Cari Mora – Thomas Harris

Buon venerdì e ben ritrovati!

Finalmente ci rileggiamo, da quanto tempo! Come avete trascorso le vacanze? Vi siete rilassati/e, goduti/e l’estate?

Ritorno dopo settimane di nulla cosmico dovuto a problemi famigliari che mi hanno, purtroppo, impedito di essere attiva. Questo 2021 non sta andando da programma per quanto riguarda la pubblicazione qui sul blog, ma parecchie problematiche sono sorte. Ma ora, mirando ad un settembre più proficuo e costellato di articoli (anche arretrati), spero di poter tornare al meglio e ad un ritmo sostenuto con la pubblicazione.

Vi ringrazio per la pazienza e dai, dai, dai, brindiamo ad un settembre (e un futuro) pieno di articoli!

Sicuramente torneranno anche articoli diversi dalle recensioni, articoli che negli ultimi mesi sono venuti a mancare, ma oggi ci ributtiamo in un’altra recensione, certo, quella di “Cari Mora” scritto da Thomas Harris.

Iniziamo subito perché vi ho già fatto attendere troppo per questa recensione!

Cari Mora – Thomas Harris

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Thriller

Pagine: 256

Prezzo di Copertina: € 7,90

Prezzo ebook: € 3,99

Anno di P. Pubblicazione: 2019

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Due uomini discutono nel cuore della notte. Li separano quasi millesettecento chilometri. Entrambi hanno un parte del viso illuminata dal cellulare. Sono due mezzi volti che parlano nel buio.

Trama

Venticinque milioni di dollari in lingotti d’oro appartenuti a Pablo Escobar sono sepolti in una grande e misteriosa villa nella baia di Miami Beach. Il bottino fa gola a molti, gente senza scrupoli che tiene d’occhio la casa. Primo tra tutti Hans-Peter Schneider, un uomo perverso e pericoloso che vive delle fantasie malate di altri uomini ricchi. Cari Mora è una ragazza colombiana di venticinque anni con un passato drammatico, scampata alla violenza del suo paese. È l’unica persona ad aver accettato di fare la custode di quella villa; la sola a non temere le voci inquietanti che circolano su quel luogo. Bella e coraggiosa, è la preda perfetta per Hans-Peter, che nel frattempo ha affittato la villa per cercare di mettere le mani sul tesoro di Escobar. E sulla ragazza. Ma Cari Mora ha doti sorprendenti, un’intelligenza fuori dal comune e innanzitutto è una sopravvissuta.

Recensione

Thomas Harris ha riscosso un gran successo anni fa per la quadrilogia di Hannibal Lecter, di cui fa parte anche il famoso “Il Silenzio degli Innocenti“, da cui è stato tratto il pluripremiato film con Anthony Hopkins e Jodie Foster.

Ma dai testi di Harris è stata tratta anche la serie tv “Hannibal“, con Mads Mikkelsen e Hugh Dancy, complessiva di tre stagioni.

Insomma è un autore che ha avuto una buona dose di successo con i suoi testi precedenti, “Cari Mora” invece, il libro di cui parleremo oggi, è la sua ultima fatica uscita nel 2019. E’ un testo che non ha nulla a che fare con quelli precedenti, è uno stand alone insomma.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile si adatta alla perfezione ad un testo basato interamente sull’azione, è secco, veloce, scattante, i periodi sono in genere brevi e concisi, il tutto punta ad un ritmo crescente che porta il lettore al prossimo colpo di scena con il fiato sospeso.

O almeno, questo è lo stile che ci ritroviamo davanti per la maggior parte del tempo, ma in alcune scene funziona peggio rispetto ad altre, tra l’altro non saprei dire se è un problema di traduzione oppure no (avendolo letto solo in italiano), ma alcune frasi non fanno capire una determinata scena o azione.

Di azione ne abbiamo senza dubbio, ma molte volte le azioni sembrano piombare dal nulla, non si comprende il processo che porta un personaggio a agire in un modo, è il classico caso in cui un libro smuove azioni forzate, messe in moto solo per arrivare ad un punto, ma ciò è molto evidente, troppo evidente, al punto da essere sgradevole.

Mi spiego meglio, forse per la brevità (a tratti non necessaria), o per la traduzione, alcune frasi sembrano quasi tagliate, l’autore vuol far comprendere la dinamica di un movimento, ma sembra semplificare il tutto e togliere informazioni necessarie, in questo modo molte volte non capiamo cosa sta esattamente facendo un personaggio, cosa sta pensando o come si è mosso.

Il ritmo quindi è veloce, sono circa 250 che scivolano via in breve tempo.

Le atmosfere invece sono sempre legate al mondo del crimine, ci troviamo in una villa vicino a criminali senza scrupoli, ascoltiamo conversazioni fra assassini, assistiamo ad omicidi, torniamo anche indietro nel passato in guerra, insomma siamo sempre immersi in scenari di una certa pesantezza dal punto di vista delle atmosfere.

Personaggi, sono così e basta

Questo libro raccoglie, a mio avviso, molti problemi che possono sorgere quando la scrittura non va nel migliore dei modi, o si vuole forzare a tutti i costi una storia, ignorando aspetti importanti, ad esempio i personaggi.

Ritroviamo il classico “i personaggi buoni sono buoni e basta, i cattivi sono cattivi e basta”, non c’è un indagine dietro, un analisi del personaggi, l’essere buono di un personaggio viene giustificato da qualche pagina di flashback in cui l’autore ci fa capire che dobbiamo tifare a tutti i costi per lei perché ha vissuto tempi terribili.

Lungi da me sminuire il passato traumatico di un personaggio, ma qui da come è strutturato il libro questo inserimento sembra una toppa sistemata dall’autore per farti empatizzare a tutti i costi con Cari Mora che dovrebbe essere la protagonista, ma che ahimé (per me) non ha la personalità di una protagonista.

Manca di sostanza, se non fosse stata etichettata dall’autore come protagonista non si sarebbe distinta dagli altri, è una ragazza forte senza dubbio, ma manca tutto il contorno alla sua personalità.

Il passato in questo libro viene usato come mero strumento per farti capire/empatizzare con i personaggi.

Ora parliamo un poco del villan di turno Hans-Peter, che è forse uno dei peggiori villan che io abbia mai avuto la sfortuna di incontrare in un libro.

Questo uomo e le dinamiche che si porta dietro sono un disastro.

Prima parlavamo di forzature, ecco lui e la sua storyline, che arriverà ad intrecciarsi con quella di Cari Mora, sono assai forzate.

Hans è un criminale che affitta la villa di Escobar per trovare il tesoro nascosto mentre Cari lavora come custode, si innescheranno una serie di dinamiche, ma sta di fatto che Hans diverrà ossessionato da Cari, perché? Chissà, non c’è una motivazione di fondo vera e propria.

Lui ha un traffico losco di ragazze e organi e vuole mettere le mani sulla protagonista per questo, ma a mio avviso, non sta molto in piedi come motivazione, anche perché le cose si complicheranno parecchio.

Immaginatevi un cattivo molto cinematografico, ecco, uno stile Hannibal serie tv, un cattivo pieno di fascino, charme, eleganza, uno che ci sa fare insomma a livello di azione e intelligenza. Penso che l’autore abbia voluto creare un Hannibal serie tv due con Hans, dando per scontato per il lettore lo avrebbe visualizzato in un modo, ma non ha nulla a che fare con un cattivo così.

Più che intimidire e spaventare Hans lascia indifferenti, è strambo, compie azioni immotivate, non si comprende il suo processo mentale, sembra non sapere nemmeno lui quello che vuole.

Il rapporto fra Cari e Hans, che dovrebbe essere alla base del libro e dovrebbe ricordare secondo me il rapporto fra Hannibal e Will, anche se qui Cari è determinata a liberarsi di Hans o almeno essere lasciata in pace da lui.

Conclusioni

Traendo le conclusioni, io ho letto questo libro sia per la trama, che trovavo molto interessante e perché volevo approcciarmi all’autore prima di leggere la quadrilogia di Hannibal, ma sono rimasta assai delusa.

L’idea base poteva essere fonte di una storia basata sull’azione per una piacevole lettura con un buon intreccio, che purtroppo manca, i personaggi sono muri bianchi che vengono imbrattati a forza per simulare una personalità, l’intreccio degli eventi a tratti ha poco senso e si vede bene l’ombra della mano che forza il tutto, lo stile manca di mordente… insomma forse l’unico aspetto positivo della storia è il fatto che è piena di azione, anche se a volte forzata.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Cari Mora” o un testo di Thomas Harris? Sì? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

Noi ci leggiamo presto, prestissimo!

L’ Assassina – Alexandros Papadiamantis

Buon lunedì, buon inizio settimana e ben ritrovati sul blog!

Come state? Com’è iniziata la settimana? Spero come sempre nel migliore dei modi.

Oggi, per cercare di rimettermi in carreggiata, ma soprattutto cercare di riprendere il ritmo con gli articoli (ma ormai ci sono già fuori carreggiata), vi vorrei parlare di un libro che ho letto oramai qualche mesto fa, un classico greco che aspettavo di leggere da anni e che finalmente ho avuto l’occasione di leggere.

Sto parlando de “L’Assassina” di Alexandros Papadiamantis, un libro del 1903, scritto da uno dei maggiori scrittori greci del XIX secolo.

Parliamone!

L’Assassina – Alexandros Papadiamantis

Casa editrice: Elliot

Pagine: 138

Prezzo di copertina: originale € 16,50 attuale € 7,89 (disponibile anche in un’altra edizione edita Aiora)

Prezzo ebook: € 8,49

Anno di P. Pubblicazione: 1903

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Accoccolata vicino al camino, con gli occhi chiusi, la testa poggiata sullo stipite, la vecchia Chadula, chiamata da tutti Ianù la Franca, non dormiva ma sacrificava il sonno vicino al letto della nipotina malata, mentre la madre della neonata si era da poco addormentata nel suo giaciglio sul pavimento.

Trama

Chadula, contadina e vedova, si procura da vivere usando erbe e intrugli per guarire gli abitanti del suo paesino, situato su un’isola tutta pietre e cespugli. Intorno a lei c’è solo miseria. Molti dei suoi figli sono scappati all’estero, mentre le figlie sono rimaste – e con esse il fardello del loro mantenimento. Sull’isola, il destino delle donne è un destino di sofferenze e privazioni, e chi ha figlie femmine deve rassegnarsi al disastro economico quando, per maritarle, dovrà dar loro una dote, o quando, rimaste zitelle, dovrà continuare a mantenerle. Chadula, guidata da un folle istinto e convinta di agire per mano di Dio, proverà a porre fine alle sofferenze dei suoi compaesani. Considerato in patria il “santo” della letteratura greca moderna, Alexandros Papadiamantis concentrò nel suo capolavoro una storia di delitto e castigo ambientata nella terra povera e aspra che ben conosceva. Magistrale per penetrazione psicologica e tensione narrativa, Papadiamantis fa dell’isola il secondo protagonista del romanzo, con descrizioni di una natura di valli, pianure, montagne e mare, secondo una lunga tradizione greca che ha avuto nell’ekphrasis la sua più tipica manifestazione retorica.

