Frankenstein – Mary Shelley

Buon martedì! Come state?

Sentite ancora le ripercussioni della domenica? Io sì.

Oggi recensione, parliamo del libro che è stato in lettura per tutto il mese di novembre sul gruppo di lettura, ovvero Frankenstein di Mary Shelley.

Grande classico, c’è molto da dire quindi iniziamo immediatamente!

download (11)

Frankenstein – Mary Shelley

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Classico/Gotico

Pagine: 276

Prezzo di Copertina: € 10,00

Prezzo ebook: € 0,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1818

Link all’acquisto: QUI 

Trama

Nel 1816 Lord Byron, durante una sera tempestosa nella sua villa a Ginevra, propone ai suoi ospiti – Mary e Percy Shelley, e William Polidori – di scrivere, per gioco, cun racconto dell’orrore. Ricollegandosi al mito di Prometeo, Mary scriverà Frankenstein. Una storia che è un groviglio etico, un ragionamento profondo sull’origine della vita: l’angosciante storia di uno scienziato che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. Uno sconvolgente racconto dell’orrore in cui il mostro è più umano del suo creatore.

Per un attimo la mia anima si sollevò al di sopra delle sue meschine e umilianti paure, per contemplare le idee divine di libertà e sacrificio, di cui questi luoghi erano monumento e ricordo. Per un istante, osai scrollarmi di dosso le mie catene, e guardarmi attorno con uno spirito libero ed elevato; ma il ferro mi era penetrato nella carne, e ricaddi tremante e senza speranza nel mio io disperato.

Recensione

Prima di iniziare con la recensione vera e propria volevo dirvi che ho deciso di modificare un tantino il tipico stile delle recensioni, infatti per non scrivere paragrafi su paragrafi ammassati ho deciso di dividere la recensione in determinati “argomenti”, per renderle più ordinate. Ok, fine premessa, iniziamo con la recensione.

Allora, partiamo dal presupposto che non è facile parlare di questo libro, perché è un grande classico (forse uno dei più famosi), è un testo dell’800 e il suo contenuto spazia in diversi argomenti sui quali bisognerebbe aprire parentesi gigantesche.

Quindi approcciamoci un attimo agli aspetti più tecnici.

Stile di Scrittura

Ahime! Perchè l’uomo vanta sensibilità superiore a quella dei bruti? Ciò lo rende un essere ancora più afflitto dai bisogni. Se i nostri impulsi si limitassero alla fame, alla sete e al desiderio, potremmo quasi essere liberi; ma ora siamo mossi da ogni soffio di vento, e da una parola occasionale o dall’immagine che tale parola provoca.

All’inizio sono rimasta stupita dallo stile dell’autrice perché mi aspettavo un qualcosa di più aulico e prolisso, essendo un testo di quell’epoca, diciamo che nelle prime pagine secondo me non si assapora lo stile della giovane Mary in toto, poi avanzando emerge lo stile autentico che è decisamente più laborioso.

Ci sono pagine a volte di riflessione sull’animo umano e pagine di descrizioni di montagne e laghi (sopratutto), sono descrizioni che non mi hanno impresso nella mente un panorama stile fotografia, sono descrizioni abbastanza didascaliche, infatti direi che uno dei aspetti che ho apprezzato meno del testo (e forse l’unico) sono proprio le descrizioni, non perché siano scritte male, assolutamente, ma non sono al 100% evocative secondo me.

Sono quelle descrizioni stile “immagina l’Arno con il tramonto“, sono paesaggi che o tu lettore già conosci più o meno oppure non ti portano in quell’atmosfera voluta dall’autrice.

Questo è l’unico appunto che voglio fare sulla scrittura ed è ovviamente una considerazione personale, per il resto la scrittura di certo si prende i suoi tempi per analizzare le emozioni umane, per interrogarsi sulla natura dell’uomo e per rendere al massimo una caratterizzazione piena dei personaggi.

E’ un libro che usa diversi espedienti, ci sono lettere, racconti nei racconti, e ho trovato a tratti geniale questa matriosca di racconti perché è un’ottima tecnica per analizzare uno dei discorsi sui quali si basa l’opera ovvero la natura umana e la bestialità di questa, quindi lo stile lavora bene con i concetti principali espressi.

Di certo una giovane Mary Shelley di soli 19 anni non avrebbe mai immaginato un successo tale per una storia nata quasi “per divertimento”.

Quali sono i concetti espressi in Frankenstein?

Sono innumerevoli, come vi dicevo prima il libro ruota attorno a diversi dilemmi principali, la bestia avrebbe potuto essere diversa se Victor e gli umani in generale l’avessero trattata in modo differente? Dove sta la ragione, è la bestia dopo aver subìto eventi che hanno messo a nudo il lato negativo della natura umana, ad essere motivata nel fare ciò che ha fatto? Oppure si è spinta troppo oltre e non ha compreso le motivazioni? O ancora, se Victor avesse mantenuto fede alla sua posizione di padre/Dio tutto quello che viene narrato nel libro non avrebbe mai avuto luogo? Victor può realmente incolpare la bestia, creata da lui stesso, per ciò che ha fatto questa sapendo in cuor suo di essere venuto meno nei confronti di questa?

E’ uno di quei testi che nel corso delle pagine instaura nella mente del lettore talmente tanti interrogativi che il trascriverli qui e ora per me sarebbe impossibile, o una lista infinita di domande troppo lunga per poterla sopportare.

Un’aspetto sul quale ho riflettuto a lungo è la coscienza di Victor, nel corso del testo a causa di questa mostruosa creazione la sua vita verrà rovinata, ma lui sembra rendersi conto fino ad un certo punto delle sue colpe, realizza a tratti il fatto che se lui in prima persona si fosse comportato in modo diverso non sarebbe accaduto forse un qualcosa di questo tipo.

Un altro aspetto interessante della sua personalità è il coraggio, spesso lui si mette in bocca questo termine ma per quanto mi riguarda non è un uomo coraggioso, preferisce scappare a volte invece che affrontare qualcosa o qualcuno, preferisce tacere invece di confessare, preferisce fingere invece che ammettere.

Victor è un uomo di grande intelligenza, ma sembra perdersi, non affronta le conseguenze delle proprie azioni e invece che provare quanto meno a salvare vite umane preferisce mantenere il suo segreto, quando deciderà di raccontare tutto sarà oramai troppo tardi.

Il modo in cui Victor tratta la bestia è mostruoso, lui ha creato questa creatura e sembra dimenticarsene, non rispecchia la bellezza, la grazia, i suoi canoni e quelli della società, è un mostro, un essere orrendo, un demone e per questo merita di non essere nemmeno mai “nato” secondo lui, è un padre che odia il proprio figlio, un Dio che spera nella morte della sua creazione.

Per qualche istante Victor si lascia andare alla compassione e prova a comprendere questo essere, ma è un momento che dura poco perché subito dopo torna questo odio mortale.

Victor è un’essere egoista anche, una delle tragedie finali rappresentano questo suo aspetto secondo me, si preoccupa prima per lui stesso e dopo per gli altri, continua a pensare alla sua famiglia, ma quando è il momento di proteggerla dalla tragedia e dalla distruzione lui non fa nulla.

Dal canto suo la bestia sprigiona quell’odio e quel disprezzo verso la razza umana che solo chi viene emarginato dalla società, viene additato come un essere che non merita la vita e viene al mondo costretto a nascere solo perché rinnegato dal suo stesso padre, può provare.

La bestia compie azioni di una malvagità e una mostruosità uniche, nessun essere dovrebbe poter togliere la vita, e fino alla fine dei suoi giorni si accerterà di far pagare a Victor ogni colpa.

Qui arriva un concetto da me molto amato nei romanzi di tutti in generi, la vendetta, qui rappresentata magistralmente, sono sempre attratta dalla natura di questa, che sembra essere un cibo che non sazia mai, anche dopo la morte della propria fonte di vendetta non si è sazi e ci si rende conto di aver inseguito un’idea, una morsa di odio e voglia di prevalere sull’altro.

Uh, parliamo anche di un ultimo concetto, l’intelligenza del mostro, la creatura senza dubbio è dotata di un’intelligenza non indifferente e tutto ciò che ha imparato lo ha imparato osservando vari esseri umani, leggendo, apprendendo, ma qui sorge spontanea una domanda, un essere così intelligente e strategico (come viene mostrato all’interno del libro) può allo stesso tempo essere così bestiale e irrefrenabile nella sua violenza? Comprende la gravità delle proprie azioni, ma ciò non lo ferma.

Infine vorrei accennare qualcosa su Walton, il personaggio con cui si apre il testo che incontrerà Victor casualmente e questo gli narrerà tutta la storia che conosciamo, ho amato il personaggio di Walton anche se non è uno dei principali, perché è in fondo un essere che comprende, ha ascoltato tutta la storia da Victor, è a conoscenza di tutti i fatti e alla fine quando si troverà costretto a prendere una decisione sceglierà di testa sua.

