Survivor – Chuck Palahniuk

Buon lunedì e ben ritrovatә!

Come state? Come procede il mese di maggio?

Oggi nuova recensione e parliamo di un libro scritto da un autore di cui io sognavo di leggere qualcosa da anni, e questo è Chuck Palahniuk.

Il mio primo Palahniuk quindi è stato “Survivor“, ho letto questo libro per primo perché anche se ho in libreria il famosissimo “Fight Club” e “Cavie“, questo mi attirava maggiormente.

E di certo un testo particolare per cui ci sarà molto da dire, iniziamo con la recensione!

Survivor – Chuck Palahniuk

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 288

Genere: romanzo, satira, umorismo nero, narrativa psicologica

Prezzo di Copertina: € 13,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1999

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Uno, due, tre. Prova. Uno, due, tre. Prova. Prova. Forse quest’affare funziona. Non lo so. Neanche so se riuscite a sentirmi. Ma se ci riuscite, ascoltate. E se state ascoltando, be’, allora quello che avete trovato è la storia di tutto ciò che è andato storto.”

Trama

Tender Branson, ultimo membro sopravvissuto di una setta, narra la storia della sua vita alla scatola nera di un aereo che sta precipitando al largo dell’Australia. In un crescendo delirante Tender racconta di quando viveva nella comunità della setta ignaro dell’esistenza di un mondo evoluto, e descrive i suoi lavori di maggiordomo, di suggeritore di galateo per “nouveaux riches” in difficoltà, di istigatore telefonico al suicidio. Le sue vicende raggiungono l’apice quando rimane l’unico superstite al suicidio di massa dei membri della setta e grazie alla cinica assistenza di un agente dello spettacolo. Ma le cose si mettono male quando emergono le prove che i suicidi della setta sono in realtà degli omicidi.

Recensione

Palahniuk è un autore americano piuttosto conosciuto e direi piuttosto prolifico, divenuto famoso soprattutto per il successo di “Fight Club” e grazie al film omonimo del 1999 diretto da David Fincher.

Scrive in uno stile in genere piuttosto minimalista e crudo, viene paragonato a tratti a Irvine Welsh.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile dell’autore, come accennato anche sopra, è piuttosto crudo e diretto caratterizzato da frasi in generale brevi e coincise che vanno dritte al punto, ovviamente ci sono delle esclusioni, ad esempio ho notato che quando Palahniuk si sofferma sui pensieri e le opinioni del narratore il suo stile rimane diretto, ma tende a soffermarsi maggiormente su queste, con frasi più lunghe, descrizioni più approfondite e riflessioni più estese.

Il ritmo generale del testo è costante, nonostante lo stile infatti, che a primo acchito potrebbe far pensare ad un ritmo veloce, le vicende narrate hanno un ritmo equilibrato.

Le atmosfere sono direi quasi decadenti, il tema della morte torna con frequenza e tutto sembra ricoperto da un alone di tragedia annunciata.

In effetti sappiamo fin dall’inizio, dato che la storia non viene narrata dall’inizio ma dalla fine, che la vita di Tender sta per finire e noi leggiamo il suo racconto come la vicenda di un uomo che pian piano si è scavato la fossa in un certo senso.

Tra l’altro ho trovato piacevole la caratteristica delle pagine in ordine decrescente, infatti il libro non inizia a pagina 1, ma dall’ultima pagina e non dal capitolo 1, ma dal capitolo 47.

L’argomento “Sette” e il Tender che conosciamo noi

Percorriamo a ritroso la vita di Tender che lui ci racconta mentre è a bordo di un aereo che sta per crollare a picco, parla della sua infanzia e adolescenza in questa setta che è estinta, tutti (o quasi) i membri sono morti per quello che sembrava, fino ad un certo punto, un suicidio di massa.

Tra l’altro non ho trovato nulla a riguardo di questa teoria, ma leggendo il libro mi è venuto spontaneo pensare alla vicenda di Jonestown, forse l’autore si è ispirato anche in parte a questa terribile storia o ha voluto trattare il tema delle sette con un concept che ha preso da varie vicende legate alle sette.

Ma il culto Creedish, quello descritto nel libro, è esistito veramente ed la vicenda è avvenuta nel Nebraska.

La Chiesa Creedish viene fondata nel 1860, durante il Grande Risveglio, da un gruppo scissionista dei Milleriti. Quasi un secolo e mezzo più tardi, il consiglio degli anziani decreta la «chiamata del Signore», quando iniziano le indagini sulla comunità per frode fiscale. I suicidi sono oltre un migliaio e continuano per anni tra gli adepti sparsi in tutti gli Stati Uniti e in Canada.

In ogni caso le similitudini con Jonestown, ma anche con altri drammatici casi di suicidi nelle sette, sono varie, il suicidio/omicidio di massa, la rigidità delle regole presenti nella setta in cui Tender cresce, i misteri legati ad alcuni aspetti di questo suicidio e della vera vita all’interno di questo ambiente.

Palahniuk raffigura un individuo che sembra apatico nei confronti della società che lo circonda e nei confronti del proprio passato, non mostra segni emotivi particolari ripensando alla famiglia morta in questo suicidio, non sembra essere venuto a patti con quello che ha realmente vissuto da bambino, della vita nella setta ci rivela qualcosa, ma a tratti lo percepiamo come un narratore inaffidabile perché non tutto quello che racconta sembra vero ed è tutto velato da una patina di profondo cinismo.

Tender non ha rimorsi nei confronti delle persone che lo chiamano, su questo numero che lui ha scritto in dei bigliettini che ha lasciato in giro per la città, in cerca di aiuto, persone che vogliono tentare alla loro vita e pensano al suicidio, o persone che si ritrovano a vivere un periodo di estrema depressione o crisi.

Anzi, Tender le sprona al suicidio come fa con il fratello di Fertility Hollis, giovane ragazza chiaroveggente che si mantiene proponendosi come utero in affitto anche se è sterile.

Fertility è sempre un passo avanti a Tender, grazie al suo dono, e nulla le può essere nascosto. La sua presenza circonda il testo di un forte alone di disperata malinconia, tutta la sua persona sembra vivere senza entusiasmo o possibilità, specialmente dopo la perdita del fratello.

Anche lei affoga in un atteggiamento cinico e distaccato, come molti altri personaggi facenti parte di questo libro, forse quello più umano e aperto alle reazioni infervorate è Adam, il fratello di Tender.

Ci sarebbe molto da dire su di lui, Adam è di certo la miccia che infiamma la vicenda ed è un personaggio più importante del previsto anche in funzione di Tender, sembra essere lui infatti a risvegliare qualcosa nel nostro protagonista, che per anni si è limitato a vivere nella libera società ancora secondo le leggi del culto Creedish, regole basate sull’abnegazione, il lavoro umile e il totale asservimento agli altri.

Tender infatti vive per lavorare, si occupa delle pulizie (e non solo) di questa coppia che lo utilizza come se fosse un oggetto o una macchina più che un essere umano e lui lavora per loro pensando di avere qualche piccola soddisfazione quando questi gli chiedono quali posate utilizzare per la cena a base di aragosta.

La decadenza di Tender e le critiche alla società

Tender dopo aver scoperto di essere l’unico sopravvissuto della chiesa Creedish diventa una celebrità e si abbandona ad un mondo dello spettacolo descritto in modo sicuramente poco lusinghiero, fatto di droghe, ipocrisia, tattiche per arrivare sempre in cima a dispetto di ogni altro e abbandono nei confronti di se stessi.

Tender affronta tutto questo con il solito cinismo, si abbandona e lascia andare il suo corpo e la sua identità, diventa uno strumento, si lascia utilizzare come ha fatto per tutta la sua vita in fin dei conti, fa il gioco degli altri anche questa volta.

Alla fine però scopriamo un Tender molto diverso, un Tender che deve arrivare a patti con quello che ha vissuto da bambino e qui esce anche la verità riguardo ai fatti visti e vissuti nella setta, per la prima volta in tutto il romanzo il cinismo lascia il posto alla consapevolezza e al dolore seguito dall’accettazione per ciò che è stato e per ciò che Tender è diventato.

“Surviror” è un libro che smuove forti critiche a vari mondi, quello dello spettacolo, quello dell’industria farmaceutica, quello della sanità e più nello specifico a quello della cura psichiatrica, tutte queste critiche sono rappresentate da situazioni e personaggi che Tender vive e incontra.

Questo è forse l’aspetto che ho preferito, la sagacia di Palahniuk nell’inserire questi esempi di decadenza e abbattimento dell’essere umano come tale per sacrificarlo ad una società che pensa solo al guadagno o ad apparire sempre al meglio, mi ha piacevolmente colpita.

Inoltre l’atteggiamento di Tender, nonostante il cinismo, è da comprendere ripensando alla sua storia, al modo in cui è stato cresciuto e al fatto che non ha mai potuto fare affidamento o avere anche solo qualcuno al suo fianco, come genitore, fratello, amico o altro. Erano presenti queste persone nella sua vita, ma ha sempre avvertito una spaccatura profonda con loro, imposta anche dalle regole vigenti in questo credo che lo hanno accompagnato fino ad un buon punto della sua vita.

Non giustifico il comportamento di Tender, ma il giro che fa Palahniuk delineando un personaggio come lui, dai traumi infantili e adolescenziali, all’allontanamento dalla setta, agli anni di lavoro in solitaria in una situazione di estremo servizio, e infine il successo seguito dall’abbandono per se stesso e alla caduta, tutto delinea un cerchio perfetto per un personaggio che anche per il modo (unico modo) in cui ha sempre e solo conosciuto il mondo finisce per piegarsi alle regole, agli altri, alla società, annulla se stesso sempre e anche quando è sulla cresta dell’onda risulta apatico e distaccato nei confronti della vita.

Conclusioni

Sicuramente leggerò altro dell’autore, ci sono aspetti di questo libro che ho gradito molto, ad esempio le critiche che smuove, il modo in cui è costruito il personaggio di Tender, la sensazione permanente di decadenza e tragedia.