Recensione

Non ci è arrivato molto qui in Italia di Alexandros Papadiamantis dal punto di vista delle traduzioni, infatti ad oggi il suo unico testo reperibile è proprio “L’Assassina”. Parliamo un poco dell’autore, nato il 4 marzo 1851 a Sciato, Grecia.

Proveniva da una famiglia numerosa e fu scrittore, poeta, giornalista, editorialista, studioso e traduttore. Aveva uno stile che rientrava a pieno nel realismo con punte di naturalismo, era affascinato dalla società rurale e i suoi eroi erano tipicamente reietti, emarginati e anticonformisti. Papadiamantis fu il primo a tradurre in greco “Delitto e Castigo” di Dostoevskij, “L’Assassina” il romanzo di cui parleremo oggi è considerata la sua opera principale.

Parlando di eroi controversi, Chadula, la protagonista di questo romanzo è senza dubbio una personalità particolare e complessa da analizzare. E’ un’assassina di bambini, più precisamente bambine femmine che secondo lei con la crescita diventeranno un peso per la famiglia che non potrebbe far altro che esserle riconoscente per questo suo sacrificio.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Come dicevamo prima lo stile dell’autore è decisamente realistico e non si lascia andare a parentesi filosofeggianti o momenti che si distaccano dal senso fortemente realistico dell’opera e dello stile.

L’autore ha lottato nel corso della propria vita con la povertà e conosceva di persona le estreme difficoltà che questa porta con sé, il romanzo è infarcito di atmosfere pesanti, una quotidianità pesante e pressante che non lascia respirare la Chadula, il peso di un passato che porta a galla ricordi negativi, insomma emerge il senso di saggezza che si conquista con le esperienze vissute, anche se questa saggezza Chadula la utilizza nel modo più sbagliato.

E’ un libro tutto sommato breve e il ritmo è costante, la narrazione diventa più oscura e concitata da un certo punto in poi, si avverte subito in realtà un senso di malsana oscurità nella figura di Chadula, è un madre di famiglia, nonna e paesana, ma attorno al suo personaggio aleggia un senso di pericolosità che emerge del tutto dopo poche pagine.

Le atmosfere e le ambientazioni sono fortemente rurali, tra l’altro queste sono uno dei punti forti del libro, si riesce ad entrare in luoghi che ricordano i panorami della Grecia, luoghi tipicamente collinari, ma a brevi tratti anche montuosi e ancora marittimi, abbiamo vari scenari insomma e ognuno di questi si integra alla perfezione nelle scene d’azione descritte.

Personaggi e Psicologia

Il personaggio principale è senza dubbio Chadula, incontriamo però anche i suoi figli nel corso della narrazione, è madre di una prole abbastanza numerosa e nel corso della lettura scopriamo vari aneddoti riguardanti i figli, disgrazie famigliari e esperienza che non hanno fatto altro che far accrescere l’amarezza in Chadula.

Chadula è una donna che crede di aver vissuto varie vite in una e aver sopportato disgrazie e batoste, tutto ciò per arrivare in un certo senso alla coscienza massima, crede di sapere cosa è meglio e di aver appreso nozioni importanti sulla vita e sulla sopravvivenza. E’ vero in parte tutto questo, perché Chadula crede che per le famiglie, le figlie femmine siano solo delle disgrazie, prole a cui è necessario dare una dote e ciò impoverisce i genitori, ciò che hanno faticosamente guadagnato infatti va perduto, o passato, alle figlie per il matrimonio.

Quindi Chadula con questa forte convinzione, si trasforma in un’infanticida, che sembra continuare nella sua scia di morte come per seguire una forte pulsione di ragione, sa di star commettendo un crimine, ma crede di essere nella ragione, pensa di farlo per aiutare le famiglie e che quando queste si ritroveranno anni dopo in povertà e senza il dovere di passare una dote la ringrazieranno.

Dopo questi eventi Chadula scappa, la seguiamo nelle sue fughe dalla legge fino al punto finale.

E’ un testo piuttosto crudo e diretto in alcune parti, insomma le scene principali sono piuttosto forti, Chadula l’ho percepita durante la lettura come una donna spezzata in due, da una parte c’è il suo io materno che si preoccupa per i figli e si riconosce nel rigido ruolo sociale del tempo di madre, dall’altra invece è una donna che sembra non riuscire a fermarsi nel seguire i suoi impulsi, che possono essere riconducibili anche a situazioni vissute in infanzia e adolescenza.

Conclusioni

Pensando anche all’anno in cui è stato pubblicato questo libro una protagonista simile è senza dubbio differente, particolare e controversa, all’inizio del ‘900 abbiamo una donna sessantenne e madre che è stata anche levatrice che diventa un’assassina.

Già il concept base è più che interessante, in più anche lo stile dell’autore è degno di essere scoperto. Mi è piaciuta come lettura soprattutto per gli spunti psicologici e le ambientazioni, è un libro che ricorderò per alcune scene ambientate in panorami cupi e aperti a picco sul nulla.

E’ comunque un libro non perfetto per me, si riesce ad avvicinarsi a Chadula, ma mai del tutto, l’autore sembra voler a tutti i costi far capire al lettore il perché dei gesti di Chadula e cosa l’ha portata a diventare la donna rigida che è, ma lei rimane sempre un estranea.

Alcuni punti del libro mi sono scivolati addosso, sono comunque felice di averlo letto, ma il personaggio di Chadula a volta risulta forte e ben costruito e altre volte debole e lontano dal lettore.

Voto

E voi? Avete mai letto “L’assassina”? Avete mai letto nulla di Papadiamantis? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Cuore di Tenebra – Joseph Conrad

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state? Come avete trascorso quest’ultima settimana di aprile?

Oggi, torno finalmente con una recensione che (guarda che novità), avrei dovuto pubblicare i primi di aprile e invece mi ritrovo a pubblicarla l’ultimo giorno del mese, in un certo senso è ironica come cosa.

Il libro di cui andiamo a parlare oggi è un classico, ovvero “Cuore di Tenebra” di J. Conrad, che è stato il libro del mese di marzo per il gruppo di lettura. A proposito, da domani inizia la lettura dei prossimi due mesi!

Comunque, ho finito questo libro nei primi giorni del mese, aprile tra l’altro è stato mese più che fruttuoso per quanto riguarda le letture, ho letto come non mai e questo testo ha inaugurato questo lunga carrellata.

Iniziamo a parlarne!

Cuore di Tenebra – Joseph Conrad

Casa Editrice: Feltrinelli

Prezzo di Copertina: € 8,00

Prezzo ebook: € 1,99

Anno di P. Pubblicazione: 1899

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Il Nellie, una iole da crociera, ruotò sull’ancora senza alcun tremolio delle vele e si immobilizzò.”

Trama

Marlowe racconta di aver avuto l’incarico di sostituire un capitano fluviale ucciso dagli indigeni nell’Africa centrale. Si imbarca su una nave francese e, giunto alla stazione della compagnia, vede come gli indigeni muoiano di stenti e di sfruttamento. Dopo un lungo viaggio di duecento miglia sul fiume rintraccia Kurtz, un leggendario agente capace di procurare più avorio di ogni altro. In realtà Kurtz, uomo solo e ormai folle, è quasi morente. Viene convinto a partire, ma muore sul battello che lo trasporta, dopo aver pronunciato un discorso che non può nascondere “la tenebra del suo cuore”.

Voi sapete che io odio, detesto, non sopporto le bugie. E non perché sia più sincero degli altri, ma semplicemente perché mi fanno orrore. C’è nelle bugie un tocco di morte, un sapore di mortalità che è esattamente ciò che odio e detesto al mondo, ciò che voglio dimenticare. Mi deprime e mi nausea come se addentassi qualcosa di marcio.

Recensione

Cuore di Tenebra” è un libro estremamente conosciuto e citato, da questo è stata tratta la vaga ispirazione per il film Apocalypse Now.

Il libro fu pubblicato dapprima in tre puntate, nel 1899 dalla rivista scozzese Blackwood’s Magazine.

Nel 2019 è uscito in America il fumetto del libro realizzato da Peter Kuper, edito in Italia nel 2020 da Tunuè.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Le atmosfere descritte da Conrad sono senza dubbio magnetiche e oscure a tratti, la giungla è animata da occhi nascosti nell’oscurità che non si perdono una minima mossa dei personaggi, dietro ogni foglia sembra nascondersi il pericolo, l’oscurità favorita dal verde degli alberi ed esaltata dal suono del fiume che scorre sempre in sottofondo, rende il testo pervaso da un senso selvaggio di inquietudine.

Inoltre, il testo si basa sull’attesa per l’incontro con il famigerato Kurtz, uomo descritto da tutti come un genio letteralmente, un uomo così geniale e talentuoso da non sembrare nemmeno umano, nella mente del narratore e anche in quella del lettore, diventa una specie di entità astratta degna del massimo rispetto.

Nel parleremo meglio nel criterio dedicato ai personaggi ma, l’atmosfera che si viene a creare attorno a Kurtz è una parte vitale del romanzo e man mano che ci si avvicina al fatidico incontro fra questo e Marlowe le aspettative per la figura di questo temibile uomo salgono.

Non avevo mai letto nulla di Conrad e per qualche strano motivo, mi aspettavo uno stile più “pop”, sarà che dalle trame dei suoi testi traspare sempre un alone di grande avventura marittima e ciò mi fa pensare ad uno stile scattante.

In realtà, lo stile dell’autore ha un ritmo abbastanza equilibrato, ma in alcuni frangenti tende a diventare più lento del solito, indugiando su determinate scene a lungo. E’ uno stile con varie descrizioni di luoghi, natura in generale, pensieri del protagonista e atteggiamenti degli altri personaggi e il modo in cui questi impattano sulle impressioni del narratore.

E’ quel classico testo per cui superate le prime 50 pagine ci si sente piuttosto sicuri di riuscire ad arrivare fino in fondo, è tutto in discesa, anche se all’inizio può sembrare ostico, giusto in un primo momento.