Mi è piaciuto molto questo testo, è un classico che sono felice di aver finalmente letto!

Voto: 

progetto-senza-titolo-45.png

Voto quasi pieno, ho deciso di non assegnare punteggio pieno per ciò che vi ho detto sulle descrizioni, ma è un libro meraviglioso e ne consiglio a tutti la lettura!

Bene, detto ciò, fatemi sapere, avete mai letto questo libro? Sì, vi è piaciuto? No, perché?

A domani!

Notes_191201_193700_411_1

 

 

 

 

 

The Woman in Black – Susan Hill

Buon giovedì e sopratutto buon Halloween!

Come vi sentite in questa tenebrosa giornata di fine ottobre? Spero meravigliosamente.

Per celebrare Halloween assieme oggi seconda recensione a tema, infatti parliamo del secondo libro “a tema” che ho letto per respirare a pieno questa atmosfera spaventosa.

Parliamo di “The Woman in Black” di Susan Hill, tradotto in italiano con “la Donna in Nero“, è un romanzo dell’orrore uscito per la prima volta nel 1983.

Ma iniziamo subito a parlarne un pochino assieme!

31wWWoyaPvL._BO1,204,203,200_.jpg

The Woman in Black – Susan Hill

Casa editrice: Polillo Editore

Genere: Horror/Gotico

Pagine: 188

Prezzo di Copertina: €12,90

Anno di Pubblicazione: 1983

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps viene incaricato dal principale di recarsi in uno sperduto villaggio per presenziare ai funerali di un’anziana cliente e occuparsi della gestione dell’eredità. La signora Drablow, vedova da poco dopo le nozze, viveva da reclusa in una lugubre dimora circondata da nebbiose paludi. Per Arthur, in procinto di sposarsi, è l’occasione di dimostrare finalmente le sue capacità. Così, quando al suo arrivo s’imbatte in una strana reticenza riguardo alla casa e alla sua eccentrica abitante, non se ne cura più di tanto. Né lo turba la presenza, al funerale, di una donna misteriosa e di antica bellezza di cui nessun altro sembra accorgersi. Ansioso di svolgere il suo incarico con efficienza e rapidità, Kipps decide, contro il parere di tutti, di fermarsi a dormire nella casa disabitata. Saranno notti da incubo, perché il terrore è una nebbia avvolgente come un sudario, il gemito del vento, il gracchiare di orridi uccelli, il pianto di un bambino, uno scalpitio lontano, un fruscio di vesti… Una donna in nero.

E allora, in mezzo agli alberi del frutteto dai tronchi argentei per la luce della luna, ricordai che l’unico modo per scacciare un vecchio fantasma che continua le sue persecuzioni era quello di esorcizzarlo. Ebbene, il mio doveva essere esorcizzato. Avrei raccontato la mia storia, non a voce alta, accanto al fuoco, non come passatempo per frivoli ascoltatori: era troppo seria, troppo reale per quello.

 

halloween-png-graveyard-2.png

Recensione

Questo libro non è facilissimo da trovare ad oggi ma sono ancora disponibili alcune copie da privati, io ricordo di averlo recuperato su Libraccio uno o due anni fa.

Da questo racconto sono state tratte una pièce teatrale, un film televisivo e un remake più recente del 2012, in cui come attore principale troviamo Daniel Radcliffe per la regia di James Watkins.

L’autrice Susan Hill è famosa sopratutto per questo testo, che fu piuttosto apprezzato ai tempi.

Allora, che dire, lo stile di scrittura non mi ha fatta impazire, l’ho trovato eccessivamente prolisso certe volte, è un libro di 188 ma potrebbe averne 100 e non cambiaerebbe quasi nulla, le descrizioni in più non le ho trovate degne di nota, qualcuna è molto piacevole da leggere certo ma è un libro che rallenta la vicenda per come è scritto.

Non che l’autrice scriva male, ma alcuni dettagli a volte sono inutili, io sono un’amante delle lunghe descrizioni e dei minimi dettagli descritti minuziosamente, quando hanno un senso e sono utili però.

Quando comprai questo titolo lo feci sopratutto perché dopo aver visto il film volevo saperne di più riguardo della storia, ora, io il film non me lo ricordo benissimo, sono passati anni, però ricordo che il finale era diverso rispetto al libro, è stato di certo modificato.

Tra l’altro il film fu il primo film horror in assoluto a farmi fare un urletto di spavento, a dire il vero la causa fu un jump scare, ma fu la prima volta e la ricordo con affetto.

Il film mantiene un buon livello di tensione per tutta la sua durata e vi dirò è un bel film, ne serbo un buon ricordo.

Il libro è diverso, non mantiene lo stesso livello di tensione, come ho scritto prima a volte è eccessivamente lento e smorza un poco l’interesse, è una storia di fantasmi e già questo è interessante perché sono poche le storie di fantasmi ben riuscite, ma non ha nulla di speciale.

Mi è piaciuto moltissimo il personaggio principale, Arthur, anche se a volte mi è sembrato che si mettesse nei casini solo per far andare avanti la narrazione, però il suo atteggiamento, il suo comportamento con gli altri e il modo di affrontare tutta la terribile vicenda è puro, è un personaggio buono.

Altro aspetto negativo per me è quello che dovrebbe essere la grande rivelazione sul finale, si intuisce, non è proprio una scoperta che lascia il lettore a bocca aperta, è una vicenda (e una conseguenza) a cui ci si arriva con facilità ricollegando i puntini, il libro arriva dopo.

Non ci sono poi fatti particolarmente violenti descritti nel dettaglio, c’è solo una scena in cui accade un qualcosa di concitato ma tutto il libro è piuttosto statico, si vede ogni tanto questa donna vestita di nero ma nulla di ché.

Un aspetto positivo invece è una piccola parte della rivelazione finale che riuarda il fantasma della donna in nero appunto, c’è una conseguenza alla sua apparizione ed è una scoperta interessante, una bella idea, anche il finale è ottimo, no ho nulla di negativo da dire sul finale perché chiude a mò di cerchio tutta la vicenda, rendendola si senso compiuto.

E’ un po’ il classico racconto gotico che in brevi tratti incuriosisce perché accadono fatti inquietanti, come vi dicevo nel film c’è un jump scare e per qualche strano motivo immaginavo durante la lettura che andando avanti ad un certo punto sbucasse (come un libro pop-up) il viso del fantasma, ha avuto brutti effetti su di me il film…

Un altro aspetto positivo è l’ambientazione, c’è perennemmente la nebbia in pratica ma diventa quasi un personaggio del libro per qualche motivo, i fattori atmosferici sono molto importanti in questo libro e anche il luogo in cui siamo, una palude, che sembra risucchiare tutto e tutti.

Quindi abbiamo il perfetto scenario spaventoso, nebbia, fantasmi, palude, casa isolata, manca qualcosa? Forse il rumore di catene.

E’ un libro che tutto sommato è piacevole da leggere in periodi come questi ma di certo non è il miglior titolo, ha dei difetti per me, la scrittura a volte è troppo, troppo lenta e tra l’altro la vicenda non è di per sé lunga, nel senso che questo viaggio nel terrore dura poco, in un gran numero di pagine non succede nulla.

Voto:

progetto-senza-titolo-1.png

Insomma, l’idea di base ad oggi non è così innovativa, lo svolgimento della storia procede a rilento e non ha trattenuto per molto il mio interesse, tutto sommato è una storia però che si legge moderatamente bene, se avete voglia di una storia di fantasmi gotica vecchio stampo, la lettura di questo titolo è una scelta interessante.

E voi? Cosa avete letto per Halloween? Fatemi sapere!

Buon Halloween!pumpkins4_42694.png

notes_190131_143522_b6d_1-e1548941801294

 

 

 

Hill House – La Serie e il Libro, Parliamone

Ohh buona domenica! Come state?

Anche voi sentite il freddo che inizia a lambire le carni, ma sopratutto anche voi avete già iniziato a sfoggiare i maglioni?

Finalmente mi rifaccio viva, con un articolo preannunciato mesi fra tra l’altro, meglio tardi che mai, stavolta devo assolutamente chiedervi perdono per la sparizione, ho avuto molto da fare in queste settimane fra il lavoro, ripasso e studio, nuove iniziative e progetti, insomma un casino che si sta calmando.

Vi ho fatto attendere anche troppo però per questo articolo quindi oggi dato il clima e dato l’argomento interessante il mio suggerimento è di mettervi comodi come se stessimo parlando con una tazza di tè caldo in un bar.

Perché oggi non parleremo solo di Hill House come serie ma parleremo sopratutto del libro, dell’autrice, delle somiglianze fra le due opere, insomma faremo una bella chiacchierata.

Iniziamo!

