Le Braci – Sàndor Màrai

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state? Com’è andata la settimana?

Oggi parliamo finalmente de “Le Braci” di Sàndor Màrai, un libro che ho letto mesi fa, ci cui ho accennato qualcosa negli articoli di dicembre, ma di cui non abbiamo mai parlato precisamente e in modo approfondito, oggi è il momento di farlo.

“Le Braci” fu pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1942 senza successo e in italiano nel 1998 da Adelphi. Màrai stesso dischiarò di non amare questo romanzo in quanto “eccessivamente romantico”, iniziamo con la recensione!

Le Braci – Sàndor Màrai

Casa Editrice: Adelphi

Pagine: 181

Prezzo di Copertina: € 11,00

Prezzo ebook: € 6,99

Anno di p. Pubblicazione: 1942

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Trama

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.

“Tutto ciò a cui giurammo fedeltà non esiste più” dice l’ospite gravemente, e solleva a sua volta il bicchiere. “Sono tutti morti, oppure se ne sono andati, hanno rinunciato a tutto quello che giurammo di difendere. Esisteva un mondo per il quale valeva la pena di vivere e di morire. Quel mondo è morto. Quello nuovo non fa più per me. E’ tutto ciò che posso dire.” “Per me quel mondo è sempre vivo, anche se non esiste più nella realtà. E’ vivo perché gli ho giurato fedeltà. E’ tutto ciò che posso dire.” “Sì, tu sei rimasto un vero soldato.”

Recensione

Le braci è diventato un classico decisamente letto e per la maggior parte apprezzato, che ha fatto esplodere la fama si Màrai, autore anche de “La donna Giusta” e “L’Eredità di Eszter“.

Il libro è un dialogo, per la maggior parte monologo in realtà del protagonista perché la controparte non si lascia andare a particolari battute (anche se sono presenti), fra due uomini, un tempo migliori amici, separati dal tempo e da un fatto che ha spezzato questo legame.

I due si incontrano di nuovo ormai in tarda età dopo anni e anni di lontananza per parlare, in particolare il protagonista sembra tenere molto a questo dialogo ed è chiara la sua insistenza per avere questo atteso confronto.

Stile, Ritmo, Atmosfere

Lo stile di Màrai indugia in determinati punti su vari aspetti, lo definirei uno stile descrittivo, non solo a livello di oggettistica o ambienti, ma anche di personalità e esperienze di vita, si lascia andare a descrizioni su concetti universali come l’amicizia, l’amore, la vendetta (che è una tematica fondamentale qui), il tradimento e l’essere umano in toto.

Di certo questo è anche uno degli aspetti migliori, secondo me, da queste descrizioni fuoriescono immagini potenti a tratti poetiche, ma anche terribili che puntano a mettere a nudo l’umanità e gli aspetti negativi, ma allo stesso tempo naturali di questa.

Le atmosfere create, la potenza con cui vengono espressi determinati concetti, le immagini vivide e vibranti sono fra le ragioni per cui, a mio vedere, questo libro è diventato un testo amato e osannato.

Il castello era un mondo a sé stante, come quei grandi e sfarzosi mausolei di pietra in cui languono le ossa di intere generazioni e si dissolvono le vesti funebri di seta grigia o panno nero di donne e uomini vissuti in altri tempi. Esso racchiudeva in sé il silenzio, come un recluso che vegeti esanime sulla paglia marcescente di un sotterraneo, con la barba lunga, vestito di stracci e coperto di muffe.

Il ritmo del testo infine è piuttosto lento, arriviamo alla scoperta del movente di questa separazione piano piano, ma questa scoperta (anche se importante) non è il vero punto del libro, il testo vuole concentrarsi soprattutto sul dialogo fra queste due figure, una che risulta più vogliosa di parlare e l’altra più restia ad esprimersi.

Inoltre vorrei utilizzare un poco di spazio per parlare brevemente delle immagini che raffigurano il personaggio femminile della storia, sono sempre frammenti intrisi di delicatezza, Màrai sembra voler creare apposta per lei fotogrammi morbidi, toccati fin da una punta di innocenza, anche se i fatti sono diversi.

Personaggi

I personaggi creati dall’autore sono umani, il modo in cui esso riesce a rappresentarli è pieno di debolezze, sfaccettature, riflessioni, sentimenti, tutto ciò che contraddistingue personaggi davvero umani, non caricature o tentativi di umanizzazione, ma umanità pura.

Henrik, il protagonista, è il personaggio che come dicevo si perde più di tutti in lunghi dialoghi, rivelazioni, chiarimenti, ha atteso per parecchio tempo il momento giusto per sfogarsi e noi siamo gli spettatori di questo lungo sfogo.

Dalle parole di Henrik traspare un senso di delusione reso più mansueto dal peso degli anni, di infinita vendetta, non un tipo di vendetta violenta e combattiva, ma un tipo di vendetta più subdola e covata in gola e nelle profondità del personaggio per molto tempo.

Penso sia interessante parlare del fatto che Henrik risulta un personaggio intelligente, saggio (saggezza data anche dagli anni), ormai più che maturo, che analizza le situazioni accadute mostrandole al suo interlocutore con chiarezza e oggettività, ma nonostante questo in certi punti sembra perdersi, soffocato dalla morsa di una voglia ardente di vendette più violenta invece e non misurata.

Vuole prendersi delle piccole soddisfazioni spezzando a tratti quell’immagine di uomo pacato e saggio, traspare il suo lato più velenoso, più immaturo anche, che stuzzica l’interlocutore per il puro piacere di farlo, c’è una battuta molto importante che voglio prendere come esempio, ad un tratto Henrik punta a girare il coltello nella piaga dicendo a Konrad che “ha detto il mio nome prima di morire, non il tuo”.

Questa battuta è in contrapposizione con l’atteggiamento disteso e pacatamente vendicativo che si vanta di poter assumere, oltre a questa battuta si lascia andare spesso a piccole ripicche, frecciatine, battutine, come se non riuscisse a farne a meno.

Konrad, il suo interlocutore e amico di una vita che incontra dopo anni di separazione, non parla molto, lascia la palla per la maggior parte del tempo al vecchio amico, lo corregge di tanto di in tanto, ma è un caso raro, e alle domande di lui non risponde mai costruendo un quadro vero e proprio del suo comportamento, a volte non risponde nemmeno.

Di Konrad viene fuori il quadro di un personaggio più misterioso, silenzioso, che non racconta del tutto la sua verità e i suoi perché, rimane un’individuo non compreso del tutto, con molti lati oscuri.

Viene accusato dal vecchio amico nel corso del loro lungo dialogo e sembra confermare sempre le teorie di questo che gli svuota addosso tutti i suoi sospetti e dubbi sul loro passato rapporto, non chiarendo del tutto viene spontaneo pensare che dia ragione a questo anche quando lo accusa di averlo sempre odiato e di essere sempre stato invidioso di lui.

Krisztina invece è la donna di mezzo, la causa della separazione, il fantasma che tormenta entrambi, una presenza che ai tempi della narrazione non c’è, ma si avverte, viene data la vita a questa grazie ai racconti dei due.

Come dicevo lei viene ritratta con delicatezza, sembra che agli occhi dei due lei sia innocente, che non abbia una parte di colpa, ma che sia questa entità lontana dotata di grazia ed eleganza che non potrai mai andarsene del tutto.

I personaggi sono un altro aspetto decisamente importante del libro, le loro sfaccettature e le loro analisi che assieme al loro passato aprono anche il vaso di Pandora che è l’essere umano.

Finale ed Espediente del Dialogo

Il finale è nebuloso, alla fine di questo enorme discorso ci ritroviamo davanti due contenitori, due uomini svuotati dei loro ricordi e delle loro impressioni su ciò che è accaduto e torna il concetto di vendetta, Màrai sembra voler far intendere che la vendetta non se ne va mai davvero, diventa più silenziosa, si nasconde aspettando il momento giusto per colpire e una volta attaccata la preda si accascia e guarda ciò che ne rimane.

L’autore utilizza l’espediente del dialogo per sviscerare varie tematiche, come dicevo prima si toccano i temi base dell’umanità come l’amicizia e l’amore, ma anche la gelosia, il tradimento e soprattutto quei temi sottili, nascosti, quei sentimenti che sono difficili da riconoscere, le gelosie sotterranee, i brevi tic che annunciano l’inizio o la fine di qualcosa ecc. ecc.

Conclusioni

E’ difficile descrivere “Le Braci”, lo definirei un libro che ci proietta all’interno di una discussione infinita fra due personaggi, perché ad un certo punto questa termina, ma sappiamo che non terminerà mai davvero.

E’ un libro che si proietta sempre nel passato, si concentra su questo senza vedere il presente o il futuro, si lascia andare ai ricordi, alla nostalgia, a ciò che è perduto.

La consiglio vivamente come lettura per le tematiche affrontate e per il modo in cui l’autore riesce ad affrontarle, alcuni ragionamenti possono sembrare già visti (ma sono rari questi casi), per la maggior parte ci si ritrova persi in divagazioni che donano spunti importanti di riflessione.

Voto:

Di certo leggerò altro di Màrai, assegno quattro stelle perché nonostante faccia parte del quadro che l’autore vuole creare, avrei gradito qualche battuta/riscontro in più da parte del personaggio di Konrad.

E voi? Avete mai letto Màrai o “Le Braci”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perchè? Fatemi sapere!

A presto!

Furore – John Steinbeck

Buon giovedì!

Finalmente ci rileggiamo, sono oramai passate tre settimane dall’ultimo articolo, ma ci tengo a dire che questa assenza non era per nulla voluta.

Il 2021 è arrivato fin da subito con vari problemi e come sempre il tempo è passato e la mia assenza si è prolungata, ora è il momento di iniziare per davvero l’anno qui sul blog infatti voglio ripartire con una recensione, sì, la recensione del mio libro preferito fra le letture dell’anno scorso, ovvero “Furore” di John Steinbeck.