Personaggi e Tematiche

I personaggi principali, tirando le somme, sono due ovvero Marlowe, il narratore e protagonista che racconta la sua storia ai membri dell’equipaggio del Nellie, che si trova sul Tamigi in attesa di prendere il largo e Kurtz, l’uomo che il narratore ha avuto l’occasione di incontrare anni prima in Africa.

Quando Marlowe inizia il suo racconto l’equipaggio sembra dargli ascolto come se fosse una specie di radio in sottofondo, non gli presta la massima attenzione, ma dopo poco si appassiona alla vicenda e ogni membro presente finisce per ascoltarlo con interesse. Dall’inizio del racconto saranno rari in momenti in cui torneremo alla narrazione presente, perché la maggior parte del libro è incentrata sul passato e sul viaggio del narratore in Africa di anni prima.

Un giorno Marlowe si convince di voler andare in Africa e tramite vari sistemi e aiuti riesce a recarsi nel luogo del desiderio, sul fiume Congo, da lì deve arrivare alla sede della Compagnia che lo ha assunto.

Da lì in poi farà la conoscenza di vari personaggi loschi, che hanno interessi nel commercio dell’avorio e ognuno di questi gli parlerà di Kurtz, questo genio invidiato da tutti, questa figura misteriosa che si trova in un altra sede della Compagnia. Kurtz riesce sempre a portare grandi quantità di avorio, ma nessuno sa nel dettaglio come.

Noi seguiamo il viaggio del protagonista verso la base di Kurtz, luogo di atti violenti e atroci, perpetrati da un uomo considerato da tutti al pari di un dio.

Come scritto prima, il libro si basa sull’attesa per l’incontro dai due che non è solo quello fra i due personaggi, ma è anche quello fra il lettore e Kurtz. Il livello di aspettativa che Conrad riesce a creare è alto, tanto da convertire lo stesso protagonista che all’inizio non aveva alcuna conoscenza di Kurtz e per la maggior parte del libro non l’avrà, nonostante questo finirà per considerarlo anche lui un dio.

Il vero Kurtz, quello che incontriamo, è molto diverso da come ce lo si aspetta, appare indebolito, molto malato, i discorsi che fa appaiono sconnessi e non così d’effetto per un uomo del suo livello.

Il libro vuole essere una critica al colonialismo, descrive questi uomini bianchi che si sono recati in Africa, come esseri mossi solo dal puro interesse, senza nessuno scrupolo, che torturano, uccidono e schiavizzano i popoli.

Le vicende narrate nel libro sono ispirate da un viaggio dello stesso Conrad nel 1890 a bordo di un vaporetto, lungo il fiume Congo e i personaggi descritti sono presi dai suoi incontri.

Un’altra tematica decisamente affascinante e prettamente psicologica è quella legata alle aspettative create e alla forza di ciò che viene detto dagli altri e di come questo finisce per avere un impatto più che forte sulla mente di chi ascolta e non conosce i fatti o la persona citata.

Come una specie di effetto placebo declinato però alle persone che si incontrano e a ciò che queste dicono, infatti Marlowe nonostante veda ad un certo punto gli effetti di Kurtz sulla popolazione africana e venga a conoscenza di una parte di ciò che ha fatto quest’uomo continua comunque ad avere una visione particolare di lui, lo considera sempre un grand’uomo.

Conclusioni

L’intero viaggio di Marlowe ha molteplici interpretazioni come del resto l’intero romanzo si può analizzare sotto diversi aspetti, parla sia di scoperte geografiche e legate al colonialismo, ma anche del viaggio interno di Marlowe, un uomo che si ritrova questa faccia selvaggia, abbandona la civiltà per inseguire un sogno ed è costretto a guardare la voracità dell’uomo, e a riconoscere in questa anche una parte di se stesso.

Dalla lettura di “Cuore di Tenebra” possiamo intuire la visione contraria dell’autore al colonialismo e alla pratiche occidentali, ci sono vari punti in questo romanzo in cui l’autore lancia segnali più che precisi, dall’approccio del protagonista all’arrivo con i colonizzatori, alla visione di ciò che vede, alla mostruosità di cui non si capacità, ma che finisce per trattare come se fosse normalità in quel luogo.

Facendo qualche ricerca sul testo una volta terminata la lettura, sono finita su questo articolo che è un analisi del romanzo e c’è un osservazione molto interessante sui colori utilizzati all’interno, ad esempio il contrasto fra luce e tenebra, bianco e nero all’inizio è rappresentato dalla luce che indica speranza, positività, è insomma un simbolo buono, mentre l’oscurità rappresenta il male. Man mano che si avanza nella lettura però i due si scambiano fra loro, la giungla e il panorama africano sono l’oscurità e finiscono per assumere una connotazione più positiva.

E’ un libro che secondo me è ottimo leggere almeno una volta, avevo grandi aspettative a riguardo e non mi è dispiaciuta come lettura, ma vari aspetti non mi hanno convinta, il testo sembra a tratti non completo e come molti credo, sono rimasta delusa dalla parentesi Kurtz alla fine.

Per tutto il testo ci si aspetta un incontro con un uomo da temere, mentre arrivati al momento le acque non si smuovono così tanto. Di sicuro comunque leggerò altro di Conrad, anche perché ho vari suoi testi in libreria, data la mia sicurezza nel dire “oh no, no, di sicuro amerò Conrad!”.

“[…] eppure se eravate abbastanza uomini avreste dovuto confessare a voi stessi l’esistenza di un’eco, magari debolissima, alla tremenda franchezza di quel chiasso, un vago sospetto che contenesse un significato che noi – pur così lontani dalla notte dei primordi – potevamo comprendere.”

Voto:

E voi? Avete mai letto “Cuore di tenebra”? Vi piace Conrad? Fatemi sapere!

A domani!

La Banda del Cimitero – Jesse Bullington

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come state trascorrendo questo lunedì?

Oggi, finalmente sono di ritorno con una nuova recensione, lo so che in queste settimane/mesi tendo a non esserci mai sul blog, ma spero davvero di recuperare il prima possibile.

Il primo passo verso un tentativo di stabilità è il parlare assieme de “La Banda del Cimitero” di Jesse Bullington, per appunto la recensione di oggi.

Questo libro è stato la mia prima lettura del 2021 e ha segnato un inizio piuttosto burrascoso e assai poco soddisfacente, di certo al di sotto delle mie aspettative, è forse stato anche una delle cause di un mio momentaneo stop/blocco avvenuto nelle settimane scorse, ora passato.

Quindi, con questo tono già positivo direi di iniziare!

La Banda del Cimitero – La Triste Storia dei Fratelli Grossbart – Jesse Bullington

Casa Editrice: Castelvecchi

Pagine: 504

Prezzo di Copertina: Originale €19,50 – Attuale €3,99

Ebook non disponibile

Anno di p. Pubblicazione: 2009

Link all’acquisto: QUI

Trama

Nell’anno del Signore 1364, stritolata dal terribile morbo della Peste Nera, l’intera Europa appare come una landa desolata: una terra senza speranza in cui, simili agli spettri, si aggirano i corpi scheletrici di chi è sopravvissuto alla catastrofe. In questo regno di fame e paura, dove il prossimo non è altro che un nemico da tenere a bada con la forza delle armi, il terrore è alimentato da storie che parlano di streghe e di demoni, creature malvagie sempre pronte a gettarsi sui vivi per consegnare nuove anime al mondo dei dannati. Hegel e Manfried Grossbart, però, non temono nessuna maledizione. E, convinti di godere della protezione della Vergine Maria a cui sono devoti, sbarcano il lunario svaligiando cimiteri. Guai a chi, per troppo coraggio o semplice ignavia, dovesse incrociare la strada dei due ladri di tombe. Fedeli a un solo desiderio – raggiungere l’Egitto per depredare le necropoli dei faraoni – Manfried ed Hegel, oltre che ladri, sono anche assassini senza scrupoli. I protagonisti di un viaggio che, in un romanzo in bilico tra il folklore dei fratelli Grimm e la vena dissacrante di Quentin Tarantino, saprà parlare di fattucchiere passionali e di morti viventi, di crociate e di eresie, di mostri assetati di sangue e di preti reietti. Un medioevo spaventoso ma vivo, in grado di trascinare il lettore in una storia dove i colpi di scena rappresentano la regola e i lati oscuri delle antiche leggende escono dai libri per impossessarsi della realtà.

Recensione

Dunque, questo libro sostava da anni nella mia libreria, prima della tanto attesa lettura. Vorrei dire quasi 6/7 anni e in tutto questo tempo sono riuscita a mantenere un certo interesse a riguardo, diciamocelo, la trama è particolare, premette di essere un mix tra un horror, una fiaba nera e macabra, un romanzo storico e una storia incentrata sul crollo di due anti-eroi… gli ingredienti ci sono tutti.

Piccola curiosità prima di iniziare con la recensione vera e propria, i fratelli Grossbart fanno la loro comparsa anche nel videogioco “The Witcher 3: Wild Hunt” in una missione secondaria, e sono tre, non due come quelli presenti all’interno del libro scritto da Bullington.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il ritmo del testo tende ad indugiare e rallentare spesso in alcuni frangenti e accelerare in altri, durante la lettura ho sentito il peso di un testo che tendeva a ripetersi e fermarsi eccessivamente in scene senza particolare funzione o grande importanza.

Questo appesantisce senza dubbio la lettura pensando anche al fatto che l’evoluzione dei personaggi è pari a zero e quella della trama più che un evoluzione totale è fittizia, ci si ritrova sempre nelle stesse situazioni, o simili comunque, senza uno spunto in più o una virgola diversa.

Le atmosfere sono forse l’aspetto più affascinante del libro, siamo nel 1364 e l’aria che si respira trasuda morte, malattia e magia oscura, il tono è tenebroso, buio, nelle strade imperversa la peste e nei luoghi di morte e distruzione ritroviamo creature mostruose nate dai peggiori incubi.

E’ un libro che mischia anche elementi fantasy, c’è da considerare anche che l’autore, Jesse Bullington, appartiene alla corrente New Weird, che è un sottogenere della narrativa fantastica, soprattutto fantasy.

Durante il libro compaiono quindi creature che in realtà si avvicinano per certi versi ad esseri appartenenti alla saga di Sapkowski, troviamo una donna/sirena che non parla e ha strani poteri, un demone che possiede uomini e animali e presenta pustole enormi e segni attribuibili alla peste, una strega dall’aspetto terribile con un marito altrettanto mostruoso ecc. ecc.

Parlando un poco dello stile dell’autore risente senza dubbio di scene che si ripetono e finiscono per essere rindondanti, come scritto sopra risulta fin troppo lento, il libro stesso è un testo di 500 pagine che avrebbe potuto averne in tutta tranquillità 100/200 in meno.