In generale però non sono rimasta del tutto conquistata dallo stile e questo è un libro in cui c’è tanto, di tutto, e a lungo andare questo ha finito per pesarmi un poco.

Ma, tutto sommato ho gradito questa lettura, è stato un libro piacevole da leggere senza essere però un libro per cui strapparsi i capelli dalla bellezza, sono curiosa di approfondire con l’autore, questo è sicuro.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Palahniuk? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Maggio (2022)

Buona domenica e buon primo maggio!

Oggi che si fa? Avete indovinato, parliamo del libro del mese di maggio per il gruppo di lettura, gruppo che trovate su Goodreads e in cui ogni mese leggiamo assieme un libro vincitore del sondaggio.

Il libro sarà in lettura per tutto aprile e potete unirvi alla lettura in qualunque momento, aggiornando e parlando dei vostri progressi sul gruppo.

Scopriamo il libro di maggio!

Lo Straniero – Albert Camus

Casa Editrice: Bompiani

Link all’acquisto: QUI

Trama

Pubblicato nel 1942, Lo straniero è un classico della letteratura contemporanea: protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.

Un romanzo tradotto in quaranta lingue, da cui Luchino Visconti ha tratto nel 1967 l’omonimo film con Marcello Mastroianni.

Unanimemente considerato dai critici uno dei romanzi capitali della letteratura universale, diede immediata notorietà all’autore.

Le Monde lo posiziona al 1º posto della classifica dei 100 migliori libri scritti nel ventesimo secolo.

Il libro sarà in lettura dal 01/05 al 31/05, per tutto il mese di maggio.

Bene, e voi? Avete mai letto questo testo? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

L’ Arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come è andata questa ultima settimana di aprile? Siete pronti/e per l’inizio di maggio?

Oggi, parliamo di un libro che è stato un successo dal punto di vista delle vendite ed è anche stato in generale parecchio apprezzato, un testo che io ho letto dopo “La Prima Verità” (di cui abbiamo parlato qui) e che ne condivide in parte le tematiche.

Sto parlando de “L’arte di Legare le Persone” di Paolo Milone, uno psichiatra che ha lavorato per anni in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza.

Parliamone!

L’arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Casa Editrice: Einaudi

Pagine: 191

Genere: psichiatria, narrativa biografica, narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 18,50

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Giro per la prima volta nel nuovo reparto psichiatrico: hanno dimenticato le stanze per i colloqui. Come se in un reparto chirurgico dimenticassero le sale operatorie. Ho chiesto: dove facciamo i colloqui? Mi hanno guardato stupiti, che domanda: colloqui? in camera del paziente, perdio! Dico io: il chirurgo, in camera, fa le piccole medicazioni, rimuove i punti, sente la pancia, ma per gli interventi serve la camera operatoria. Io, che sono uno psichiatra, al letto del paziente faccio i saluti, i convenevoli, do i buffetti, dico scemenze, sorrido da qui a lì. Sarò pure giovane, ma sono sicuro: per i colloqui, mi serve la stanza per i colloqui, perdio.

Trama

«Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura a tutti». Quante volte parliamo dei medici come di eroi, martiri, vittime… In verità, fuor di retorica, uomini e donne esposti al male. Appassionati e fragili, fallibili, mortali. Paolo Milone ha lavorato per quarant’anni in Psichiatria d’urgenza, e ci racconta esattamente questo. Nudo e pungente, senza farsi sconti. Con una musica tutta sua ci catapulta dentro il Reparto 77, dove il mistero della malattia mentale convive con la quotidianità umanissima di chi, a fine turno, deve togliersi il camice e ricordarsi di comprare il latte. Tra queste pagine così irregolari, a volte persino ridendo, scopriamo lo sgomento e l’impotenza, la curiosità, la passione, l’esasperazione, l’inesausta catena di domande che colleziona chiunque abbia scelto di «guardare l’abisso con gli occhi degli altri». «Si riesce a lavorare in Psichiatria solo se ci si diverte. Io mi sono divertito per anni. Non tutti gli anni: non i primi – troppe illusioni, non gli ultimi – troppi moduli, non quelli di mezzo – troppo mestiere». Ci sono libri che si scrivono per una vita intera. Ogni giorno, ogni sera, quando quello che viviamo straripa. Sono spesso libri molto speciali, in cui la scrittura diventa la forma del mondo. È questo il caso dell’«Arte di legare le persone», che corre con un ritmo tutto suo, lirico e mobile, a scardinare tante nostre certezze. Con il dono rarissimo del ritratto fulminante, Paolo Milone mette in scena il corpo a corpo della Psichiatria d’urgenza, affrontando i nodi più difficili senza mai perdere il dubbio e la meraviglia. Così ci ritroviamo a seguirlo tra i corridoi dell’ospedale, studiando le urla e i silenzi, e poi dentro le case, dentro le vite degli altri, nell’avventura dei Tso tra i vicoli di Genova. Non c’è nulla di teorico o di astratto, in queste pagine. C’è la vita del reparto, la sete di umanità, l’intimità di afferrarsi e di sfuggirsi, la furia dei malati, la furia dei colleghi, il peso delle chiavi nella tasca, la morte sempre in agguato, gli amori inconfessabili, i carrugi del centro storico e i segreti bellissimi del mare. Ci sono infermieri, medici, pazienti, passanti, conoscenti, caduti da una parte e dall’altra di quella linea invisibile che separa i sani dai malati: a ben guardare, solo «un tiro di dadi riuscito bene».

Recensione

Paolo Milone ha lavorato per 40 anni in un reparto di psichiatria di urgenza a Genova e oltre che vedere accenni di vita privata dell’autore in questo testo, mischiati al suo lavoro in un susseguirsi di esperienze, credo che uno degli aspetti più interessanti del libro sia proprio questo, ovvero avere la testimonianza di uno psichiatra con l’esperienza di Milone che racconta alcuni degli eventi vissuti durante tutti gli anni di lavoro.

Un lavoro difficile da comprendere sotto certi aspetti per chi non lo ha mai esercitato o semplicemente per chi tende a ridurre tutto quello che ha a che fare con la malattia psichiatrica in due parole, senza dargli troppo peso o provare nemmeno a comprendere o riflettere davvero sulla malattia psichiatrica.

“Se non hai mai provato il dolore psichiatrico, non dire che non esiste. Ringrazia il Signore e taci.”

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il libro non è scritto con la tipica forma del romanzo, ma assomiglia più a un poema in versi:

All’inizio questo è stato uno degli aspetti più intriganti per me, ma durante la lettura ho trovato questa forma, in parte utile perché ti fa proseguire la lettura ad una velocità incredibile perché non riesci a fermarti, ma dall’altra uno dei motivi per cui non sono riuscita ad entrare del tutto nelle vicende narrate.

Infatti ho sempre avvertito un forte distacco fra o le vicende narrate o fra me e i personaggi, non per una carenza di interesse, assolutamente, anzi mi interessa parecchio la tematica, ma direi più che altro per colpa della forma del racconto e dei salti forse fra un personaggio e l’altro.

Infatti nel testo, seguiamo vari individui, con tutta probabilità ispirati dall’esperienza di Milone, che vivono all’interno di questa struttura o tornano spesso per poi uscire di nuovo e pian piano impariamo a conoscerli e a conoscere le loro storie, il loro approccio ai disturbi mentali che li affliggono e anche il loro destino.

Cercando di spiegarmi il perché di questa barriera che ho avvertito nel corso della lettura, ho riflettuto sul fatto che alcune vicende vengono espresse in un modo che secondo me può far allontanare il lettore, c’è qualcosa in questo veloce cambio di personaggi e questo continuo mollare per poi riprendere un personaggio che non aiuta secondo me nel sentirli vicini.

A parte questo comunque, lo stile di Milone è quasi poetico, non solo nella forma, ma anche nella radice e c’è qualcosa in questo che aumenta il senso di distacco dal mondo di queste figure che si muovono nel “Reparto 77”, sembra tutto quasi asettico e ciò mette in risalto l’isolamento dal mondo di queste persone.

Il fatto che alcune persone tendano a giudicare quelle con problemi psichiatrici incomprensibili e pericolose, rinchiudendole di fatto in una bolla e respingendole dalla società, viene messo in risalto sia da quello che scrive l’autore in alcuni punti del testo, ma più che altro oserei dire dalla sensazione che si avverte per tutto il corso del libro, quella di essere rinchiusi in un luogo in cui molto di ciò che conosciamo ha un senso diverso.

Tirando le somme quindi, l’atmosfera è quella di un luogo bianco, vuoto, asettico, in questo tra l’altro la copertina e lo stile con cui è scritto il libro aiutano, c’è questa sensazione di vuoto costante e mancanza.

40 anni di Esperienza

Mi sono approcciata al testo con un enorme interesse verso la professione dell’autore e una forte curiosità nel leggere l’esperienza di chi in prima persona ha lavorato in questo tipo di ambiente per così tanti anni, credo infatti che questo punto sia uno dei motivi validi per leggere il libro.

“Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura,
mi ritrovo a fare il lavoro che fa piú paura a tutti.”

Infatti (ci arriveremo nelle conclusioni finali) nonostante io non abbia apprezzato al 100% questo testo, sono comunque felice di averlo letto e anche se magari non siete affini alla tematica o non avete mai letto nulla che a ha che fare con la malattia psichiatrica, io vi consiglio comunque di provare a leggere questo testo, in primis perché è una testimonianza diretta che merita di essere esplorata da tutti/e.

Ho letto un commento, credo su Goodreads, di una ragazza che ha letto il libro e che ha sottolineato una cosa molto importante, ovvero che “psichiatria d’ospedale è cosa ben diversa dalla psicologia con i lettini comodi” e questo mi ha fatto riflettere a lungo sulla natura di questo testo, su ciò che avevo letto e sulla rude verità di quello che avevo letto.

La dura realtà di quello che accade nel libro non è semplice da leggere, ma è un occhio sulla vita in contesti che dall’esterno spaventano molte persone.

