La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Buon mercoledì e ben ritrovati!

Come sta andando la settimana? Come prosegue questo giugno?

Oggi, dato che avanzo nel mio obbiettivo e speranza di recuperare negli articoli e nelle recensioni, parliamo di un libro letto mesi fa di cui avrei dovuto parlarvi tempo addietro… non mi smentisco mai.

Il libro di cui parliamo oggi è “La Bambina che Amava troppo i Fiammiferi” di Gaétan Soucy, libri di cui avevamo parlato in parte in uno degli ultimi articoli del 2020, più precisamente quello dei libri peggiori, quindi beh questo non è di buon auspicio, ma andiamo con calma.

Parliamone!

La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi – Gaétan Soucy

Casa Editrice: Marcos Y Marcos

Genere: Narrativa

Pagine: 191

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 11,99

Anno di P. Pubblicazione: 1998

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto.

Trama

Un castello in rovina in mezzo al bosco. Due fratelli vittime di un padre folle, cresciuti isolati, in un mondo fittizio. Un mondo di ossessioni, violenze, angherie. Un mattino, al risveglio, i fratelli si accorgono che il padre si è impiccato in camera sua. Ora, per la prima volta, sono liberi: attraversano il bosco, raggiungono il villaggio, affrontano la realtà. Dove si scopre che chi si credeva un uomo è invece una donna; chi si credeva povero è invece ricco sfondato; due fratelli sono in realtà due sorelle e un fratello. Fino alla rivelazione di un segreto morboso, cruento, ripugnante. E l’origine di tutto, la tragedia che ha condotto il padre alla follia. Tutta colpa di una bambina che non la smetteva di giocare con i fiammiferi.

Recensione

Come dicevo, ho letto questo libro qualche mesetto fa, ma dato che prendo sempre nota dei libri che leggo (non ripeterò gli errori del passato) in dettagli piuttosto precisi, ogni volta rileggendo gli appunti scritti non ho problemi nel tornare con la memoria al libro in questione e vi dirò, a distanza di tempo mi rimangono impressi sempre dettagli specifici dei libri letti.

In questo caso, a breve distanza dalla lettura questo testo mi è passato davanti agli occhi non lasciandomi particolari di notevole importanza, ma ad oggi ho un quadro più preciso e delineato.

Parlando un poco dell’autore Gaétan Soucy era un autore e professore di origine canadese, venuto a mancare nel 2013. Fra gli altri testi dell’autore vorrei citare “L’Assoluzione” e “Music-Hall!” sempre editi in Italia dalla casa editrice Elliot.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile è decisamente particolare, il libro infatti è scritto dalla penna di una ragazza che non ha mai ricevuto una vera e propria istruzione, una ragazza che non sembra nemmeno avere la sua età anagrafica (che verrà rivelata ad un certo punto del libro, ma rimarrà comunque non certa) e soprattutto una giovane che ha sempre vissuto isolata solo con il fratello e il padre, senza incontrare altro essere umano, tranne per incontri più che brevi.

Il testo quindi è costellato di errori voluti e termini che non esistono, totalmente inventati da questa giovane che molto spesso utilizza termini sbagliati per indicare un determinato evento, oggetto, emozione, ricordo…

Ho trovato questa tattica decisamente originale e interessante sulle prime, ma a lungo andare rischia di rendere complessa e granulosa la lettura, questa richiede infatti un livello di attenzione costante e a volte ho avuto bisogno di rileggere determinate frasi più volte per capirne meglio il senso, che non rimane comunque chiaro.

Verso la fine ciò che non era ben specificato o lasciato all’immaginazione anche per l’uso di termini “bizzarri” viene spiegato e la vicenda assume un significato più chiaro.

L’atmosfera rimane costantemente ambigua, ci sono momenti in cui questa ragazza scrive di vicende assai gravi e drammatiche con toni bambineschi, normali, come se fossero vicende che accadono tutti i giorni. Ci sono invece altri momenti, in particolare verso la fine, in cui tratta con orrore ciò che accade, ma alcuni aspetti terribili non vengono mai trattati come dovrebbero essere trattati.

Si ha spesso l’impressione di camminare sulle uova leggendo il libro, si sa che ciò di cui sta parlando la protagonista, con il suo gergo impreciso, è un qualcosa di probabilmente molto grave, ma non si capisce fino in fondo la vicenda.

Aspetto Psicologico e Personaggi

Ci sono vari elementi importanti legati ai personaggi che vengono rivelati solo alla fine, quindi non andrò nei dettagli per evitare di incappare in pesanti spoiler, ma la protagonista vive senza dubbio in una bolla tossica, fra il fratello e il padre si ritrova ad un certo punto a guardare il mondo in una prospettiva diversa rispetto alla solita appunto a causa della morte della figura paterna.

Il libro vuole parlare di vari argomenti legati all’infanzia tossica, all’abuso. all’isolamento dal mondo e alla violenza. Non è un libro facile da leggere soprattutto quando si realizza a cosa fa riferimento la protagonista.

C’è qualche spiraglio di speranza nel testo, che però viene spazzata via dopo poco o vengono rivelati altri aspetti del tutto che gettano altra oscurità sul passato e il presente di questa ragazza.

E’ una lettura inoltre commovente e dolorosa a tratti, è presente anche una parentesi “amorosa” che però può essere interpretata in vari modi dato il tono della storia, ho trovato questa parentesi un poco esagerata.

La figura paterna è quella di un uomo probabilmente molto traviato a livello psicologico, che costringe i figli a vivere secondo le sue regole, i suoi tempi. entro determinati confini e ritmi. E’ un uomo violento, ciò che sappiamo di lui proviene dalla narratrice perché lui muore ad inizio libro, quindi non abbiamo modo di “incontrarlo”.

Il fratello invece non risulta un personaggio “forte”, esercita violenza sulla sorella e ha un comportamento in generale dittatoriale, ma non sento di averlo capito del tutto, potrebbe però essere una volontà dell’autore per far provare al lettore il senso di estraniazione e distacco che prova anche la narratrice nei confronti del fratello.

Conclusioni

E’ un libro complesso da descrivere, anche perché lo spoiler è sempre dietro l’angolo, ed è anche complesso da leggere. Mi sono approcciata alla lettura all’inizio non con leggerezza, ma non aspettandomi di certo un libro simile.

L’idea principale legata allo stile è interessante e funziona in parte per esprimere il tutto come se stesse parlando una bambina, che parla di violenze in modo innocente , ma a lungo andare rende la lettura pesante e a tratti ripetitiva.

Avrei gradito più introspezione dal punto di vista psicologico dei personaggi e una finale diverso, infatti, purtroppo non ho apprezzato l’epilogo.

L’idea base è interessante, ma il testo non mi ha convinta del tutto.

Voto:

E voi? Avete mai letto “La Bambina che Amava Troppo i Fiammiferi”? Sì? No? Vi è piacito? Fatemi sapere!

A presto, davvero!

L’ Assassina – Alexandros Papadiamantis

Buon lunedì, buon inizio settimana e ben ritrovati sul blog!

Come state? Com’è iniziata la settimana? Spero come sempre nel migliore dei modi.