Ho trovato lo stile efficace nelle descrizioni delle ambientazioni e delle creature, che risultano sempre vivide e spaventose.

Personaggi e Vicende

Seguiamo le disavventure di Hegel e Manfried Grossbart che sono due svaligiatori di tombe con un sogno, andare in Egitto, dalla Germania, e svaligiare gli enormi sepolcri che pensano di trovare lì grazie anche alle voci dello zio, anche lui ladro di tombe.

Questa è la trama base, ma ci sono molti altri punti da considerare. Quando la vicenda si apre noi li incontriamo in Germania, luogo da dove provengono, ma andando avanti nella narrazione seguiremo i loro spostamenti, per monti, foreste e laghi, fino ad arrivare in Italia e da lì imbarcarsi verso l’Egitto.

I due personaggi sembrano piuttosto simili per una buona parte del libro, mi è capitato di confonderli spesso, vengono descritti in modo simile e la loro parlata è quasi uguale. Si iniziano a distinguere più chiaramente da metà libro in poi quando iniziano a ricordare o pensare spesso a fatti precisi accaduti ad ognuno in modo individuale.

Come dicevo i due sono anti-eroi e lo saranno per tutto il corso del libro, sono loschi figuri a cui non importa nulla degli altri se non di loro stessi, non si fanno problemi ad uccidere per un nonnulla, a rubare e sottomettere, ma (questo c’è da dirlo) hanno una fede e una morale (si fa per dire) perché sono devoti, anima e corpo alla Vergine Maria. Questo viene ripetuto decine di volte nel corso del libro, viene anche ripetuto il fatto che a parte la Vergine, le altre donne sono considerate megere per non usare una parola più forte e spesso utilizzata.

Quindi, quando mi sono imbarcata nella lettura di questo mattoncino sapevo che avrei letto la storia di due fuorilegge anti-eroi, ma speravo in una crescita, un cambiamento magari. I due come li incontrate e vedete nelle prime pagine, così rimangono fino alla fine, non c’è crescita, non c’è maturità, non c’è sviluppo e pensare che nel frattempo ne passa parecchio di tempo.

I due prendono parte ad avventure varie, che finiscono quasi sempre in tragedia, e riescono in un modo o nell’altro a cavarsela sempre e comunque, ad un certo punto il mio unico desiderio era vederli rasi al suolo da qualche tempesta di sabbia nel deserto o qualche maremoto nella traversata per l’Egitto, insomma vederli soccombere al karma.

In queste avventure c’è una componente anche fantasy, quindi incontrano creature, passano guai per colpa di esse, fuggono, si lanciano in battaglia…

Alcune di queste creature mi sono rimaste impresse dopo la lettura e anche se alla fine non ho gradito il libro, che diventa un mattone ripetitivo e senza spirito dalla metà in poi, le presenze inumane sono sempre vivide e spaventose.

Conclusioni

Rileggerei questo libro? No. Non ho apprezzato la ripetitività, il fatto che ogni avventura finisca sempre nello stesso modo, la non evoluzione dei personaggi che sono uguali dalla prima all’ultima riga, l’obbiettivo anche di questi che non sembra nemmeno del tutto veritiero e sentito a tratti, scene impilate l’una sopra l’altra che alle prima possono sembrare piacevoli (soprattutto per l’atmosfera), ma dopo 400 pagine diventano di una pesantezza insostenibile.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Jesse Bullington? Vi piace il genere Weird? Fatemi sapere!

A presto!

Furore – John Steinbeck

Buon giovedì!

Finalmente ci rileggiamo, sono oramai passate tre settimane dall’ultimo articolo, ma ci tengo a dire che questa assenza non era per nulla voluta.

Il 2021 è arrivato fin da subito con vari problemi e come sempre il tempo è passato e la mia assenza si è prolungata, ora è il momento di iniziare per davvero l’anno qui sul blog infatti voglio ripartire con una recensione, sì, la recensione del mio libro preferito fra le letture dell’anno scorso, ovvero “Furore” di John Steinbeck.

Come gesto di buon auspicio per tutti i prossimi articoli che verranno iniziamo in modo vero e proprio con una lettura top.

Ne abbiamo già un poco parlato a dire il vero in qualche articolo passato in cui ho citato il testo in questione, ma oggi ne parleremo nel dettaglio in una vera e propria recensione dedicata.

Iniziamo subito perché vi ho fatto attendere già abbastanza direi!

Furore – John Steinbeck

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 633

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 8,99

Anno di P. Pubblicazione: 1939

Link all’acquisto: QUI

Trama

Pietra miliare della letteratura americana, Furore è un romanzo mitico, pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, Furore è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi per la prima volta in tutta la sua bellezza.

Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire o morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.

Recensione

Furore è un capo stipite della letteratura americana, la prima pubblicazione in lingua originale risale al 1939, vincitore appena uscito col National Book Award e nel 1940 con il Premio Pulitzer, è senza dubbio il più noto romanzo dedicato alla grande depressione americana degli anni ’30.

E’ complesso parlare di “Furore”, come di ogni libro amato penso, più un libro piace più diventa complicato riuscire a dipingerne un quadro preciso.

Stile, Ritmo, Atmosfera

Di certo le atmosfere di “Furore” sono impregnate di amarezza e disagio, seguiamo una famiglia, quella dei Joad, che intraprende un viaggio verso la California come migliaia e migliaia di americani durante la grande depressione, li seguiamo nel corso di varie peripezie, dinamiche interne, sogni distrutti, fughe, momenti di calma apparente, assistiamo alla loro corsa verso il futuro.

Il ritmo si prende i suoi tempi, ma non risulta mai troppo lento o strascicato, ogni singolo evento che accade a questa famiglia sembra voler aggiungere un tassello alla vicenda, rendendo anche i personaggi più umani, più vividi.

Sono tanti i fatti che accadono all’interno di “Furore”, positivi e negativi, ma ognuno lascia un ricordo per una particolare frase e o emozione percepita dai personaggi e condivisa con il lettore, senza parlare del fatto che lo stile di Steinbeck riesce a dare vita ad ogni scena anche a quelle più brevi, per dettagli realistici, quali ad esempio il calore del sole, la paura provata da un personaggio che si trasforma in sudore, la rassegnazione di un altro che diventa silenziosa come le lacrime versate di nascosto.

Ma’ alzò gli occhi sul viso della ragazza. Gli occhi di Ma’ erano pazienti, ma sulla fronte c’erano rughe d’ansia. Ma’ continuava a smuovere l’aria, e il suo pezzo di cartone teneva a bada le mosche. “Quando sei giovane, Rosasharn, tutto quello che ti capita se ne sta per conto suo. Se ne sta tutto solo come un’isola. Lo so, me lo ricordo, Rosasharn.” Le sue labbra amavano il nome della figlia. “Tu avrai un figlio, Rosasharn, e ti sentirai sola come un’isola. Starai male, e sarà un male tutto solo, e credimi, Rosasharn, questa tenda qui è sola al mondo.”

Lo stile di Steinbeck dal punto di vista lessicale è scorrevole, parlando per personaggi che esprimono con un lessico piuttosto semplice e a tratti ridotto, la sua interpretazione e lo stile adottato è perfettamente in sincronia con il tutto.

La narrazione viene inframmezzata a tratti con capitoli che seguono i protagonisti, la famiglia Joad appunto, e capitoli che si concentrano su una visione più generale del periodo storico narrato, una specie di riflessione dell’autore che dipinge un quadro di varie immagini che rappresentano quegli anni. Ad esempio in un capitolo Steinbeck parla delle concessionarie di auto usate, che cercano in ogni modo di spillare soldi nello specifico alle persone disperate in piena povertà impegnate in questa transumanza.

Personaggi

I personaggi principali sono quelli della famiglia Joad, una numerosa famiglia che noi impariamo a conoscere pian piano, ci tengo molto in questo caso a focalizzarmi sui personaggi perché sono senza dubbio uno dei punti forti di “Furore”.

Il primo membro che ci viene presentato è Tom, che conosciamo nelle prime pagine, è un ragazzo appena uscito dalla prigione che tenta di ricongiungersi alla famiglia, è di certo uno dei personaggi a cui viene più spontaneo affezionarsi, anche perché lui è il primo carattere che conosciamo e che troveremo famigliare nel corso del testo, ma ogni membro della famiglia ha una caratteristica propria e alla fine nel leggere le loro vicende sembra proprio di stare in famiglia.

Tom ha un carattere di base “buono” come viene descritto dagli altri, ma di certo può diventare molto violento, è finito in carcere proprio per questo, per un omicidio, questo viene rivelato nelle prime pagine più o meno quindi non lo considero così tanto spoiler. Diventa il maschio alpha della situazione anche se non in modo sempre diretto.

Assieme a Tom facciamo la conoscenza di un personaggio che non fa parte della famiglia, ma diventerà nel corso delle pagine un membro aggiunto ovvero Casy, un ex predicatore che ha perso la fede, o meglio pensa di non essere più il tramite giusto di Dio e per il corso del romanzo si perderà in riflessioni che arriveranno a tormentarlo, sulla vita, la morte, la fede e il futuro. E’ un personaggio decisamente importante, a tratti enigmatico.

Man mano conosciamo tutti, la madre e il padre di Tom, denominati Ma‘ e Pa‘ nel corso di tutto il testo e i nonni, chiamati solo Nonno e Nonna.

Tra queste quattro figure quella diventa un vero e proprio pilastro del romanzo è senza dubbio Ma‘, la madre di questi figli che è il motore che continua a trascinare questa famiglia fino al punto di destinazione e non perde occasione per spronare tutti, ma soprattutto fa sempre il possibile per tenere assieme la famiglia, nel bene e nel male.

Sembrava sapere che sei lei avesse vacillato, l’intera famiglia avrebbe tremato, e che se un giorno si fosse trovata a cedere o a disperare davvero, l’intera famiglia sarebbe crollata, avrebbe smarrito ogni volontà di funzionare.

Il personaggio di Ma‘ e di una potenza estrema ed è l’emblema della resistenza e dell’importanza della famiglia, la sua motivazione nel corso di tutto il testo nel proteggere tutti e nel non scollare mai la famiglia è immensa.

Il rapporto che ha inoltre con Rosasharn, Rose semplificando è di certo complesso da capire in un primo momento, lei è l’unica figlia femmina dei Joad e il comportamento di Ma’ in un primo momento può sembrare freddo, rigido e distaccato, ma è motivato dal sapere che in caso dovesse essere troppo morbida o accondiscendente con lei probabilmente la figlia si disperderebbe per lasciarsi andare.