“Il bene e il male che facciamo a un’altra persona si riverbera e si propaga in mille modi
tra i suoi parenti, amici e conoscenti
e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti.
Sarà qualcosa di infinitesimo, un movimento atomico,
un’ombra, un fremito, ma esiste e si diffonde nell’universo.
Vedi, Giulia, noi contribuiamo a migliorare o peggiorare l’universo,
e, su questo, abbiamo una responsabilità.”

Conclusioni

Mi riesce complicato parlare di questo libro, perché da una parte ci sarebbero fiumi di discorsi da fare per quanto riguarda il tema principale, ma dall’altra parte voglio rimanere focalizzata sull’opera di Milone in sè.

In questo libro leggiamo storie di persone che affrontano da anni problemi psichiatrici di vario genere e leggiamo dell’autore che vive a stretto contatto con queste persone e cerca di svolgere al meglio il suo lavoro in un ambiente così destabilizzante.

Ci ritroviamo quindi fra le mani storie di persone molto diverse, ma accomunate da problemi psichiatrici e Milone le racconta come le ha vissute, dal suo occhio di psichiatra, ma soprattutto dal lato puramente umano.

E’ un libro che a livello di tematiche, esperienza dell’autore e fatti narrati io non posso che lodare e apprezzare, consigliando a tutti la lettura come scritto anche sopra.

Ne riconosco quindi il valore che si preserva nonostante a me non sia rimasto così impresso o non sia piaciuto al punto da mettere cinque stelle, ma questa è solo la mia personalissima opinione anche basata sull’impatto che una lettura ha su di me.

Ho avuto difficoltà ad entrare del tutto nel testo e nonostante la quantità di riflessioni che mi ha provocato, a lungo raggio non mi ha lasciato una impressione del tutto positiva.

La forma è ciò che mi ha destabilizzato di più e non mi ha aiutato nel coinvolgimento, forse avrei gradito leggere le storie dei personaggi in modo non così frammentato con più esplorazione per quanto riguarda la malattia.

Voto:

E voi? Avete mai letto “L’arte di Legare le Persone”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come è andata questa settimana di aprile?

Oggi parliamo di un classico, un libro finito nella mia top dei libri migliori letti nel 2021 (anche se in realtà è stata una rilettura), e di cui non abbiamo ancora parlato per intero, in una recensione approfondita.

Ho detto qualcosa nel corso degli anni su questo libro, ricordo di averne parlato a pezzetti, forse citando anche il film, ma non esiste ancora su blog una vera e propria recensione dedicata ed è giunto il momento di rimediare.

Sto parlando de “Il Grande Gatsby” di F. S. Fitzgerald, grande classico pubblicato per la prima volta nel 1925.

Parliamone!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Casa editrice: Mondadori

Genere: classico, narrativa letteraria

Pagine: 158

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 0,99

P. Pubblicazione: 1936 (ITA)

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. “Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno”, mi ha detto, “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”. Non ha detto nient’altro, ma siamo sempre stati insolitamente comunicativi in modo riservato, e capii che intendeva molto più di questo.

Trama

Gatsby, giovane ambizioso, che ha saputo conquistare con tutti i mezzi prestigio, ricchezza e rispettabilità, vuol far rivivere l’amore fiorito un tempo tra lui e Daisy. Ma non solo non riuscirà a strappare a donna amata al suo facoltoso marito, pur mettendo in campo tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma finirà addirittura col diventarne vittima innocente. Gatsby è un personaggio circondato da un’aura di seduzione e di mistero, il cui arricchimento troppo veloce ricorda le parabole effimere dei giovani banchieri d’affari nella New York del terzo millennio. Le pagine di Fitzgerald, tese tra l’amore e l’odio nei confronti di quella società, ne descrivono i fasti e ne colgono i decadimento morale.

Recensione

Prima di iniziare vorrei dire un qualcosa sull’edizione, io ho riletto questo libro nell’edizione Centauria, quella con la copertina azzurra (che vedete nella copertina dell’articolo), ma ho inserito qui sopra quella Mondadori perché è reperibile a differenza di quella Centauria che ho letto io e in generale mi fido dei classici in edizione Mondadori e so che questa tutto sommato piace ed è affidabile.

Ma questo classico si trova in tante edizioni, c’è quella Feltrinelli, Mattioli (con la copertina originale meravigliosa), Mondadori appunto, Bompiani, Einaudi, BUR, insomma ci sono mille e mila edizioni.

Tra l’altro parlando di edizioni e sgolosando le copertine, avete visto la meraviglia della prima edizione del ’36 italiana con il titolo “Gatsby il Magnifico”?

Con quella bella botta di vintage che esce dalla ogni venatura di carta della copertina? Che bellezza.

Stile, Ritmo, Atmosfere

Allora, ad oggi penso di fare ancora fatica a descrivere in modo preciso lo stile di Fitzgerald, nella mia mente penso ad un qualcosa di vaporoso, lo so è un termine strano per descrivere uno stile di scrittura, specialmente se parliamo di un grande autore come Fitzgerald, ma il suo stile crea immagini a tratti vaporose che mi immergono molto spesso in un clima nostalgico a tinte color pastello.

Penso ad esempio alla famosa scena delle tende, ecco una immagine delicata, soffice, vaporosa che crea un’atmosfera quasi eterea. A tratti lo stile di Fitzgerald diventa più duro e profondo, penso soprattutto ai punti in cui i suoi personaggi si soffermano su alcune riflessioni, sulla vita, sul passato, sul destino ecc.

Anche in quei punti più amari però la penna dell’autore rimane sempre elegante e sinuosa, è uno stile raffinato soprattutto per le immagini che evoca e per le atmosfere che riesce a creare, ma direi anche per la finezza con cui sottopone al lettore argomenti complessi da analizzare.

Il ritmo rimane costante, è un testo comunque che fa emergere le personalità dei personaggi mostrandoceli in diverse situazioni senza allungare troppo la vicenda o perdersi in capitoli chilometrici concentrati su un determinato personaggio per farlo conoscere al meglio, insomma ne “Il Grande Gatsby” Fitzgerald fa un uso ottimo dello “show don’t tell”.

L’atmosfera è quella dell’America degli anni ’20, siamo a New York e a Long Island nell’età del jazz in una storia che raffigura il mito americano in decadenza, infatti “Il Grande Gatsby” è il ritratto della tragicità del mito americano.

In un clima sfarzoso, mondano, pieno di paillettes, grandi feste, fiumi di alcool, macchine di lusso, ci ritroviamo faccia a faccia con personaggi pieni di sfaccettature, personaggi umani con lati positivi e negativi, anche se in alcuni casi sono più evidenti i lati negativi, ma anche per questi c’è sempre un lato comprensibile, umano appunto.

Le maschere

Sono tanti i temi de “Il Grande Gatsby”, ma forse il primo a cui penso cercando di riassumere nella mia testa il libro è il tema della falsità e delle maschere. Ogni personaggio ha delle motivazioni nascoste, ha un lato privato che custodisce molto gelosamente e noi possiamo immaginarlo questo lato, ma in alcuni casi non lo vedremo mai, con alcuni personaggi.

Penso alla maschera di Daisy, uno dei personaggi più odiati del libro e di una buona fetta di letteratura oserei dire, una donna che alla fine della giornata risulta egoista e interessata solo a preservare la propria posizione, ma dobbiamo anche pensare al tempo in cui ci troviamo.

Daisy è il sogno di Gatsby e porta con sé l’idealizzazione di un sogno più grande di Gatsby stesso, ma è un sogno appartenente al passato, Gatsby ha vissuto per anni in una bolla di vetro con l’obbiettivo di realizzare questo sogno, Daisy con tutto ciò che lei si porta dietro, lo status, lo stile di vita che Gatsby ha sempre sognato essendo un giovane di umili origini.

“Ci dovevano essere stati momenti, perfino in quel pomeriggio, in cui Daisy non era stata all’altezza dei suoi sogni – non per colpa sua, ma per la colossale vitalità della sua illusione. Era andato oltre lei, oltre tutto.”

Gatsby è aggrappato a questa idea e ha fatto di tutto per arrivare alla posizione in cui è quando Nick fa la sua conoscenza, è passato anche per mezzi poco leciti.

Nick è il nostro narratore e cugino di Daisy, ma anche vicino di casa di Gatsby a Long Island e tutte le sere assiste alla sfilata di persone che raggiungono la casa di Gatsby per festeggiare e partecipare a queste enormi scorribande, ma Nick come tutti gli altri si interroga sul passato del ricco uomo, suo vicino di casa, le voci corrono e sulla figura di questo individuo iniziano a comparire delle ombre.

A primo acchito Gatsby potrebbe sembrare il personaggio con la maschera più ingombrante:

“Mi ricordai di come eravamo tutti venuti da Gatsby con il sospetto della sua corruzione. Mentre lui stava in mezzo a noi, nascondendo un sogno incorruttibile.”

Ma durante la lettura scopriamo che ogni personaggio ne porta una assai evidente in realtà, come non citare anche Tom, marito di Daisy, un uomo che non si fa problemi a tradire la moglie e a correre dall’amante, ma allo stesso tempo anche un uomo impaurito all’idea di perdere Daisy come se questa fosse un trofeo.

Tom e Gatsby oltre che essere rivali in amore, sono anche opposti, ma simili per certi aspetti, soprattutto per quelli che riguardano Daisy, ma le loro figure sono in contrasto, uno è un nuovo ricco mentre l’altro è un vecchio ricco e all’epoca questo aspetto aveva un grande peso sulla società e sul modo in cui questa ti considerava.

Se eri un nuovo ricco il tuo livello di credibilità vacillava molto spesso, le persone si chiedevano il perché e il come, da dove arrivavano i soldi che avevi in banca? Come ti eri arricchito? Quando?

Se invece eri un vecchio ricco il tuo livello di credibilità era saldo, le persone conoscevano le tue origini, sapevano di potersi fidare di uno che era sempre stato ricco, aveva studiato nelle migliori scuole, aveva avuto tutte le possibilità di diventare un uomo colto, saggio e lungimirante.