Come gesto di buon auspicio per tutti i prossimi articoli che verranno iniziamo in modo vero e proprio con una lettura top.

Ne abbiamo già un poco parlato a dire il vero in qualche articolo passato in cui ho citato il testo in questione, ma oggi ne parleremo nel dettaglio in una vera e propria recensione dedicata.

Iniziamo subito perché vi ho fatto attendere già abbastanza direi!

Furore – John Steinbeck

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 633

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 8,99

Anno di P. Pubblicazione: 1939

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Trama

Pietra miliare della letteratura americana, Furore è un romanzo mitico, pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, Furore è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi per la prima volta in tutta la sua bellezza.

Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire o morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.

Recensione

Furore è un capo stipite della letteratura americana, la prima pubblicazione in lingua originale risale al 1939, vincitore appena uscito col National Book Award e nel 1940 con il Premio Pulitzer, è senza dubbio il più noto romanzo dedicato alla grande depressione americana degli anni ’30.

E’ complesso parlare di “Furore”, come di ogni libro amato penso, più un libro piace più diventa complicato riuscire a dipingerne un quadro preciso.

Stile, Ritmo, Atmosfera

Di certo le atmosfere di “Furore” sono impregnate di amarezza e disagio, seguiamo una famiglia, quella dei Joad, che intraprende un viaggio verso la California come migliaia e migliaia di americani durante la grande depressione, li seguiamo nel corso di varie peripezie, dinamiche interne, sogni distrutti, fughe, momenti di calma apparente, assistiamo alla loro corsa verso il futuro.

Il ritmo si prende i suoi tempi, ma non risulta mai troppo lento o strascicato, ogni singolo evento che accade a questa famiglia sembra voler aggiungere un tassello alla vicenda, rendendo anche i personaggi più umani, più vividi.

Sono tanti i fatti che accadono all’interno di “Furore”, positivi e negativi, ma ognuno lascia un ricordo per una particolare frase e o emozione percepita dai personaggi e condivisa con il lettore, senza parlare del fatto che lo stile di Steinbeck riesce a dare vita ad ogni scena anche a quelle più brevi, per dettagli realistici, quali ad esempio il calore del sole, la paura provata da un personaggio che si trasforma in sudore, la rassegnazione di un altro che diventa silenziosa come le lacrime versate di nascosto.

Ma’ alzò gli occhi sul viso della ragazza. Gli occhi di Ma’ erano pazienti, ma sulla fronte c’erano rughe d’ansia. Ma’ continuava a smuovere l’aria, e il suo pezzo di cartone teneva a bada le mosche. “Quando sei giovane, Rosasharn, tutto quello che ti capita se ne sta per conto suo. Se ne sta tutto solo come un’isola. Lo so, me lo ricordo, Rosasharn.” Le sue labbra amavano il nome della figlia. “Tu avrai un figlio, Rosasharn, e ti sentirai sola come un’isola. Starai male, e sarà un male tutto solo, e credimi, Rosasharn, questa tenda qui è sola al mondo.”

Lo stile di Steinbeck dal punto di vista lessicale è scorrevole, parlando per personaggi che esprimono con un lessico piuttosto semplice e a tratti ridotto, la sua interpretazione e lo stile adottato è perfettamente in sincronia con il tutto.

La narrazione viene inframmezzata a tratti con capitoli che seguono i protagonisti, la famiglia Joad appunto, e capitoli che si concentrano su una visione più generale del periodo storico narrato, una specie di riflessione dell’autore che dipinge un quadro di varie immagini che rappresentano quegli anni. Ad esempio in un capitolo Steinbeck parla delle concessionarie di auto usate, che cercano in ogni modo di spillare soldi nello specifico alle persone disperate in piena povertà impegnate in questa transumanza.

Personaggi

I personaggi principali sono quelli della famiglia Joad, una numerosa famiglia che noi impariamo a conoscere pian piano, ci tengo molto in questo caso a focalizzarmi sui personaggi perché sono senza dubbio uno dei punti forti di “Furore”.

Il primo membro che ci viene presentato è Tom, che conosciamo nelle prime pagine, è un ragazzo appena uscito dalla prigione che tenta di ricongiungersi alla famiglia, è di certo uno dei personaggi a cui viene più spontaneo affezionarsi, anche perché lui è il primo carattere che conosciamo e che troveremo famigliare nel corso del testo, ma ogni membro della famiglia ha una caratteristica propria e alla fine nel leggere le loro vicende sembra proprio di stare in famiglia.

Tom ha un carattere di base “buono” come viene descritto dagli altri, ma di certo può diventare molto violento, è finito in carcere proprio per questo, per un omicidio, questo viene rivelato nelle prime pagine più o meno quindi non lo considero così tanto spoiler. Diventa il maschio alpha della situazione anche se non in modo sempre diretto.

Assieme a Tom facciamo la conoscenza di un personaggio che non fa parte della famiglia, ma diventerà nel corso delle pagine un membro aggiunto ovvero Casy, un ex predicatore che ha perso la fede, o meglio pensa di non essere più il tramite giusto di Dio e per il corso del romanzo si perderà in riflessioni che arriveranno a tormentarlo, sulla vita, la morte, la fede e il futuro. E’ un personaggio decisamente importante, a tratti enigmatico.

Man mano conosciamo tutti, la madre e il padre di Tom, denominati Ma‘ e Pa‘ nel corso di tutto il testo e i nonni, chiamati solo Nonno e Nonna.

Tra queste quattro figure quella diventa un vero e proprio pilastro del romanzo è senza dubbio Ma‘, la madre di questi figli che è il motore che continua a trascinare questa famiglia fino al punto di destinazione e non perde occasione per spronare tutti, ma soprattutto fa sempre il possibile per tenere assieme la famiglia, nel bene e nel male.

Sembrava sapere che sei lei avesse vacillato, l’intera famiglia avrebbe tremato, e che se un giorno si fosse trovata a cedere o a disperare davvero, l’intera famiglia sarebbe crollata, avrebbe smarrito ogni volontà di funzionare.

Il personaggio di Ma‘ e di una potenza estrema ed è l’emblema della resistenza e dell’importanza della famiglia, la sua motivazione nel corso di tutto il testo nel proteggere tutti e nel non scollare mai la famiglia è immensa.

Il rapporto che ha inoltre con Rosasharn, Rose semplificando è di certo complesso da capire in un primo momento, lei è l’unica figlia femmina dei Joad e il comportamento di Ma’ in un primo momento può sembrare freddo, rigido e distaccato, ma è motivato dal sapere che in caso dovesse essere troppo morbida o accondiscendente con lei probabilmente la figlia si disperderebbe per lasciarsi andare.

Assieme a Rose infatti conosciamo Connie, che è il fidanzato, i due aspettano un bambino e quando incontriamo Rose per la prima volta lei è in dolce attesa. Il personaggio di Connie non viene più di tanto approfondito, diciamo che può diventare un cliché nella mente del lettore, per il modo in cui si comporta.

Ci tengo a dire che da metà libro in poi le scene con Rose sono sempre piuttosto potenti ed intime, dotate di una certa femminilità e comprensione, questa soprattutto nel finale.

Abbiamo poi il fratello di Pa’, lo zio John, un uomo che si incolpa per tutto il libro per un incidente grave capitato alla precedente moglie, lui diventa un anima in pena in cerca di redenzione, che vaga come un fantasma per tutto il testo, la sua presenza a tratti è trasparente, è un uomo che si autocondanna e si perde nell’alcool, nel senso di colpa e nella dannazione.

Parlando dei fratelli di Tom e dei figli rimanenti, abbiamo Noah, un giovane “diverso” rispetto agli altri, viene definito quello più strambo di tutti per il carattere e il padre non smette di incolparsi perché pensa sia colpa sua.

Al, invece, è anche lui un personaggio che vediamo spesso, molte volte assieme a Tom, è più giovane del fratello, ma non esita mai a mettersi in mostra e a volersi proporre per qualunque attività.

Ruthie e Winfield infine sono i più piccoli della famiglia Joad, i due fratellini, sorella e fratello che non la smettono per il corso di tutto il libro di combinare marachelle, girovagare ed esplorare.

Quando un membro della famiglia o un personaggio secondario se ne vanno, e capita con varie figure, è come avvertire un pezzo di un insieme perfetto a cui viene tolto un pezzo, chiusa l’ultima pagina di “Furore” le vicende vissute dai personaggi sono diventate le nostre, la famiglia la nostra, la fatica che provano per tutto il testo la nostra, e quando si arriva alla fine il lasciarli in balia di un futuro incerto ci rende insicuri e agitati.

Critica

Oltre ai personaggi sono vari i punti di forza di “Furore”, di certo l’aspra critica a quel tempo duro e affamato per l’America salta in primo piano e come ogni critica la visione si sposta anche sul futuro, l’occhio di Steinbeck infatti sembra vedere il lettore invitandolo a riflettere sulla propria di epoca.

La critica a figure avide e senza scrupoli che hanno rappresentato anche quel clima ricollegato alla Grande Depressione è evidente, critica rivolta a chi obbligava i disperati in cerca di soldi e cibo o di un alloggio a spostamenti di chilometri e chilometri solo per pochi centesimi, a chi obbligava queste persone a lavorare tutto il giorno abbassando sempre più la paga convinti che là fuori ci fosse sempre una fila immensa di gente disposta a lavorare in queste condizioni.

Steinbeck dipinge un periodo nero, disperato per l’America in un quadro vivido e sembra spingere il lettore a guardare in faccia la realtà.

Conclusioni

Di certo “Furore” è un libro che non lascia scampo, come i suoi personaggi, diventa spontaneo affezionarsi a loro, vivere le loro peripezie come se fossero le nostre.