Oggi, per cercare di rimettermi in carreggiata, ma soprattutto cercare di riprendere il ritmo con gli articoli (ma ormai ci sono già fuori carreggiata), vi vorrei parlare di un libro che ho letto oramai qualche mesto fa, un classico greco che aspettavo di leggere da anni e che finalmente ho avuto l’occasione di leggere.

Sto parlando de “L’Assassina” di Alexandros Papadiamantis, un libro del 1903, scritto da uno dei maggiori scrittori greci del XIX secolo.

Parliamone!

L’Assassina – Alexandros Papadiamantis

Casa editrice: Elliot

Pagine: 138

Prezzo di copertina: originale € 16,50 attuale € 7,89 (disponibile anche in un’altra edizione edita Aiora)

Prezzo ebook: € 8,49

Anno di P. Pubblicazione: 1903

Link all’Acquisto: QUI

Incipit

Accoccolata vicino al camino, con gli occhi chiusi, la testa poggiata sullo stipite, la vecchia Chadula, chiamata da tutti Ianù la Franca, non dormiva ma sacrificava il sonno vicino al letto della nipotina malata, mentre la madre della neonata si era da poco addormentata nel suo giaciglio sul pavimento.

Trama

Chadula, contadina e vedova, si procura da vivere usando erbe e intrugli per guarire gli abitanti del suo paesino, situato su un’isola tutta pietre e cespugli. Intorno a lei c’è solo miseria. Molti dei suoi figli sono scappati all’estero, mentre le figlie sono rimaste – e con esse il fardello del loro mantenimento. Sull’isola, il destino delle donne è un destino di sofferenze e privazioni, e chi ha figlie femmine deve rassegnarsi al disastro economico quando, per maritarle, dovrà dar loro una dote, o quando, rimaste zitelle, dovrà continuare a mantenerle. Chadula, guidata da un folle istinto e convinta di agire per mano di Dio, proverà a porre fine alle sofferenze dei suoi compaesani. Considerato in patria il “santo” della letteratura greca moderna, Alexandros Papadiamantis concentrò nel suo capolavoro una storia di delitto e castigo ambientata nella terra povera e aspra che ben conosceva. Magistrale per penetrazione psicologica e tensione narrativa, Papadiamantis fa dell’isola il secondo protagonista del romanzo, con descrizioni di una natura di valli, pianure, montagne e mare, secondo una lunga tradizione greca che ha avuto nell’ekphrasis la sua più tipica manifestazione retorica.

Recensione

Non ci è arrivato molto qui in Italia di Alexandros Papadiamantis dal punto di vista delle traduzioni, infatti ad oggi il suo unico testo reperibile è proprio “L’Assassina”. Parliamo un poco dell’autore, nato il 4 marzo 1851 a Sciato, Grecia.

Proveniva da una famiglia numerosa e fu scrittore, poeta, giornalista, editorialista, studioso e traduttore. Aveva uno stile che rientrava a pieno nel realismo con punte di naturalismo, era affascinato dalla società rurale e i suoi eroi erano tipicamente reietti, emarginati e anticonformisti. Papadiamantis fu il primo a tradurre in greco “Delitto e Castigo” di Dostoevskij, “L’Assassina” il romanzo di cui parleremo oggi è considerata la sua opera principale.

Parlando di eroi controversi, Chadula, la protagonista di questo romanzo è senza dubbio una personalità particolare e complessa da analizzare. E’ un’assassina di bambini, più precisamente bambine femmine che secondo lei con la crescita diventeranno un peso per la famiglia che non potrebbe far altro che esserle riconoscente per questo suo sacrificio.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Come dicevamo prima lo stile dell’autore è decisamente realistico e non si lascia andare a parentesi filosofeggianti o momenti che si distaccano dal senso fortemente realistico dell’opera e dello stile.

L’autore ha lottato nel corso della propria vita con la povertà e conosceva di persona le estreme difficoltà che questa porta con sé, il romanzo è infarcito di atmosfere pesanti, una quotidianità pesante e pressante che non lascia respirare la Chadula, il peso di un passato che porta a galla ricordi negativi, insomma emerge il senso di saggezza che si conquista con le esperienze vissute, anche se questa saggezza Chadula la utilizza nel modo più sbagliato.

E’ un libro tutto sommato breve e il ritmo è costante, la narrazione diventa più oscura e concitata da un certo punto in poi, si avverte subito in realtà un senso di malsana oscurità nella figura di Chadula, è un madre di famiglia, nonna e paesana, ma attorno al suo personaggio aleggia un senso di pericolosità che emerge del tutto dopo poche pagine.

Le atmosfere e le ambientazioni sono fortemente rurali, tra l’altro queste sono uno dei punti forti del libro, si riesce ad entrare in luoghi che ricordano i panorami della Grecia, luoghi tipicamente collinari, ma a brevi tratti anche montuosi e ancora marittimi, abbiamo vari scenari insomma e ognuno di questi si integra alla perfezione nelle scene d’azione descritte.

Personaggi e Psicologia

Il personaggio principale è senza dubbio Chadula, incontriamo però anche i suoi figli nel corso della narrazione, è madre di una prole abbastanza numerosa e nel corso della lettura scopriamo vari aneddoti riguardanti i figli, disgrazie famigliari e esperienza che non hanno fatto altro che far accrescere l’amarezza in Chadula.

Chadula è una donna che crede di aver vissuto varie vite in una e aver sopportato disgrazie e batoste, tutto ciò per arrivare in un certo senso alla coscienza massima, crede di sapere cosa è meglio e di aver appreso nozioni importanti sulla vita e sulla sopravvivenza. E’ vero in parte tutto questo, perché Chadula crede che per le famiglie, le figlie femmine siano solo delle disgrazie, prole a cui è necessario dare una dote e ciò impoverisce i genitori, ciò che hanno faticosamente guadagnato infatti va perduto, o passato, alle figlie per il matrimonio.

Quindi Chadula con questa forte convinzione, si trasforma in un’infanticida, che sembra continuare nella sua scia di morte come per seguire una forte pulsione di ragione, sa di star commettendo un crimine, ma crede di essere nella ragione, pensa di farlo per aiutare le famiglie e che quando queste si ritroveranno anni dopo in povertà e senza il dovere di passare una dote la ringrazieranno.

Dopo questi eventi Chadula scappa, la seguiamo nelle sue fughe dalla legge fino al punto finale.

E’ un testo piuttosto crudo e diretto in alcune parti, insomma le scene principali sono piuttosto forti, Chadula l’ho percepita durante la lettura come una donna spezzata in due, da una parte c’è il suo io materno che si preoccupa per i figli e si riconosce nel rigido ruolo sociale del tempo di madre, dall’altra invece è una donna che sembra non riuscire a fermarsi nel seguire i suoi impulsi, che possono essere riconducibili anche a situazioni vissute in infanzia e adolescenza.

Conclusioni

Pensando anche all’anno in cui è stato pubblicato questo libro una protagonista simile è senza dubbio differente, particolare e controversa, all’inizio del ‘900 abbiamo una donna sessantenne e madre che è stata anche levatrice che diventa un’assassina.

Già il concept base è più che interessante, in più anche lo stile dell’autore è degno di essere scoperto. Mi è piaciuta come lettura soprattutto per gli spunti psicologici e le ambientazioni, è un libro che ricorderò per alcune scene ambientate in panorami cupi e aperti a picco sul nulla.