 

81ehvc-JWtL

 

L’incubo di Hill House – Shirley Jackson

Casa editrice: Adelphi  

Genere:                                                   

Pagine: 233

Prezzo di Copertina: €12,00

Prezzo ebook: €6,99

Anno di Pubblicazione: 1959

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice – e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l’esperimento paranormale in cui l’ha coinvolta l’inquietante professor Montague. È la Casa – con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole – a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.

 

Quanto a Hill House, che sana non era, si ergeva contro le colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, le pareti salivano dritte, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

hill-house-loc

The Haunting of Hill House – Netflix 

Regia: Mike Flanagan

Prima stagione uscita: 12 Ottobre 2018

Episodi: 10

Trama

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, hanno trascorso un’estate in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell’ombra.

Non siamo come le altre famiglie, siamo diversi…per via di dove siamo cresciuti, Hill House.

 

Parliamone

Allora il mio scopo oggi è di parlare delle differenze fra queste due opere ma anche di parlare individualmente di queste.

Ho terminato da poco di leggere il libro che è stato una lettura piacevole, forse una delle più piacevoli di quest’anno e una volta iniziato il mio primo pensiero è stato proprio “wow, non pensavo fossero così diversi la serie e il libro”.

Iniziamo parlando di questo, prima di tutto lo stile di scrittura l’ho apprezzato molto, lessi anche “Siamo sempre Vissuti nel Castello” della Jackson qualche anno fa (e scrissi anche la recensione), oltre a ricordarmelo molto per lo stile ovviamente leggendo questo titolo è stato per me quasi imperativo ad un certo punto fare il confronto fra quello e Hill House, perché nei libri della Jackson ciò che fa più paura, fa più accapponare la pelle non è principalmente il luogo (al quale certo viene attribuita una gran rilevanza) ma sono più che altro le persone.

Nel libro “L’incubo di Hill House” infatti la protagonista è senza dubbio la casa ma verso fine libro quando si arriva alla risoluzione ci si accorge che è il comportamento delle persone che si muovono dentro a destare inquietudine, comportamento smosso dalla casa da ciò che fa intendere l’autrice.

Di descrizioni di Hill House sono raccapriccianti, il potere di queste è talmente forte che dopo averle lette si avverte quasi una carcassa mostruosa a forma di casa che prende forma nella mente del lettore, senza guardare immagini o altro, questo è uno dei magici poteri delle descrizioni.

Tornando poi allo stile un attimo vorrei davvero rinnovare i miei complimenti per quello della Jackson perché è uno di quelli che ti fanno avvertire tutto in modo intenso e concentrato ma senza essere scarno o al contrario troppo saturo di parole a volte anche inutili, è un bilanciamento perfetto.

Le descrizioni dell’autrice poi mi fanno l’effetto di quelle della Woolf, passerei giorni solo a rileggerle, perché sono quelle descrizioni che non ci si stanca mai di leggere.

Come ho detto all’inizio ci sono moltissime differenze fra la serie e il libro, prima di tutto la serie è molto più piena, questa prima stagione incentrata su questo titolo ha ben 10 episodi di 40 massimo 70 minuti l’uno quindi la prima domanda che mi era sorta anche mesi fa era “ma come si fa ad avere una serie così lunga con un libro di 233 pagine?”.

Infatti nella serie sono stati introdotti molti altri personaggi e la vicenda è stata senza dubbio ampliata e largamente modificata, sono stati aggiunti anche alcuni nuovi… spazi, diciamo così.

Partendo dai personaggi che sono la vita del libro e della serie qui abbiamo delle modifiche enormi, infatti nel libro troviamo Luke che è l’erede della dimora Hill House, Theodora che ha sempre un dono (come nella serie), Eleanor, soprannominata Nell che esce da una situazione molto pesante ovvero l’essere stata accanto alla madre fino ai 32 anni e fino alla morte di questa mesi prima della partenza per Hill House, Hugh Crain che è un personaggio proveniente dal passato ed era il proprietario della casa e infine Mrs e Mr Dudley che come nella serie sono le persone che si occupano della manutenzione nella casa quindi la donna cucina e assicura la pulizia e il marito invece si occupa di vari mestieri insomma.

Nella serie tv c’è un legame di sangue fra i personaggi, quindi abbiamo Olivia e Hugh Crain che sono i genitori di Theo, Luke, Nellie, Shirley e Steven. Shirley, Steven e Olivia sono infatti personaggi inventati solo per la serie se vogliamo perché i loro nomi e le loro vicende non prendono ispirazione dal libro in nessun modo, anche se a volte nel libro il personaggio di Eleanor somiglia a Olivia per le proprie esperienze. Abbiamo poi sempre Mrs e Mr Dudley che sono meno rigidi rispetto all’opera scritta dove vengono descritti come personaggi decisamente ostili o che comunque incutono timore.

Theo nella serie è diversa dal libro per il carattere, infatti nella serie è un personaggio piuttosto chiuso e sulla difensiva mentre nel testo è più estroversa ma ha comunque questo “dono”, Luke è un personaggio che sia nel libro che nella serie non è risaltato particolarmente ai miei occhi, ma nella serie lo seguiamo nel suo difficile processo di riabilitazione dall’uso di droghe, nel libro invece è l’erede della dimora ma non ha particolari caratteristiche come personaggio. Eleanor o Nell invece sia nella serie che nel libro ha un enorme ruolo, forse è anche il personaggio più sofferente, senza dubbio in entrambi in casi diciamo che non ha una sorte felice.

Infine Hugh è un altro personaggio importante nella serie, anche nel libro ma meno, infatti nel testo lo conosciamo solo per alcune prove scritte e alcuni insegnamenti che voleva tramandare alle figlie per cui aveva costruito la dimora in origine.

C’è un mistero che smuove tutta la vicenda e riguarda la casa, la vera protagonista, la domanda è “ma è la casa la causa di tutto la sofferenza e di tutto ciò che accade al suo interno o sono le persone che ci vivono e delle presenze che vagano da stanza a stanza?”,  nella serie è di poco più evidente secondo me che la colpa, se così vogliamo dire è delle presenze mentre nel libro il male è la casa come abitazione, c’è un qualcosa secondo Shirley Jackson della casa che ingurgita chiunque vi entri e lo costringe a farsi assorbire piano piano fino a non riuscire più a staccarsi.

Quindi questa è un altra forte differenza perché viene spontaneo domandarsi il perché e in queste due opere sembra esserci un perché diverso.

La casa è il perno di tutto, sembra un organismo vivente che mastica piano piano chi le fa visita, chi entra all’interno di questa diventa una preda, la casa ne interpreta il pensiero, lo fa proprio.

Come dicevo anche prima nella serie è stato fatto di grande lavoro di ampliamento quindi partendo da ciò che si aveva in mano ovvero il testo della Jackson si è deciso di espandere e modificare il tutto, per esempio la stanza rossa presente nella serie non nasce da un idea della Jackson o la donna con il collo spezzato non c’è nel libro, come non c’è il fantasma che perseguita Luke o non c’è Polly, la presenza che spinge Olivia a fare qualcosa di terribile.

Diciamo anche che nel libro non si parla mai di vere e proprie presenze, l’autrice ha voluto incentrare tutto più sugli eventi e sulla reazione dei personaggi che su delle ipotetiche presenze, quindi ad un certo punto nel testo Eleanor scopre assieme agli altri una scritta sul muro fatta con il gesso “AIUTO ELEANOR TORNA A CASA”, somiglianza con la serie ma non verrà mai spiegato o fatto intuire chi ha scritto ciò, l’autrice non fa intendere la presenza di spettri o entità.

 

screen-shot-2018-10-13-at-2-56-22-am.png

Nel libro c’è una crescente ansia legata sopratutto al personaggio di Nell, infatti la Jackson è una maestra del condizionamento mentale, ad un certo punto non si capisce più infatti se Nell immagina di ritrovarsi in una situazione in cui le persone accanto la sopportano mal volentieri o se è effettivamente così.

Diciamo anche che nel testo Eleanor è un personaggio che ha sofferto molto, non ha mai avuto determinate libertà, ha vissuto una vita segregata in pratica e ora ritrovarsi libera a fare questa nuova esperienza è incredibile per lei, ma dato che per tutto il testo seguiamo (a volte di più a volte di meno) i suoi pensieri ci rendiamo conto da lettori di quanto la sua mente vada in pezzi man mano che ci avviciniamo alla fine, la vicenda inizia con un buon affiatamento fra lei e Theo (che ricordiamo qui nel libro sono due sconosciute) ma qualcosa si rompe dopo un po’ e agli occhi di Nell questa diventa una persona odiosa da sopportare, finisce per odiarla, sia lei che Luke, ma non è ben chiaro se i comportamenti che vede in lei accadono realmente o se è lei che ci ricami sopra.