Assieme a Rose infatti conosciamo Connie, che è il fidanzato, i due aspettano un bambino e quando incontriamo Rose per la prima volta lei è in dolce attesa. Il personaggio di Connie non viene più di tanto approfondito, diciamo che può diventare un cliché nella mente del lettore, per il modo in cui si comporta.

Ci tengo a dire che da metà libro in poi le scene con Rose sono sempre piuttosto potenti ed intime, dotate di una certa femminilità e comprensione, questa soprattutto nel finale.

Abbiamo poi il fratello di Pa’, lo zio John, un uomo che si incolpa per tutto il libro per un incidente grave capitato alla precedente moglie, lui diventa un anima in pena in cerca di redenzione, che vaga come un fantasma per tutto il testo, la sua presenza a tratti è trasparente, è un uomo che si autocondanna e si perde nell’alcool, nel senso di colpa e nella dannazione.

Parlando dei fratelli di Tom e dei figli rimanenti, abbiamo Noah, un giovane “diverso” rispetto agli altri, viene definito quello più strambo di tutti per il carattere e il padre non smette di incolparsi perché pensa sia colpa sua.

Al, invece, è anche lui un personaggio che vediamo spesso, molte volte assieme a Tom, è più giovane del fratello, ma non esita mai a mettersi in mostra e a volersi proporre per qualunque attività.

Ruthie e Winfield infine sono i più piccoli della famiglia Joad, i due fratellini, sorella e fratello che non la smettono per il corso di tutto il libro di combinare marachelle, girovagare ed esplorare.

Quando un membro della famiglia o un personaggio secondario se ne vanno, e capita con varie figure, è come avvertire un pezzo di un insieme perfetto a cui viene tolto un pezzo, chiusa l’ultima pagina di “Furore” le vicende vissute dai personaggi sono diventate le nostre, la famiglia la nostra, la fatica che provano per tutto il testo la nostra, e quando si arriva alla fine il lasciarli in balia di un futuro incerto ci rende insicuri e agitati.

Critica

Oltre ai personaggi sono vari i punti di forza di “Furore”, di certo l’aspra critica a quel tempo duro e affamato per l’America salta in primo piano e come ogni critica la visione si sposta anche sul futuro, l’occhio di Steinbeck infatti sembra vedere il lettore invitandolo a riflettere sulla propria di epoca.

La critica a figure avide e senza scrupoli che hanno rappresentato anche quel clima ricollegato alla Grande Depressione è evidente, critica rivolta a chi obbligava i disperati in cerca di soldi e cibo o di un alloggio a spostamenti di chilometri e chilometri solo per pochi centesimi, a chi obbligava queste persone a lavorare tutto il giorno abbassando sempre più la paga convinti che là fuori ci fosse sempre una fila immensa di gente disposta a lavorare in queste condizioni.

Steinbeck dipinge un periodo nero, disperato per l’America in un quadro vivido e sembra spingere il lettore a guardare in faccia la realtà.

Conclusioni

Di certo “Furore” è un libro che non lascia scampo, come i suoi personaggi, diventa spontaneo affezionarsi a loro, vivere le loro peripezie come se fossero le nostre.

Non credo sia una lettura semplice, ma di certo è una lettura formativa e difficile da dimenticare, quel classico libro a cui ripenserete sempre sentendovi grati per averlo letto.

Ci tengo a dire inoltre che girare l’ultima pagine e sapere di dover dire addio a tutti loro è stato un momento triste, i Joad conserveranno sempre un angolo nei miei ricordi.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Furore”? Sì? Vi è piaciuto? No? Fatemi sapere!

A presto!

Lo Schiaccianoci – E.T.A. Hoffmann

Buon mercoledì!

Oggi, parliamo di un libro natalizio, in tema per questa maratona, infatti nel mese di novembre mi sono addentrata in varie letture “natalizie” proprio per l’occasione, e fra queste letture c’è certamente “Lo Schiaccianoci” di E.T.A. Hoffmann.

Questa fiaba io la ricordavo con particolare affetto per il cartone animato visto circa 1’489 volte da bambina (ovvero “La favola del Principe Schiaccianoci” del ’90), forse non è il cartone migliore dell’universo e avendo visto qualche pezzo oggi posso dirvi che non è adattato alla versione di Hoffmann, ma il ricordo d’infanzia aumenta il suo valore per me.

Comunque, andiamo a parlare de “Lo Schiaccianoci”!

Lo Schiaccianoci – E.T.A. Hoffmann

Casa editrice: BUR

Pagine: 135

Prezzo di Copertina: € 15,00

Anno p. Pubblicazione: 1816

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Scritto nel 1816, ripreso da Dumas e trasformato in musica dal genio di Cajkovskij, “Lo Schiaccianoci” di Hoffmann da due secoli continua ad affascinare grandi e piccini. Fritz e Marie, come tutti i bambini, vivono con gioia i giorni del Natale. Un amico di famiglia regala loro uno Schiaccianoci di legno: un oggetto all’apparenza innocuo, ma che darà vita alle più incredibili avventure che i due fratelli abbiano mai vissuto. Durante la notte, in camera di Marie appare infatti lo spietato re dei topi, con sette teste e sette corone, alla guida di un esercito di roditori; Schiaccianoci prende vita e, divenuto generale dei soldatini, dei tamburini e dei pupazzi di marzapane, lo affronta. I due bambini vengono così trasportati in un mondo popolato da topi, fate, soldati, principi e principesse, dove sogno e realtà si legano indissolubilmente. Una favola senza tempo in un’edizione unica, impreziosita dalle originali, caleidoscopiche e coloratissime illustrazioni dell’artista e designer Sanna Annukka, che accompagnano il lettore tra animate battaglie e meravigliose peripezie.

La neve cadeva delicatamente per le strade, e le persone correvano a casa, con le braccia piene di scatole allegramente impacchettate con la carta dei negozi di giocattoli, negozi di caramelle, e panetterie. Perché era la vigilia di Natale, e come cadde il tramonto, i bambini di tutta la Germania si misero in silenziosa attesa della notte che stava per sopraggiungere, e con essa i doni di Gesù Bambino.

Recensione

Prima di iniziare con la recensione vera e propria vorrei fare un plauso alla bellissima edizione dei classici BUR Deluxe, quello in cui ho letto anche io “Lo Schiaccianoci” che è veramente un bijou.

Contiene all’interno le illustrazioni di Sanna Annukka, ve ne mostro qualcuna qui:

Sono meravigliose queste illustrazioni, e il volume ne ha un buon numero che ci tengono compagnia durante la lettura e riescono ad accordarsi abbastanza bene con il testo.

Storia dell’Opera

“Lo Schiaccianoci” o “Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi” è un testo edito per la prima volta nel 1816, successivamente entrò a far parte della raccolta “I Fratelli di Serapione”.

Alexandre Dumas trasse ispirazione dal racconto per scriverne una sua versione e da quella nacquè l’ispirazione per il famoso balletto “Lo Schiaccianoci” musicato da Cajkovskij.

La fiaba fu pensata da Hoffmann per un pubblico di bambini, al suo interno sono contenuti tuttavia elementi gotici, ad esempio il famoso topo a sette teste, inoltre è un testo con riferimenti storici all’interno, perché dopo la battaglia finale nella visita a uno dei regni, Marie, incontrerà armeni, greci e tirolesi, popoli che avevano combattuto per l’indipendenza.

Struttura

La storia ha una struttura suddivisa in 14 capitoli, che si dipanano dalla Vigilia di Natale alla conclusione in cui Marie, la protagonista, fa una scelta importante.

La storia ad un certo punto diventa una fiaba dentro la fiaba, dato che uno dei personaggi, un uomo molto enigmatico e misterioso narrerà ai bambini, Marie e Fritz, una fiaba molto importante, che diverrà uno specchio della realtà.

Sono presenti molti elementi magici, anzi la storia stessa si regge su elementi magici, in particolare trovo che il pezzo di fiaba all’interno della fiaba metta in risalto maggiormente la magia più fiabesca, quella presente nelle classiche fiabe per bambini.

Cosa mi è piaciuto?

Partiamo dal presupposto che se devo considerarla puramente come una fiaba per bambini non mi resta che applaudire e ammirare l’ottimo lavoro fatto dall’autore, perché è di certo una fiaba scoppiettante, piena di magia, colpi di scena e meraviglia.

Se invece devo interpretarla anche in un altro modo c’è qualcosa che non mi ha convinta, ma ne parleremo più avanti.

Di certo la magia si vede a perdita d’occhio all’interno di questo libro, se volete immergervi in una fiaba puramente natalizia, ma allo stesso tempo cosparsa di avventura, amore, incanto e meraviglia non posso far altro che consigliarvela, sarebbe troppo complesso parlarvi di ogni elemento contente magia, perché tutto sembra diverso da quello che è in questa fiaba.

Fino all’ultimo rimane un dubbio, è un sogno o è la realtà? Beh, non c’è una risposta facile per questa domanda, ad ognuno la sua interpretazione.

Il personaggio dell’adorabile schiaccianoci è quello di un giovane valoroso, coraggioso, pieno di sentimenti puri e ammirazione per la sua Marie, forse dopo la lettura lui rimane il mio personaggio preferito.

E’ complesso parlare di una fiaba, perché non si può descrivere molte volte il senso di pace e estasi che si prova, una fiaba è un universo a sé, ed immergicisi dentro risucchia (anche se per poco) il lettore in un vortice.

Quindi parlando di ciò che mi è piaciuto, posso dirvi alcuni elementi, la cura dell’autore nelle dosi di fantasia inserite all’interno, ma anche ciò che ho provato leggendo questa fiaba, mi sono sentita di nuovo bambina e disconnessa dal mondo, per ritrovarmi in uno fatto di colori, spadaccini, regine cuoche e topi a sette teste.

Cosa non mi ha convinta?

Leggendo ho avuto l’impressione in determinati punti di sentire delle mancanze, alcuni pezzi non mi sembravano incollati nel migliore dei modi.

Avrei voluto certamente amare di più i personaggi, che mi sono scivolati un poco via come acqua, a parte lo schiaccianoci certo.

Alcuni risultano intriganti, ma non approfonditi a sufficienza, certo bisogna sempre considerare il fatto che stiamo parlando di una favola per bambini.

I punti meno riusciti, per me, sono questi, quindi i personaggi, non sempre comprensibili e volatili, non ci si sofferma mai più di tanto infatti sul comportamento di questi, e i “pezzi mancanti”, non è un fatto riguardante l’edizione o altro, è una mia sensazione durante la lettura, avrei desiderato altri dettagli su alcune scene che invece di spengono all’improvviso.

Voto:

In toto, per ciò che io ho gradito e non gradito, mi sento di assegnare questo voto, ma devo fare un piccolo disclaimer.