E’ comunque un libro non perfetto per me, si riesce ad avvicinarsi a Chadula, ma mai del tutto, l’autore sembra voler a tutti i costi far capire al lettore il perché dei gesti di Chadula e cosa l’ha portata a diventare la donna rigida che è, ma lei rimane sempre un estranea.

Alcuni punti del libro mi sono scivolati addosso, sono comunque felice di averlo letto, ma il personaggio di Chadula a volta risulta forte e ben costruito e altre volte debole e lontano dal lettore.

Voto

E voi? Avete mai letto “L’assassina”? Avete mai letto nulla di Papadiamantis? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

#PoetProfile: Sylvia Plath – pt. 1

Buon pomeriggio, buon martedì e buon quasi inizio settimana!

Come state? Come procede il mese di maggio?

Finalmente, dopo mesi di promesse eccoci qui con il famigerato primo episodio della rubrica #poetprofile, rubrica in cui parleremo in ogni appuntamento di un poeta/poetessa, parlando della vita di questi, delle poesie più significative e rappresentative, avanzando pian piano anche nella scoperta della vita appunto del poeta/poetessa in questione.

Per la lunghezza piuttosto eccessiva per un unico articolo ho dovuto dividere il tutto in due parti, la seconda uscirà nei prossimi giorni, il mio piano iniziale era di unire tutto, ma purtroppo anche per la comodità nella lettura ho diviso.

La prima poetessa ad inaugurare questa rubrica (che apre anche una vera e propria sezione del blog dedicata alla poesia) è Sylvia Plath.

Non seguirò un ordine particolare nella scelta dei poeti di cui parlare, con tutta probabilità alterneremo una donna ad un uomo e così via, infatti il prossimo poeta di cui parleremo sarà un uomo, ma concentriamoci sulla poetessa di oggi.

C’è anche un’altra ragione riguardante la mia scelta per questo primo appuntamento, ho scelto la Plath perché personalmente è una delle mie poetesse e autrici preferite e la storia della sua vita e della sua evoluzione artistica è affascinante sotto ogni aspetto.

Quindi, che dire, iniziamo! Spero che questa nuova rubrica possa piacervi, che tra l’altro si potrebbe estendere anche agli autori di romanzi, parlando in un articolo di tutti i testi scr-, non corriamo troppo, ve la butto lì… Iniziamo!

Aurelia Schober, Otto Plath e la piccola Sylvia nel 1933

Infanzia, Otto Plath e Warren (1932-1940)

Sylvia Plath nasce il 27 ottobre del 1932 al Robinson Memorial Hospital di Jamaica Plain, un sobborgo di Boston da padre tedesco, Otto Emil Plath e madre austriaca, Aurelia Schober.

Otto Plath era un entomologo, biologo darwiniano e professore di tedesco all’Università di Boston, si trasferì in America, nello specifico a New York, a sedici anni e aveva una predisposizione naturale per le lingue. Parlava inglese con uno spiccato accento americano, ma conosceva anche il tedesco, il francese e il polacco. Queste conoscenze gli permisero di arrivare ad insegnare tedesco e l’alto tedesco a livello universitario.

Otto in gioventù dopo aver vissuto a New York a casa dello zio, si trasferì a Watertown nel Wisconsin, dove frequentò il college a condizione che studiasse per diventare un ministro luterano. Otto si specializzò in lingue classiche, ma per colpa dei suoi studi riguardanti Darwin e gli altri pensatori scientifici del XIX secolo si rese conto di non poter più diventare un ministro luterano e fu cacciato dalla famiglia.

Otto Plath (1885-1940)

Da quel momento la vita di Otto iniziò a ruotare interamente intorno allo studio, riuscì ad imporsi in campi accademici su lingue che non erano le sue grazie alla sua enorme forza di volontà. Conobbe Aurelia Schober all’Università di Boston, dove lavorava, e di lei apprezzava soprattutto la mente e la sua estrema determinazione.

Aurelia aveva ventun anni in meno di Otto e lasciò l’insegnamento del tedesco e dell’inglese per lavorare come segretaria del marito, una volta sposati. Aurelia era una donna intelligente, era un’avida lettrice, discendeva anche lei da una famiglia di origine tedesca e si decise a sposare Otto dopo un anno di corte serrata e dopo un viaggio fino a Las Vegas per il divorzio necessario dal precedente matrimonio di lei.

Nelle opere di Sylvia sarà la figura paterna ad emergere per la maggior parte, una figura romanzata ed edulcorata, secondo Aurelia il padre amorevole e affettuoso visibile nelle opere giovanili è legato invece alla visione del nonno, il padre di Aurelia, “Grampy” Schober.

Sylvia nacque dieci mesi dopo il matrimonio, mentre Warren Joseph Plath nacque due anni e mezzo dopo la nascita della sorella.

I coniugi insegnarono ai figli fin dai primi anni di vita l’importanza della lettura, dello studio e delle lingue. Otto passava la maggior parte del tempo in casa leggendo e studiando, quando non era a casa era al campus e da ciò che traspare in casa si respirava un’aria accademica, dato che la madre non solo preparava i manoscritti del marito ma, con il tempo passò a scrivere lei stessa un ampio numero di questi manoscritti.

Durante l’infanzia e data la gelosia che si viene a creare fra fratelli, citando anche la differenza di età, Sylvia divenne sempre più desiderosa di attenzioni, divenne a tratti aggressiva, sentendo il peso di queste mancate attenzioni che venivano invece dedicate al fratello Warren.

Warren era un bambino dalla salute cagionevole e necessitava di maggiori cure, la madre dedicava molto del suo tempo per la salute del piccolo, affidando spesso Sylvia ai nonni.

Nel 1936 i Plath si trasferiscono da Jamaica Plain a Winthrop, nella baia di Boston. Qui il mare diventa una presenza importante per Sylvia, è un periodo costellato da gite in barca, passeggiate in riva al mare, tempo speso assieme alla famiglia. L’acqua e il mare torneranno spesso come immagini nelle poesie future di Sylvia, di solito sono elementi associati alla pace e alla tranquillità, ma anche purezza e amarezza.

Qui finiva la terra: le estreme dita,
nocchiute e reumatiche, rattrappite sul nulla.
Ammonitori neri dirupi,
e il mare che esplode senza fondo,
o alcunché d’altro al di là, bianco di visi d’annegati.
Adesso è soltanto tetro, un ammasso di rocce –
soldati sbandati di vecchie, confuse guerre.
Il mare gli cannoneggia gli orecchi, ma loro non mollano.
Altre rocce nascondono i loro rancori sott’acqua.

Finisterre (29 settembre 1961)1

Sylvia era una bambina molto meticolosa, le piaceva sistemare i bottoni, i sassolini, i mattoncini e altri tipi di oggetti, pratica comune a vari bambini, ma che ho trovato affascinante conoscere nel corso delle ricerche e letture fatte per questo articolo.

Quando Sylvia (nel 1940) aveva otto anni, il padre, Otto, venne a mancare a causa di complicazioni date dalla cura della malattia che aveva, soffriva di diabete mellito, che fu all’inizio scambiato per un tumore al polmone. Queste complicazioni portarono all’amputazione di una gamba a causa del diabete con conseguente morte per embolia. La morte del padre ebbe un grande impatto su Sylvia, un impatto evidente anche dopo anni.