Anche con Luke accade lo stesso, l’autrice lancia delle frecciatine per far capire che Luke ha un interesse per Nell ma leggendo a dire il vero lui non si comporta come se lo avesse, con lei si comporta quasi come si comporta con Theo quindi in modo piuttosto amichevole senza fare gesti che possano far intendere altro, tranne magari verso la fine ma questo pezzo subisce il grande interrogativo di prima “ciò che accade sta accedendo veramente o è la mente di Nell che ormai sta andando in frantumi e immagina ciò che non sta accadendo?”.

Insomma diciamolo sia nella serie che nel libro Nell è uno dei personaggi principali, il più amato almeno da me, mi è piaciuta nel libro ma non tanto quanto nella serie, a volte nel libro non è chiaro il suo modo di agire, viene accusata dagli altri di voler essere al centro dell’attenzione, ma pensando al suo passato di ragazza privata di questa agognata attenzione queste non sono accuse veritiere per me.

The Haunting of Hill House - Season One - Review - Always Our Forever Home (9).PNG

Sicuramente nella serie abbiamo anche molti altri temi da trattare mentre nel libro accade qualche fatto strano dal punto di vista paranormale ma la vicenda ruota attorno a questi 4 personaggi essenzialmente.

Infatti nella serie tv abbiamo come dicevo il personaggio della donna dal collo spezzato che segue Nell da sempre e come dissi anche mesi fa è intuibile che si tratti della stessa Nell, la cosa più interessanti di tutte però nella serie per me è la misteriosa porta rossa, cosa si nasconde dietro a questa? Perché Hugh non ha mai avuto una sua porta rossa?

Come dicevo nel libro non esiste la porta rossa ma Nell ad un certo punto comincia a diventare quasi una parte della casa, ne sente i movimenti, avverte gli spostamenti delle persone al suo interno, tranne che nella biblioteca viene detto, un altra camera invece che ha un’attenzione particolare nel libro è la camera delle bambine in cui c’un freddo innaturale, forse gli ideatori della serie sono ispirati a una di queste due stanze.

source.gif

Comunque cos’è la stanza rossa? E’ una stanza della casa che si trasforma, prende le sembianze del desiderio di chi entra all’interno, per Olivia era un salotto da lettura, per Luke la casa sull’albero, per Theo una stanza per danzare, insomma è una stanza molto importante e perché ne parlo ora, perché a fine serie quando tutti i personaggi entrano nella stanza si ripete un concetto che è presente anche nel libro, ovvero che la casa sembra digerire le emozioni e le sensazioni di chi abita all’interno, asseconda i pensieri e  gli stati d’animo delle persone, viene detto da Nell che la stanza è come lo stomaco dell’abitazione.

C’è anche nel libro questo concetto ma lì non troviamo una vera e propria stanza che condensa tutto ciò.

Insomma le opere sono molto diverse fra loro anche se i concetti citati nel testo vengono ripresi quasi tutti nella serie, ma in questa ne vengono aggiunti anche di nuovi, le puntate sono tante e alcune persone hanno criticato il fatto dell’allungare il brodo, io guardando la serie non ho avuto questa sensazione, come ho sempre detto uno dei pochi difetti della serie è il fatto di partire una po’ in sordina e magari nella serie alcuni concetti sono resi meglio di altri ma se non avete ancora visto questa serie tv ve ne consiglio la visione immediatamente perché io l’ho vista quest’anno e ad ora è per me una delle migliori scoperte del 2019.

Il libro mi è piaciuto molto, l’ho preso in mano, interrotto e ripreso non per colpa del testo ma a causa di vari impegni e di altre opere che stavo leggendo nel mezzo, ma una volta ripreso in mano l’ho divorato. Come sempre uno dei fatti più affascinanti della Jackson è l’analisi psicologica dei personaggi e dei misteri che si celano anche dopo la fine del libro, infatti tutto ruota sul “è successo davvero?”, la mente e uno stato di disagio in cui ci si trova può catapultarci in un mondo ambiguo?

A fine testo sembra palese che Nell sia finita in uno stato mentale disturbato prima di compiere un atto terribile, ascoltando il testo quest’atto è una conseguenza di Hill House ma anche di uno stato psicologico non del tutto sano già della ragazza.

Tutto termina in una spirale sempre più oscura e tetra in cui nulla è certo oramai, né ciò che si sente, né ciò che si pensa.

Quindi alla fine io non posso far altro che consigliarvi caldamente la visione e la lettura sia del libro che della serie, la serie è stata un’avventura come lo è stato il libro, quel tipo di avventura che ci si ricorda anche dopo mesi e colora un periodo di un preciso colore.

In entrambe le opere si fa leva sull’aspetto psicologico e deviante delle menti delle persone coinvolte, quanto è suggestione e quanto è realtà?

15-hohh-109.w700.h467.jpg

E voi?

Avete mai visto questa serie? Se sì cosa ne pensate? Vi è piaciuta? Se no, vorreste darle un’occasione? E il libro? Cosa ne pensate? Fatemi sapere!

A presto!

notes_190131_143522_b6d_1-e1548941801294

1984 – George Orwell

Buon martedì gente!

Come state? Febbraio è iniziato da 5 giorni e io non faccio altro che ripetermi che arrivare al 28 sarà un lampo… così, giusto per mettermi ansia.

Comunque, oggi parliamo di “1984” di George Orwell, il libro che abbiamo letto nel mese di gennaio sul gdl.

Pilastro del genere distopico che non vedevo l’ora di leggere, sentivo che era arrivato il momento per me di leggerlo e dato che ha vinto anche al sondaggio del gruppo ero davvero entusiasta per la lettura.

Nella recensione di oggi credo svierò in discorsi più ampi perché con i temi contenuti qui c’è questo rischio.

Iniziamo ragazzi/e, c’è tanto di cui parlare!

81Sf+7EhIeL

1984 – George Orwell

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Distopico

Pagine: 305

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di Pubblicazione: 1949

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

L’azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l’anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza “sovversiva”.

Bastava arrendersi e tutto veniva da sé. Era come nuotare contro una corrente che vi spingeva all’indietro a dispetto degli sforzi più disperati, dopodiché decidevate all’improvviso di girarvi e, invece di opporre resistenza, di abbandonarvi a essa. Nulla era mutato, se non il vostro atteggiamento. L’evento prestabilito si compiva comunque. Non riusciva a capire per quale motivo si fosse ribellato. Era tutto così facile, eppure…

Recensione

Mi capita spesso, sopratutto quando affronto testi come “1984” quindi classici contemporanei di una certa importanza, di fare un salto su Course Hero.

Course Hero è un sito americano creato per aiutare sopratutto gli studenti, affronta vari temi per varie materie, fra queste la letteratura con degli schemi davvero utili secondo me se vi state per approcciare ad un libro che magari vi intimorisce o è particolarmente difficile.

Io sono sempre stata molto intimorita da “1984” quindi prima di iniziare la lettura ho voluto fare un salto sul loro sito per visitare lo schema e una volta terminato il testo tutto ha avuto senso.

Quando si pensa a questo libro si pensa subito ad un pilastro del genere distopico giustamente, ciò che mi ha conquistata è la connessione fra vari sistemi che messi assieme rendono perfettamente durante la lettura l’idea di un sistema di sorveglianza quasi impossibile da rompere, una mentalità che sembra impossibile da riportare alla luce.

Dopo aver letto il libro ho letto anche qualche recensione in cui si dice che “1984 è il presente”, che questo libro “dona speranza”.

Non sono per nulla d’accordo con queste affermazioni, dopo aver letto questo libro ciò che ho perso è proprio la speranza ma non nel presente bensì per il mondo di 1984, ho perso la speranza per/in Winston.

E non sono nemmeno d’accordo con chi afferma con aria sconsolata che il 1984 è il presente, forse ci sono alcuni piccoli punti in comune ma non siamo a livello di 1984.

Andiamo con ordine comunque, ho talmente tanti stralci di pensiero su questo libro che sono avventata anche nel parlarvene.

Lo stile di scrittura mi è piaciuto ma non è il punto forte del libro, c’è qualche ripetizione ma non ho capito se è voluta, per seguire la mentalità di Winston e il fatto che molte volte riporta alla mente certi ricordi, oppure no anche perché queste ripetizioni di cui parlo non riguardano i ricordi di Winston (o alcuni concetti chiave) ma vere e proprie informazioni secondarie o dettagli fornite/i dall’autore.

Però in generale lo stile di Orwell mi è piaciuto, ho apprezzato molto i colpi di scena, l’apertura di alcuni capitoli, il piglio che hanno preso certe scene, il modo dell’autore di descrivere le emozioni.

«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo. Loro vogliono che si bruci l’e­nergia continuamente, senza interruzione. Tutto questo mar­ciare su e giù, questo sventolio di bandiere, queste grida di giubilo non sono altro che sesso che se ne va a male, che di­venta acido. Se sei felice e soddisfatto dentro di te, che te ne frega del Grande Fratello e del Piano Triennale, e dei Due Minuti di Odio, e di tutto il resto di quelle loro porcate?»

