiamo presto, grazie per essere rimasti con me anche quest’anno, a presto!

Il Panettone non Bastò – Dino Buzzati

Buon mercoledì e benvenuti/e nel penultimo giorno di maratona!

Ebbene sì, domani diremo “arrivederci” a questa maratona, ma non pensiamoci, c’è sempre tempo per rimandare le cose tristi.

Oggi concentriamoci su un libro di cui io voglio assolutamente parlarvi, l’ho già citato in un “Pillole Letterarie”, ma merita una recensione completa a sé.

Ovvero “Il Panettone non Bastò“, di Dino Buzzati, una raccolta di racconti, scritti, pensieri, dell’autore tutti riguardanti il Natale, che è stata la scoperta più piacevole fra i testi letti in preparazione alla maratona, il mio preferito.

L’ho lasciato per ultimo proprio per questo, per deliziarci di questo libro alla fine, prima della Vigilia, quindi direi di iniziare a parlarne per bene!

Il Panettone non Bastò – Dino Buzzati

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 240

Prezzo di Copertina: € 13,00

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di Pubblicazione: 2019

Link all’acquisto: QUI

Trama

Trentatré racconti che, a partire dagli anni Trenta alla morte, Buzzati dedicò al Natale: c’è il ricordo del suo primo Natale adolescenziale senza il padre, una riflessione sulla tecnica dei regali, una fiaba illustrata dallo stesso scrittore bellunese. E ancora, il racconto scritto a bordo dell’incrociatore su cui Buzzati prestava servizio come inviato di guerra, una poesia su Gesù Bambino. Ne risulta un lungo viaggio nel mondo di un grande scrittore attraverso la lente di un argomento che lo ha sempre stimolato, offrendogli lo spunto per considerazioni più ampie. Una raccolta di pagine toccanti che disegnano il ritratto di un uomo e della sua vita, svelata attraverso abitudini, contraddizioni e meraviglie del Natale.

E’ inutile. Natale anche stavolta si svolgerà secondo le modalità tradizionali, tutto andrà come sempre: oggi ci sentiamo così buoni, domani sera, dopodomani al massimo, torneremo le solite carogne.

Recensione

Questa raccolta presenta articoli, racconti, poesie, fiabe e resoconti autobiografici di Buzzati sul Natale, che non festeggiava in generale questa festività, non capiva e non amava questo rito. Nonostante la sua sua repulsione per questa festività Buzzati si ritrova spesso la tematica Natale fra le mani, questo giorno diventa importante anche nella sua produzione, infatti scriverà vari testi sulla festa.

In questi scritti c’è anche un modo per entrare nell’intimità di Buzzati, nei pensieri e nei significati attribuiti al Natale dell’autore quindi.

Racconti, poesie, lezioni, tematiche

In questi racconti, scritti in generale, ci sono messaggi, lezioni, critiche, al Natale e al comportamento delle persone che ruota attorno a questa festa, Buzzati guarda quasi da lontano la festività e la analizza in modi diversi, mantenendo in molti di questi scritti un tono amaro e abbastanza critico.

Buzzati si concentra sulla facciata che le persone indossano durante il giorno di Natale, questo desiderio di provare ad essere migliori e di riuscirci, dimenticando di esserlo nel resto dell’anno.

Punta una luce sul consumismo, sulla distanza fra le persone nella celebrazione, su cosa significhi veramente il Natale come festività e su come sia stata travasato nei tempi odierni ecc. ecc.

La maggior parte di questi testi sono stati scritti dagli anni ‘40 agli anni ‘60.

Questa raccolta pubblicata nel 2019 è un collage di tutti i racconti e scritti ritrovati in giornali o nel privato di Buzzati.

Scritti

Gli argomenti come dicevo sono parecchi ma tutti legati bene o male al Natale, di solito per ogni raccolta mi perdo a parlarvi di ogni racconto in modo individuale, in questo caso non lo farò, perché gli scritti sono davvero parecchi e perché alcuni si somigliano fra loro, quindi finirei per fare una specie di listona.

Cambiano sempre anche le ambientazioni in questa raccolta, in un racconto siamo sperduti in mezzo al mare con un reggimento di soldati che malinconicamente pensa all’essere soli in mezzo al nulla e alla distanza che li separa dalla famiglia, in un altro racconto sorvoliamo una città italiana con ii fantasmi dei famosi bue ed asinello, quelli originali diciamo, che si perdono a mirare le persone che corrono in ansia da ogni parte e pensano tristemente che questo non è il Natale che conoscono.

Le poesie sono soprattutto verso la fine e sono abbastanza rare, in generale la raccolta presenta soprattutto articoli presi dai giornali su cui Buzzati scriveva.

Ritroviamo la classica poetica buzzatiana, quindi la gioventù, l’attesa, la famiglia, l’asprezza dei sentimenti sotto la loro luce più realistica.

Penso davvero che questa sia la raccolta perfetta da leggere per le feste, per la varietà dei racconti, per il fatto che ruotano tutti attorno a questa tematica, ma senza risultare mai troppo esagerati o insistenti su certi pensieri o critiche.

Senza pensarci due volte consiglierei questa raccolta a chiunque abbia voglia di leggere racconti profondi, ma non troppo impegnatici che lanciano una luce fredda sul Natale a tratti.

Conclusioni

E’ molto complesso parlare di questa raccolta perché abbiamo all’interno molti testi vari, diversi fra loro, e sarebbe troppo complesso parlare di ognuno in modo specifico, sta di fatto che ci sono le classiche dinamiche e ambientazioni alla Buzzati nel Natale.

Voto:

Di tutti i libri natalizi che ho letto a novembre, questa lettura rimane la più vivida, quella che mi portato nel clima di calore del Natale, non proprio un clima di festa, dato le riflessioni a volte cupe, ma decisamente interessanti e importati.

Vorrei leggere più raccolte di questo tipo, con questa potenza e questo vigore.

E voi? Avete mai letto “Il Panettone non Bastò”? Sì? No? Fatemi sapere!

A domani!