Non credo sia una lettura semplice, ma di certo è una lettura formativa e difficile da dimenticare, quel classico libro a cui ripenserete sempre sentendovi grati per averlo letto.

Ci tengo a dire inoltre che girare l’ultima pagine e sapere di dover dire addio a tutti loro è stato un momento triste, i Joad conserveranno sempre un angolo nei miei ricordi.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Furore”? Sì? Vi è piaciuto? No? Fatemi sapere!

A presto!

Il Panettone non Bastò – Dino Buzzati

Buon mercoledì e benvenuti/e nel penultimo giorno di maratona!

Ebbene sì, domani diremo “arrivederci” a questa maratona, ma non pensiamoci, c’è sempre tempo per rimandare le cose tristi.

Oggi concentriamoci su un libro di cui io voglio assolutamente parlarvi, l’ho già citato in un “Pillole Letterarie”, ma merita una recensione completa a sé.

Ovvero “Il Panettone non Bastò“, di Dino Buzzati, una raccolta di racconti, scritti, pensieri, dell’autore tutti riguardanti il Natale, che è stata la scoperta più piacevole fra i testi letti in preparazione alla maratona, il mio preferito.

L’ho lasciato per ultimo proprio per questo, per deliziarci di questo libro alla fine, prima della Vigilia, quindi direi di iniziare a parlarne per bene!

Il Panettone non Bastò – Dino Buzzati

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 240

Prezzo di Copertina: € 13,00

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di Pubblicazione: 2019

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Trama

Trentatré racconti che, a partire dagli anni Trenta alla morte, Buzzati dedicò al Natale: c’è il ricordo del suo primo Natale adolescenziale senza il padre, una riflessione sulla tecnica dei regali, una fiaba illustrata dallo stesso scrittore bellunese. E ancora, il racconto scritto a bordo dell’incrociatore su cui Buzzati prestava servizio come inviato di guerra, una poesia su Gesù Bambino. Ne risulta un lungo viaggio nel mondo di un grande scrittore attraverso la lente di un argomento che lo ha sempre stimolato, offrendogli lo spunto per considerazioni più ampie. Una raccolta di pagine toccanti che disegnano il ritratto di un uomo e della sua vita, svelata attraverso abitudini, contraddizioni e meraviglie del Natale.

E’ inutile. Natale anche stavolta si svolgerà secondo le modalità tradizionali, tutto andrà come sempre: oggi ci sentiamo così buoni, domani sera, dopodomani al massimo, torneremo le solite carogne.

Recensione

Questa raccolta presenta articoli, racconti, poesie, fiabe e resoconti autobiografici di Buzzati sul Natale, che non festeggiava in generale questa festività, non capiva e non amava questo rito. Nonostante la sua sua repulsione per questa festività Buzzati si ritrova spesso la tematica Natale fra le mani, questo giorno diventa importante anche nella sua produzione, infatti scriverà vari testi sulla festa.

In questi scritti c’è anche un modo per entrare nell’intimità di Buzzati, nei pensieri e nei significati attribuiti al Natale dell’autore quindi.

Racconti, poesie, lezioni, tematiche

In questi racconti, scritti in generale, ci sono messaggi, lezioni, critiche, al Natale e al comportamento delle persone che ruota attorno a questa festa, Buzzati guarda quasi da lontano la festività e la analizza in modi diversi, mantenendo in molti di questi scritti un tono amaro e abbastanza critico.

Buzzati si concentra sulla facciata che le persone indossano durante il giorno di Natale, questo desiderio di provare ad essere migliori e di riuscirci, dimenticando di esserlo nel resto dell’anno.

Punta una luce sul consumismo, sulla distanza fra le persone nella celebrazione, su cosa significhi veramente il Natale come festività e su come sia stata travasato nei tempi odierni ecc. ecc.

La maggior parte di questi testi sono stati scritti dagli anni ‘40 agli anni ‘60.

Questa raccolta pubblicata nel 2019 è un collage di tutti i racconti e scritti ritrovati in giornali o nel privato di Buzzati.

Scritti

Gli argomenti come dicevo sono parecchi ma tutti legati bene o male al Natale, di solito per ogni raccolta mi perdo a parlarvi di ogni racconto in modo individuale, in questo caso non lo farò, perché gli scritti sono davvero parecchi e perché alcuni si somigliano fra loro, quindi finirei per fare una specie di listona.

Cambiano sempre anche le ambientazioni in questa raccolta, in un racconto siamo sperduti in mezzo al mare con un reggimento di soldati che malinconicamente pensa all’essere soli in mezzo al nulla e alla distanza che li separa dalla famiglia, in un altro racconto sorvoliamo una città italiana con ii fantasmi dei famosi bue ed asinello, quelli originali diciamo, che si perdono a mirare le persone che corrono in ansia da ogni parte e pensano tristemente che questo non è il Natale che conoscono.

Le poesie sono soprattutto verso la fine e sono abbastanza rare, in generale la raccolta presenta soprattutto articoli presi dai giornali su cui Buzzati scriveva.

Ritroviamo la classica poetica buzzatiana, quindi la gioventù, l’attesa, la famiglia, l’asprezza dei sentimenti sotto la loro luce più realistica.

Penso davvero che questa sia la raccolta perfetta da leggere per le feste, per la varietà dei racconti, per il fatto che ruotano tutti attorno a questa tematica, ma senza risultare mai troppo esagerati o insistenti su certi pensieri o critiche.

Senza pensarci due volte consiglierei questa raccolta a chiunque abbia voglia di leggere racconti profondi, ma non troppo impegnatici che lanciano una luce fredda sul Natale a tratti.

Conclusioni

E’ molto complesso parlare di questa raccolta perché abbiamo all’interno molti testi vari, diversi fra loro, e sarebbe troppo complesso parlare di ognuno in modo specifico, sta di fatto che ci sono le classiche dinamiche e ambientazioni alla Buzzati nel Natale.

Voto:

Di tutti i libri natalizi che ho letto a novembre, questa lettura rimane la più vivida, quella che mi portato nel clima di calore del Natale, non proprio un clima di festa, dato le riflessioni a volte cupe, ma decisamente interessanti e importati.

Vorrei leggere più raccolte di questo tipo, con questa potenza e questo vigore.

E voi? Avete mai letto “Il Panettone non Bastò”? Sì? No? Fatemi sapere!

A domani!

Il Segreto del Canto di Natale – Vanessa Lafaye

Buona domenica!

Come state in questa domenica di dicembre in cui ci avviciniamo sempre di più alle feste?

Oggi torniamo a parlare di un libro natalizio che ho letto il mese scorso in preparazione alla maratona, ovvero “Il Segreto del Canto di Natale” di Vanessa Lafaye, un libro ripubblicato di recente.

Il Segreto del Canto di Natale – Vanessa Lafaye

Casa Editrice: Harper Collins

Pagine: 187

Prezzo di Copertina: € 9,90

Prezzo ebook: € 6,99

Anno di Pubblicazione: 2018 (rist. 2020)

Link all’acquisto: QUI

Trama

Mentre guarda una casa di bambola nella vetrina del negozio di giocattoli, Clara Marley pensa che il suo desiderio più grande è sentirsi di nuovo parte di una famiglia. Ma questo ormai non può più succedere, perché Clara e Jacob Marley sono tragicamente rimasti orfani e vivono di espedienti nella Londra di inizio Ottocento, rubacchiando un tozzo di pane tra i rifiuti e dormendo per strada. Ogni notte, prima di addormentarsi, Jacob, il fratello maggiore, promette alla sorella: “domani andrà meglio”. E proprio per mantenere lapromessa, quando gli si presenta l’occasione, la coglie, anche se il prezzo da pagare è troppo alto. E così Jacob intraprende un cammino che lo porta a diventare socio in affari di Ebenezer Scrooge. Ogni giorno che passa Jacob costruisce una fortezza fatta di denaro per tenere il resto del mondo fuori. Solo Clara può salvarlo dall’orribile destino che lo attende se non permetterà all’amore e alla gentilezza di albergare di nuovo nel suo cuore…”

Recensione

L’idea di base di questo romanzo è ottima, soprattutto se siete fan de “Il Canto di Natale” di Dickens come me, perché qui seguiamo le vicende di Jacob Marley, il socio di Ebenezer che compare per brevi istanti nel classico di Dickens e per portare notizie nefaste.

Dickens infatti non si sofferma più di tanto su di lui, non fornisce particolari informazioni, anche se Jacob svolge in realtà un ruolo importante nel libro ovvero annuncia/avvisa l’ex socio dell’arrivo dei tre fantasmi.

Questo libro nasce appunto da un idea di Vanessa Lafaye, che purtroppo è venuta a mancare nel 2018 prima di riuscire a completare la stesura dell’opera, che ha visto la luce grazie ad un amica della donna che ha terminato la scrittura del libro.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di certo è fluido e godibile, non lo definirei troppo lento né troppo veloce, è ben equilibrato, le descrizioni sono di certo presenti e anche pezzi in cui la situazione sembra decelerare, ma anche in questi momenti accade comunque qualcosa che tiene vivo il fuoco della narrazione.

Siamo nel tempo in cui Ebenezer e Jake sono giovani e si buttano nel mondo del lavoro e nella loro passione per gli affari, quindi siamo attorno al 1800, dato che “Il Canto di Natale” è ambientato nel 1843.

Nonostante il tempo però la narrazione è piuttosto pop e fresca, di certo non vuole copiare lo stile di Dickens, perché è molto diverso per i riferimenti, per il tono, per le descrizioni.

La vicenda è narrata dal punto di vista della sorella di Jacob, Clara che è una voce di certo comprensiva e bonaria, che sembra sempre astenersi alla situazioni più negative che accadono, sembra rabbonire sempre tutto e fare finta a volte che certe cose non accadano per davvero.