I personaggi sono ben caratterizzati, ecco, un punto forte del libro credo sia proprio questo, la caratterizzazione dei personaggi, Orwell su un dettaglio ci ricama un mondo ma mai in modo noioso, è tutto materiale per la comprensione dei personaggi e l’immagine che si ha di loro.

Winston a tratti mi è parso lontano altre vicino, a volte si perde altre invece è saldo sulle sue convinzioni.

Il mio principale problema con questo libro e che, a differenza di altre persone probabilmente, non mi ha aperto mondi nuovi, vuoi per il fatto che ne ho sentito parlare talmente tante volte che il senso di questo mi è sembrato un qualcosa di già scoperto o vuoi per il fatto che le dinamiche mi sono sembrate famigliari subito.

Non famigliari perché viviamo in un sistema come questo o altro, ma perché dopo poco mi sono sentita assorbita dalla mentalità di 1984 ed è stato facile da lì in poi immaginare la serie degli eventi.

Devo anche dire che se questo libro lo avessi letto 6 anni fa o se una persona nata nel 1950 lo avesse letto negli anni ’60 le cose sarebbero state diverse, ci sarebbe stata più sorpresa e scoperta che per me nella lettura non c’è stata più di tanto.

Detto ciò però riconosco il valore di questo testo e tutto sommato è una lettura che mi ha appassionata fino all’ultima pagina, i pezzi finali in cui si parla di Julia mi hanno angosciata molto.

Tra l’altro penso che le ultime pagine siano proprio quelle più interessanti, questo è uno dei casi in cui il fatto di non poter spoilerare mi pesa, il fatto che tutto sembra aggrumarsi e si arriva ad una vera conclusione nella mentalità di Winston.

Si ripete la formula 2+2=5 che nelle ultime pagine prende peso nella testa del protagonista, anche se nelle vecchie edizioni questa formula presente nelle ultime pagine viene lasciata in sospeso come per voler lasciare in dubbio il lettore sul pensiero dell’uomo.

L’ultimo pezzo del libro tra l’altro può essere considerato anche come un sogno, un trip quasi.

Ci sono diversi messaggi/luoghi che tornano diverse volte, una è “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” e/o la Stanza 101, luogo che si presenta sopratutto nell’ultima parte del libro.

Ci si interroga parecchio su ciò che accade in questa stanza e questa è una delle cose che non mi aspettavo, non avevo capito il reale scopo di questo luogo, pensavo fosse una camera adibita all’uccisione invece no.

Lo scopo del Partito, antagonista principale assieme al Grande Fratello, è quello di non sottomettere uomini ma quelli che un tempo erano uomini, svuotare le persone da tutto ciò che li rende umani, i sentimenti, quindi tutto ciò che comprende l’amore, l’amicizia, e anche gli stimoli che partono naturalmente per esempio l’istinto di protezione per qualcuno.

Annullare il pensiero proprio e instillare una mentalità uguale in ognuno, mirata a supportare e amare il Grande Fratello.

Leggendo il libro c’era un pensiero che continuava a balenarmi nella mente, per quanto un potere possa essere ben instillato, per quanto la gente possa essere schiava di questo, per quanto la società possa essere marcia fino al midollo, ci sarà sempre qualcuno che va contro a tutto questo, un ribelle, qualcuno che si rivolterà contro il Potere, la storia lo dimostra.

Questo è un pensiero che forse viene intravisto in 1984 ma non approfondito fino in fondo.

Nel caso di 1984 il passato non esiste o meglio:

Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato

La società di 1984 è costruita da Orwell nei minimi dettagli, non ci sono falle, questo senso di sorveglianza, di controllo del potere sulle persone è così forte che si avverte in modo prepotente.

E’ un libro angoscioso, per tutto, in ogni area della quotidianità in cui si guarda il senso di rigidità sembra essersi innescato in modo così profondo da non poter essere rimosso.

I meccanismi mentali che vogliono essere instillati dal Partito rappresentano nel vero senso della parola il lavaggio del cervello, un lavaggio fatto per poi riempire la mente e risvuotarla all’occorrenza con tutto ciò che il Partito desidera.

C’è poi il concetto del bipensiero:

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Sopratutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione.

A volte 2+2 fa 4 altre volte 5 insomma.

E’ un libro che mi è piaciuto, non in toto, ma i messaggi sono davvero potenti, alcuni concetti meritano il successo che hanno ottenuto, il quadro descritto da Orwell è agghiacciante, i ragionamenti sul Potere, sulla natura di esso chi vuole il potere, vuole il potere di per sé, ciò che simboleggia il potere, sono frasi che vanno all’essenza di questioni intricate.

Voto:

progetto-senza-titolo-5.jpg

Ho deciso di dare quattro stelle perché era un libro che aspettavo da anni di leggere e forse mi sono illusa un tantino, ma fortunatamente non troppo, comunque è stata una lettura coinvolgente che rifarei altre volte di certo.

E’ un libro che consiglio a tutti, alcuni punti non mi hanno convinta al punto tale da assegnare cinque stelle ma dopo averlo letto non faccio altro che pensarci e interrogarmi sul senso di alcune scene e qualcosa mi dice che non smetterò presto di farlo.

Detto ciò ragazzi/e, ditemi, voi avete mai letto “1984”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perché?

A prestissimo!

notes_190131_143522_b6d_1

Neve – Maxence Fermine

Buon giovedì cari/e!

Oggi torno con una recensione che avrei dovuto pubblicare settimane fa, ma per una cosa e l’altra ho aspettato ma questo credo sia il momento giusto perché qualche giorno fa ho pubblicato un CitaTime su questo libro, e di solito quando pubblico un CitaTime è sempre su un libro che sto leggendo al momento o un libro letto tempo fa di cui a breve uscirà una recensione.

Questo è il secondo caso, forse vi avevo accennato qualcosa riguardo a questo titolo tempo fa ma non ricordo.

Comunque, finalmente parliamo un po’ di Neve di Maxence Fermine.

Iniziamo!

762201_2411153 (1).jpg

Neve – Maxence Fermine

Casa Editrice: Bompiani

Genere: Narrativa Contemporanea

Pagine: 107

Prezzo di Copertina: € 11,00

Formato ebook non disponibile

Anno di Pubblicazione: 2001

Link all’Acquisto: QUI*

 

Trama

Giappone, fine Ottocento. Yuko, diciassettenne ribelle, lascia la famiglia per diventare poeta. Ma la sua poesia, dedicata interamente alla neve, è troppo bianca, e per imparare a darle colore Yuko deve seguire gli insegnamenti del vecchio poeta Saseki, ormai divenuto cieco. Saseki, attraverso il racconto della sua passione per Neve, una ragazza bellissima venuta dall’Europa e scomparsa mentre cercava di attraversare un precipizio sospesa su una fune, insegna a Yuko la forza e la potenza dell’amore. E con questo insegnamento Yuko diverrà non solo un grande poeta ma – cosa più importante – un essere umano capace di amore.

Portava con sé come unico bagaglio l’oro della fede nell’amore e nella poesia.

Recensione

Allora, inizio con il dire che di questo autore non avevo mai letto nulla, è un autore francese, e successivamente a “Neve” nel corso degli anni sono usciti altri due romanzi legati a questo, è una trilogia particolare perché i personaggi sono diversi, come l’ambientazione e la storia ma si chiama “la trilogia dei colori” e si può trovare anche in un unico volume che raccoglie i tre romanzi, qui.

Io ho letto solo “Neve” appunto ma leggendo le trame degli altri due volumi mi è sembrato di cogliere un punto in comune, ovvero la rivelazione nella vita dei personaggi di un qualcuno, o un qualcosa che sconvolge l’ordine di questa.

Parlando di “Neve” l’ho trovato un romanzo piacevole ma niente di sconvolgente.

Ho letto ottime recensioni e la lettura mi ha appassionata, è anche piuttosto breve e veloce come testo poi parleremo meglio dell’impostazione, ma dopo averlo terminato non ho avvertito nulla di consistente rimanere nella mia mente o girovagare tra i miei pensieri.

Anzi c’è una cosa che mi è rimasta ma non riguarda il libro in sé piuttosto, dato che ho acquistato questo libro mesi fa su Libraccio in una condizione usata, è una frase scritta a trattopen presumo all’interno.

Adoro acquistare e leggere libri usati segnati o scritti dentro perchè inizio a fantasticare su chi fosse il proprietario prima, a chi era indirizzata quella frase, qual’era il rapporto fra queste persone…

E’ una frase molto bella, “avrei dovuto farlo 2 anni fa, questo libro appartiene a entrambi, ma penso non servano altre parole”, è firmata ma per privacy nei confronti dell’autore non scriverò ovviamente il nome.