A Gatsby non importa del come, dicevo prima infatti che si è anche macchiato di fatti poco onorevoli, ma lui sognava Daisy e tutto ciò che ella porta con sé e ci crede fino alla fine, la sua immagine perfetta, il suo quadro idilliaco si è sporcato e non sarà mai più ripulito, ma a lui non importa tanto è focalizzato sul suo sogno.

C’è una scena all’interno del libro che è il giusto esempio di questo, della determinazione di Gatsby nel far andare le cose esattamente come vuole lui, penso alla scena dell’albergo, quella in cui in pratica imbocca Daisy e le dice che cosa dire a Tom.

E anche quando il corso degli eventi si sfalda, lui tenta comunque di metterci una toppa, di andare avanti come se il tutto fosse solo un piccolo incidente di percorso, non è importante nel quadro generale, l’importante è l’obbiettivo.

Ad assistere a tutto ciò c’è il nostro narratore, Nick appunto, che è l’unico personaggio che rimane al fianco di Gatsby fino alla fine e grazie a lui trova una nuova realtà, di certo comprende meglio la vita e il marcio che c’è nella società in cui vive, si macchia anche lui assieme al ricordo di Gatsby.

Le tematiche e le immagini

Non posso non parlare ancora un poco delle tematiche, che sono davvero parecchie e so già di non essere riuscita a trattarle tutte, ma pensando a questo testo un altro tema molto importante che emerge per tutto il corso della lettura è il passato.

L’attaccamento al passato, l’importanza del passato, le diverse idee dei personaggi nei confronti del passato (assistiamo ad esempio anche ad un dialogo fra Nick e Jay Gatsby in cui viene fuori la differenza di idee, quando uno dice che non si replica il passato e l’altro smentisce), l’influenza del passato, ma soprattutto il lato dannoso dell’attaccamento al passato che vediamo chiaramente con Jay G.

“Era venuto da cosi lontano e il suo sogno deve esserli sembrato così vicino, da non credere di non poterlo afferrare, ma non sapeva di averlo già alle spalle. Gatsby credeva nella luce verde nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi, ieri c’è sfuggito, ma non importa domani correremo più forte, allungheremo di più le braccia e un bel mattino. Così continuiamo a remare barche contro corrente, risospinti senza posa, nel passato.”

L’idealizzazione di questo e di una persona o di un sogno sono altrettanto nocivi, nel testo infatti un mix di fattori e di idee si uniscono nel personaggio di Gatsby che rappresenta la decadenza e la caduta del sogno e del mito americano.

Il fatto che alla fine Gatsby rimanga completamente solo, a parte per Nick e il padre, ribadisce la vacuità di tutta l’enorme costruzione che aveva edificato attorno a sé e non mi riferisco solo all’enorme villa, ma a tutto ciò che era Gatsby in una società come quella dell’America degli anni ’20.

Tra l’altro il ritorno del padre e il dialogo che ha con Nick ci apre gli occhi riguardo alle origini di Jay, sulla vera idea dell’uomo riguardo alle sue radici e soprattutto dipinge questa immagine di un passato umile che torna in un momento di crollo e solitudine per assistere un uomo che in realtà ha sempre odiato quella fetta del suo passato.

Volevo infine prendermi un attimo per parlare di alcune immagini iconiche di questo libro che vanno incontro anche a quello che ho scritto nella parte dedicata allo stile di Fitzgerald che si mostra un autore con un occhio da esteta.

“Il Grande Gatsby” è un libro che lascia parecchie immagini a cui viene spontaneo tornare quando si ripensa al testo, forse è uno di quei casi in cui si pensa prima ad un immagine iconica e poi al resto.

Penso alla scena delle tende, ma anche a quella della luce verde (una luce come scrive Rollo May che: «è simbolo del mito americano: essa allude a nuove potenzialità, nuove frontiere, la nuova vita che ci attende dietro l’angolo […] Non esiste destino; se esiste, lo abbiamo costruito noi stessi […] La luce verde diventa la nostra più grande illusione… nasconde i nostri problemi con le sue infinite promesse, e intanto distrugge i nostri valori. La luce verde è il mito della Terra Promessa che genera ideali alla Horatio Alger»), all’incontro fra Jay e Daisy, ai famosi occhi del cartellone pubblicitario della zona in cui lavora George Wilson, marito dell’amante di Tom ecc. ecc.

Insomma questo testo è e rimarrà iconico non solo per la miriade di tematiche contenute all’interno, ma anche per le immagini potenti e simboliche.

Conclusioni

Anche se è un libro breve, “Il Grande Gatsby” è enorme e mi sarò di certo dimenticata qualcosa perché c’è sempre qualcosa da dire in più su questo libro che ho adorato alla follia, ed è uno dei miei classici preferiti.

Piccola nota, anche i film a me sono piaciuti molto sia quello del ’74 con Robert Redford, sia quello del 2013 con DiCaprio, che so non essere piaciuto proprio a tutti, ma io lo riguardo sempre con piacere.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Grande Gatsby”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

CitaTime

“Non è la vita che avresti scelto per lei, lo capisco, un’esistenza di fatica e incertezza. Tuttavia, ciò che per alcuni è un peso per altri significa libertà. Un incantatore di serpenti si guadagna da vivere con ciò che per altri sarebbe la morte. Un marinaio trascorre anni interi per mare, dove altri perirebbero entro una settimana. L’hai cresciuta bene. Fidati di lei.”

“Gli dèi non scontano mai le loro malefatte, Perseo. I mortali sì. Gli dèi, come i ricchi umani, decidono a viva forza per quelli le cui voci non sono abbastanza forti da difendersi. Le donne. I deboli. I rifiutati. E nessuno grida per coloro che ne avrebbero più bisogno. E perché mai? Alzando la voce per qualcun altro, rischi di perdere tu stesso qualcosa. E nessuno vede oltre il proprio riflesso nello specchio.”

“Vuoi che dubiti di chi non ha mai dubitato di me. O di te. Alla fiducia non servono risposte, Perseo. Solo comprensione.”

Hannah Lynn

La Casa delle Belle Addormentate – Yasunari Kawabata

Buon giovedì!

Ben ritrovati/e, come procede la settimana?

Oggi parliamo di quello che è stato il libro di marzo per il gruppo di lettura (LiberTiAmo), questo mese riesco ad essere quasi puntuale, quasi… si fa per dire.

Comunque, il libro di oggi è “La Casa delle Belle Addormentate” di Kawabata, un libro mini raccolta di racconti dato che contiene al suo interno tre racconti, di cui il primo è quello principale.

Parliamone!

La Casa delle Belle Addormentate – Y. Kawabata

Casa editrice: Mondadori

Genere: letteratura erotica, narrativa

Pagine: 203

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1961

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Scherzi di cattivo genere, non fatene: non sta bene neppure infilare le dita nella bocca delle ragazze che dormono” raccomandò la donna della locanda al vecchio Eguchi. Al piano superiore probabilmente non c’erano che la stanza di otto tatami, in cui Eguchi stava parlando con la donna, e quella da letto attigua: da quanto aveva visto, al pianterreno non c’era salotto né altro, e dunque non si poteva parlare di locanda.

Trama

“La casa delle belle addormentate” (seguito in questo volume dai romanzi brevi “Uccelli e altri animali” e “Il braccio”) è un raffinato racconto erotico centrato sulle visite del vecchio Eguchi a un inconsueto postribolo in cui gli ospiti possono passare la notte con giovanissime donne addormentate da un narcotico. Il regolamento vieta di svegliarle, esaltando il fascino quasi magico emanato dalle fanciulle, e permette a Eguchi, attraverso una delicata rapsodia di sensazioni e di ricordi, di riappacificarsi con se stesso in un viaggio tra i più misteriosi recessi della psiche, evocati con segni incredibilmente semplici, rarefatti e luminosi.

Recensione

Dunque, Kawabata è un autore premio Nobel per la letteratura, premio assegnatogli nel 1968. Il testo è stato tradotto in italiano nel 1972, nel volume omonimo, che contiene anche altri due racconti.

La casa delle belle addormentate trasporta il lettore in dimensioni distanti dall’esperienza comune, che inducono a una inquietudine senza scampo: definito da Goffredo Parise “capolavoro della vecchiaia”.

Il romanzo fu originariamente pubblicato in Giappone sul mensile “Shinchō” in sei puntate da gennaio a giugno 1960, e poi ancora in undici puntate da gennaio a novembre 1961.

Stile, Ritmo, Atmosfere e Personaggi

Lo stile di Kawabata è piuttosto lineare, in sé scorrevole anche perché per quanto riguarda le scene di “azione”, intese come movimento dei personaggi o trama che avanza in seguito a degli eventi, è abbastanza diretto e non lascia in ballo il lettore, narra ciò che accade senza fronzoli.

Analizza invece con più minuzia di particolari e con più introspezione, portando ad un rallentamento nel ritmo della vicenda, i ricordi dei personaggi o le parentesi legate alla sfera emotiva e introspettiva.

Accade spesso che alcuni personaggi che agiscono in un certo modo vengano rappresentati nella loro psiche in modo molto diverso, il ché è certamente umano, ma devo essere sincera molte volte mi balzava agli occhi più la parentesi legata alle azioni rispetto a quella emotiva/interna.

Questo è stato forse uno dei motivi per cui mi è risultato difficile empatizzare con i personaggi o anche solo preoccuparmi un minimo per loro, il mio atteggiamento è rimasto piatto per tutto il corso della lettura, di tutti e tre i racconti.

Di conseguenza quando non c’è un trasporto o un minimo di interessamento penso sia normale, con l’avanzare delle pagine, finire con l’avvertire un senso di noia o voglia di terminare un libro il prima possibile e questo è proprio quello che è accaduto a me.