In una lettera inedita di Aurelia del 1988 sembra emergere il vero clima legato alla situazione in casa Plath, Aurelia descrive l’invalidità del marito e la grande lontananza tra lui e i figli. Cercando di tracciare una visione di Otto dagli occhi di Sylvia, seguendo le sue opere, emerge nei suoi primi scritti un occhio dolce e forse troppo idealizzato nei confronti del padre deceduto, mentre anni dopo, con la crescita e una visione più chiara, la scrittrice fa emergere un quadro infantile più amaro.

Otto viveva in un clima di isolamento, scriveva Aurelia: “mio marito non abbracciava né baciava mai i bambini, temendo di avere qualcosa di brutto che tale vicinanza avrebbe potuto trasmettere… non usciva mai per una passeggiata con loro, non si concedeva mai un gioco e neppure osava sfiorarli. Non chiacchieravano neppure – [solo] una rapida carezza sulla testa, al momento di andare a letto.2

La madre decise di non far assistere i figli al funerale di Otto, Sylvia visitò per la prima volta la tomba del padre solo nel 1959 e descrisse in questo modo l’esperienza: Sono andata sulla tomba di mio padre, una visita deprimente. […] Nel terzo campo, su uno spiazzo erboso uniforme che guardava da un rettilineo giallastro spoglio su file di edifici di legno, ho trovato la piatta tomba di “Otto E. Plath: 1885-1940”, proprio accanto al sentiero dove era facile calpestarla. Mi sono sentita ingannata. Ero tentata di tirarlo fuori. Per provare che era vissuto e morto sul serio. […] Me ne sono andata subito. Ma è giusto avere il posto in mente.3

Sylvia nel 1946

Trasferimenti e Primi Successi (1941-1946)

In questi anni, dopo la morte del padre, Sylvia frequenta la Junior School di Winthrop e nel 1941 inaugura la sua serie di riconoscimenti letterari. A soli otto anni infatti una sua poesia viene pubblicata sul “Boston Herald”.

Sylvia era piuttosto popolare fra i suoi coetanei, la madre la persuase all’età di 12 anni a sottoporsi al test per il quoziente intellettivo (IQ) ed ebbe un punteggio di 160. Punteggio decisamente alto, secondo alcuni metri di giudizio oltre i 140 si è ritenuti “geni” quindi Sylvia venne considerata una delle menti più acute e brillanti della sua età.

A dieci anni, due anni dopo la morte del padre, Sylvia potrebbe aver tentato per la prima volta il suicidio. Non è chiaro se fu un atto voluto o un incidente, provò a tagliarsi la gola. Il fatto viene citato nella biografia di Andrew Wilson, “Mad Girl’s Love Song” che ha avuto accesso a lettere prima inaccessibili di Aurelia ai figli di Sylvia. Inoltre nella poesia “Daddy” Sylvia cita i dieci anni come età in cui il padre venne meno, ma questo non corrisponde alla realtà, quindi il riferimento ai dieci anni può riguardare o un fatto importante legato a quell’età e al padre o distaccandosi dal lato autobiografico potrebbe riguardare unicamente un’esperienza della voce narrante della poesia. Anche nei diari citerà, non in modo chiaro, un incidente di tipo violento attorno a quell’età.

Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che

Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.

Daddy (12 ottobre 1962)4

In quegli anni Aurelia riceve dalla sua vecchia università l’incarico di organizzare e gestire un corso di segretariato medico e ospedaliero, perciò con tutta la famiglia si trasferisce a Wellesley, vicino a Boston.

Sylvia non è entusiasta del trasferimento, è costretta ad abbandonare l’oceano e le sue amate spiagge a cui tornerà spesso con la memoria.

Disegno di Sylvia, “Meadown Flowers”

Dal 1944 al 1947 Sylvia frequenta la Alice L. Phillips Junior High School, dove si distingue in arte e inglese. Il tema dell’arte tornerà spesso anche in futuro, infatti oltre a quella che era la sua passione per la scrittura si aggiunge quella per il disegno e per la musica dato che prende lezioni di pianoforte, balletto e suona la viola nell’orchestra della scuola.

Ciò inizierà ad influenzare anche le sue poesie che si impregneranno di un certo senso musicale.

Sylvia nel 1947, a 14 anni

Wilbury Crockett, i ragazzi e la società (1947-1949)

Sylvia dopo essersi distinta alla Junior High School, si iscrive alla Gamaliel Bradford High School dove viene notata da Wilbury Crockett.

Crockett era un professore di letteratura americana, europea e classica, fu il suo insegnante di inglese per tre anni, ma i due rimasero in ottimi rapporti per tutti gli anni seguenti, fu lui infatti ad aiutarla nel recuperare del tutto la capacità di leggere e scrivere dopo il suo tentativo di suicidio a vent’anni.

I racconti giunti a noi da quegli anni sono pervasi da un profondo senso di perdita e tristezza, le protagoniste sono figure senza un futuro, senza piani precisi, intrappolate in alcuni casi in una profonda depressione, come nel caso di “Heat“.

“Non c’era via di scampo. La calura era ovunque. Si insinuava negli appartamenti e negli uffici con l’aria condizionata. Poggiava sulla città come una coperta palpabile…”

Nel ’49 scrive un brano che introduce per la prima volta Miss Minton, un personaggio femminile che fa la sua comparsa anche in “Domenica dai Minton” che nel 1952 le è valso un premio.

In questi anni la Plath, con la crescita, inizia a pensare ai ragazzi, e alla società e qui iniziano le prime domande e dubbi sul rapporto con l’altro sesso, il matrimonio e il ruolo della moglie nella società.

Queste tematiche, che ci si trova ad affrontare ad un certo punto nello sviluppo, diventano decisamente presenti nei suoi diari e nei suoi pensieri, anche negli anni successivi infatti Sylvia sembra essere tormentata dalla sua visione del futuro e della carriera professionale in contrapposizione alla visione della donna nell’America degli anni ’50, una donna casalinga, devota al marito, remissiva e disposta a mettere da parte i suoi piani professionali per la casa e la famiglia.

Come scrisse a più riprese sui suoi diari: Voglio essere assolutamente sicura che il matrimonio non sia né una clamorosa presa in giro, né un rifugio effimero” (27/04/1953) – “C’è un tempo per ogni cosa; e tu devi stare attenta a questa tua predilezione per le mele verdi. Possono essere dolci o aspre, novelle o precoci, ma sarebbe ora che imparassi ad aspettare la stagione del raccolto. Prenditela calma, per favore. Lui non deve essere lo strumento della tua estasi. Non ancora, comunque.” (12/01/1953) – “Secondo me l’unione che funziona valorizza le potenzialità di entrambi gli individui.” (05/1952) – “Il mio struggente interesse per gli uomini e la loro vita viene spesso scambiato per smania di seduzione o invito all’intimità.” (1951) – “Desidero le cose che alla fine mi distruggeranno… Mi chiedo se l’arte scissa dalla vita vita normale, convenzionale, abbia altrettanta potenza dell’arte fusa con la vita: in altre parole, il matrimonio potrebbe fiaccare la mia energia creativa e distruggere il mio desiderio di espressione scritta e pittorica […]” (1950) – “Se solo riuscissi a trovarlo… l’uomo intelligente ma dotato anche di fisico prestante, magnetico. Se io posso offrire tutto questo, perché non dovrei pretendere altrettanto da un uomo?” (1950)5

Sylvia Plath allo Smith College, 1952/1953

Lo Smith College, il tentativo di suicidio e Mademoiselle (1950-1953)

Grazie all’essersi distinta alla Gamiel Bradford e a ben tre borse di studio, Sylvia potrà frequentare lo Smith College di Northampton in Massachusetts, un prestigioso college privato femminile.