Personaggi

Come dicevo Clara è la protagonista e guarda al fratello cercando sempre e in ogni modo di sminuire il suo modo di fare, solo alla fine si ribella, ma non accade poi qualcosa di così piacevole.

In alcuni punti il suo comportamento mi ha fatta imbestialire, perché sembra una forzatura a tratti e sembra evidente il fatto che il fratello si comporti in modo scostante per alcuni preconcetti e pensieri errati che si stanno formando nella sua testa, pensieri che danno sempre e comunque la priorità ai soldi, eppure lei finge di non vedere tutto questo.

All’inizio viene fatto capire il rapporto viscerale che c’è fra i due, ma è solo la scena iniziale, perché per quadi tutto il resto del libro Jacob tratta la sorella in modo freddo, distaccato, non gli dimostra il suo amore, mentre lei sembra idealizzare troppo vari comportamenti del Jake bambino.

Jacob dal canto suo sappiamo già che sarà un personaggio condannato alla dannazione eterna dato il suo ruolo nel capolavoro di Dickens, ma qui ci viene presentato come un ragazzo e un uomo che pensa alla vita secondo la propria convenienza economica, non da valore a sentimenti o valori vari, ma solo ai soldi.

Non si aggiunge molto sulla figura di Ebenezer, sappiamo che come Jacob da più valore ai soldi rispetto al resto, anche se qui la colpa di questa condotta viene attribuita a Jacob, è lui che ha corrotto Ebenezer nel pensare in un determinato modo.

Insomma il mio problema con il libro risiede principalmente in alcuni comportamenti di due personaggi, quelli principali, ovvero Clara e Jake, comportamenti troppo idealizzati e forzati, sembra che Jake debba essere per forza così quindi anche quando non c’è motivo lui sembra un uomo rude e egoista.

La motivazione per cui lui diventa così tra l’altro è piuttosto classica, ovvero per alcune vicende famigliari lui e la sorella si sono ritrovati poveri in canna a vivere per strada e lui ha promesso alla sorellina che per nulla al mondo accadrà mai più un fatto simile, ma questa trasformazione da ragazzino amorevole e dolce a brigante senza cuore attaccato solo ai soldi è piuttosto repentino.

Clara dal canto suo è l’accondiscendenza fatta a personaggio, certo era il 1800, certo era sua sorella, quindi non è un comportamento strambo, ma alla milionesima volta che perdona torti su torti e trattamenti inadatti suona anche qui come una forzatura.

Inoltre ci sono vari eventi che vogliono per forza secondo me commuovere il fatto, certo, è comunque un libro drammatico, ma questi eventi sono annunciati all’improvviso e verso il finale sono uno dietro l’altro.

Finale e Riferimenti

Il finale si attacca all’opera originaria e mette un punto alla vicenda di Clara, non lasciando dubbi. Non posso andare nei minimi dettagli per evitare spoiler, ma vi posso dire che alla fine l’autrice ha inserito un evidente massiccia citazione a Dickens, già il libro di per sé è “dedicato” a lui, ma in particolare alla fine c’è questo inserimento tipico de “Il Canto”.

L’autrice ha utilizzato ciò che già si sapeva su Jake cercando di ampliare il tutto aggiungendo nei buchi mancanti pezzi inventati, il tutto funziona abbastanza bene secondo me, i riferimenti sono fedeli e ciò che viene aggiunto cerca di essere possibile ai fini della trama con l’opera originaria.

Conclusioni

E’ una lettura tipicamente natalizia e piacevole da regalare magari a chi apprezza “Il Canto di Natale”, è una storia drammatica che va presa per quello che è senza troppe pretese.

Ma l’idea di base come dicevo è buona e ho apprezzato l’evidente cura e voglia di rimanere fedele all’opera classica dell’autrice, anche se come dicevo ho avuto dei problemi con i personaggi, con varie forzature evidenti e con alcune scene drammatiche che sembrano essere inserite specialmente alla fine per far soffrire il lettore.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Segreto del Canto di Natale”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A domani!

Uno Stupido Angelo – Christopher Moore

Buon mercoledì!

Come sta proseguendo la settimana, mancano ben 9 giorni a Natale e che dire… non riesco a capacitarmene.

Oggi, parliamo di un libro a tema Natalizio, anche se questo testo lo definirei comunque particolare e non proprio il classico libro libro di Natale, parliamo di “Uno Stupido Angelo” di Christopher Moore.

Iniziamo subito!

Uno Stupido Angelo – Christopher Moore

Casa Editrice: Elliot

Pagine: 189

Prezzo di Copertina: € 13,50

Anno p. Pubblicazione: 2012

Link all’acquisto: QUI

Trama

Natale sta arrivando e gli abitanti del piccolo villaggio di Pine Cove in California sono impegnatissimi a far acquisti, impacchettare regali, decorare la casa e inghirlandare alberi, immersi nello spirito gioioso della festa. Ma non tutti hanno il cuore lieto e, fra questi, c’è il piccolo Joshua. A rattristare il bambino è la convinzione che quest’anno non riceverà regali, dal momento che ha visto con i suoi occhi Babbo Natale ricevere un colpo di pala e stramazzare a terra. Per questo, da quel momento, la sua unica preghiera è: “Ti prego, Babbo Natale, torna dal regno dei morti!”. E si sa, per quanto impossibili, a volte i desideri dei bambini vengono accolti in paradiso; in questo caso quello di Joshua viene intercettato dall’arcangelo Raziel, che non è certo l’angelo più sveglio nel regno dei cieli. Spinto dall’euforia per la missione che deve compiere, l’arcangelo dà inizio a una serie di eventi che getteranno i residenti di Pine Cove dritti nel caos, culminante nella festa di Natale più esilarante e terrorizzante che la città abbia mai visto.

Recensione

Allora, questo libro volevo leggerlo da anni, penso anche di averlo nominato parlando di libri natalizi anni fa.

Ne ho sempre sentito parlare al meglio, inoltre l’autore è lo stesso de “Il Vangelo secondo Biff“, che vorrei leggere un domani, ma purtroppo questo libro non mi ha convinta, andiamo con ordine.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Moore è senza dubbio carico dal punto di vista dei riferimenti, delle “citazioni” e delle note alla società americana contemporanea, ci sono molti riferimenti a cibi, personaggi, eventi, modi di dire tipici americani, molto pop.

Questo però a mio vedere non appesantisce troppo la lettura, magari da modo anche di scoprire cose nuove e fare ricerche, anche se ad un certo punto hanno iniziato un poco ad annoiarmi questi contui riferimenti.

Il ritmo penso sia a tratti non così tanto equilibrato, ci sono alcune scene in cui l’autore si sofferma maggiormente sulle descrizioni senza particolare bisogno secondo me, mentre in altre scene in cui c’era il bisogno di una maggiore descrizione degli ambienti e del vibe, va piuttosto veloce.

E’ complesso parlare delle atmosfere di questo libro, perché è un libro che vuole essere di base comedy, quindi l’atmosfera punta ad essere leggera, invernale, natalizia, e ancora leggera.

Ci sono momenti di tensione dati dall’apparizione in particolare di morti viventi (sì, è tutto normale), perché c’è un po’ di tutto qui, ma nonostante la preoccupazione di quegli attimi il tono rimane comunque scorrevole e leggero.

Personaggi

I personaggi sono vari, seguiamo un agente di polizia che ha giurato alle moglie, una ex attrice fallita con vari problemi psicologici, di non fumare più marijuana, che nel corso del romanzo si ritrova in una situazione assurda dopo l’altra.

Seguiamo poi una ragazza che ha un matrimonio alle spalle con un imprenditore malvagio, che incontra un pilota con un amico molto particolare, un pipistrello della frutta, che lo segue ovunque, i due si riveleranno molto importanti ai fini della trama.

Questi sono forse quelli principali tra i personaggi, ma ne incontreremo molti altri, ognuno di loro sarà piuttosto particolare e strambo a modo suo, ricordano appunto le personalità di un opera comica comunque, su questo non ci piove.

Se c’è qualche stereotipo in questi personaggi penso sia assolutamente voluto e in ogni caso mi ha infastidito particolarmente durante la lettura.

Genere

Questo libro come dicevo è comico, senza dubbio, e per tutto il corso della lettura l’autore si prepara a giochi, battute e situazioni ironiche varie, la comicità di tutto ciò consiste appunto nell’immaginarsi scene simili nella vita reale.

Purtroppo, non sono riuscita a ridere nemmeno una volta leggendo questo libro, ho solo sorriso per la stupidità a tratti dei personaggi, ma la comicità che c’è qui su di me non ha fatto effetto, penso di aver riso molto di più per libri non comici.

Non capisco sinceramente se è un problema mio, o del tipo di comicità inserita all’interno del libro, che verte su battute secondo me non così tanto riuscite, anche su tematiche tipo le tette, il sesso, la droga e altro.

Non che queste tematiche con le giuste battute non facciano ridere, assolutamente, ma ci vuole la battuta giusta che io qui non ho trovato.

Questo è stato per me un grosso problema, dato che tutto il libro si basa su questo, quindi sul lato comico.

E’ una lettura che ad un certo punto ho deciso di terminare solo perché mi ero affezionata ai personaggi e volevo scoprire il destino di questi, ma ho avvertito un senso di poco interesse per il resto, e sono arrivata al punto finale senza nessun entusiasmo.

Ci sono inoltre all’interno riferimenti alla scienza, agli esperimenti sugli animali, all’uso di droghe, all’omicidio e al sesso nei cimiteri.

Conclusioni

Purtroppo questo libro non mi ha convinta, soprattutto per il lato comico del libro, che su di me non ha avuto per nulla effetto. Mi sono affezionata ai personaggi e penso ci sia una buona caratterizzazione, ma avrei gradito qualcosa di più.