Sicuramente le tematiche trattate da Kawabata e alcune atmosfere presenti nei racconti, in particolare nel primo, meritano un livello di attenzione piuttosto buono perché sono interessanti e vale la pena soffermarcisi sopra, ma in generale non sono riuscita ad entrare mai veramente nella vicenda, per la mancanza di empatia con i personaggi o semplicemente per la vicenda che ad un certo punto sembra quasi trascinarsi.

Il ritmo è costante, ci sono momenti però in cui rallenta o accelera, ad esempio al termine del primo racconto in cui assistiamo ad una conclusione abbastanza improvvisa.

Come dicevo prima però, alcune atmosfere sono interessanti, mi sono rimaste impresse alcune scene provenienti dal primo racconto in cui entriamo in questa stanza dove dorme la ragazza di turno e ci sono queste tende di velluto cremisi, che sembrano colorare la scena davanti agli occhi del lettore, assieme ad altri particolari, ad esempio il suono del mare, la coperta termica per riscaldare la ragazza dormiente… insomma, Kawabata riesce a dare tono e calore ad alcune scene che arrivano in modo vivido.

“Quando giacevano sfiorati dalla nuda pelle delle giovani donne addormentate, a insorgere dal fondo del loro animo non era forse soltanto il terrore della morte che si avvicinava, l’inalienabile tristezza della gioventù perduta; era forse il rimorso per le immoralità da loro stessi commesse e – come capita spesso agli uomini che hanno raggiunto il successo – l’infelicità familiare.”

Tornando un secondo ai personaggi, che vedremo meglio parlando di ogni racconto nello specifico a breve, trovo che ci sia una permanente dualità in ogni personaggio, come dicevo si comportano in un modo, ma emotivamente reagiscono in modo diverso, uno dei temi della raccolta è la repressione del desiderio che sia sessuale, sentimentale o desiderio di altro tipo. I personaggi finiscono per agire in modo deplorevole a volte nascondendo la vera ragione per cui lo fanno o perché non ne sono a conoscenza loro in primis o perché non vogliono ammetterlo a loro stessi o agli altri.

Nel secondo racconto ad esempio, intitolato “Uccelli e altri Animali”, il protagonista diventa una specie di collezionista di animali perché è quasi ossessionato dall’avere in casa sempre tanti uccelli o altri animali in generale, tra l’altro in questo racconto ci sono anche scene di violenza sugli animali (trigger warning), e questo desiderio/ossessione sembra nascondere altro, un oggetto del desiderio più ambito.

Alla fine questo uomo incontra la donna che ammirava e amava anni prima che secondo lui aveva perso quasi la retta via, perché aveva deciso di sposarsi con un altro uomo, lasciar perdere la danza e dedicarsi alla famiglia.

Ecco tutto sembra essere una proiezione quasi della mancata soddisfazione passata dell’avere questa donna, certo questa può essere una delle interpretazioni.

La Casa delle Belle Addormentate

Parliamo del primo racconto, il principale, che parla di un uomo di nome Eguchi che si reca in questa casa, gestita a quanto pare da una donna con cui ogni volta si intratterrà in conversazioni varie, in cui si può giacere con le ragazze addormentate.

Sono ragazze molto giovani, alcune probabilmente minorenni, e i clienti di questa casa sono tutti uomini anziani da ciò che possiamo capire.

Eguchi quindi ogni volta dormirà con una ragazza diversa e sdraiato sul letto si troverà a ripensare a vari eventi della propria vita.

Il racconto è pregno di tematiche come la morte, il distacco fra giovinezza e vecchiaia, la nostalgia della giovinezza, il senso di colpa dato dal ripensare ai fatti della propria vita e pentirsi di alcune scene o azioni, la sensualità ecc. ecc.

Dunque, è senza dubbio un racconto particolare oserei dire, per il modo in cui consegna queste tematiche al lettore, di certo ha anche al suo interno una nota sgradevole e disturbante, perché parliamo comunque di ragazze molto giovani, nude e addormentate in balìa degli uomini che si trovano accanto.

Il mio problema, a parte il completo distacco con i personaggi, è stata la sensazione di leggere una storia in cui tutte queste tematiche citate non sono ben amalgamate assieme, forse era il mio livello di interesse basso, forse il disorientamento che ho provato costantemente, forse un mix di tutto, ma ho mal sopportato questo racconto e il suo protagonista.

Uccelli e altri Animali

In questo racconto invece seguiamo quest’uomo, che ha la mania di comprare sempre animali nuovi, soprattutto uccelli (dico comprare perché lui ha una specie di fidato proprietario di un negozio di animali che gliene porta sempre di nuovi, e lui si rifiuta di adottare animali che sono stati di altre persone).

Quest’uomo quando lo conosciamo noi, si sta recando a teatro, per vedere una sua vecchia fiamma e in questo tragitto parte tutto il racconto legato ai suoi animali, a quelli che sono morti, incidenti vari ecc.

Anche qui abbiamo un personaggio con cui non è facile entrare in sintonia, anzi, c’è la dualità di cui parlavo prima, è un uomo attaccato ai suoi animali, ma non sembra scandalizzarsi più di tanto quando scopre che un suo cliente ha riempito di botte una cagna perché è rimasta incinta, si arrabbia, ma per altri motivi.

E’ un racconto che ho letto quasi con una irritazione di fondo, per l’atteggiamento di questo e i suoi comportamenti in generale.

Credo che Kawabata volesse criticare chi si approfitta degli animali o esercita violenza su di loro, o ancora chi è ossessionato da questi, ma non sembra davvero in grado di donare a loro amore e prendersene cura al meglio.

Ci sono però anche altre tematiche, come l’isolamento, l’amore perduto e in generale l’eccessiva idealizzazione.

Il Braccio

Oh, arriviamo all’ultimo racconto che è quello, a mio vedere, almeno a primo acchito meno comprensibile.

La storia parla di questo ragazzo che prende in prestito il braccio di una ragazza, ma attenzione non è una protesi, è proprio il suo braccio. Se lo porta a casa, se lo tiene vicino mentre dorme e ad un certo punto decide di fare un qualcosa di molto strano… non in un senso sessualmente strano.

Dunque, io all’inizio sono riuscita a decifrare ben poco di questo racconto, non lo avevo capito anche perché ti lascia sempre con quel senso di straniamento e confusione degli altri.

Secondo la mia modesta interpretazione le tematiche del racconto sono l’amore come forma di intrusione nel proprio corpo di qualcun altro. Quindi portare con sé qualcosa di così importante di un’altra persona e attaccarselo al proprio corpo come se fosse nostro, come simbolo dell’amore rappresentato da un altro individuo che diventa parte di noi.

O almeno, credo di aver capito questo.

Ma questa presenza “estranea”, sempre per ricollegarci ai desideri repressi presenti in tutti e tre i racconti, diventa un qualcosa che ci spaventa e da cui vogliamo fuggire.

Anche qui abbiamo un racconto piuttosto particolare, è una immagine di certo d’effetto quella del prestare un braccio a qualcuno quasi come pegno d’amore, anche se di fatto i personaggi della storia si conoscono molto poco, ma in questo caso invece di provocare confusione o irritazione, il protagonista di questo racconto mi è sembrato ancora più estraneo degli altri.

Conclusioni

Allora, non credo di aver scritto questo piccolo avviso, ma ci tengo a dire che queste sono le mie semplici e pure opinioni, quindi se voi avete amato questo libro vi prego di non sentirvi offesi/e dalla mia recensione/opinione finale.

Kawabata è un autore importantissimo, premio Nobel, amato e onorato, quindi anche io in primis ho faticato ad accettare il fatto di non aver apprezzato alla fine questa lettura, anche perché ero entusiasta per questo libro.

Non sono una esperta di cultura e letteratura giapponese, diciamo che sto ancora esplorando, quindi questo può assolutamente essere un mio limite.

Comunque, concludendo la recensione il mio problema principale con questo libro è il non essere riuscita in nessun modo ad entrare nelle vicende, il mio livello di interesse è stato basso per tutto il tempo, anzi è più giusto dire che all’inizio ci ho provato in tutti i modi ad entrare nella vicenda, ma dopo poco il mio livello di interesse è sceso e non è più risalito.

Belle alcune atmosfere, personaggi detestabili e scene a volte, a mio vedere, piatte.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Kawabata? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

La Prima Verità – Simona Vinci

Buon giovedì!

Come va? Come procede la settimana?

Oggi parliamo di un libro che volevo leggere da parecchio tempo e che sostava anche nella mia libreria da tempo, anni direi.

Sto parlando de “La Prima Verità” di Simona Vinci, libro che ha riscosso anche un degno successo e che tratta di una tematica certamente delicata ovvero quella dei manicomi e della malattia mentale.

Parliamone!

La Prima Verità – Simona Vinci

Casa editrice: Mondadori

Genere: narrativa, narrativa contemporanea

Pagine: 397

Prezzo di Copertina: € 20,00

Ebook non disponibile

P. Pubblicazione: 2016

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Angela aveva appena varcato lo soglia della sala da pranzo con addosso un giubbino di jeans scolorito e un velo di rossetto sulle labbra e subito era inciampata in un piccolo gradino, quasi solo un rialzo di pavimento e adesso, mentre tutti la fissavano in silenzio e lei si tirava su da terra con un labbro spaccato e il sangue che le colava sul bavero, le era venuta in mente una fiaba che sua mamma le leggeva quando era piccola. Era la storia di uno scemo del villaggio che si chiamava Gianni Testafina.

Trama

Nel 1992 Angela, giovane ricercatrice italiana, sbarca sull’isola di Leros. È pronta a prendersi cura, come i suoi colleghi di ogni parte d’Europa, e come i medici e gli infermieri dell’isola, del perdurante orrore, da pochi anni rivelato al mondo dalla stampa britannica, del “colpevole segreto d’Europa”: un’isola-manicomio dove a suo tempo un regime dittatoriale aveva deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente. Quelli di loro che non sono nel frattempo morti sono ancora tutti lí, trasformati in relitti umani. Inquietanti, incomprensibili sono i segni che accolgono la ragazza. Chi è Basil, il Monaco, e perché è convinto di avere sepolto molto in alto “ciò che rimane di dio?” E tra i compagni di lavoro, chi è davvero la misteriosa, tenace Lina, che sembra avere un rapporto innato con l’isola? Ogni mistero avrà risposta nel tesoro delle storie dei dimenticati e degli sconfitti, degli esclusi dalla Storia, nell'”archivio delle anime” che il libro farà rivivere per il lettore: storie di tragica spietata bellezza, come quella del poeta Stefanos, della ragazza Teresa e del bambino con il sasso in bocca.