Smith College, Northampton, Massachussetts

Anche oggi lo Smith è considerato uno dei college migliori, nel 2013 la rivista U.S. News & World Report lo collocava fra i college più prestigiosi a indirizzo artistico, ha visto la luce per la prima volta nel 1875, oggi ha circa 2600 allieve nel campus e altre 250 presso altre sedi, ciò lo rende il college femminile più grande del Paese.

Nell’estate del 1950, prima di entrare al college, opportunità che infondeva un gran senso di entusiasmo e felicità in Sylvia, lavora per poco in un’azienda agricola, la “Lookout Farm“, esperienza che apre la raccolta dei diari6 e introduce una ragazza vogliosa di vivere e fare esperienze di vario genere. Descrive anche un episodio accaduto in questa azienda in cui viene baciata senza consenso da un ragazzo. Episodio questo che la lascia sconvolta anche per il modo in cui viene guardata e trattata dagli altri dopo l’evento, che si ferma appunto ad un bacio, ma da ciò che Sylvia fa intendere il giovane non si è spinto oltre perché l’ha vista piangere e non gradire l’assalto.

Nel settembre di quell’anno si aprono le porte dello Smith, in cui è iscritta alla facoltà di Inglese e vive a Haven House.

Una volta allontanatasi da casa, Sylvia, fa di tutto per tenersi in contatto con la madre e le due si scrivono regolarmente, queste lettere/telegrammi dallo Smith aprono la raccolta delle lettere alla madre7 che mostrano una Sylvia che sgobba tutto il giorno al costo di mantenere buoni voti e dimostrare di meritare la sua posizione.

Queste lettere, come sostengono vari studiosi della vita della scrittrice e come è intuibile durante la lettura, presentano una certa falsità di fondo. Sylvia si sforza di apparire sempre felice e positiva in queste lettere, racconta ogni esperienza con toni entusiasti e anche dopo lo Smith manterrà questo tono, adottato per varie ragioni si pensa, sia per mostrare alla madre una facciata di positività a volte inesistente sia per non aggravare la madre di un ulteriore peso, dato che Aurelia fece sempre di tutto per mantenere economicamente e non solo i figli, era una donna sola e con il peso di vari lavori sulle spalle.

Questa falsità che a tratti può sembrare solo un modo per alleggerire i fatti raccontati, nasconde in realtà molto altro. Anni dopo, nel 1958, tornando in cura dalla psicologa che la ebbe in cura per anni (Ruth Barnhouse Beuscher), iniziò ad interrogarsi fino in fondo sulla natura del rapporto con la madre e arrivò a queste conclusioni: “E’ come se R.B. dicendo “ti autorizzo a odiare tua madre”, avesse anche detto “ti autorizzo a essere felice”.” – “Ho giocato, scherzato, accolto mamma con affetto. Certo la odio, ma non solo. Le… voglio anche bene.” – “Perché ho paura di fallire prima ancora di incominciare. Vecchio bisogno di dare a mamma delle soddisfazioni, per avere una ricompensa d’amore.”- “Una registrazione quasi fedele dei sentimenti e delle ragioni del mio suicidio: lo spostamento nei confronti di me stessa dell’impulso omicida verso mia madre.”8

Aurelia sembra tra l’altro, nel corso degli anni, non arrivare mai a patti con i tentativi di suicidio della figlia, che vede come un’onta. Non riconosce mai alcuni suoi eventuali comportamenti sbagliati.

Ad ogni modo, Sylvia entra allo Smith, e nel 1950 la rivista “Seventeen” pubblica il suo racconto “And Summer Will not Come Again“, ispirato ad un amore adolescenziale e un concorso del ’51 indetto dalla stessa rivista la premierà con il terzo posto per il racconto “Den of Lions“.

Nel ’50 inizia la sua corrispondenza con Eddie Cohen, uno studente di letteratura di Chicago con cui sente di riuscire ad intendersi nelle sue fragilità.

In una lettera la giovane, scrive: “Prima di donare il mio corpo, devo donare i miei pensieri, la mia mente, i miei sogni. E tu non volevi nessuna di queste cose.” […] “Sei un sogno: spero di non incontrarti mai.”9

Risale al 1951 il suo incontro con Dick Norton, figlio di un’amica di sua madre e studente di Yale, vive con lui la sua relazione più importante dei primi anni del college, da lui nasce l’ispirazione per il personaggio di Buddy Willard de “La Campana di Vetro“.

Nel settembre del ’51 in riferimento a Dick scrive: “Vedo nel ragazzo che, per necessità (mancanza di altri contatti), è diventato l’unica risposta a un bisogno, il germe di tutto ciò che temo e che vorrei evitare. Vedo l’altrettanto cieca necessità di prendermi subito il meglio che c’è, per paura che il futuro non mi dia un’altra occasione. […] Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa.”10

Nel corso dell’estate alla fine del suo primo anno allo Smith, lavora come baby-sitter, da quella esperienza nacque la poesia “The Babysitters“. Durante le sue riflessioni estive sulla scrittura dichiara di volersi avvicinare di più ad Amy Lowell, ma di adorare la trasparenza lirica e la purezza di Elinor Wylie, E.E. Cummings e aspira ad emulare T.S. Eliot, Archibald Mac Leish e Conrad Aiken.

Durante il suo secondo anno si ritrova più volte a mirare all’equilibrio, sia nella sua vita scolastica che in quella sentimentale, inizia a pensare ad un futuro con Dick e immagina lui come futuro marito/padre, ma allo stesso tempo non è sicura di lui per la sua vita amorosa futura. In particolare sa che si ritroverà sempre a lottare con lui per il “predominio”, sa che ci sarà sempre un senso di competitività e non è del tutto convinta. Dick inoltre rappresentava il ragazzo modello tipico degli anni ’50, uno studente ottimo, futuro medico, figlio amato molto affezionato alla famiglia e alla madre (amica di Aurelia).

Sylvia inoltre soffriva di sinusite e questi continui attacchi, che sopraggiungevano di tanto in tanto, la gettavano in uno stato di profondo sconforto, questo stato si aggravava nei momenti in cui già soffriva a livello personale.

Durante il secondo anno fu nominata anche segretaria del Comitato d’onore ed era corrispondente dello “Springfield Daily News” e puntava per l’anno seguente (il ’53) ad entrare nella redazione dello “Smith Review“.

Il suo secondo anno di studi si conclude con ottimi risultati scolastici e durante l’estate, prima dell’inizio del suo terzo anno, lavora presso il Belmont Hotel di West Harwich a Wellesley e a Chatman, Massachusetts.

Si divertiva molto all’hotel, era un esperienza gratificante che le portava soddisfazione, ma purtroppo si affaticò molto e si riammalò con la sinusite e dovette tornare a casa e rinunciare al lavoro, per poi pentirsene.