Questo è uno dei motivi per cui conserverò sempre questo libro, a meno che non venga contattata dall’autore della frase in questo caso sappi che sarà un piacere per me rispedirtelo.

Comunque parliamo dello stile in cui è scritto, mi ricorda l’haiku giapponese ma solo per la forma di alcuni capitoletti, a proposito questi sono molto brevi e lo stile di scrittura è pulito, lineare, molto poetico e a tratti romantico.

Ipotizzo l’autore abbia deciso di adottare una forma stile haiku data la professione del protagonista.

Quindi lo stile mi è piaciuto, fa sognare panorami freddi e innevati, sentimenti profondi e momenti decisivi della vita.

Il punto forte del libro credo sia proprio l’ambientazione e il titolo stesso, la neve, che incorona tutto, la neve da il nome ad un altro personaggio molto importante per il protagonista, la neve è la musa di di Yuko, il protagonista.

Non sembra si legge un libro inerente con il titolo di esso ma in questo caso all’interno si trova esattamente la neve, neve bianchissima, candida, che ricopre tutto, attutisce i rumori del mondo e decora tutto.

E i personaggi?

Mi sono piaciuti molto, sia il protagonista che quelli di contorno, sopratutto Soseki, l’anziano mentore del giovane poeta, e la sua storia.

Potrebbe sembrare raccontandola una storia già letta, nulla di originale, eppure l’ambiente in cui si svolge, i sogni del protagonista e la sequenza delle scene sono molto originali, tutto si concentra sull’amore e la poesia.

Non credo ci sia un modo semplice per scrivere dell’amore perché se lo si fa con troppo poco cuore si finisce per sembrare scontati, se lo si fa con troppo si rischia di sbordare dalla posizione di narratore e venire avvertiti come protagonisti più che scrittori.

In questo caso c’è un equilibrio ma a tratti ho avuto l’impressione di leggere qualcosa di già letto, quindi c’è una via di mezzo ma non capisco fino a che punto l’autore ha voluto trasmettere questo amore e descrivere questo sentimento.

La storia è ambientata nell’Ottocento ma ho sentito di essere in questo tempo solo in alcune scene.

La potenza delle immagini però e delle scene è davvero forte sopratutto se la neve vi evoca ricordi particolari magari, più che Yuko infatti a tratti mi sembrava che la protagonista fosse la neve.

Come scrivevo prima il racconto anche di Soseki, nella seconda parte del libro è potente, mi ha fatto riflettere anche, leggendo ciò che gli era accaduto, il suo legame con la poesia come questa possa mutare in seguito a varie esperienze e mai come in questo libro ho ritrovato questa “informazione”.

Lo consiglio anche a chi legge poesia o a chi scrive poesia perché questa professione non è raccontata solo come se fosse un lavoro ma uno stile di vita, un’essenza dell’anima.

Quindi ci sono tanti punti che ho apprezzato, è stata una lettura veloce ma intensa a tratti, non in toto ma ho ripensato a diverse frasi inserite all’interno anche dopo la lettura.

I miei problemi principali sono stati quelli di trovare ogni tanto qualche risoluzione o breve epilogo a scene precise non originalissimo, e a parte qualche frase il libro non mi è rimasto così impresso.

Voto: 

Progetto-senza-titolo-29.jpg

Tre stelline e mezzo penso sia un voto giusto per me, secondo la mia opinione ovviamente ma sono molto curiosa di conoscere la vostra, avete mai letto questo libro? Sì? Vi è piaciuto? No? Perché?

Fatemi Sapere!

A domani!

Elisa

 

 

 

 

CitaTime

La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve.

Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro.

Maxence Fermine

Cecità – Josè Saramago

Buon mercoledì cari/e!

Oggi recensione, in particolare del libro che abbiamo letto nel mese passato sul gruppo di lettura.

Inizio con il dire che ero intimorita da questo libro e da questo autore, per anni ho sentito e letto recensioni riguardanti le opere di Saramago e il timore che provavo nei confronti di questo autore è cresciuto sempre di più, non so dirvi per quale motivo, semplicemente ho visto talmente tanti pareri positivi che avevo paura di rimanere delusa una volta letto un libro scritto da lui.

Infatti, quando “Cecità” ha vinto come libro del mese io lo possedevo già in libreria, intonso dal giorno dell’acquisto.

Quindi, tutto ciò per dire che sono felice di aver finalmente letto qualcosa di suo, anzi una delle sue opere più famose.

Vi parlerò tra qualche riga del perchè sono felice di ciò quindi, non perdiamo altro tempo e iniziamo con la recensione!

9788807881572_0_0_762_75

Cecità – Josè Saramago

Editore: Feltrinelli

Pagine: 288

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 9,50

Prezzo ebook: € 6,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1995

Link all’Acquisto: QUI *

Trama

In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui, e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.

La coscienza morale, che tanti dissennati hanno offeso e molti più rinnegato, esiste ed è esistita sempre, non è una invenzione dei filosofi del Quaternario, quando l’anima non era ancora che un progetto confuso. Con l’andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi genetici, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.

Recensione

Come scrivevo prima, il mio timore nei confronti di questo libro andava a pari passo con l’enorme successo che questo ha ricevuto dalla data di pubblicazione.

L’autore, vincitore anche del Premio Nobel per la Letteratura nel 98′ è venuto a mancare nel 2010 dopo aver pubblicato testi come “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”, “La Caverna” e “Viaggio in Portogallo”, assieme a molte altre opere.

Iniziamo parlando del come è scritto questo libro, la sintassi è particolare, ho letto molte opinioni a riguardo e un buon tot di persone hanno apprezzato questa scrittura mentre altre per nulla.

Personalmente all’inizio mi sono leggermente stupita ma dopo poco non ci ho più fatto particolare caso anzi penso sia uno dei tratti distintivi del romanzo e non potrei immaginarlo scritto in altro modo.

Faccio riferimento sopratutto ai dialoghi che forse all’inizio possono ingannare il lettore.

Un altro tratto distintivo del romanzo che era un’aspetto che agli inizi della lettura mi preoccupava, è il fatto che i personaggi non hanno nomi, si distinguono per alcune caratteristiche fisiche precise, per esempio “il medico, l’uomo con la benda, la ragazza, il ladro e nonostante il fatto che non abbiano un nome Saramago riesce comunque a caratterizzare alla perfezione i propri personaggi.

E’ un talento incredibile che mi ha sorpresa perché mi aspettavo una confusione totale nel passaggio tra un personaggio e l’altro mentre invece ogni personaggio si riconosce immediatamente e quasi non appena si legge la caratteristica con cui l’autore lo ha nominato/a il suo viso (non descritto) si delinea nella mente, senza indizi.

Questo distacco, questa precisa scelta che fa l’autore per come l’ho personalmente interpretata è un modo per tramettere al lettore un messaggio importante ovvero che quella ragazza, quel ladro o quel medico potremmo essere noi.

Un’altro punto forte della scrittura è anche il fatto che non è complicata o artefatta anzi io l’ho trovata alla portata di tutti con qualche istante forse di critica sottile più marcata o metafora più lunga ma non è per nulla uno stile difficile da leggere.

E’ romanzo sopratutto critico e direi negativo nei confronti del genere umano, leggendo questo libro non si può che pensare ad un certo punto “quindi siamo persi per sempre?”, non importa il fatto di avere una mentalità positiva o negativa, io penso di fare l’occhiolino alla prima categoria ma prima di tutto sono realista quindi la visione che dona questo titolo sul mondo e sull’umanità è reale purtroppo, ovviamente ci ritroviamo in una situazione distopica in questo caso ma tolto questo fattore l’umanità descritta direi che somiglia a quella vera.

E’ un libro violento per il messaggio che trasmette, crudo e con alcune scene piuttosto forti.

Non è di certo un libro facile da affrontare nonostante come dicevamo, la scrittura scorrevole, il messaggio che aleggia per tutte le 288 pagine è duro da digerire e come uno schiaffo in pieno volto ti rimanda a quella che è la più dura delle realtà.

Da un punto in poi in particolare l’angoscia fa da padrona nella lettura, leggere ciò che accade pagina dopo pagina ad un’umanità satura di menefreghismo, di egoismo, è un’esperienza triste da affrontare.

Saramago è un’autore che nel corso della propria vita è stato criticato in modo feroce per le sue posizioni e idee piuttosto marcate riguardo la religione, la politica e altri ambiti, in questo libro a volte ho avvertito un po’ di cinismo ma credo che sia un sano cinismo in questo caso.

A volte apprezzo il cinismo quando non è troppo esagerato o insistente, qui non credo lo sia anche perché  il romanzo stesso si basa sulla cecità delle persone e sulla perdizione della ragione e di ciò e di chi siamo nei confronti degli altri, dei sentimenti più negativi e primitivi dell’uomo, quindi accetto questo cinismo con tranquillità.