Recensione

“La Prima Verità” è stato il libro vincitore del Premio Campiello, del 2016 è ambientato prevalentemente nell’isola greca di Leros e a Budrio, dove l’autrice vive. Il romanzo è dedicato a Stefano Tassinari e al figlio dell’autrice.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile della Vinci è senza dubbio evocativo, ci sono frasi che contengono al loro interno immagini potenti pur rimanendo nella sostanza dirette e scorrevoli, ci sono forse momenti in cui il tutto diventa un poco esagerato a mio vedere, ma non sono casi così frequenti.

Ad esempio a volte ci si ritrova frasi di questi tipo una dopo l’altra, quasi come se fossero frasi ad effetto messe apposta per evocare per qualche secondo immagini di breve durata e aumentare il carico da novanta, già presente, del dramma.

Il ritmo in generale è piuttosto equilibrato, saltiamo dal presente al passato in questo libro e ciò accade perché il passato si lega al presente e alle vicende di Angela la nostra protagonista, in tempi più recenti, ovvero il 1992.

Io non sono una gran fan dei salti temporali continui, ma questi funzionano senza dubbio bene quando a te lettore importa dei personaggi, sia quelli passati che quelli presenti, e in questo libro è facile interessarsi alle vicende anche se in alcuni momenti l’interesse può un poco venir meno.

Soprattutto quello nei confronti di Angela, ma parleremo meglio dei personaggi a breve.

Per le atmosfere invece ci troviamo in un manicomio su un’isola in cui purtroppo accadono fatti molto gravi, violenze sessuali, fisiche e psicologiche, tradimenti, essere umani che si muovono e vivono le loro giornate in condizioni pessime, metodi di cura dubbi, pestaggi, insomma ci ritroviamo in scene violente in un luogo ai confini dell’umanità, freddo, cupo, in cui all’interno manca il minimo barlume di speranza.

“Sa che gli uomini si battono tra loro, lo fanno anche i bambini. Sa che gli uomini battono le donne, le donne battono i bambini, i bambini battono i cani e i cani si azzannano tra loro. Tutti gli esseri viventi si scontrano con altri esseri viventi, ognuno vuol aver ragione, difendere ciò che è suo, prendere ciò che è di qualcun altro. Un uomo vuole una donna, una barca, una rete piena di pesci, dei soldi, una donna vuole il silenzio, la casa in ordine, il marito placato, un bambino vuole un giocattolo, un frutto maturo, un dolce, un cane vuole un osso, una cagna, una cuccia più calda, un padrone che lo batta.”

I personaggi e la Storia Vera

Ora, parlando di Angela a cui abbiamo accennato prima, che è la protagonista del tempo presente (e per presente intendo appunto il 1992 che comunque è più presente rispetto al passato degli altri personaggi), si reca sull’isola greca di Leros come ricercatrice assieme ad altre persone provenienti da tutta Europa per prendersi cura di questo manicomio e delle figure al loro interno dopo la scoperta di questo “orrore Europeo”.

La vicenda è legata ad un fatto realmente accaduto, purtroppo infatti è esistito davvero questo manicomio sull’isola di Leros che è considerato uno dei manicomi europei peggiori della storia, tra l’altro vi consiglio di leggere questo breve articolo che si trova sul blog di Psicologia Fenomenologica e c’è un’inserto della psichiatra Carlotta Baldi che parla delle condizioni in cui vivevano i malati reclusi in questa struttura.

Vi consiglio in generale di cercare magari qualche video, articolo, testimonianza su questi orribili fatti per poter avere un’idea più precisa di questo manicomio e di quello che è stato.

Quindi ci sono degli elementi di storia vera in questo libro e altri inventati, non so con certezza quanto delle storie personali dei pazienti ricoverati in questa struttura dagli anni 60′ (per i tempi della storia anche se ci sono sempre questi salti), sia vero, secondo la mia interpretazione Simona Vinci ha scelto alcuni personaggi che incarnano vari modi di essere e varie ragioni per cui una persona a quel tempo poteva finire in manicomio.

Abbiamo Teresa, un personaggio per cui ho veramente sofferto e a mesi di distanza da questa lettura ricordo ancora con terribile nitidezza. Una ragazza che ha subito stupri, violenze, una ragazza che assomiglia ad un guscio vuoto. La sua storia è terribile, abominevole, tragicamente dolorosa e ingiusta.

Abbiamo il bambino con il sasso in bocca dalla storia drammatica, anche nel suo caso, ma non c’è personaggio in questo libro senza una storia tragica che lo ha portato tra le mura del manicomio. Questo bambino è amico di Teresa e ci sono scene strazianti che li coinvolgono.

Abbiamo anche Basil e Stefanos, altri due personaggi interessanti cui le vicende si intrecceranno con quelle di Teresa e del bambino.

Angela invece vive in tempi più recenti e la sua storia di intreccia con quella di Lina, anche lei volontaria nel manicomio.

Le storie di questi personaggi, soprattutto quelli legati al passato, sono storie che è difficile mettere da parte o dimenticare dopo la lettura di questo libro, nel mio caso penso soprattutto a quella di Teresa che mi ha sconvolta e addolorata enormemente.

Trovo che i personaggi recenti siano meno intriganti di quelli passati, c’è un interesse, ma ogni volta mi trovavo ad essere meno interessata alle vicende di Angela rispetto a quelle degli altri.

Sono comunque tutti funzionali al fine di collegare i fili e avere un quadro che intreccia presente e futuro, quindi ognuno di loro ha una sua parte ben definita in questo libro.

“Rimase finché non si rese conto che quello che stava facendo non aveva alcun senso: erano oltre vent’anni che non pensava a lei. Non è vero che si muore una volta sola. Per tutto quel tempo, pensò, tutto questo tempo, lei è morta ogni giorno.”

Terza parte e Strane Accoppiate

La terza parte del libro, che viene dopo il romanzo vero e proprio, non l’ho ben capito, si intreccia con il libro perché è un pezzo di vita vera dell’autrice che parla della sua città, Budrio, torna a parlare di Leros e di altre parti del mondo, tenendo come base l’argomento principale del libro, ovvero la malattia mentale.

E’ una specie di piccolo saggio attaccato al romanzo, ma non si intreccia bene con il resto secondo me, forse Simona Vinci lo ha voluto inserire per approfondire l’argomento e non lasciare il lettore dopo la lettura del romanzo, però mi ha fatto storcere il naso, perché secondo me non era necessario, questo libro poteva essere un romanzo e basta.

So che molte persone non hanno apprezzato questa parte finale, in pratica l’autrice parla del fatto che le persone con malattie mentali sono attorno a noi, possono essere il nostro vicino, il giornalaio di fiducia e altro, quindi bisogna spezzare questo tabù legato alla malattia mentale. Discorso con cui io mi trovo in completo accordo, ma spiazza l’inserimento di questa parte.

Conclusioni

Sono felice di aver letto questo libro e con tutta probabilità se dovessi riconsiderare di rifare oppure no questa esperienza accetterei di rifarla, l’argomento trattato è interessante ed è a mio vedere importante leggere libri che ci ricordano di orrori simili della Storia, per evitare ovviamente di ripeterli e chiederci come siamo arrivati a tutto ciò.

Quindi ho apprezzato questo libro, forse mi aspettavo qualcosa in più però, sia dalla narrazione che in alcuni punti sembra allungare troppo il brodo, sia dalla vicenda di Angela che mi ha lasciata abbastanza insoddisfatta come buona parte della parentesi narrativa ambientata nel 1992 e oltre.

Infine, non ho gradito l’inserimento della terza parte, che sì è interessante senza dubbio, ma stona con la struttura del romanzo.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Simona Vinci? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Aprile (2022)

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Rieccoci con un nuovo libro del mese per il gruppo di lettura, diamo il via al mese di aprile con una nuova lettura infatti, ma prima come sempre vi ricordo che potete trovare il gruppo su Goodreads e Telegram.

Il libro sarà in lettura per tutto aprile e potete unirvi alla lettura in qualunque momento, aggiornando e parlando dei vostri progressi sul gruppo.

Scopriamo il libro di aprile!

Le ricette della Signora Tokue – D. Sukegawa

Casa editrice: Einuadi

Link all’acquisto: QUI

Trama

Sentaro è un uomo di mezza età, ombroso e solitario. Pasticciere senza vocazione, è costretto a lavorare da Doraharu, una piccola bottega di dolciumi nei sobborghi di Tokyo, per ripagare un debito contratto anni prima con il proprietario. Da mattina a sera Sentaro confeziona dorayaki – dolci tipici giapponesi a base di pandispagna e an, una confettura di fagioli azuki – e li serve a una clientela modesta ma fedele, composta principalmente da studentesse chiassose che si ritrovano lì dopo la scuola. Da loro si discosta Wakana, un’adolescente introversa, vittima di un contesto familiare complicato. Il pasticciere infelice lavora solo il minimo indispensabile: appena può abbassa la saracinesca e affoga i suoi dispiaceri nel sakè, contando i giorni che lo separano dal momento in cui salderà il suo debito e riacquisterà la libertà. Finché all’improvviso tutto cambia: sotto il ciliegio in fiore davanti a Doraharu compare un’anziana signora dai capelli bianchi e dalle mani nodose e deformi. La settantaseienne Tokue si offre come aiuto pasticciera a fronte di una paga ridicola. Inizialmente riluttante, Sentaro si convince ad assumerla dopo aver assaggiato la sua confettura an. Sublime. Niente a che vedere con il preparato industriale che ha sempre utilizzato. Nel giro di poco tempo, le vendite raddoppiano e Doraharu vive la stagione più gloriosa che Sentaro ricordi. Ma qual è la ricetta segreta della signora Tokue? Con amorevole perseveranza, l’anziana signora insegna a Sentaro i lenti e minuziosi passaggi grazie ai quali si compie la magià: «Si tratta di osservare bene l’aspetto degli azuki. Di aprirsi a ciò che hanno da dirci. Significa, per esempio, immaginare i giorni di pioggia e i giorni di sole che hanno vissuto. Ascoltare la storia del loro viaggio, dei venti che li hanno portati fino a noi». Come madeleine proustiane, i dolcetti giapponesi diventano un pretesto per i viaggi interiori di Sentaro e Tokue, fra i quali si instaura un legame profondo che lascia emergere segreti ben più nascosti e ferite insanabili. Con l’autunno, però, un’ombra cala sulla piccola bottega sotto al ciliegio: quando il segreto di Tokue viene alla luce, la clientela del negozio si dirada e la donna, costretta a misurarsi di nuovo con il pregiudizio e l’ostracismo sociale che l’ha perseguitata per tutta la vita, impartirà a Sentaro e Wakana la lezione più preziosa di tutte.