La storia è piuttosto arzigogolata, ha molte sfaccettature, ci sono molti eventi contenuti all’interno del libro e vari di questi si potevano evitare.

E’ la classica storia con 800 fatti all’interno inseriti per creare dinamiche varie che si spengono dopo poco, insomma desideravo un approfondimento maggiore.

Voto:

Di questo libro salvo i personaggi a cui mi sono sinceramente affezionata, ma purtroppo a tratti lo stile non mi ha convita e purtroppo l’umorismo contenuto qui su di me non ha avuto molto effetto.

E voi? Avete mai letto “Uno Stupido Angelo”? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A domani!

Lo Schiaccianoci – E.T.A. Hoffmann

Buon mercoledì!

Oggi, parliamo di un libro natalizio, in tema per questa maratona, infatti nel mese di novembre mi sono addentrata in varie letture “natalizie” proprio per l’occasione, e fra queste letture c’è certamente “Lo Schiaccianoci” di E.T.A. Hoffmann.

Questa fiaba io la ricordavo con particolare affetto per il cartone animato visto circa 1’489 volte da bambina (ovvero “La favola del Principe Schiaccianoci” del ’90), forse non è il cartone migliore dell’universo e avendo visto qualche pezzo oggi posso dirvi che non è adattato alla versione di Hoffmann, ma il ricordo d’infanzia aumenta il suo valore per me.

Comunque, andiamo a parlare de “Lo Schiaccianoci”!

Lo Schiaccianoci – E.T.A. Hoffmann

Casa editrice: BUR

Pagine: 135

Prezzo di Copertina: € 15,00

Anno p. Pubblicazione: 1816

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Scritto nel 1816, ripreso da Dumas e trasformato in musica dal genio di Cajkovskij, “Lo Schiaccianoci” di Hoffmann da due secoli continua ad affascinare grandi e piccini. Fritz e Marie, come tutti i bambini, vivono con gioia i giorni del Natale. Un amico di famiglia regala loro uno Schiaccianoci di legno: un oggetto all’apparenza innocuo, ma che darà vita alle più incredibili avventure che i due fratelli abbiano mai vissuto. Durante la notte, in camera di Marie appare infatti lo spietato re dei topi, con sette teste e sette corone, alla guida di un esercito di roditori; Schiaccianoci prende vita e, divenuto generale dei soldatini, dei tamburini e dei pupazzi di marzapane, lo affronta. I due bambini vengono così trasportati in un mondo popolato da topi, fate, soldati, principi e principesse, dove sogno e realtà si legano indissolubilmente. Una favola senza tempo in un’edizione unica, impreziosita dalle originali, caleidoscopiche e coloratissime illustrazioni dell’artista e designer Sanna Annukka, che accompagnano il lettore tra animate battaglie e meravigliose peripezie.

La neve cadeva delicatamente per le strade, e le persone correvano a casa, con le braccia piene di scatole allegramente impacchettate con la carta dei negozi di giocattoli, negozi di caramelle, e panetterie. Perché era la vigilia di Natale, e come cadde il tramonto, i bambini di tutta la Germania si misero in silenziosa attesa della notte che stava per sopraggiungere, e con essa i doni di Gesù Bambino.

Recensione

Prima di iniziare con la recensione vera e propria vorrei fare un plauso alla bellissima edizione dei classici BUR Deluxe, quello in cui ho letto anche io “Lo Schiaccianoci” che è veramente un bijou.

Contiene all’interno le illustrazioni di Sanna Annukka, ve ne mostro qualcuna qui:

Sono meravigliose queste illustrazioni, e il volume ne ha un buon numero che ci tengono compagnia durante la lettura e riescono ad accordarsi abbastanza bene con il testo.

Storia dell’Opera

“Lo Schiaccianoci” o “Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi” è un testo edito per la prima volta nel 1816, successivamente entrò a far parte della raccolta “I Fratelli di Serapione”.

Alexandre Dumas trasse ispirazione dal racconto per scriverne una sua versione e da quella nacquè l’ispirazione per il famoso balletto “Lo Schiaccianoci” musicato da Cajkovskij.

La fiaba fu pensata da Hoffmann per un pubblico di bambini, al suo interno sono contenuti tuttavia elementi gotici, ad esempio il famoso topo a sette teste, inoltre è un testo con riferimenti storici all’interno, perché dopo la battaglia finale nella visita a uno dei regni, Marie, incontrerà armeni, greci e tirolesi, popoli che avevano combattuto per l’indipendenza.

Struttura

La storia ha una struttura suddivisa in 14 capitoli, che si dipanano dalla Vigilia di Natale alla conclusione in cui Marie, la protagonista, fa una scelta importante.

La storia ad un certo punto diventa una fiaba dentro la fiaba, dato che uno dei personaggi, un uomo molto enigmatico e misterioso narrerà ai bambini, Marie e Fritz, una fiaba molto importante, che diverrà uno specchio della realtà.

Sono presenti molti elementi magici, anzi la storia stessa si regge su elementi magici, in particolare trovo che il pezzo di fiaba all’interno della fiaba metta in risalto maggiormente la magia più fiabesca, quella presente nelle classiche fiabe per bambini.

Cosa mi è piaciuto?

Partiamo dal presupposto che se devo considerarla puramente come una fiaba per bambini non mi resta che applaudire e ammirare l’ottimo lavoro fatto dall’autore, perché è di certo una fiaba scoppiettante, piena di magia, colpi di scena e meraviglia.

Se invece devo interpretarla anche in un altro modo c’è qualcosa che non mi ha convinta, ma ne parleremo più avanti.

Di certo la magia si vede a perdita d’occhio all’interno di questo libro, se volete immergervi in una fiaba puramente natalizia, ma allo stesso tempo cosparsa di avventura, amore, incanto e meraviglia non posso far altro che consigliarvela, sarebbe troppo complesso parlarvi di ogni elemento contente magia, perché tutto sembra diverso da quello che è in questa fiaba.

Fino all’ultimo rimane un dubbio, è un sogno o è la realtà? Beh, non c’è una risposta facile per questa domanda, ad ognuno la sua interpretazione.

Il personaggio dell’adorabile schiaccianoci è quello di un giovane valoroso, coraggioso, pieno di sentimenti puri e ammirazione per la sua Marie, forse dopo la lettura lui rimane il mio personaggio preferito.

E’ complesso parlare di una fiaba, perché non si può descrivere molte volte il senso di pace e estasi che si prova, una fiaba è un universo a sé, ed immergicisi dentro risucchia (anche se per poco) il lettore in un vortice.

Quindi parlando di ciò che mi è piaciuto, posso dirvi alcuni elementi, la cura dell’autore nelle dosi di fantasia inserite all’interno, ma anche ciò che ho provato leggendo questa fiaba, mi sono sentita di nuovo bambina e disconnessa dal mondo, per ritrovarmi in uno fatto di colori, spadaccini, regine cuoche e topi a sette teste.

Cosa non mi ha convinta?

Leggendo ho avuto l’impressione in determinati punti di sentire delle mancanze, alcuni pezzi non mi sembravano incollati nel migliore dei modi.

Avrei voluto certamente amare di più i personaggi, che mi sono scivolati un poco via come acqua, a parte lo schiaccianoci certo.

Alcuni risultano intriganti, ma non approfonditi a sufficienza, certo bisogna sempre considerare il fatto che stiamo parlando di una favola per bambini.

I punti meno riusciti, per me, sono questi, quindi i personaggi, non sempre comprensibili e volatili, non ci si sofferma mai più di tanto infatti sul comportamento di questi, e i “pezzi mancanti”, non è un fatto riguardante l’edizione o altro, è una mia sensazione durante la lettura, avrei desiderato altri dettagli su alcune scene che invece di spengono all’improvviso.

Voto:

In toto, per ciò che io ho gradito e non gradito, mi sento di assegnare questo voto, ma devo fare un piccolo disclaimer.

E’ un ottima fiaba per bambini, se dovessi immedesimarmi nei panni di un bimbo/a a cui viene letta la fiaba o che legge la fiaba, finirei per gradirla decisamente di più.

Sta di fatto che è un libro perfetto per essere letto a Natale, regalerà un tocco di magia in più a tutto!

E voi? Avete letto “Lo Schiaccianoci”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perché? Fatemi sapere!

A domani!

Il Patto col Fantasma – Charles Dickens

Buon sabato e buon weekend!

Oggi voglio concludere un discorso iniziato l’anno scorso, sempre durante la maratona natalizia, infatti un anno fa senza pianificazioni mi sono addentrata nella lettura dei racconti natalizi di Dickens, che comprendono appunto cinque testi, anche se quello più famoso rimane “Il Canto di Natale“.

Questi cinque testi oltre al precedente sono: “Le Campane“, “Il Grillo del Focolare“, “La Battaglia della vita” e appunto “Il Patto col Fantasma“.

Purtroppo nel 2019 non sono riuscita a finire di leggere il testo rimanente, quindi oggi terminiamo questa serie di recensioni dedicate ai racconti natalizi di Dickens.

Il Patto col Fantasma – Charles Dickens

Casa editrice: Newton Compton Editori

Pagine: 110

Prezzo ebook: € 0,49

Prezzo di Copertina: € 7,89

Anno p. pubblicazione: 1848

Link all’acquisto: QUI

Trama

Il patto col fantasma (1848) è sicuramente il racconto più cupo della raccolta; nonostante l’inevitabile lieto fine infatti, il testo ruota intorno a un tema difficile e perturbante, su cui Dickens ha già scr tto e su cui tornerà a scrivere, quello dello sdoppiamento della personalità. Protagonista e motore dell’azione, accanto all’alchimista, è il suo spettro, figura vagamente demoniaca che offre all’altro se stesso la speranza fallace dell’oblio. Ma l’oblio del passato e dell’antica ferita, porta con sé non solo la morte del proprio dolore, ma anche la frigidità emotiva, la cancellazione della sensibilità e del sentimento che soli rendono la vita degna di essere vissuta. È questa la lezione che il fosco personaggio apprende nel corso del racconto, accogliendo in sé la memoria come un tesoro prezioso e irrinunciabile.