Penso sia uno di quei libri che una volta letto e compreso il messaggio non avrai mai più voglia di rileggere.

Perché si dovrebbe leggere “Cecità”, per aprire forse di più gli occhi e per aumentare il proprio livello di cinismo.

Di certo non è un libro adatto a tutti, a me è piaciuto, non so se leggerò altro di Saramago almeno per il momento, mi sento come quando si mangia troppa torta o troppa anguria (per essere in tema con l’estate) e per settimane o giorni non si ha più voglia di torta o anguria.

Probabilmente solo in un mondo di ciechi le cose saranno ciò che veramente sono.

Voto:

Progetto senza titolo (63)

Quattro stelle mi sembra un voto assolutamente giusto per l’esperienza che ho avuto con questo libro.

E voi? Avete mai letto qualcosa di Saramago? Sì? Vi è piaciuto? No? Vorreste farlo? Fatemi sapere!

A prestissimo,

Elisa

 

Smith&Wesson – Alessandro Baricco

Buon mercoledì e buon proseguimento di settimana!

Avete trascorso un buon weekend? Come procede l’esistenza?

Per iniziare nel migliore dei modi questa settimana, eccomi qui con una nuova recensione.

Infatti oggi parliamo per bene di Smith&Wesson di Alessandro Baricco, un titolo che ho letto nel giro di 1/2 orette, quindi in un tempo davvero breve qualche sera fa.

Direi di iniziare subito perché c’è molto da dire sia sull’autore che sull’opera, quindi non perdiamoci in chiacchiere e andiamo a parlare subito di questo titolo.

9788807887390_0_0_1554_75.jpg

Alessandro Baricco – Smith&Wesson

Editore: Feltrinelli

Pagine: 108

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 7,00

Prezzo ebook: € 4,99

Anno della Prima Pubblicazione: 2014

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c’è il destino di un’impresa da vivere. E l’impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori e di falliti che Rachel può legare al suo carro di immaginazione e di avventura. Ci vuole anche una botte, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. È il 21 giugno 1902. Nessuno potrà mai più dimenticare il nome di Rachel Green? E sarà veramente lei a raccontarla quella storia?

 

Ci aspettavamo un sacco di cose dalla vita, non abbiamo combinato niente, stiamo scivolando giù nel nulla e lo stiamo facendo in un buco di culo dove una splendida cascata ogni giorno ci ricorda che la miseria è un’invenzione degli uomini e la grandezza il normale andazzo del mondo. (…) una sola cosa ci può salvare (…) Il nostro talento.

Recensione

Allora, iniziamo subito con il botto parlando dell’autore, Baricco è diventato con gli anni uno scrittore in voga nel panorama editoriale italiano, per qualche motivo lo associo sempre a Benni, alla fine sono due autori italiani, piuttosto conosciuti in Italia, con uno stile a tratti simile, con titoli diversi ma particolari a volte, insomma ci sono diversi punti in comune fra questi due autori.

Baricco è un po’ come Bradbury, o ti piace oppure lo eviti categoricamente.

A me devo dire che piace tutto sommato, nonostante non abbia apprezzato tutte le sue opere, o almeno quelle che ho letto in passato, però Novecento (forse il suo scritto più famoso) è ancora ad oggi uno dei miei libri preferiti che ogni tanto rileggo ancora.

Comunque, mi piace ascoltare il suo modo di parlare di alte opere (come quell’occasione in cui ha parlato di Furore di Steinbeck) e trovo il suo stile piacevole.

Questo testo però, quello di cui parliamo oggi ovvero Smith&Wesson non mi ha convinta più di tanto.

E’ scritto a mo’ di piéce teatrale quindi è molto scorrevole e veloce da leggere, anche perché lo stile di Baricco si riconosce sempre e non è qualcosa di ostico o lento anzi è semplice.

Sullo stile quindi non posso puntare il dito e dire che non mi è piaciuto perché il solito Baricco, niente di più niente di meno e quando prosegui nel leggere le sue opere ti aspetti questo però la vicenda non mi ha convinta.

E’ un libro che inizia bene, in modo interessante e con tanti punti che spingono il lettore a continuare ma si esaurisce piano piano, pagina dopo pagina.

Non mi aspettavo un epilogo come questo ma non mi ha suscitato una gran sorpresa a dire il vero, forse perché avevo già perso interesse o forse perché il finale può andare a parare da una precisa parte o dall’altra, ci sono due finali possibili non di più.

Ovviamente i cognomi dei personaggi (che compaiono nel titolo) sono un largo riferimento ad una famosissima marca americana di armi da fuoco ma si fa una battuta nelle prime pagine riguardo questa coincidenza e nulla di più, ho fatto anche diverse ricerche ma non ho compreso al 100% la scelta di dare questi cognomi ai personaggi.

Il terzo personaggio è una donna, nel libro si chiama Rachel Green (come quella di Friends, sì) ma in realtà è ispirata ad una donna realmente esistita ovvero Annie Taylor Edson che nel lontano 1901 si buttò giù dalle cascate del Niagara dentro una botte con il suo gatto, uscendone illesa, tranne per una ferita alla testa.

Ora, non facendo spoiler, non posso dirvi nulla sul destino della cara Rachel ma forse il suo personaggio è quello che mi ha suscitato più simpatia.

E’ una giovane giornalista che vuole scrivere ad ogni costo e una notizia simile è proprio ciò di cui ha un grande bisogno, quindi assieme a Smith un meteorologo quasi a tempo perso e Wesson un signore che conosce a memoria le cascate e “ciò che c’è sotto” tenterà in questa impresa, i due lo fanno per soldi, lei per diventare una giornalista famosa.

Il concept è interessante ma tutto va avanti troppo, troppo, velocemente, quindi non si riesce dal punto di vista del lettore a conoscere per bene i personaggi e ci sono troppe battute d’effetto per quanto mi riguarda che servono a dire che ci sono belle frasi in questo libro ma che non sono realistiche.

In più credo che alcune scene siano state inserite apposta per far commuovere il lettore e fargli forse pensare di aver gradito questo libro, alcuni risvolti sono troppo scontati, è come se non ci fosse molta invettiva baricchiana in questo libro.

Le idee brillanti, le frasi che significano davvero qualcosa di profondo tipiche di Baricco che trovai ai tempi in Novecento, qui mancano.

Nonostante sia un libro corto, alcuni pezzetti sono inutili ai fini della trama, altri personaggi che meritano almeno una descrizione vengono ignorati, insomma per quanto mi riguarda ci sono troppi punti ai quali l’autore è venuto meno inaspettatamente.

Durante la lettura non avvertivo quella passione tipica dell’autore nei confronti di una vicenda o di un personaggio, è una storia tiepida, a tratti perfino fredda.

Il punto finale come vi dicevo è stato inserito come manovra per far credere al lettore di essersi innamorato del libro in questione ma è trucco narrativo davvero scontato che si sarebbe potuto evitare.

Insomma, qui non ho per nulla riconosciuto lo stesso Baricco di Novecento e me ne dispiaccio, un’opera minore rispetto alle altre può sempre esserci non dico di no, ma con un concept così interessante è un vero peccato arrivare a risultati simili.

 

Voto:

Progetto senza titolo (49)

 

Tra l’altro con questo titolo rispondo ad un punto (finalmente) della Read Harder Challenge del 2018 a cui ho deciso di partecipare, per essere precisa il punto numero 15, un libro che si legge tutto in una volta.

Insomma, questo titolo non mi è piaciuto, penso che due stelle siano più che giuste, ho riflettuto a lungo sul contenuto che questo titolo mi ha lasciato e qualche giorno dopo la lettura mi sono resa conto che non mi era rimasto quasi nulla di ciò che avevo letto.

E voi? Avete letto Smith&Wesson? Vi piace Baricco? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Elisa

 

 

 

CitaTime

La donna si fissò le mani, poi alzò gli occhi verso il mio viso: – Mr. Stevens, mi dispiace tanto, – disse, e poi aggiunse: – Vorrei riuscire a dirvi qualcosa -.
– Non ve n’è alcun bisogno, Miss Kenton.
– Il Dr. Meredith non è ancora arrivato -. Poi, per un attimo, la donna chinò la testa e le sfuggì un singhiozzo. Ma quasi subito riprese la propria compostezza e con voce ferma domandò: – Venite su a vederlo? –
– Sono molto occupato in questo momento, Miss. Kenton. Tra poco, forse.
– In tal caso, Mr. Stevens, mi permettete di chiudergli gli occhi?
– Vi sarei estremamente grato se lo faceste, Miss Kenton.
La donna cominciò a salire le scale, ma io la fermai, dicendole: – Vi prego, Miss Kenton, di non voler giudicare eccessivamente sconveniente il fatto che io non salga a vedere mio padre proprio nel momento in cui è deceduto. Ma, vedete, sono certo che egli avrebbe desiderato che io non interrompessi il servizio proprio ora.
– Naturalmente, Mr. Stevens.
– Se facessi altrimenti, sento che lo deluderei.
– Naturalmente, Mr. Stevens.