Le ricette della Signora Tokue è stato pubblicato nel 2013.

Il libro sarà in lettura dal 01/04 al 30/04, per tutto il mese di aprile.

Bene, e voi? Avete mai letto questo testo? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Dell’Amore e di Altri Demoni – Gabriel Garcìa Màrquez

Buon giovedì, ben ritrovati/e!

Vi chiedo scusa per la semi assenza di questi giorni dato che nelle ultime due settimane sono comparsa a tratti e scomparsa in altri, da ora spero di riprendere una pubblicazione più costante.

Oggi comunque parliamo di una lettura fatta sempre qualche mese fa, una lettura che ricordo di aver fatto per un momentaneo di blocco del lettore, ero leggermente in crisi infatti ed ero convinta che questo libro mi avrebbe aiutata, sbloccandomi.

Non è stato proprio così, ma sono felice comunque di aver fatto questa lettura, perché parliamo di un testo che volevo leggere davvero da tempo, sto parlando di “Dell’Amore e di altri demoni” di Gabriel Garcìa Màrquez.

Dell’Amore e di altri Demoni – Gabriel Garcìa Màrquez

Casa editrice: Mondadori

Genere: romanzo storico, classico contemporaneo

Pagine: 201

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. pubblicazione: 1994

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Il 26 ottobre 1949 non fu una giornata con grandi notizie. Il professor Clemente Manuel Zabala, caporedattore del quotidiano dove facevo i miei primi passi come giornalista, mise fine alla riunione del mattino con due o tre suggerimenti di prammatica. Non affidò un lavoro concreto ad alcun redattore. Qualche minuto dopo venne informato per telefono che stavano vuotando le cripte funerarie dell’antico convento di Santa Clara, e mi ordinò senza illusioni: “Va’ a fare un giro da quelle parti e vedi un po’ cosa riesci a cavarne.”

Trama

Da un’antica tomba nel convento delle clarisse di Cartagena emerge una lunghissima chioma rossa. Dal singolare evento, cui il giovane Garcia Màrquez, allora cronista alle prime armi, si trovò ad assistere, scaturisce questo affascinante racconto pubblicato nel 1994, con il quale Gabo torna alle atmosfere di “Cent’anni di solitudine” e ai temi dell'”Amore ai tempi del colera”, la passione erotica che diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Al centro della vicenda, ambientata in una Cartagena de Indias perduta in un vago e oscuro passato coloniale, sospeso tra il possibile e il misterioso, c’è la passione innaturale e distruttiva che vede protagonisti una bellissima bambina morsa da un cane rabbioso, un medico negromante e un giovane esorcista posseduto dal mal d’amore. Costruito con la logica di Calderón de la Barca e l’ironia di Cervantes, “Dell’amore e di altri demoni” vive di una prosa insolitamente scarna ed essenziale. Una scrittura decantata e limpida che dà vita a pagine di struggente poesia e di emozionato pudore con cui Gabriel Garcia Márquez riesce ad avvincere il lettore, trascinandolo in un enigmatico universo capace di travolgere i sensi e i sentimenti.

Recensione

Nel 2009 fu realizzata una versione cinematografica in spagnolo del libro con lo stesso titolo per la regia di Hilda Hidalgo.

Stile, ritmo e atmosfere

Lo stile dell’autore in questo testo è piuttosto semplice, lineare, va dritto al punto e rimane pulito. Ci sono vari riferimenti alla religione, alle credenze religiose e alle tradizioni, infatti uno dei protagonisti della vicenda è una bambina/ragazzina posseduta, mentre l’altro protagonista è un prete.

Il ritmo trovo che rallenti in alcuni punti, non sempre procede spedito, è un libro infatti relativamente breve “Dell’amore e di altri demoni”, ma la vicenda secondo me a volte sembra venir allungata e altre volte invece sembra venir accorciata.

Ci sono infatti punti in cui non sempre ho gradito le diffuse descrizioni o i riferimenti storici o vari legati ad un personaggio o a una vicenda, ci sono altri momenti invece in cui in scene importanti l’autore preme un po’ troppo sul pedale dell’acceleratore secondo me.

Le atmosfere sono affascinanti, ci troviamo in diversi luoghi ovviamente in questa vicenda, ma ognuno sembra intriso quasi da un senso di dannazione, c’è il ritorno alla condanna, il padre di questa ragazzina infatti e anche la madre vivono un matrimonio finito, un’unione che forse è esistita solo per interesse, da parte di lei soprattutto e c’è sempre questo senso di condanna permanente, questo “ormai è troppo tardi”, che aleggia sempre nell’aria.

Anche i luoghi che ci vengono mostrati nella vicenda sono impregnati da un forte senso di decadenza e oblio, a volte più sottile, a volte più evidente, ma secondo me a piccole dosi traspare sempre, questo guardare il mondo attorno e rendersi conto che ognuno dei personaggi e ogni essere umano in generale nella vita è vittima di qualcosa che forse lo condanna sempre alla fine, l’amore, il senso di colpa, l’abbandono, è presente in tutto il romanzo.

I personaggi sono alla ricerca di una redenzione, di una nuova opportunità, di un risveglio perché si rendono conto di aver sbattuto per l’ennesima volta la testa contro il muro e sperano di poter fare meglio, ma il tempo va avanti e loro si ritrovano prigionieri di una vita che odiano, tutti sembrano chiedere: “posso tornare indietro e riprovare?”, ma la verità è che molti di loro finiscono per sbagliare di nuovo.

L’Amore è un Demone

Questo libro ha al suo interno elementi senza dubbio magici, a partire dalla possessione di Marìa, incerta fino al finale. Infatti questo è uno dei punti interrogativi del libro, la ragazzina è davvero posseduta o no? E questa possessione come la dobbiamo interpretare? Come una possessione demoniaca o una possessione data dall’amore che la legherà a questo prete?

La vita di Marìa è stata senza dubbio costellata di problemi, non è mai stata amata o semplicemente notata dai genitori, che l’hanno affidata alla servitù della casa per una buona fetta di tempo, non si sono mai nemmeno presi la briga di provare ad avvicinarsi davvero a lei.

Tutto cambia quando, dopo essere stata morsa da un cane rabbioso si scopre che Marìa potrebbe rischiare di morire, allora il padre inizia a preoccuparsi per lei e a “curarla” per la prima volta.

La madre invece continua a disprezzarla e ad avere anche paura di lei per certi aspetti, tra l’altro la madre di Marìa trovo sia un personaggio con cui è difficile empatizzare, ma nella sua bolla di estraniamento dal marito e dalla figlia (e in generale dalla vita che vive) si può leggere senza dubbio un grande rammarico e nostalgia per come è andata la sua esistenza.

Comunque, in questa decadenza e abbandono, ad un certo punto Marìa viene internata in un convento per essere curata da questo demone che secondo il padre e altri le è entrato dentro.

Lì, inizia pian piano la sua relazione con Delaura, un prete che si interessa e preoccupa per lei, i due si avvicinano a tal punto da far sbocciare una relazione amorosa che dovrebbe essere uno dei punti forti del libro.

E’ senza dubbio una relazione complessa, che ci fa riflettere sul concetto di amore, di amore impossibile e di connessione fra due persone decisamente diverse in un momento assai complesso.

Io personalmente non ho molto amato questa storia d’amore, sono del tutto sincera con voi, non per fattori moralistici o altro, ma proprio per il comportamento dei due personaggi. Con questo non voglio dire che l’amore tra loro sia finto o altro, semplicemente non mi è arrivato in modo così forte durante la lettura, e alcuni dettagli mi hanno messo forse la pulce nell’orecchio, non ho sentito questo sentimento profondo.

Ho trovato più interessante l’aspetto legato alla possessione, che chiude inoltre la vicenda e mi ha lasciata un poco interdetta sulle prime. Non posso dirvi il mio senso generale legato al finale perché non vorrei spoilerare nulla, ma a distanza di mesi non ne sono ancora convinta.

Una lettura scorrevole

Dopo la lettura cosa posso dire di questo libro? Beh, senza dubbio è una vicenda intrigante, soprattutto per alcuni aspetti, non tutti direi, ma in generale ha un senso di mistero, maledizione e condanna che la rende affascinante.

E’ una lettura abbastanza leggera, Màrquez sicuramente sfiora tante tematiche, ma non vai mai al fondo di nessuna, forse quella che analizza meglio (sempre secondo la mia modesta opinione) è la relazione fra i genitori di Marìa e le conclusioni a cui arrivano entrambi alla fine della vicenda.

Conclusioni

Tutto sommato considero questo libro una lettura abbastanza piacevole, che di certo tiene attaccato il lettore in alcuni punti e che sono felice di aver fatto.