Quando queste ombre facevano nascere nella mente delle persone mature altri pensieri e mostravano loro immagini diverse. Quando uscivano dai loro nascondigli prendendo l’aspetto di forme e di facce tornate dal passato, dalla tomba, dal profondo abisso dove errano senza posa le cose che potrebbero essere state e che non furono mai.

Recensione

Dunque, “Il Patto col Fantasma” è stato stampato nel corso degli anni in diverse edizioni e da diverse case editrici, è conosciuto anche con il titolo “Lo Stregato“, è sicuramente il più cupo fra i racconti natalizi di Dickens e l’ultimo pubblicato (1848).

Lo potete trovare anche in una raccolta edita Einaudi che raccoglie tutti questi cinque racconti natalizi del buon vecchio Dickens.

Descrizioni, Atmosfera

Non parlerò più di tanto dello stile di Dickens perché ne abbiamo lungamente parlato nelle passate recensioni, vorrei anzi soffermarmi sul fatto che in questo racconto in particolare ho notato una voglia maggiore dell’autore nello scrivere descrizioni o nel perdersi fra le atmosfere cupi e lugubri.

Dickens lo fa sempre, è un autore descrittivo, che adora scrivere per paragrafi di luoghi o oggetti, o ancora soffermarsi sulle sensazioni dei personaggi e sugli stati d’animo di questi, ma in questo racconto in particolare (più degli altri 4) ho notato questo fatto.

Questo è considerato il racconto come dicevo più cupo in questa cinquina, per le tematiche, che sono anche quelle classiche di Dickens, le atmosfere, i luoghi e il fatto anche che gli eventi si svolgono quasi sempre di notte in stanze chiuse con solo un lume ad illuminare la scena.

Tematiche

Affronta le tematiche classiche Dickensiane ad esempio la povertà, il degrado, la bontà, l’umanità, la memoria in particolare e l’abbandono.

In questo racconto sono tanti i messaggi che l’autore vuole veicolare, l’importanza della memoria e l’importanza dei traumi e degli eventi negativi, questi ricordi si vogliono molte volte cancellare come se questi eventi non fossero mai accaduti, ma sono questi che ci rendono ciò che siamo e ci ricordano l’importanza della memoria, del perdono e della conoscenza.

Non c’è uomo o donna che non abbia avuto le sue pene e la parte maggiore di loro ha subìto qualche torto. L’ingratitudine, la sordida gelosia, l’interesse occupano tutti i gradi della vita. Chi non vorrebbe dimenticare le proprie pene e i propri torti?

Un altra tematica di certo importante, che viene affrontata soprattutto verso la metà e la fine del libro è l’abbandono, infatti l’autore sostiene la tesi per cui abbandono genera abbandono, un essere lasciato a sè stesso che non ha mai conosciuto l’amore, la propria famiglia, la compassione, non ha ricordi né in positivo né in negativo, perché non ha mai conosciuto gioia, quindi non può provare nostalgia verso di essa.

Egli è il prodotto dell’indifferenza umana. Tu sei il prodotto della umana presunzione.

Infine è importante citare la tematica dell’umanità, infatti la trama riguarda quest’uomo “stregato” che fa un patto con un fantasma, questo gli promette di poter cancellare i suoi ricordi negativi che lo tormentano, ma il costo di tutto ciò è molto alto, l’uomo diventerà un essere senza più alcuna bontà ed umanità, contagerà in più tutti quelli con cui verrà a contatto, rendendoli esseri senza più sentimenti se non di rabbia e odio.

Da ogni seme di male in questo ragazzo nasce un campo intero di rovine che dovranno esser raccolte, immagazzinate e seminate di nuovo in molti altri luoghi del mondo, finché intere regioni saranno talmente coperte di malvagità da meritare la acque di un nuovo diluvio. Tollerare giorno per giorno un omicidio aperto e impunito nelle strade di una città è cosa meno criminosa di uno spettacolo come questo.

Quali sono i punti forti del libro?

Senza dubbio l’atmosfera, io apprezzo personalmente un mood così oscuro e cupo, in cui i personaggi si muovono quasi sempre nell’ombra, si lasciano andare alla malvagità umana, confabulano, incontrano spiriti, stringono patti con essi…

Insomma in generale il libro è perfetto per l’atmosfera che crea, può essere anche una lettura adatta all’autunno pensandoci, inoltre mi è piaciuta la concentrazione di Dickens riguardo la tematica della memoria, e in generale le tematiche citate sono affrontate in modo ben riuscito.

Se desiderate un testo in cui perdervi fra le descrizioni e le sensazioni che vi suscita, lasciandovi andare a riflessioni sull’umanità e sull’importanza della memoria non posso far altro che consigliarvelo.

Cosa non mi ha convinta?

Ho fatto fatica ad entrare in sintonia con i personaggi, tranne uno in particolare che ho apprezzato un poco più degli altri, ma sempre senza impazzire per lei, non sono riuscita ad andare d’accordo con nessuno.

Non penso sia uno dei racconti lunghi più belli di Dickens, non è nemmeno uno dei peggiori, lo preferisco di certo a “La Battaglia della Vita“, ma non ha un particolare mordente, può rimanere impresso per l’oscurità di questo, ma non vi mostra un Dickens particolare, più dark forse, ma non sconvolgente.

Voto:

Se non conoscete ancora un Dickens cupo è una lettura piacevole prima di addentrarsi di certo in altri testi più corposi e in generale i ragionamenti che porta a galla sono validi, quindi mi sento di consigliarlo come racconto.

E voi? Avete mai letto “Il Patto col Fantasma”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A domani!

Il Profumo – Patrick Suskind

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Com’è iniziata questa settimana? Avrei voluto pubblicare prima questa recensione, ma purtroppo sono stata molto presa nei giorni precedenti.

Oggi parliamo di un caso letterario incredibile, questo libro è stato pubblicato nel 1985, ma sembra stata pubblicato anni prima per l’enorme risonanza che ha avuto e per il fatto che per molti è diventato un classico contemporaneo.

Sto parlando de “Il Profumo” di Patrick Suskind, libro che ho letto qualche settimana fa e di cui iniziamo subito a parlare.

Il Profumo – Patrick Suskind

Casa Editrice: TEA

Genere: romanzo, mystery, realismo magico, storico, horror

Pagine: 259

Prezzo ebook: € 8,99

Prezzo di Copertina: € 10,00

Anno di Pubblicazione: 1985

Link all’acquisto: QUI

Trama

Jean-Baptiste Grenouille nasce nella Parigi del Settecento, nel luogo più mefitico della capitale: il Cimitero degli Innocenti. Orfano, brutto, apparentemente insensibile, ha una caratteristica inquietante: in una società non ancora asettica come quella contemporanea e impregnata di mille effluvi e miasmi, non emana alcun odore. E però dotato di un olfatto unico al mondo, e il suo sogno è quello di dominare il cuore degli uomini creando un profumo capace di ingenerare l’amore in chiunque lo fiuti. E per realizzarlo è pronto a tutto…

Poiché gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro.

Recensione

Dunque, ci tengo a dire che come immagine per il libro ho inserito la mia edizione, l’edizione in ogni caso su cui io ho letto “Il Profumo”, ma questa non credo sia più in catalogo.

A parte ciò, parliamo un poco della popolarità di questo libro, come dicevo prima infatti non sembra nemmeno un testo del 1985 per il riscontro che ha avuto sul pubblico e per la portata del caso editoriale che è stato, e che è ancora.

E’ stato realizzato anche un film, uscito nelle sale nel 2006 dal titolo “Profumo, Storia di un Assassino“, diretto da Tom Tykwer.

Ho visto il film qualche anno fa, prima di leggere il libro, ma non ricordo quasi nulla se non una vaga memoria negativa, non mi era piaciuto particolarmente e con il senno di poi non credo sia una trasposizione così eccellente del libro.

Stile, Ritmo e Atmosfere

E’ un libro che racconta in 259 pagine l’intera vita di un uomo, Jean-Baptiste appunto, nonostante ciò il ritmo è abbastanza lento, l’autore si dedica alle descrizioni ed è un bene per la natura del libro che è piuttosto sensoriale.

Lo stile di Suskind è delicato, ha un mano raffinata che delinea gli scenari, i profumi e le emozioni con garbo, ma allo stesso tempo decisione.

Consiglierei la lettura di questo libro anche solo per le immagini e le atmosfere che l’autore dipinge, riesce a portare il lettore nel panorama descritto, ad esempio in una Parigi oscura e sporca o in una grotta umida e fredda ai confini del mondo.

Ho apprezzato in particolare le atmosfere presenti nella prima parte del libro, quella ambientata a Parigi, per me la migliore, sembra di vivere con il protagonista nella notte umida di una città fredda che lo ripudia.

I profumi, protagonisti anche loro del romanzo, vengono descritti in ogni minimo dettaglio, ci sono inoltre dosi, proporzioni di ingredienti inseriti in miscele che danno vita a profumazioni deliziose, tutto ciò trascina il lettore in un ambiente animato da note profumate sospese nell’aria.

Personaggi

Il nostro protagonista è Jean-Baptiste, che noi conosciamo al suo primo giorno di vita, infatti viene alla luce in modo piuttosto burrascoso, da una madre che non intende tenerlo con sé.

Jean Baptiste ha un dono però, la capacità di riconoscere ogni profumo e di analizzare nei minimi dettagli ogni profumazione, ad esempio sa individuare un odore a metri di distanza, o sa dire in modo preciso quali ingredienti sono contenuti all’interno di un mix di aromi.