– Quel Che Resta del Giorno – Kazuo Ishiguro

Il Racconto dell’Ancella – Margaret Atwood

Buon lunedì gente e buon inizio settimana!

Ci stiamo avvicinando al Natale ragazzi, manca poco ormai e purtroppo manca poco anche alla fine della #Xmasmaratona, lo so, è molto triste.

Ma non pensiamoci ancora, abbiamo ancora un buon numero di giorni davanti a noi prima di Natale , giusto?

Nonostante il mio entusiasmo per questa festività mancano ahimè ad oggi all’appello ancora tutti i regali e i due simboli del Natale per eccellenza, il presepe e l’albero… rimedierò al più presto.

Oggi comunque, ridendo e scherzando, siamo qui con una recensione alla quale tengo molto, ovvero la recensione del titolo che abbiamo letto per il mese di novembre (e parte di quello di dicembre) sul gruppo di lettura.

Iniziamo subito perché c’è molto da dire!

 9788868337421_0_0_0_75 (5)

Il Racconto dell’Ancella – Margaret Atwood

Editore: Ponte alle Grazie

Pagine: 398

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): €16,80

Ebook non disponibile

Anno della Prima Pubblicazione: 1985

Link all’Acquisto: QUI

Trama

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica. Quello che l’ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

Il momento del tradimento è il peggiore, il momento in cui sai senza alcun dubbio che sei stato tradito, che qualche altro essere umano ti ha augurato un male così grande. Era come trovarsi in un ascensore che si è staccato dall’alto. Si precipita, e non si sa quando, con un urto, si toccherà il fondo.

 

Recensione

Questo è uno di quei casi in cui dopo aver terminato la lettura non so come trasmettervi nel migliore dei modi le emozioni che ho provato e l’idea che mi sono fatta.

Quando un libro mi piace molto, raccontarlo diventa difficile per me.

In questo caso, il libro di cui parliamo oggi tratta di una tematica a me molto cara, ho rimandato a lungo la lettura di questo titolo essenzialmente perché avevo aspettative molto alte e temevo di essere costretta ad abbassarle.

Non è stato così, il libro mi è piaciuto molto e ha rispettato in pieno l’idea che mi ero fatta di questo.

Iniziamo parlando dello stile della Atwood, è molto pulito e chiaro senza troppi fronzoli, infatti sullo stile di scrittura dell’autrice avevo un opinione diversa dalla realtà infatti mi immaginavo una scrittura più ricca, edulcorata, satura di descrizioni leggermente altezzosa anche.

Invece l’autrice ha sempre uno stile lineare, mai eccessivamente prosperoso, le descrizioni degli ambienti sono costruite tramite molte metafore (trucco che a me piace sempre).

E’ uno stile che punta a trasmettere, combinato con l’atmosfera, una certa freddezza quasi come una specie di studio medico, bianco, asettico, con quell’odore di farmaco che appesantisce l’aria, ecco mi sono sentita come in un ambiente simile durante la lettura.

Toglie il respiro e dona una sensazione di claustrofobia che difficilmente ho provato leggendo un libro.

All’inizio il libro non mi ha presa molto, è un libro in cui certe volte succedono degli eventi imprevisti che l’autrice è brava a ponderare e ad inserire nel momento giusto, ma per qualche motivo non mi catturata immediatamente.

Per qualche settimana addirittura non l’ho toccato, stavo leggendo altro e purtroppo non ho avuto molto tempo per leggere a novembre, ma una ripreso in mano mi sono incollata alle pagine fino alla fine e nel giro di pochi giorni l’ho terminato.

Parlando della protagonista, Difred in cui il nome sottolinea l’appartenenza di questa donna a Fred suo Comandante, ho letto diverse critiche che si smuovevano verso la Atwood per una protagonista a tratti poco combattiva.

Posso capire questo ragionamento, perché a volte capita di incontrare nei libri personaggi a cui vorremmo dare una spinta per smuoverli (per me era il caso di Evie de “Le Ragazze”), nel senso che al termine della lettura pensando a questa donna si arriva alla conclusione che in alcuni punti lei venga avvertita come donna con poco spirito in una situazione in cui bisognerebbe combattere per i propri diritti.

Però io personalmente non sento di criticare Difred, perché vive una situazione terribile, la sua vita viene ribaltata e dal conoscere una normalità libera di un certo tipo si passa ad un regime rigido e inumano di cui si ha paura, è inutile fingere di non provare paura e improvvisarsi eroi quando si teme per la propria vita.

Come per lo stile e l’ambientazione anche i personaggi e perfino la protagonista risultano asettici e distanti, è difficile entrare in sintonia con Difred non perché risulti poco umana semplicemente i pensieri che compie sono individuali e anche se ci sta raccontando una storia lei si chiude nel suo bozzolo da cui sembra impenetrabile.

Noi veniamo a conoscenza dei suoi pensieri, dei suoi dolorosi ricordi, delle sue paure, dei suoi desideri ma sotto sotto (almeno per me) rimane un’estranea.

Anche se questo effetto di distacco per quanto mi riguarda è voluto dall’autrice.

Come gli altri personaggi che vengono analizzati ma in parte perché essendo la protagonista quella di cui sappiamo di più è Difred, tra l’altro non scopriremo mai il suo vero nome ed è quasi come seguire da vicino una persona senza conoscere il suo nome, conoscere la sua vita e non il suo nome.

La solidarietà femminile non esiste in questo libro, è come se la società (modificata ad un certo punto) abbia fatto tutto il possibile per imprimere nella mente della gente un indifferenza e una rassegnazione tale per la quale non si lotta più, questo pensiero corrotto ha vinto e tutti hanno mollato.

E’ spaventosa un immagine simile, terrificante, perché pensare ad un tipo di ragionamento assurdo che riesce a far cadere la nostra libertà, a sottometterci come esseri umani sotto ogni punto di vista, reprimendo la nostra stessa umanità è mostruoso.

Prima di leggere il libro avevo letto commenti del tipo “potrebbe succedere anche a noi” e man mano che sfogliavo le pagine questo tipo di ragionamento non mi sembrava più così assurdo ma in una veste diversa.

Il mondo ha vissuto periodi come quelli descritti in questo libro, anche se non uguali ma simili, e conosciamo questa sensazione di guerra persa in partenza, di ribellione inutile e di attesa che governa in mondo quando c’è in atto un conflitto.

Ovviamente il pensiero che insegue il lettore per il tutto il testo è l’immagine della donna, questo libro è stato ritenuto femminista ma più che mostrarci ciò che non funziona nella civiltà nelle confronti delle donne ci sbatte in faccia quelli che sono i diritti di quest’ultime che se vengono sottratti ci rendono, noi umanità, pari a delle bestie.

E’ questo il messaggio principale del libro per quanto mi riguarda, nel momento in cui i diritti, la libertà e l’umanità vengono repressi e tolti, cosa rimane?

Così per gli uomini e per le donne.

Un altro messaggio non forte come questo ma positivo e ugualmente importante è che non importa in quale società distopica, svantaggiosa e così indifferente nei confronti delle persone ci possa ritrovare, ci sarà sempre, sempre, un moto di ribellione.

A qualcuno le cose non andranno mai bene così come sono e anche se in silenzio o in minoranza questa gente a cui non va bene lotterà per soverchiare il regime.

E’ un libro che rimane nel tempo e scava un angolino dentro chi lo legge per lasciare questi messaggi a volte di speranza a volte di ammonimento nei confronti dell’umanità.

Ha una grande potenza questo libro perché apre gli occhi, e niente è più determinante di questo, su ciò che potrebbe accadere se si scivola verso l’indifferenza, verso il rinnegare la nostra umanità e i nostri invalicabili diritti.

Ha un finale aperto quindi ogni persona ha la facoltà di scegliere come secondo lei/lui sono andate avanti le cose, questo libro è costituito come una prova storica quindi alla fine si legge di vari storici che ritrovando questa testimonianza di Difred fanno le loro ipotesi.

Voto:

Progetto senza titolo (13)

E’ stato senza dubbio uno dei libri migliori che abbia letto quest’anno, speravo mi sarebbe piaciuto e così è stato.

Questo libro è come un pugno nello stomaco che ti fa realizzare l’importanza di ogni individuo e la deviazione di una società che manda all’aria i diritti delle donne utilizzandole come oggetti per la riproduzione, come corpi vuoti incapaci di provare emozioni, in luogo in cui la libertà è severamente punita e un lusso che non ci si può più permettere.

 

Bene, questo era tutto per oggi!

Voi? Avete mai letto questo libro? Sì? No? In questo caso vi consiglio di rimediare subito!

Noi ci leggiamo domani gente!

Elisa