Inizio il suo terzo anno allo Smith decidendo di specializzarsi in letteratura inglese, ma doveva scegliere anche una materia scientifica, per due semestri secondo le regole dell’istituto, e scelse fisica. Tuttavia questa scelta non fu per nulla soddisfacente, anzi, lo studio di questa la faceva cadere in uno stato di profondo sconforto e inadeguatezza.

Nel novembre del ’52 infatti comunica il suo stato sia nel suo diario personale che in varie lettere alla madre: “Dio, non sono mai stata tanto vicina al suicidio come adesso […]. Il mio mondo cade a pezzi, si sbriciola “il centro non regge più”. Non c’è forza unificatrice, sola la nuda paura, l’istinto di autoconservazione. Ho paura Non ho consistenza, sono vuota. Dietro gli occhi sento una caverna pietrificata, inerte, un abisso infernale, un nulla che scimmiotta.11

Mi dispiace doverlo ammettere, ma sono in uno stato di tensione emotiva e mentale, ed è una settimana che sono in questo stato di tensione e mi sento letteralmente nauseata… manifestazione psichica di uno stato mentale di grande frustrazione. […] Per cavarmi d’impiccio ho preso in seria considerazione di suicidarmi, è come se mi stessi rotolando nei miei stessi escrementi.12

Poche persone erano a conoscenza della reale situazione, e nemmeno queste forse si rendevano davvero conto dello stato psicologico di Sylvia. La ripresa appare improvvisa e inaspettata, infatti passati questi momenti la ragazza si risolleva e supera questo stato, questo cambiamento non è del tutto normale, ma per le persone accanto a lei era comune vederla con umore altalenante.

Nei mesi seguenti, sbarcando nel 1953, Sylvia riflette ulteriormente sul suo rapporto con Dick Norton e arriva alla conclusione che i due saranno per sempre condannati a competere fra loro e realizza di non amarlo più e di non essere più attratta da lui.

Sylvia con Myron Lotz

Nel suo diario, data 10/01/1953, annuncia di aver incontrato un nuovo ragazzo, c’è un nuovo uomo nella sua vita e il suo nome è Myron Lotz.

Era uno studente di medicina a Yale e giocava a football in seconda categoria, possedeva molte delle qualità che Sylvia cercava in un ragazzo, la famosa poesia “Mad Girl’s Love Song” è ispirata a lui.

La coppia ebbe un inizio passionale e veloce, ma nel corso di poco l’amore sfumò in amicizia e rimasero in buoni rapporti.

Nel giugno di quell’anno viene selezionata con diciannove studentesse tra duemila candidate per trascorrere un mese nella redazione della rivista “Mademoiselle” di New York.

Sylvia al suo primo giorno alla rivista “Mademoiselle”

Trascorre un periodo di serate mondane e interessanti incontri letterari, le si aprono le porte di una New York alla moda.

Le note sui diari riguardanti a quei periodi, o meglio quelle pubblicate, sono scarse, Sylvia sembra sentirsi intrappolata in un ambiente impregnato di persone altezzose e menefreghiste nei confronti dei problemi altrui e si sente portata all’esasperazione, questo ambiente artificioso, ricercato la fa sentire a tratti insicura e ad altri fin troppo eccitata.

Da questa esperienza trarrà ispirazione per “La Campana di Vetro” e per gli eventi che vivrà la sua Esther.

Dopo questa esperienza, tornata a Wellesley per il resto dell’estate, subirà un brutto colpo ovvero verrà respinta al corso di scrittura di Frank O’Connor per cui aveva fatto domanda. Il livello di estrema delusione e sconforto provato da questo era ampliato anche da uno stato di depressione pregresso, infatti l’esperienza di New York non aveva giovato al suo stato mentale.

Passerà l’estate a casa con piani vari inerenti allo studio e alla scrittura, ma sprofonderà sempre di più in un vortice di manie suicide e depressione, dai diari dei giorni precedenti (fino a dove ci è possibile leggere) traspare dalle sue parole un profondo senso autocritico, non perde occasione per accentuare i suoi difetti ed evidenziare le mancanze.

Ti prego pensa – svegliati. Credi in qualche forza benefica al di fuori del tuo io limitato. Signore, signore, signore: dove sei? Ti voglio, ho bisogno di te: di credere in te e nell’amore e nell’umanità. Non devi nasconderti in questo modo. Devi pensare.13

La sua famiglia interpella uno psichiatra e inizia ad essere sottoposta a trattamenti di elettroshock, non sarà la prima né l’ultima volta, questo trattamento sarà per lei un esperienza traumatica che rievocherà ne “La Campana di Vetro”.

Il fatto della sparizione e del ritrovamento venne riportato nei quotidiani locali

Il 24 agosto tenta il suicidio, scende in cantina e ingerisce una cinquantina di pillole di sonnifero, si nasconde dietro una catasta di legno e rimane lì per ben due giorni, tanto che il fatto venne riportati sui quotidiani dell’epoca.

Fu il fratello Warren a ritrovarla in uno stato disperato, era agonizzante, ma ancora viva grazie all’aver vomitato gran parte delle pillole ingerite.

Fu ricoverata presso il McLean Hospital, Belmont, e affidata alla psichiatra Beuscher, la ripresa si basò su trattamenti di elettroshock e insulina, ma fu di fondamentale importanza il rapporto con la terapeuta.

Sylvia fu dimessa dall’ospedale nel dicembre del 1953.

Sylvia Plath, 1954

Il doppio, Richard Sasson e Cambridge (1954 – 1955)

Sylvia tornò allo Smith nella primavera del 1954, si era fatta bionda, si sentiva più spavalda ed era famosa in tutto il campus. Le piaceva vedersi con una personalità nuova con il cambio del colore dei capelli, l’essere bionda voleva dire essere più audace, determinata e allegra, nei diari alla madre cita questo cambio di personalità basato sull’aspetto, l’essere castana infatti al contrario per lei voleva dire essere la “classica” brava ragazza e studentessa modello.

Sylvia recupera i corsi del terzo anno e sceglie il tema della tesi di laurea, ovvero la figura del doppio nei romanzi di Dostoevskij.

La tematica del riflesso, del doppio, ricomparirà di frequente nelle sue opere come un pensiero costante, sono un esempio le figure opposte e speculari de “Due Sorelle di Persefone” (1956)14:

Due fanciulle: in casa
l’una siede, l’altra fuori.
Per tutto il giorno tra loro
un duetto d’ombra e luce.

Nella sua buia stanza rivestita di legno
la prima elabora problemi
su una macchina matematica.
Aridi ticchettii battono il tempo

mentre calcola ogni somma.
In questa sterile impresa
il suo sguardo sbieco assume furbizia di topo,
la sua magra figura un pallore di radice.

Bronzea come la terra l’altra, distesa,
ascolta i ticchettii gonfiarsi d’oro
come polline nell’aria luminosa. Cullata
accanto a un letto di papaveri,

vede il rosso ventaglio di seta
dei loro petali di sangue
ardere e aprirsi alla lama del sole.
Su quel verde altare

liberamente diventa sposa del sole,
s’ingravida di seme.
Accosciata sull’erba, nell’orgoglio del travaglio,
partorisce un re. Inacidita

e gialla come un limone
l’altra, vergine agra fino allo stremo,
va verso la tomba con la carne devastata,
posseduta dai vermi, ma non donna.