Ha anche però la particolarità di non avere un profumo personale come ogni altro essere umano, il non avere una profumazione propria lo fa sentire non appartenente al genere umano, non si sente una persona comune, infatti nel corso del libro non riceverà mai un atto di amore da un altro umano, nè lui amerà mai nessuno.

Jean-Baptiste è un reietto, spinto ai margini della società che vive in parte come un ladro, si nasconde sia per sua volontà che per volere altrui, non mostra interesse verso i piaceri umani basici come le altre persone, come ad esempio il sesso o il cibo o il bere, per lui l’unica fonte di piacere è il profumo e il fatto che alcuni essere umani, tutte ragazze giovani e belle, abbiano un profumo naturale meraviglioso, lo affascina.

Comincia così la sua caccia al profumo perfetto, alla creazione massima, per questo capolavoro però commetterà atti orribili, in particolare una serie di omicidi di ragazze giovani e innocenti.

Essere sempre in compagnia di un personaggio così emarginato risulta essere un esperienza interessante per la maggior parte del tempo, i suoi pensieri sono di un essere in conflitto con il mondo intero, che si sente superiore, ma allo stesso tempo sa non di poter fare nulla, perché non ci sono altri come lui, è solo e non vuole vivere in un mondo popolato da esseri di un livello inferiore.

Tematiche

Questo libro ne affronta varie, prime fra tutte quella dell’amore e dell’odio, ci sono entrambi qui e a volte si fondono assieme.

Jean Baptiste disprezza gli umani, ma è come se cercasse per tutto il tempo di nutrire ancora una speranza verso di loro, crede che siano un braco di creature stupide ed inette, ma una parte di lui si rifiuta di crederlo fino in fondo, spera di svegliarsi un giorno e vedere di fronte a sé la prova madre che lo spinga a ricredersi.

Ma questo non accade e alla fine lui rinuncia a questa speranza per abbandonarsi all’odio, al disprezzo, e alla rassegnazione.

Oltre a questo tratta la tematica ovviamente dell’umanità, del comportamento degli esseri umani gli uni verso gli altri, di ciò che di sporco c’è a questo mondo e degli stratagemmi utilizzati dalle persone.

E’ un libro anche sull’abbandono e sulla carenza di affetto, Jean Baptiste infatti passerà tutta la vita senza un briciolo di amore o affetto, tutte le persone che incontrerà non si rivolgeranno mai a lui con sguardo benevolo.

Qualcosa che non mi ha convita

Premetto che il libro in toto lo consiglierei, alcuni aspetti non mi hanno conquistata al 100%, uno di questi è il finale che esplode in una scena abbastanza forte che serve però per esprimere un concetto molto importante.

Tra l’altro nel finale entra in gioco il realismo magico, che è presente anche in altri punti, ma nel finale raggiunge il picco.

Qui Jean Baptiste capisce definitivamente la differenza fra lui e gli altri, capisce che non c’è posto per lui in questo mondo, come dicevo la scena finale è portata un po’ all’estremo.

Inoltre come dicevo mi ha appassionata molto il primo terzo del libro, mentre gli altri due terzi secondo me hanno meno mordente, il ritmo risulta più lento e la narrazione diventa più tranquilla, mi ha appassionata decisamente di più la prima parte.

Infine ci sono alcune forzature all’interno del libro, se vogliamo sospendere il senso di realtà si possono ignorare, ed è vero che appartiene al realismo magico, ma alcuni eventi non c’entrano con il realismo magico, sembrano solo forzati.

Ad esempio, nella terza parte del libro il protagonista si traferisce in questa piccola città in Francia sempre e viene rapito dal profumo di una giovane ragazza, la più bella del paese, inizia così una specie di countdown, prima di arrivare a lei Jean Baptiste decide di dedicarsi ad altre giovani.

Quando sta per arrivare il famigerato momento il padre di questa giovane con poteri che vanno oltre la preveggenza intuisce il pericolo con un tempismo che neanche la pioggia quando esci di casa.

Conclusioni

E’ un libro molto conosciuto e apprezzato, era inoltre il romanzo preferito di Kurt Cobain, piccola curiosità.

A me è piaciuto e ne consiglio in ogni caso la lettura, ma con qualche riserva, come scritto prima, non mi hanno conquistata le ultime parti e alcuni aspetti non li ho graditi.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Profumo”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

La Società degli Animali Estinti – Jeffrey Moore

Buon venerdì!

Come state? Com’è andata questa settimana?

Oggi torniamo a parlare di libri ovviamente, in particolare di un testo che ho letto nelle scorse settimane, ovvero “La Società degli Animali Estinti” di Jeffrey Moore.

Direi di iniziare subito perché c’è molto da dire!

Le Città Invisibili – Jeffrey Moore

Casa Editrice: ISBN

Pagine: 489

Genere: Narrativa, Suspance, Thriller

Prezzo ebook: € 5,82

Prezzo di Copertina: € 10,00

Prima Pubblicazione: 2000

Link all’acquisto: QUI

Trama

Una notte, un uomo trova una ragazzina chiusa in un sacco, nella neve. È squarciata dalle coltellate, ma respira ancora. L’uomo si chiama Nile Nightingale e sta scappando, anche se non sa bene da cosa. Forse dalla serie di fallimenti che ha costellato la sua vita, dalla dipendenza da droghe, alcol e antidepressivi. Rifugiarsi tra le montagne del Canada è il suo modo di sparire dal mondo. La ragazzina è Celeste, una quattordicenne nerd che ha ingaggiato una solitaria lotta contro la caccia e il maltrattamento degli animali selvatici. Nile salva rocambolescamente Celeste, dando inizio a una strana amicizia e a un piano di vendetta contro i bracconieri che stanno distruggendo l’ambiente naturale del Quebec.

“Ma è una tradizione antichissima. Di persone che erano qui prima di noi.” “Il fatto che sia una tradizione, non vuol dire che sia buona. Le tradizioni si possono cambiare, rimpiazzare con altri modi di fare le cose, modi migliori. Che diventano a loro volta tradizioni.”

Recensione

Allora, partiamo prima con un breve disclaimer per quanto riguarda la casa editrice che detiene i diritti per questo libro, ovvero la ISBN.

Questa casa editrice infatti purtroppo è fallita nel 2015, è stata per anni un marchio della CE “Il Saggiatore”, alcuni titoli stampati si trovano ancora su vari rivenditori online quali Amazon, IBS o Libraccio, non tutti, ma vari ancora sì.

Oggi parliamo appunto di uno dei titoli che sono ancora reperibili, stampato per la prima volta nel 2012.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Per quanto riguarda la terminologia utilizzata in questo libro ho notato alcune volte dei termini “strani”, ad esempio parole magari non adatte del tutto ad un azione o scena, non saprei se questo è un problema di traduzione o se anche in lingua originale il testo presenta questi termini.

Comunque lo stile dell’autore è abbastanza semplice, non è uno stile che risulta di difficile interpretazione o altro, scorre bene anche tenendo conto del fatto che il ritmo in certi punti rallenta parecchio, più che rallentare l’autore si perde in dettagli o pensieri del protagonista abbastanza superflui a mio vedere.

Dovrebbe essere una storia ad alta tensione in cui siamo immersi nella provincia del Quèbec, quindi sotto cumuli di neve, ghiaccio e gelo, con personaggi secondari abbastanza inquietanti e di difficile comprensione, ma risulta di tensione solo per brevi istanti verso la fine.

Inoltre penso sia uno di quei casi in cui il libro avrebbe tranquillamente potuto avere 150 o 200 pagine in meno, è un testo di 489, ma risulta a tratti troppo prolisso.

Personaggi

Il personaggio principale è un uomo di nome Nile, questi è in fuga dagli USA, infatti lì ha diverse denunce tra cui un accusa anche di rapimento e pedofilia smossa dalla figlia della sua ex compagna, Nile proviene da una famiglia benestante e decide di sistemarsi in Quèbec non si sa bene per quale motivo, vuole acquistare una chiesa e con essa un cimitero situato vicino a questa, dice che è “per motivi sentimentali”, ma fino all’ultimo non sarà ben chiaro il perché.

Nile, all’inizio del libro incontra Celeste, una ragazzina di 14 anni che viene gettata in un canale vicino alla chiesa citata prima, lui vede questa scena e anche se sulle prime decide di fare finta di nulla e andarsene, torna indietro dopo poco convinto di voler soccorrere la ragazzina.

Celeste si rivelerà molto importante ai fini della trama, lei infatti è la nipote della vecchia signora che abitava nella chiesa (sempre quella famosa di prima) e assieme alla signora ha vissuto all’interno dell’edificio per anni.

Lei e la nonna hanno una notevole intelligenza, anche la madre della ragazzina , andando avanti con la lettura scopriremo ciò che è accaduto a queste altre due donne.

La tensione e gli elementi thriller sono rappresentati da un uomo che assieme al cugino è sulle tracce di Celeste, questo infatti è lo stesso che ha gettato la giovane nel canale all’inizio del libro ed è determinato a sbarazzarsi di lei.

Quest’uomo fa parte di un gruppo di bracconieri particolarmente arrabbiati con Celeste e la nonna, per tutto il libro aleggia lo spettro della cattura, infatti pensiamo sempre che il momento topico stia per arrivare, l’incontro fra i due, ma quando questo arriva il tutto risulta non così d’impatto come ci si aspettava.

Il modo in cui viene caratterizzato il villan della situazione non spicca particolarmente, infatti è come se l’autore gridasse “è lui il cattivo, e basta”, per farci sapere in modo chiaro di questa etichetta in un pezzo del libro dal punto di vista di Celeste spuntano vari eventi riguardanti questo “cattivone”, che fanno subito pensare al lettore “quest’uomo è un mostro”, ma a parte ciò non c’è una gran caratterizzazione.