Mi aspettavo qualcosa in più dall’intera vicenda e dalla storia d’amore protagonista del racconto, ma nonostante questo la considero una lettura scorrevole e intrigante.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Màrquez? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Le Cose Crollano – Chinua Achebe

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come è iniziata questa settimana di marzo?

Oggi parliamo di un libro di cui ancora non credo di aver detto nulla a riguardo, nemmeno nell’articolo dei libri migliori o peggiori del 2021, un testo che ho appunto letto l’anno scorso, il primo di una trilogia.

Ho visto per la prima volta questo libro in edizione americana, ma sono andata a ricercarlo e trovandolo edito in Italia da “La Nave di Teseo“, l’ho recuperato. Come dicevo è il primo di una trilogia, denominata “African Trilogy“, il seguito è intitolato “Non più Tranquilli” e il terzo “La Freccia di Dio”.

Parliamone assieme!

Le Cose Crollano – Chinua Achebe

Casa Editrice: La Nave di Teseo

Genere: fiction storica, narrativa letteraria

Pagine: 195

Prezzo di Copertina: € 18,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. pubblicazione: 1958

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Okownko era ben conosciuto nei nove villaggi e anche oltre. La sua fama si basava su imprese indiscutibili. A diciotto anni aveva procurato onore al suo villaggio sconfiggendo Amalinze il Gatto. Amalinze era un grande lottatore e non perdeva da sette anni, da Umuofia a Mbaino. Il soprannome di Gatto si doveva al fatto di non toccare mai terra con la schiena. Fu questo l’uomo che Okownko sconfisse, alla fine di una lotta così feroce, a detta degli anziani, come non se ne vedevano da quando il fondatore del villaggio aveva combattuto con uno spirito della foresta per sette giorni e sette notti.”

Trama

Okonkwo è un guerriero, un lottatore, un uomo ambizioso e rispettato che sogna di divenire leader indiscusso del suo clan. Dal suo villaggio Ibo, in Nigeria, la fama di Okonkwo si è diffusa come un incendio in tutto il continente. Ma Okonkwo ha anche un carattere fiero, ostinato: non vuole essere come suo padre, molle e sentimentale, lui è deciso a non mostrare mai alcuna debolezza, alcuna emozione, se non attraverso l’uso della forza. Quando la sua comunità è costretta a fronteggiare l’irruzione degli europei, l’ordine delle cose in cui Okonkwo è nato e cresciuto comincia a crollare, e la sua reazione sarà solo il principio di una parabola che lo porterà nella polvere: da guerriero temuto e venerato, a eroe sconfitto, oltraggiato.

Recensione

Le cose Crollano” è generalmente considerato il più importante romanzo della letteratura africana ed è stato pubblicato per la prima volta nel 1958, è stato tradotto in oltre 50 lingue, con più di 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo ed è adottato come libro di testo in moltissime scuole africane.

Il titolo originale del romanzo, Things Fall Apart (letteralmente “le cose crollano”) è tratto dalla poesia The Second Coming di W. B. Yeats.

E’ un libro senza dubbio complesso di cui parlare quindi tenterò di farvi immergere il più possibile all’interno delle atmosfere e dei temi di questo testo, al meglio delle mie possibilità.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Achebe è piuttosto diretto, dobbiamo ricordarci anche che siamo nella Nigeria precoloniale, prima quindi dell’arrivo degli europei in quelle zone.

Questo aspetto ci tengo a sottolinearlo perché è un aspetto molto importante all’interno del testo e perché si riconduce allo stile e all’uso di una lingua, che prende ispirazione dalla lingua igbo, utilizzata in una buona fetta del testo. Okonkwo infatti si esprime nell’edizione originale del testo in inglese, nella traduzione ovviamente in italiano, ma utilizza vari termini intraducibili tratti appunto da questa lingua, nell’edizione italiana è presente un utile glossario finale per la traduzione.

Particolarmente ricchi di questi termini igbo sono i dialoghi e in generale il testo è costellato da proverbi e metafore africane.

Quindi tornando alle mie impressioni personali sullo stile, è uno stile decisamente particolare anche per questo aspetto dei termini utilizzati, diretto nelle immagini che propone, a volte anche dure e crude.

Il ritmo invece è piuttosto veloce, è un testo breve di 195 pagine in cui accadono molti fatti, vengono inseriti innumerevoli riferimenti alla tradizione africana e l’autore inserisce davvero tante immagini emblematiche ed interessanti, i personaggi si spostano, la vita va avanti, insomma accadono parecchi fatti.

Il ritmo però non accelera mai troppo, è ben equilibrato, si sofferma su alcuni momenti topici della vita del protagonista per azionare il focus su argomenti emblematici e lo fa dando a questi il giusto spazio, ci sono scene che vediamo, ma su cui l’autore non si sofferma per troppo tempo, perché degne di essere inserite, ma non vitali allo sviluppo della vicenda, mentre altre meritano assai più spazio.

Le atmosfere in generale sono mischiate, passiamo per vari stati in questo libro, per seguire un momento preciso della vita del protagonista le atmosfere si piegano a questo insieme, nei momenti più bui veniamo travolti dal senso di impotenza e disperazione di Okonkwo, negli istanti più sereni e normali legati alla quotidianità e alla routine, il mood generale è più rilassato.

Sta di fatto che le atmosfere si legano profondamente al territorio in cui siamo in questo testo.

La Colonizzazione

Come dicevamo all’inizio del romanzo gli europei non sono ancora giunti nelle terre di Okonkwo, ma andando avanti nella lettura arrivano eccome i colonizzatori e la vicenda cambia come anche il mondo attorno al protagonista.

E’ affascinante e preoccupante vedere come muta questa situazione, all’inizio infatti ai colonizzatori viene data una parte di terra per vivere e piano piano la situazione si espande, questi portano anche la religione, il cristianesimo, e vediamo dagli occhi di Okonkwo come le vecchie tradizioni africane vengano una dopo l’altra sostituite da una nuova religione e un nuovo modo di “fare” le cose.

Assistiamo a diversi livelli di crollo in questo libro, proprio come da titolo, il crollo dell’identità di un popolo, il crollo delle tradizioni, delle credenze, di tutto ciò che fa di un popolo una società, ma anche il crollo di un uomo, la sua identità, la sua fede, il crollo di tutto ciò in cui crede e in cui si riconosce.

E’ un libro di certo tragico, è un discesa verso la disfatta e il crollo appunto, quando la vicenda inizia infatti la vita di Okonkwo è felice, è diventato uno dei membri più importanti del suo clan, è conosciuto per la sua fama di grande lottatore, insomma a differenza del padre, che non ha mai goduto di buona fama, lui è un uomo importante.

Ma finisce per uccidere un ragazzo e viene esiliato per sette anni nel villaggio di origine di sua madre, come da legge degli antichi e al suo ritorno in terra si rende conto che tutto attorno a lui è cambiato per l’arrivo degli inglesi appunto.

La vicenda segna un crollo ulteriore del protagonista e chiude il cerchio della sua vita.

“L’uomo bianco capisce le nostre usanze riguardo la terra?” – “Com’è possibile, se non parla neanche la nostra lingua? In compenso dice che le nostre usanze sono malvagie; e lo dicono anche i nostri fratelli che hanno abbracciato la sua religione. Come pensi che possiamo combattere se i nostri stessi fratelli si sono rivoltati contro di noi? L’uomo bianco è molto intelligente. E’ arrivato tutto pacifico con la sua religione. La sua stupidità ci ha fatto ridere e l’abbiamo lasciato stare. Adesso ha conquistato i nostri fratelli, e il nostro clan non può più agire di comune accordo. L’uomo bianco ha premuto il coltello sulle cose che ci tenevano uniti e ci siamo divisi.”

La bellezza delle scene

Alcune scene di questo testo sono intrise di una bellezza cruda e reale, sembra di riuscire a respirare l’aria africana, di vedere i suoi meravigliosi paesaggi, di immergersi nelle atmosfere, anche in scene particolarmente tragiche per i nostri personaggi.

Penso in particolare ad una scena a cui mi capita di pensare spesso, avete presente quando leggete un libro e per un connubio di motivazioni una scena, un fotogramma creato dalla vostra mente sulla scena che state leggendo, vi rimane impresso? E vi sembra di averla vissuta in prima persona quella vicenda.

Ecco, all’interno de “Le Cose Crollano” c’è una scena in cui Okonkwo e una della sua mogli seguono la loro bambina che viene portata all’interno di questa grotta, è notte, la moglie di Okonkwo (uno dei miei personaggi preferiti, personalmente) cammina per chilometri cercando di non farsi vedere da questa vecchia saggia che ha preso la bambina, arriva a questa grotta e cercando di non farsi né vedere, né sentire si siede fuori da questa aspettando che la donna e la sua bambina ricompaiano. Ebbene, mentre aspetta arriva Okonkwo che nella disperazione della donna, la rassicura e le rivela che l’ha seguita per tutto il tempo.

Nelle leggi del clan in cui vive Okonkwo gli uomini, soprattutto quelli con la sua posizione, hanno più mogli e Okonkwo è un uomo complesso, un personaggio profondo che sulle prime si può etichettare come un uomo incline alla violenza, duro, rigido, ma è molto di più.

La scena che vi ho descritto secondo me racchiude parecchie sfaccettature non evidenti del carattere di Okonkwo e del rapporto con questa moglie, è una scena quasi dolce, in contrasto con un personaggio con i suoi modi.

Direi che l’intensità e la profondità del carattere del protagonista è un altro degli aspetti affascinanti di questo libro.

Conclusioni

“Le cose Crollano” è stata davvero un’esperienza, leggerò di certo gli altri due volumi della trilogia e la profondità, le atmosfere, la vividezza di questo libro hanno davvero colpito nel segno.

Le tematiche e l’importanza di questo testo sono enormi, è uno di quei volumi per cui dovrei scrivere una recensione lunga 30’000 parole.

E’ un libro potente, in cui ci si immerge in una cultura ampia e affascinante, si vive in atmosfere forti che lasciano difficilmente indifferente il lettore.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Le Cose Crollano”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!