In questa poesia una fanciulla è simbolo di natura, è piena di vita, diventa sposa del sole e partorisce un re, mentre l’altra è gialla come un limone, secca e vergine. Rappresenta due figure binarie, diverse, ma simili, che vanno incontro allo stesso destino.

Nell’aprile del ’54 incontrò Richard Sasson, uno studente di Yale un inglese cresciuto in Francia che studia storia e filosofia, diverso dai suoi precedenti fidanzati e dal suo ideale di ragazzo, Sasson infatti era un ragazzo raffinato, intelligente, imparentato con i Sasson della letteratura. Riusciva a starle dietro a livello intellettuale e non solo, in molte biografie, articoli e saggi, Sasson assume un ruolo spettrale, è una figura sullo sfondo che sembra non aver assunto una gran importanza nella vita della poetessa, ma come vedremo anche più avanti, Sasson è stato il ragazzo che ha catapultato Sylvia verso Ted e l’ha fatta anche precipitare in uno stato d’animo di estrema mancanza e dolore amoroso.

Torneremo a parlare di Richard più avanti, ma la relazione con lui fu molto importante per Sylvia.

Passo l’estate del 1954 alla Harvard Summer School studiando tedesco e vivendo con alcuni amici dello Smith.

Il suo ultimo anno allo Smith la proiettò all’apice dl successo, vinse premi, guadagnò vendendo poesie, e soprattutto vinse una borsa di studio Fullbright per studiare al Newnham College a Cambridge.

Dopo la consegna dei diplomi, Sylvia torna nell’estate del ’55 a Wellesley dalla famiglia a causa di un intervento della madre, decise di non lavorare appunto per seguirla al meglio delle sue possibilità.

In questo periodo il rapporto con Sasson inizia ad incrinarsi, lui sembra volersi allontanare da lei.

In una lettera dell’11 dicembre a Richard scrisse: “Forse quando sentiamo che vogliamo tutto è perché siamo pericolosamente vicini a non volere niente. Il non volere niente ha due estremi opposti: o uno è del tutto realizzato e ricco e ha una tale quantità di mondi interiori che quello esteriore non gli serve per provare gioia, perché la gioia emana dal centro del suo essere; oppure uno è morto e marcito dentro e questo mondo non ha niente da dargli. Al momento mi sento come se stessi silenziosamente costruendo un ponte delicato e intricato, nel buio della notte, da una tomba all’altra mentre il gigante dorme. Aiutami a costruire questo ponte oh tanto squisito.15

A metà settembre s’imbarca per l’Inghilterra, prima di Natale traversa la Manica per incontrare Richard a Parigi, ora studente alla Sorbona, ma la loro intesa sembra essersi spezzata lasciando una Sylvia particolarmente demoralizzata, sola nel suo viaggio di ritorno verso Cambridge.

C’era anche un altro uomo in questo periodo, ma fu solo un amore estivo che bruciò in fretta, il ragazzo in questione era Peter Davidson, lui stesso poeta e redattore a New York, che fu una figura ad ogni modo persistente nella vita di Sylvia, perché anche dopo la rottura i due rimasero amici e in comunicazione.

NOTE

1: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
2: Linda W. Martin, Sylvia Plath, Castelvecchi 2013
3: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
4: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
5: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
6: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
7: S. Plath, Quanto Lontano Siamo Giunti, Guanda 2015
8: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
9: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
10: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
11: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
12: S. Plath, Quanto Lontano Siamo Giunti, Guanda 2015
13: S. Plath, Diari, Adelphi 1998
14: S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019
15: S. Plath, Diari, Adelphi 1998

Video/Link Interessanti

Mad Girl’s Love Song – S. Plath

Daddy – S. Plath

Documentario in lingua su S. Plath

La prima parte si ferma qui, ma la seconda uscirà il prima possibile e in quella parleremo della relazione e del fatidico incontro con Ted Hughes, della vita con lui, dell’evoluzione della sua arte, della rottura e di decine di altri eventi che hanno segnato la vita di questa immensa poetessa. Parleremo anche dell’atto finale, ovvero il suicidio e ciò che è accaduto dopo.

Fatemi sapere se questa prima parte vi è piaciuta, se questa rubrica vi aggrada e preparatevi per la seconda parte che sta per arrivare!

A presto!

LiberTiAmo di Maggio e Giugno (2021)

Buon sabato, buon primo maggio e buon inizio weekend!

Eccoci per l’annuncio della nuova lettura per il gruppo, che in questo caso non sarà la lettura di un mese ma, di due mesi, quello di maggio e quello di giugno.

Data la mole del testo in questione infatti abbiamo scelto di dilatare i tempi di lettura e come sempre è disponibile in ogni momento una proroga per allungare ulteriormente i tempi.

Vi ricordo come sempre che trovate il gruppo sia su Goodreads che su Telegram e ora, andiamo a parlare del libro dei prossimi mesi!

La Fiera della Vanità – William M. Thackeray

Casa Editrice: BUR

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Il romanzo ha come titolo completo “Vanity Fair: a novel without a hero”, ovvero “La fiera della vanità: un romanzo senza un eroe”. La vera protagonista della storia è infatti la società con le sue contraddizioni: apparentemente si esalta la condotta secondo moralità, ma in realtà di ogni cosa si reclama solo l’apparenza e vittorioso è sempre il più furbo, mai il più buono. A rappresentare i due tipi di condotta due personaggi femminili: l’ingenua, pura e ricca Amelia Sedley e l’arrivista, povera e intelligente Becky Sharp. Il filo dell’ipocrisia legherà la scalata sociale della prima all’esistenza inutilmente votata alla rispettabilità della seconda.

La Fiera delle Vanità è stato pubblicato a puntate tra il 1847 e il 1848.

In varie edizioni il libro presenta il sottotitolo “una storia senza eroe”, infatti è considerato uno dei testi della letteratura inglese del XIX secolo e presenta la caratteristica di non aver un vero e proprio eroe.

Il libro sarà in lettura per due mesi, per tutto il mese di maggio e per tutto il mese di giugno, la lettura inizia ufficialmente oggi.

E voi? Avete mai letto “La Fiera della Vanità”? Sì? Vi unirete a noi nella lettura? Fatemi sapere!

A presto!

Cuore di Tenebra – Joseph Conrad

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state? Come avete trascorso quest’ultima settimana di aprile?

Oggi, torno finalmente con una recensione che (guarda che novità), avrei dovuto pubblicare i primi di aprile e invece mi ritrovo a pubblicarla l’ultimo giorno del mese, in un certo senso è ironica come cosa.

Il libro di cui andiamo a parlare oggi è un classico, ovvero “Cuore di Tenebra” di J. Conrad, che è stato il libro del mese di marzo per il gruppo di lettura. A proposito, da domani inizia la lettura dei prossimi due mesi!

Comunque, ho finito questo libro nei primi giorni del mese, aprile tra l’altro è stato mese più che fruttuoso per quanto riguarda le letture, ho letto come non mai e questo testo ha inaugurato questo lunga carrellata.

Iniziamo a parlarne!

Cuore di Tenebra – Joseph Conrad

Casa Editrice: Feltrinelli

Prezzo di Copertina: € 8,00

Prezzo ebook: € 1,99

Anno di P. Pubblicazione: 1899

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Il Nellie, una iole da crociera, ruotò sull’ancora senza alcun tremolio delle vele e si immobilizzò.”