Teneva le rane in un barattolo, chiuso, per vederle che aprivano sempre di più la bocca come se stessero cantando. Ma non stavano cantando, stavano soffocando. Quando aveva 6 o 7 anni, secondo Earl, catturò un torto e cercò di folgorarlo su un recinto elettrificato, poi gli tagliò la testa con le forbici seghettate. Quando suo padre gli disse di sbarazzarsi di una cucciolata di cagnolini, li sotterrò fino al collo in piccole buche in giardino. Poi passò loro sopra con un tosaerba, decapitandoli. 

Gli eventi descritti sono mostruosi, mi hanno profondamente turbata durante la lettura, ma questi sembrano servire solo a etichettare il personaggio, anche perché le successive volte in cui verrà nominato non saranno degne di nota e quando vedremo la sua prima apparizione lui verrà descritto come un essere assai diverso da quello che ci eravamo immaginati.

Tornando un attimo al personaggio principale, quello di Nile, lui avendo assunto varie droghe in passato si ritrova ad avere dei momenti di black out quasi, o finisce per vedere immagini o persone in modo diverso, molte volte infatti lui risulta un narratore inaffidabile, perché non sappiamo per certo se quello che vede e ci descrive corrisponde alla realtà oppure no.

Nile è un personaggio più difficile da comprendere di quello che può sembrare, infatti io non credo averlo compreso bene, è un uomo di sicuro perso, non ha mai avuto un gran rapporto con il padre, ma dopo la sua morte si è sentito perduto, ha una fortuna lasciata dal questo, ma è come se non sapesse dove sbattere la testa.

Le cose che fa durante la storia a tratti sembrano prive di senso, si affeziona a questa ragazzina e fa di tutto per lei fin da subito con una determinazione assurda, si fissa con il Quèbec, sembra girare attorno alle questioni senza venirne a capo.

Celeste dal canto suo è una ragazzina che non si risparmia nessuna battuta sarcastica, è una giovane che ne ha passate tante, ma cerca di nascondere quasi tutto quello che le è accaduto.

Tematiche

E’ interessante soprattutto quella legata alla cacciagione, alla crudeltà umana, alla violenza sugli animali, all’estinzione di questi e alle ripercussioni della violenza umana sugli animali e sul pianeta in generale.

A tratti il libro sembra un atlante o una specie di saggio sugli animali estinti perché Celeste si lascia andare a lunghe schede, nel vero senso della parola, su vari tipi di animali.

Il libro ha anche varie illustrazioni all’interno quando compaiono queste specie di “schede”.

Le illustrazioni che compaiono seguono soprattutto i pensieri o pezzi di Celeste.

Oltre a queste tematiche, che rappresentano il punto più interessante del libro, si parla anche della vita dopo la morte e del legame che si instaura tra due persone di età così diverse appunto Nile e Celeste, un rapporto molto simile a quello padre-figlia.

Conclusioni

Avevo grandi aspettative per questo libro, ma purtroppo alla fine si è rivelato un testo senza brio, con innumerevoli pagine in più, con personaggi che non mi hanno lasciato un segno, con tematiche di certo molto delicate e interessanti, ma trattate come se stessimo leggendo una sottospecie di saggio non un romanzo.

Inoltre i personaggi molte volte sembrano “perdere tempo”, come dicevo girano attorno senza un obbiettivo o una ragione per fare quello che fanno.

Il finale mi è risultato sporco, accadono una lista di fatti, alcuni sembrano improbabili, altri sono descritti in modo confuso, in più viene descritto come un libro pieno di “dark humor”, che non ho trovato, anzi ci sono tentativi vari, ma le battute presenti non le definirei “dark humor”, ma un tentativo fallito di fare humor.

Voto:

Purtroppo è un libro che non mi ha convinta del tutto, alcuni punti e tematiche sono interessanti e piacevoli, ma altri come i personaggi a tratti o l’infarcire pensieri e azioni di tempo perso o eventi inutili no.

E voi? Avete letto “La Società degli Animali Estinti”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perchè? Fatemi sapere!

A presto!

Le Città Invisibili – Italo Calvino

Buon mercoledì!

Come va? Com’è iniziata questa settimana?

Oggi parliamo di quello che è stato il libro per il gruppo di lettura del mese precedente, ovvero settembre.

Infatti il mese scorso sul gruppo abbiamo letto “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, il libro di cui parleremo appunto oggi, in realtà questa recensione si è fatta attendere perché io ho terminato questa lettura il 04/09 e avrei voluto parlarvene prima, ma fra una recensione arretrata e l’altra eccoci qui.

Comunque, bando alle ciance, iniziamo!

Le Città Invisibili – Italo Calvino

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 160

Genere: Narrativa

Prezzo ebook: € 7.99

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prima Pubblicazione: 1972

Link all’acquisto: QUI

Trama

“A un imperatore melanconico, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili. Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che possono valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”Italo Calvino

Pensai: “Forse Adelma è la città cui si arriva morendo e in cui ognuno ritrova le persone che ha conosciuto. E’ segno che sono morto anch’io.” Pensai anche: “E’ segno che l’aldilà non è felice.”

Recensione

Dunque, è difficile parlare di questo libro, prima di tutto per la particolarità di questo, infatti ci troviamo davanti ad una raccolta di città nel vero senso della parola.

Struttura

In questo libro c’è una trama di base, che raccoglie queste città e le tiene assieme, abbiamo Marco Polo che in un dialogo con Kublai Kan, l’Imperatore dei Tartari parla delle città che ha visitato, 55 in totale divise in 11 categorie.

Qui Calvino ricorre alla letteratura combinatoria, letteratura in cui l’autore gioca con il lettore e questo si ritrova a trovare combinazioni ed incastri vari nel testo.

Le descrizioni delle città non vanno oltre le 3/4 pagine e ogni città si ritrova assieme in una, come dicevo prima, categoria. Ad esempio abbiamo “Le città e il desiderio” o “Le città sottili“, “Le città e i morti” o ancora “Le città e il nome“.

Ogni categoria esiste per un motivo e le città che rientrano in una determinata categoria hanno elementi in comune, o un “significato” generico comune, anche se a volte questo sembra più difficile da trovare.

Il libro ha in totale 9 capitoli, all’interno di questi vengono presentate un tot di città, all’inizio e alla fine di ogni capitolo c’è un dialogo in corsivo fra Polo e Kublai Kan, questo dialogo crea una cornice.

Le città hanno tutte un nome di donna dalle tinte classiche, ad esempio: Moriana, Leonia, Fedora, Eufemia, Zaira, Dorotea, Bauci, Ipazia ecc. ecc.

Struttura del Testo

Immaginazione e Critiche

Il mio primo pensiero venuto spontaneo leggendo questo libro è stato: “un libro del genere fa esplodere la tua immaginazione”, e lo penso ancora, credo che uno dei vari pregi di questo testo siano le immagini che Calvino riesce a creare, immagini forgiate quasi in sogno, alcune molto diverse fra loro altre invece piuttosto simili.

Ci si immagina città con un “sottosopra” quindi una sua simile posizionata al di sotto di questa in cui vivono persone che alimentano la città di sopra, ci si immagina città sospese con funi in cui gli abitanti non toccano mai per terra, città piene di matasse di fili che legano una casa all’altra, un’edificio all’altro, insomma è un libro che vi porta in un mondo senza limiti e contorni.

Calvino trasforma la realtà in un qualcosa di sospeso, lontano, ma allo stesso tempo vicino.

Ad esempio alcune “critiche” o semplicemente immagini dell’autore si riferiscono a problemi reali, ad esempio quello dell’immondizia.

“I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.”

C’è una città nel libro che diventa satura di immondizia e decide di portare questa al di fuori dalle mura, così finisce per essere circondata dalla spazzatura e le altre città vicine a lei hanno lo stesso problema.

Calvino porta quindi alcuni problemi contemporanei e non in queste città immaginarie perché queste non sono del tutto immaginarie, in ogni città si può riconoscere un qualcosa che ci riporta alla realtà, pur tenendoci sospesi nell’immaginario.

Trovo che all’interno ci sia anche un interessante ragionamento che riguarda il potere, in particolare questo appare nei discorsi fra Polo e Kublai Kan, quest’ultimo ovviamente si ritrova con il peso del potere sulle spalle e si perde in ragionamenti vari con Polo riguardo all’essenza di una città e di un impero. Quanto si può conquistare? Qual’è il peso di questa conquista? C’è altro dopo, quando si arriva in un luogo, e lo si conquista, è tutto finito lì?

Calvino non indirizza questi ragionamenti o critiche in modo diretto, le inserisce nel testo senza spingere troppo su questi.

Conclusioni

E’ un libro di cui è difficile parlare perché credo sia una vera e propria esperienza, quel libro da leggere magari a piccole dose perdendosi nei meandri dei mondi che vengono creati all’interno, o magari di fretta facendo indigestione di fantasia.

E’ una raccolta di città che non sono solo città, sono universi, simboli, discorsi più estesi sulla vita e sul significato di questa, il tutto sotto forma di città appunto, ci sono città in cui ti sembra di non essere mai arrivato, sei sempre stato lì e non ne sei mai uscito, ci sono città che si ripetono, città che ti rinfacciano il passato…

Penso sia anche un libro che non si finisce mai di leggere, lo si può ripescare dalla libreria e tornare a perdercisi come se fosse la prima volta, è un caso raro trovare un libro simile, un mondo che non si finisce mai di esplorare.

Le città contenute all’interno sono sogni, ma anche realtà, in ognuna anche la più lontana dalla realtà si può trovare un elemento di vita comune a tutti.

Voto:

E’ stata una lettura rinfrescante, di sicuro lo definirei un testo innovativo, nuovo e libero, come l’autore d’altronde.

E voi? Avete mai letto “Le Città Invisibili”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!