E’ un ottima fiaba per bambini, se dovessi immedesimarmi nei panni di un bimbo/a a cui viene letta la fiaba o che legge la fiaba, finirei per gradirla decisamente di più.

Sta di fatto che è un libro perfetto per essere letto a Natale, regalerà un tocco di magia in più a tutto!

E voi? Avete letto “Lo Schiaccianoci”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perché? Fatemi sapere!

A domani!

Il Profumo – Patrick Suskind

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Com’è iniziata questa settimana? Avrei voluto pubblicare prima questa recensione, ma purtroppo sono stata molto presa nei giorni precedenti.

Oggi parliamo di un caso letterario incredibile, questo libro è stato pubblicato nel 1985, ma sembra stata pubblicato anni prima per l’enorme risonanza che ha avuto e per il fatto che per molti è diventato un classico contemporaneo.

Sto parlando de “Il Profumo” di Patrick Suskind, libro che ho letto qualche settimana fa e di cui iniziamo subito a parlare.

Il Profumo – Patrick Suskind

Casa Editrice: TEA

Genere: romanzo, mystery, realismo magico, storico, horror

Pagine: 259

Prezzo ebook: € 8,99

Prezzo di Copertina: € 10,00

Anno di Pubblicazione: 1985

Link all’acquisto: QUI

Trama

Jean-Baptiste Grenouille nasce nella Parigi del Settecento, nel luogo più mefitico della capitale: il Cimitero degli Innocenti. Orfano, brutto, apparentemente insensibile, ha una caratteristica inquietante: in una società non ancora asettica come quella contemporanea e impregnata di mille effluvi e miasmi, non emana alcun odore. E però dotato di un olfatto unico al mondo, e il suo sogno è quello di dominare il cuore degli uomini creando un profumo capace di ingenerare l’amore in chiunque lo fiuti. E per realizzarlo è pronto a tutto…

Poiché gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro.

Recensione

Dunque, ci tengo a dire che come immagine per il libro ho inserito la mia edizione, l’edizione in ogni caso su cui io ho letto “Il Profumo”, ma questa non credo sia più in catalogo.

A parte ciò, parliamo un poco della popolarità di questo libro, come dicevo prima infatti non sembra nemmeno un testo del 1985 per il riscontro che ha avuto sul pubblico e per la portata del caso editoriale che è stato, e che è ancora.

E’ stato realizzato anche un film, uscito nelle sale nel 2006 dal titolo “Profumo, Storia di un Assassino“, diretto da Tom Tykwer.

Ho visto il film qualche anno fa, prima di leggere il libro, ma non ricordo quasi nulla se non una vaga memoria negativa, non mi era piaciuto particolarmente e con il senno di poi non credo sia una trasposizione così eccellente del libro.

Stile, Ritmo e Atmosfere

E’ un libro che racconta in 259 pagine l’intera vita di un uomo, Jean-Baptiste appunto, nonostante ciò il ritmo è abbastanza lento, l’autore si dedica alle descrizioni ed è un bene per la natura del libro che è piuttosto sensoriale.

Lo stile di Suskind è delicato, ha un mano raffinata che delinea gli scenari, i profumi e le emozioni con garbo, ma allo stesso tempo decisione.

Consiglierei la lettura di questo libro anche solo per le immagini e le atmosfere che l’autore dipinge, riesce a portare il lettore nel panorama descritto, ad esempio in una Parigi oscura e sporca o in una grotta umida e fredda ai confini del mondo.

Ho apprezzato in particolare le atmosfere presenti nella prima parte del libro, quella ambientata a Parigi, per me la migliore, sembra di vivere con il protagonista nella notte umida di una città fredda che lo ripudia.

I profumi, protagonisti anche loro del romanzo, vengono descritti in ogni minimo dettaglio, ci sono inoltre dosi, proporzioni di ingredienti inseriti in miscele che danno vita a profumazioni deliziose, tutto ciò trascina il lettore in un ambiente animato da note profumate sospese nell’aria.

Personaggi

Il nostro protagonista è Jean-Baptiste, che noi conosciamo al suo primo giorno di vita, infatti viene alla luce in modo piuttosto burrascoso, da una madre che non intende tenerlo con sé.

Jean Baptiste ha un dono però, la capacità di riconoscere ogni profumo e di analizzare nei minimi dettagli ogni profumazione, ad esempio sa individuare un odore a metri di distanza, o sa dire in modo preciso quali ingredienti sono contenuti all’interno di un mix di aromi.

Ha anche però la particolarità di non avere un profumo personale come ogni altro essere umano, il non avere una profumazione propria lo fa sentire non appartenente al genere umano, non si sente una persona comune, infatti nel corso del libro non riceverà mai un atto di amore da un altro umano, nè lui amerà mai nessuno.

Jean-Baptiste è un reietto, spinto ai margini della società che vive in parte come un ladro, si nasconde sia per sua volontà che per volere altrui, non mostra interesse verso i piaceri umani basici come le altre persone, come ad esempio il sesso o il cibo o il bere, per lui l’unica fonte di piacere è il profumo e il fatto che alcuni essere umani, tutte ragazze giovani e belle, abbiano un profumo naturale meraviglioso, lo affascina.

Comincia così la sua caccia al profumo perfetto, alla creazione massima, per questo capolavoro però commetterà atti orribili, in particolare una serie di omicidi di ragazze giovani e innocenti.

Essere sempre in compagnia di un personaggio così emarginato risulta essere un esperienza interessante per la maggior parte del tempo, i suoi pensieri sono di un essere in conflitto con il mondo intero, che si sente superiore, ma allo stesso tempo sa non di poter fare nulla, perché non ci sono altri come lui, è solo e non vuole vivere in un mondo popolato da esseri di un livello inferiore.

Tematiche

Questo libro ne affronta varie, prime fra tutte quella dell’amore e dell’odio, ci sono entrambi qui e a volte si fondono assieme.

Jean Baptiste disprezza gli umani, ma è come se cercasse per tutto il tempo di nutrire ancora una speranza verso di loro, crede che siano un braco di creature stupide ed inette, ma una parte di lui si rifiuta di crederlo fino in fondo, spera di svegliarsi un giorno e vedere di fronte a sé la prova madre che lo spinga a ricredersi.

Ma questo non accade e alla fine lui rinuncia a questa speranza per abbandonarsi all’odio, al disprezzo, e alla rassegnazione.

Oltre a questo tratta la tematica ovviamente dell’umanità, del comportamento degli esseri umani gli uni verso gli altri, di ciò che di sporco c’è a questo mondo e degli stratagemmi utilizzati dalle persone.

E’ un libro anche sull’abbandono e sulla carenza di affetto, Jean Baptiste infatti passerà tutta la vita senza un briciolo di amore o affetto, tutte le persone che incontrerà non si rivolgeranno mai a lui con sguardo benevolo.

Qualcosa che non mi ha convita

Premetto che il libro in toto lo consiglierei, alcuni aspetti non mi hanno conquistata al 100%, uno di questi è il finale che esplode in una scena abbastanza forte che serve però per esprimere un concetto molto importante.

Tra l’altro nel finale entra in gioco il realismo magico, che è presente anche in altri punti, ma nel finale raggiunge il picco.

Qui Jean Baptiste capisce definitivamente la differenza fra lui e gli altri, capisce che non c’è posto per lui in questo mondo, come dicevo la scena finale è portata un po’ all’estremo.

Inoltre come dicevo mi ha appassionata molto il primo terzo del libro, mentre gli altri due terzi secondo me hanno meno mordente, il ritmo risulta più lento e la narrazione diventa più tranquilla, mi ha appassionata decisamente di più la prima parte.

Infine ci sono alcune forzature all’interno del libro, se vogliamo sospendere il senso di realtà si possono ignorare, ed è vero che appartiene al realismo magico, ma alcuni eventi non c’entrano con il realismo magico, sembrano solo forzati.

Ad esempio, nella terza parte del libro il protagonista si traferisce in questa piccola città in Francia sempre e viene rapito dal profumo di una giovane ragazza, la più bella del paese, inizia così una specie di countdown, prima di arrivare a lei Jean Baptiste decide di dedicarsi ad altre giovani.

Quando sta per arrivare il famigerato momento il padre di questa giovane con poteri che vanno oltre la preveggenza intuisce il pericolo con un tempismo che neanche la pioggia quando esci di casa.

Conclusioni

E’ un libro molto conosciuto e apprezzato, era inoltre il romanzo preferito di Kurt Cobain, piccola curiosità.

A me è piaciuto e ne consiglio in ogni caso la lettura, ma con qualche riserva, come scritto prima, non mi hanno conquistata le ultime parti e alcuni aspetti non li ho graditi.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Profumo”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

La Società degli Animali Estinti – Jeffrey Moore

Buon venerdì!

Come state? Com’è andata questa settimana?

Oggi torniamo a parlare di libri ovviamente, in particolare di un testo che ho letto nelle scorse settimane, ovvero “La Società degli Animali Estinti” di Jeffrey Moore.

Direi di iniziare subito perché c’è molto da dire!

Le Città Invisibili – Jeffrey Moore

Casa Editrice: ISBN

Pagine: 489

Genere: Narrativa, Suspance, Thriller

Prezzo ebook: € 5,82

Prezzo di Copertina: € 10,00

Prima Pubblicazione: 2000

Link all’acquisto: QUI

Trama

Una notte, un uomo trova una ragazzina chiusa in un sacco, nella neve. È squarciata dalle coltellate, ma respira ancora. L’uomo si chiama Nile Nightingale e sta scappando, anche se non sa bene da cosa. Forse dalla serie di fallimenti che ha costellato la sua vita, dalla dipendenza da droghe, alcol e antidepressivi. Rifugiarsi tra le montagne del Canada è il suo modo di sparire dal mondo. La ragazzina è Celeste, una quattordicenne nerd che ha ingaggiato una solitaria lotta contro la caccia e il maltrattamento degli animali selvatici. Nile salva rocambolescamente Celeste, dando inizio a una strana amicizia e a un piano di vendetta contro i bracconieri che stanno distruggendo l’ambiente naturale del Quebec.

“Ma è una tradizione antichissima. Di persone che erano qui prima di noi.” “Il fatto che sia una tradizione, non vuol dire che sia buona. Le tradizioni si possono cambiare, rimpiazzare con altri modi di fare le cose, modi migliori. Che diventano a loro volta tradizioni.”

Recensione

Allora, partiamo prima con un breve disclaimer per quanto riguarda la casa editrice che detiene i diritti per questo libro, ovvero la ISBN.

Questa casa editrice infatti purtroppo è fallita nel 2015, è stata per anni un marchio della CE “Il Saggiatore”, alcuni titoli stampati si trovano ancora su vari rivenditori online quali Amazon, IBS o Libraccio, non tutti, ma vari ancora sì.

Oggi parliamo appunto di uno dei titoli che sono ancora reperibili, stampato per la prima volta nel 2012.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Per quanto riguarda la terminologia utilizzata in questo libro ho notato alcune volte dei termini “strani”, ad esempio parole magari non adatte del tutto ad un azione o scena, non saprei se questo è un problema di traduzione o se anche in lingua originale il testo presenta questi termini.

Comunque lo stile dell’autore è abbastanza semplice, non è uno stile che risulta di difficile interpretazione o altro, scorre bene anche tenendo conto del fatto che il ritmo in certi punti rallenta parecchio, più che rallentare l’autore si perde in dettagli o pensieri del protagonista abbastanza superflui a mio vedere.

Dovrebbe essere una storia ad alta tensione in cui siamo immersi nella provincia del Quèbec, quindi sotto cumuli di neve, ghiaccio e gelo, con personaggi secondari abbastanza inquietanti e di difficile comprensione, ma risulta di tensione solo per brevi istanti verso la fine.

Inoltre penso sia uno di quei casi in cui il libro avrebbe tranquillamente potuto avere 150 o 200 pagine in meno, è un testo di 489, ma risulta a tratti troppo prolisso.

Personaggi

Il personaggio principale è un uomo di nome Nile, questi è in fuga dagli USA, infatti lì ha diverse denunce tra cui un accusa anche di rapimento e pedofilia smossa dalla figlia della sua ex compagna, Nile proviene da una famiglia benestante e decide di sistemarsi in Quèbec non si sa bene per quale motivo, vuole acquistare una chiesa e con essa un cimitero situato vicino a questa, dice che è “per motivi sentimentali”, ma fino all’ultimo non sarà ben chiaro il perché.

Nile, all’inizio del libro incontra Celeste, una ragazzina di 14 anni che viene gettata in un canale vicino alla chiesa citata prima, lui vede questa scena e anche se sulle prime decide di fare finta di nulla e andarsene, torna indietro dopo poco convinto di voler soccorrere la ragazzina.

Celeste si rivelerà molto importante ai fini della trama, lei infatti è la nipote della vecchia signora che abitava nella chiesa (sempre quella famosa di prima) e assieme alla signora ha vissuto all’interno dell’edificio per anni.

Lei e la nonna hanno una notevole intelligenza, anche la madre della ragazzina , andando avanti con la lettura scopriremo ciò che è accaduto a queste altre due donne.

La tensione e gli elementi thriller sono rappresentati da un uomo che assieme al cugino è sulle tracce di Celeste, questo infatti è lo stesso che ha gettato la giovane nel canale all’inizio del libro ed è determinato a sbarazzarsi di lei.

Quest’uomo fa parte di un gruppo di bracconieri particolarmente arrabbiati con Celeste e la nonna, per tutto il libro aleggia lo spettro della cattura, infatti pensiamo sempre che il momento topico stia per arrivare, l’incontro fra i due, ma quando questo arriva il tutto risulta non così d’impatto come ci si aspettava.

Il modo in cui viene caratterizzato il villan della situazione non spicca particolarmente, infatti è come se l’autore gridasse “è lui il cattivo, e basta”, per farci sapere in modo chiaro di questa etichetta in un pezzo del libro dal punto di vista di Celeste spuntano vari eventi riguardanti questo “cattivone”, che fanno subito pensare al lettore “quest’uomo è un mostro”, ma a parte ciò non c’è una gran caratterizzazione.

Teneva le rane in un barattolo, chiuso, per vederle che aprivano sempre di più la bocca come se stessero cantando. Ma non stavano cantando, stavano soffocando. Quando aveva 6 o 7 anni, secondo Earl, catturò un torto e cercò di folgorarlo su un recinto elettrificato, poi gli tagliò la testa con le forbici seghettate. Quando suo padre gli disse di sbarazzarsi di una cucciolata di cagnolini, li sotterrò fino al collo in piccole buche in giardino. Poi passò loro sopra con un tosaerba, decapitandoli. 

Gli eventi descritti sono mostruosi, mi hanno profondamente turbata durante la lettura, ma questi sembrano servire solo a etichettare il personaggio, anche perché le successive volte in cui verrà nominato non saranno degne di nota e quando vedremo la sua prima apparizione lui verrà descritto come un essere assai diverso da quello che ci eravamo immaginati.

Tornando un attimo al personaggio principale, quello di Nile, lui avendo assunto varie droghe in passato si ritrova ad avere dei momenti di black out quasi, o finisce per vedere immagini o persone in modo diverso, molte volte infatti lui risulta un narratore inaffidabile, perché non sappiamo per certo se quello che vede e ci descrive corrisponde alla realtà oppure no.

Nile è un personaggio più difficile da comprendere di quello che può sembrare, infatti io non credo averlo compreso bene, è un uomo di sicuro perso, non ha mai avuto un gran rapporto con il padre, ma dopo la sua morte si è sentito perduto, ha una fortuna lasciata dal questo, ma è come se non sapesse dove sbattere la testa.

Le cose che fa durante la storia a tratti sembrano prive di senso, si affeziona a questa ragazzina e fa di tutto per lei fin da subito con una determinazione assurda, si fissa con il Quèbec, sembra girare attorno alle questioni senza venirne a capo.

Celeste dal canto suo è una ragazzina che non si risparmia nessuna battuta sarcastica, è una giovane che ne ha passate tante, ma cerca di nascondere quasi tutto quello che le è accaduto.

Tematiche

E’ interessante soprattutto quella legata alla cacciagione, alla crudeltà umana, alla violenza sugli animali, all’estinzione di questi e alle ripercussioni della violenza umana sugli animali e sul pianeta in generale.

A tratti il libro sembra un atlante o una specie di saggio sugli animali estinti perché Celeste si lascia andare a lunghe schede, nel vero senso della parola, su vari tipi di animali.

Il libro ha anche varie illustrazioni all’interno quando compaiono queste specie di “schede”.

Le illustrazioni che compaiono seguono soprattutto i pensieri o pezzi di Celeste.

Oltre a queste tematiche, che rappresentano il punto più interessante del libro, si parla anche della vita dopo la morte e del legame che si instaura tra due persone di età così diverse appunto Nile e Celeste, un rapporto molto simile a quello padre-figlia.

Conclusioni

Avevo grandi aspettative per questo libro, ma purtroppo alla fine si è rivelato un testo senza brio, con innumerevoli pagine in più, con personaggi che non mi hanno lasciato un segno, con tematiche di certo molto delicate e interessanti, ma trattate come se stessimo leggendo una sottospecie di saggio non un romanzo.

Inoltre i personaggi molte volte sembrano “perdere tempo”, come dicevo girano attorno senza un obbiettivo o una ragione per fare quello che fanno.

Il finale mi è risultato sporco, accadono una lista di fatti, alcuni sembrano improbabili, altri sono descritti in modo confuso, in più viene descritto come un libro pieno di “dark humor”, che non ho trovato, anzi ci sono tentativi vari, ma le battute presenti non le definirei “dark humor”, ma un tentativo fallito di fare humor.

Voto:

Purtroppo è un libro che non mi ha convinta del tutto, alcuni punti e tematiche sono interessanti e piacevoli, ma altri come i personaggi a tratti o l’infarcire pensieri e azioni di tempo perso o eventi inutili no.

E voi? Avete letto “La Società degli Animali Estinti”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perchè? Fatemi sapere!

A presto!

Le Città Invisibili – Italo Calvino

Buon mercoledì!

Come va? Com’è iniziata questa settimana?

Oggi parliamo di quello che è stato il libro per il gruppo di lettura del mese precedente, ovvero settembre.

Infatti il mese scorso sul gruppo abbiamo letto “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, il libro di cui parleremo appunto oggi, in realtà questa recensione si è fatta attendere perché io ho terminato questa lettura il 04/09 e avrei voluto parlarvene prima, ma fra una recensione arretrata e l’altra eccoci qui.

Comunque, bando alle ciance, iniziamo!

Le Città Invisibili – Italo Calvino

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 160

Genere: Narrativa

Prezzo ebook: € 7.99

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prima Pubblicazione: 1972

Link all’acquisto: QUI

Trama

“A un imperatore melanconico, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili. Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che possono valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”Italo Calvino

Pensai: “Forse Adelma è la città cui si arriva morendo e in cui ognuno ritrova le persone che ha conosciuto. E’ segno che sono morto anch’io.” Pensai anche: “E’ segno che l’aldilà non è felice.”

Recensione

Dunque, è difficile parlare di questo libro, prima di tutto per la particolarità di questo, infatti ci troviamo davanti ad una raccolta di città nel vero senso della parola.

Struttura

In questo libro c’è una trama di base, che raccoglie queste città e le tiene assieme, abbiamo Marco Polo che in un dialogo con Kublai Kan, l’Imperatore dei Tartari parla delle città che ha visitato, 55 in totale divise in 11 categorie.

Qui Calvino ricorre alla letteratura combinatoria, letteratura in cui l’autore gioca con il lettore e questo si ritrova a trovare combinazioni ed incastri vari nel testo.

Le descrizioni delle città non vanno oltre le 3/4 pagine e ogni città si ritrova assieme in una, come dicevo prima, categoria. Ad esempio abbiamo “Le città e il desiderio” o “Le città sottili“, “Le città e i morti” o ancora “Le città e il nome“.

Ogni categoria esiste per un motivo e le città che rientrano in una determinata categoria hanno elementi in comune, o un “significato” generico comune, anche se a volte questo sembra più difficile da trovare.

Il libro ha in totale 9 capitoli, all’interno di questi vengono presentate un tot di città, all’inizio e alla fine di ogni capitolo c’è un dialogo in corsivo fra Polo e Kublai Kan, questo dialogo crea una cornice.

Le città hanno tutte un nome di donna dalle tinte classiche, ad esempio: Moriana, Leonia, Fedora, Eufemia, Zaira, Dorotea, Bauci, Ipazia ecc. ecc.

Struttura del Testo

Immaginazione e Critiche

Il mio primo pensiero venuto spontaneo leggendo questo libro è stato: “un libro del genere fa esplodere la tua immaginazione”, e lo penso ancora, credo che uno dei vari pregi di questo testo siano le immagini che Calvino riesce a creare, immagini forgiate quasi in sogno, alcune molto diverse fra loro altre invece piuttosto simili.

Ci si immagina città con un “sottosopra” quindi una sua simile posizionata al di sotto di questa in cui vivono persone che alimentano la città di sopra, ci si immagina città sospese con funi in cui gli abitanti non toccano mai per terra, città piene di matasse di fili che legano una casa all’altra, un’edificio all’altro, insomma è un libro che vi porta in un mondo senza limiti e contorni.

Calvino trasforma la realtà in un qualcosa di sospeso, lontano, ma allo stesso tempo vicino.

Ad esempio alcune “critiche” o semplicemente immagini dell’autore si riferiscono a problemi reali, ad esempio quello dell’immondizia.

“I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.”

C’è una città nel libro che diventa satura di immondizia e decide di portare questa al di fuori dalle mura, così finisce per essere circondata dalla spazzatura e le altre città vicine a lei hanno lo stesso problema.

Calvino porta quindi alcuni problemi contemporanei e non in queste città immaginarie perché queste non sono del tutto immaginarie, in ogni città si può riconoscere un qualcosa che ci riporta alla realtà, pur tenendoci sospesi nell’immaginario.

Trovo che all’interno ci sia anche un interessante ragionamento che riguarda il potere, in particolare questo appare nei discorsi fra Polo e Kublai Kan, quest’ultimo ovviamente si ritrova con il peso del potere sulle spalle e si perde in ragionamenti vari con Polo riguardo all’essenza di una città e di un impero. Quanto si può conquistare? Qual’è il peso di questa conquista? C’è altro dopo, quando si arriva in un luogo, e lo si conquista, è tutto finito lì?

Calvino non indirizza questi ragionamenti o critiche in modo diretto, le inserisce nel testo senza spingere troppo su questi.

Conclusioni

E’ un libro di cui è difficile parlare perché credo sia una vera e propria esperienza, quel libro da leggere magari a piccole dose perdendosi nei meandri dei mondi che vengono creati all’interno, o magari di fretta facendo indigestione di fantasia.

E’ una raccolta di città che non sono solo città, sono universi, simboli, discorsi più estesi sulla vita e sul significato di questa, il tutto sotto forma di città appunto, ci sono città in cui ti sembra di non essere mai arrivato, sei sempre stato lì e non ne sei mai uscito, ci sono città che si ripetono, città che ti rinfacciano il passato…

Penso sia anche un libro che non si finisce mai di leggere, lo si può ripescare dalla libreria e tornare a perdercisi come se fosse la prima volta, è un caso raro trovare un libro simile, un mondo che non si finisce mai di esplorare.

Le città contenute all’interno sono sogni, ma anche realtà, in ognuna anche la più lontana dalla realtà si può trovare un elemento di vita comune a tutti.

Voto:

E’ stata una lettura rinfrescante, di sicuro lo definirei un testo innovativo, nuovo e libero, come l’autore d’altronde.

E voi? Avete mai letto “Le Città Invisibili”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Carrie – Stephen King

Buon martedì!

Come procede la settimana? Questo fresco ottobre avanza nel modo migliore?

Oggi parliamo di un libro che può essere perfetto per questo mese a mio modesto vedere, è il terzo testo di Stephen King di cui parliamo, dato che qualche settimana fa abbiamo parlato di Misery e qualche anno fa della raccolta “Notte Buia Niente Stelle“, ovvero Carrie.

Dopo aver letto Misery infatti mi sono convinta di voler leggere tutto quello che ha scritto King… Sì, vabbè, e sopratutto di volerlo fare in ordine cronologico.

Ora, ad oggi io sono ancora convinta di voler leggere tutto quello che ha scritto King, ora però non sono più così sicura di voler andare in ordine cronologico, rispettando questo il prossimo che dovrei leggere dopo Carrie infatti è “Le Notti di Salem“, che vorrei iniziare il prima possibile.

A parte questi obbiettivi per nulla esagerati, oggi ci concentriamo su “Carrie”, il libro, iniziamo!

Carrie – Stephen King

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 211

Generi: horror fiction, romanzo epistolare

Prezzo ebook: € 6,99

Prezzo di Copertina: (ed. flessibile) € 12,35

Prima pubblicazione (USA): 1974

Link all’acquisto: QUI

Trama

Carrie è un’adolescente presa di mira dai compagni, ma ha un dono: può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono, le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un’occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, quello che sembrava un dono diventa un’arma di sangue e distruzione che nessuno potrà mai dimenticare.

Ma mi dispiace ancora per Carrie. L’hanno dimenticata, vedete. L’hanno fatta diventare una specie di simbolo e hanno dimenticato che era un essere umano, reale come voi che leggete, con sogni, speranze e bla bla bla. Dirvi questo è inutile, suppongo. Non si può, dopo l’immagine che ha creato di lei la stampa, farla tornare una persona umana. Ma lo era, e soffriva. Soffriva più di quanto si possa immaginare.

Recensione

Carrie è stato il primo libro pubblicato di King, non il suo primo scritto però, è doveroso raccontare il breve aneddoto che riguarda la moglie Tabitha, ovvero fu proprio grazie a lei che “Carrie” vide la luce, fu lei infatti a spronare il marito per la pubblicazione.

Carrie credo sia uno dei libri più famosi di King, se non per la lettura del libro in sé di certo per i vari film tratti negli anni da questo testo, primo fra tutti quello del 1976 con Sissy Spacek.

Stile, Ritmo, Costruzione

Dato che ho letto negli ultimi mesi anche Misery mi viene spontaneo fare una specie di confronto fra i due, distanti di qualche anno dalla pubblicazione, qui in “Carrie” ad esempio lo stile di King risulta più diretto nella descrizione delle emozioni e dei pensieri dei personaggi, questo è un romanzo con la metà delle pagine di Misery ed è inframmezzato da pagine/paragrafi tratte da saggi (inventati dall’autore) e/o interviste e interrogatori vari.

Mi ha fatta impazzire la costruzione di questo libro (in senso positivo) perché King tratta il lettore con estremo rispetto, gli porge fra le mani varie versioni della vicenda, tratte da scritti attendibili e lascia che sia lui farsi un’idea del tutto.

Il ritmo è serrato, si avanza velocemente nella vicenda, all’inizio della storia tutto sembra stare in piedi per la voglia di arrivare alla rivelazione finale, cosa è accaduto di così grave in questa cittadina? Cosa ha fatto Carry?

Ma a metà libro circa questo viene rivelato e non fa nessuna differenza perché in ogni caso la voglia e lo spirito di arrivare il prima possibile alla scoperta dell’evento tragico rimane comunque, anche se questo viene rivelato.

Personaggi

Grazie a questa costruzione epistolare a tratti inframmezzata da scritti presi da saggi, interviste ecc, noi lettori abbiamo tutte le carte in mano per cercare di decifrare i personaggi, ovviamente alcuni lati e motivazioni di questi rimarranno un’incognita, ma King cerca di dare la libertà necessaria al lettore.

Il personaggio principale è Carrie, una ragazzina vittima di bullismo e soprusi di ogni tipo a scuola, che di certo non trova un attimo di respiro a casa, vittima anche qui di una madre fanatica religiosa che nel corso degli anni ha punito varie volte Carrie pensando anche di ucciderla.

Carrie viene invitata un giorno al ballo della scuola da Tommy, fidanzato a sua volta con Sue, l’invita su favore della fidanzata che gli chiede ripetutamente di portare Carrie.

Qui si dipana una sotto trama misteriosa se vogliamo, perché Sue in varie interviste tratte ed inserite nel libro, dice di aver fatto questo gesto per regalare a Carrie una serata indimenticabile fra le braccia del fidanzato, per cui Carrie aveva una cotta, ma in altre versioni più maliziose si pensa che Sue in realtà lo abbia fatto per umiliare Carrie in accordo con altri due personaggi in particolare, Christine e Billy.

Billy e Christine sono fidanzati e lei è la classica reginetta della scuola che si diverte ad umiliare gli studenti più emarginati, mentre Billy è un giovane delinquente. Non si è certi dell’amore che lega questi due, non si comprenderà infatti nemmeno alla fine se Billy è davvero innamorato della ragazza o se invece di diverte a stare con lei e ad orchestrare il terribile “scherzo” ai danni di Carrie.

Questo “scherzo” sarà la classica e fatidica goccia che farà traboccare il vaso, il punto da non superare, questa esplosione rappresenta la parte finale del libro e l’evento tragico del testo.

Tematiche

Voglio dedicare uno spazio alle tematiche trattate in questo libro, prima fra tutte quella del bullismo, tema a me molto caro, qui ci troviamo in uno scenario in cui la vittima (Carrie) sopporta per anni soprusi di ogni genere di gruppo e non, ad esempio all’inizio del libro viene umiliata dopo l’inizio del primo ciclo.

Si ritrova ad avere le prime mestruazioni infatti sotto le docce dopo educazione fisica e tutte le ragazze cominciano a gridarle contro offese di ogni genere e a gettare assorbenti, una scena piuttosto dolorosa da leggere.

Per tutto il libro non è chiaro fino in fondo almeno se certi personaggi sono del tutto dalla parte di Carrie per pietà o compassione oppure se lo fanno perché vogliono davvero aiutarla ad essere più serena e ad avere un’ adolescenza un poco più tranquilla.

Un’altra tematica importante è quella della religione, ma dell’ossessione religiosa, quella della madre di Carrie in questo caso.

Figura molto interessante dal punto di vista psicologico come la figlia, queste due figure hanno un aspetto in comune, tutte e due si odiano, ma una parte di loro ama l’altra perché è tutto ciò che conosce. Carrie in particolare odia la madre, ma le vuole anche bene perché la quotidianità alla quale è abituata con lei è l’unica che conosce, e l’unica che le è famigliare. La ama anche perché nessuno si è mai preso cura di lei, a parte la madre, ma in un modo sempre molto rigido e algido.

Ho adorato infine lo specchio dei personaggi, ci sono due personaggi “buoni” ovvero Sue e Tommy, la coppia ben disposta verso Carrie, poi c’è la coppia dei “cattivi”, Billy e Christine.

Abbiamo quindi due coppie di fidanzatini diverse, ma allo stesso tempo molto simili fra loro, le due ragazze in particolare erano amiche in passato, ma con l’avanzare della vicenda finiscono per detestarsi.

Si crea come dicevo “uno specchio” fra queste coppie, per la somiglianza e la differenza, sempre tenendo conto del mistero che riguarda il coinvolgimento reale di Sue e Tommy, erano davvero così “buoni”? Oppure erano d’accordo con Christine e Billy per questo scherzo?

Conclusioni

Ho adorato Carrie che sarà credo difficile da spodestare dal primo posto nel mio gradimento per le opere di King.

E’ un romanzo breve, ma denso di tematiche crude e importanti, scritto con uno stile secco che rende il ritmo della vicenda sempre più frenetico, una storia pregna di vendetta, odio, pena e tristezza.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Carrie”? O in generale King? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!