Trama

Marlowe racconta di aver avuto l’incarico di sostituire un capitano fluviale ucciso dagli indigeni nell’Africa centrale. Si imbarca su una nave francese e, giunto alla stazione della compagnia, vede come gli indigeni muoiano di stenti e di sfruttamento. Dopo un lungo viaggio di duecento miglia sul fiume rintraccia Kurtz, un leggendario agente capace di procurare più avorio di ogni altro. In realtà Kurtz, uomo solo e ormai folle, è quasi morente. Viene convinto a partire, ma muore sul battello che lo trasporta, dopo aver pronunciato un discorso che non può nascondere “la tenebra del suo cuore”.

Voi sapete che io odio, detesto, non sopporto le bugie. E non perché sia più sincero degli altri, ma semplicemente perché mi fanno orrore. C’è nelle bugie un tocco di morte, un sapore di mortalità che è esattamente ciò che odio e detesto al mondo, ciò che voglio dimenticare. Mi deprime e mi nausea come se addentassi qualcosa di marcio.

Recensione

Cuore di Tenebra” è un libro estremamente conosciuto e citato, da questo è stata tratta la vaga ispirazione per il film Apocalypse Now.

Il libro fu pubblicato dapprima in tre puntate, nel 1899 dalla rivista scozzese Blackwood’s Magazine.

Nel 2019 è uscito in America il fumetto del libro realizzato da Peter Kuper, edito in Italia nel 2020 da Tunuè.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Le atmosfere descritte da Conrad sono senza dubbio magnetiche e oscure a tratti, la giungla è animata da occhi nascosti nell’oscurità che non si perdono una minima mossa dei personaggi, dietro ogni foglia sembra nascondersi il pericolo, l’oscurità favorita dal verde degli alberi ed esaltata dal suono del fiume che scorre sempre in sottofondo, rende il testo pervaso da un senso selvaggio di inquietudine.

Inoltre, il testo si basa sull’attesa per l’incontro con il famigerato Kurtz, uomo descritto da tutti come un genio letteralmente, un uomo così geniale e talentuoso da non sembrare nemmeno umano, nella mente del narratore e anche in quella del lettore, diventa una specie di entità astratta degna del massimo rispetto.

Nel parleremo meglio nel criterio dedicato ai personaggi ma, l’atmosfera che si viene a creare attorno a Kurtz è una parte vitale del romanzo e man mano che ci si avvicina al fatidico incontro fra questo e Marlowe le aspettative per la figura di questo temibile uomo salgono.

Non avevo mai letto nulla di Conrad e per qualche strano motivo, mi aspettavo uno stile più “pop”, sarà che dalle trame dei suoi testi traspare sempre un alone di grande avventura marittima e ciò mi fa pensare ad uno stile scattante.

In realtà, lo stile dell’autore ha un ritmo abbastanza equilibrato, ma in alcuni frangenti tende a diventare più lento del solito, indugiando su determinate scene a lungo. E’ uno stile con varie descrizioni di luoghi, natura in generale, pensieri del protagonista e atteggiamenti degli altri personaggi e il modo in cui questi impattano sulle impressioni del narratore.

E’ quel classico testo per cui superate le prime 50 pagine ci si sente piuttosto sicuri di riuscire ad arrivare fino in fondo, è tutto in discesa, anche se all’inizio può sembrare ostico, giusto in un primo momento.

Personaggi e Tematiche

I personaggi principali, tirando le somme, sono due ovvero Marlowe, il narratore e protagonista che racconta la sua storia ai membri dell’equipaggio del Nellie, che si trova sul Tamigi in attesa di prendere il largo e Kurtz, l’uomo che il narratore ha avuto l’occasione di incontrare anni prima in Africa.

Quando Marlowe inizia il suo racconto l’equipaggio sembra dargli ascolto come se fosse una specie di radio in sottofondo, non gli presta la massima attenzione, ma dopo poco si appassiona alla vicenda e ogni membro presente finisce per ascoltarlo con interesse. Dall’inizio del racconto saranno rari in momenti in cui torneremo alla narrazione presente, perché la maggior parte del libro è incentrata sul passato e sul viaggio del narratore in Africa di anni prima.

Un giorno Marlowe si convince di voler andare in Africa e tramite vari sistemi e aiuti riesce a recarsi nel luogo del desiderio, sul fiume Congo, da lì deve arrivare alla sede della Compagnia che lo ha assunto.

Da lì in poi farà la conoscenza di vari personaggi loschi, che hanno interessi nel commercio dell’avorio e ognuno di questi gli parlerà di Kurtz, questo genio invidiato da tutti, questa figura misteriosa che si trova in un altra sede della Compagnia. Kurtz riesce sempre a portare grandi quantità di avorio, ma nessuno sa nel dettaglio come.

Noi seguiamo il viaggio del protagonista verso la base di Kurtz, luogo di atti violenti e atroci, perpetrati da un uomo considerato da tutti al pari di un dio.

Come scritto prima, il libro si basa sull’attesa per l’incontro dai due che non è solo quello fra i due personaggi, ma è anche quello fra il lettore e Kurtz. Il livello di aspettativa che Conrad riesce a creare è alto, tanto da convertire lo stesso protagonista che all’inizio non aveva alcuna conoscenza di Kurtz e per la maggior parte del libro non l’avrà, nonostante questo finirà per considerarlo anche lui un dio.

Il vero Kurtz, quello che incontriamo, è molto diverso da come ce lo si aspetta, appare indebolito, molto malato, i discorsi che fa appaiono sconnessi e non così d’effetto per un uomo del suo livello.

Il libro vuole essere una critica al colonialismo, descrive questi uomini bianchi che si sono recati in Africa, come esseri mossi solo dal puro interesse, senza nessuno scrupolo, che torturano, uccidono e schiavizzano i popoli.

Le vicende narrate nel libro sono ispirate da un viaggio dello stesso Conrad nel 1890 a bordo di un vaporetto, lungo il fiume Congo e i personaggi descritti sono presi dai suoi incontri.

Un’altra tematica decisamente affascinante e prettamente psicologica è quella legata alle aspettative create e alla forza di ciò che viene detto dagli altri e di come questo finisce per avere un impatto più che forte sulla mente di chi ascolta e non conosce i fatti o la persona citata.

Come una specie di effetto placebo declinato però alle persone che si incontrano e a ciò che queste dicono, infatti Marlowe nonostante veda ad un certo punto gli effetti di Kurtz sulla popolazione africana e venga a conoscenza di una parte di ciò che ha fatto quest’uomo continua comunque ad avere una visione particolare di lui, lo considera sempre un grand’uomo.

Conclusioni

L’intero viaggio di Marlowe ha molteplici interpretazioni come del resto l’intero romanzo si può analizzare sotto diversi aspetti, parla sia di scoperte geografiche e legate al colonialismo, ma anche del viaggio interno di Marlowe, un uomo che si ritrova questa faccia selvaggia, abbandona la civiltà per inseguire un sogno ed è costretto a guardare la voracità dell’uomo, e a riconoscere in questa anche una parte di se stesso.

Dalla lettura di “Cuore di Tenebra” possiamo intuire la visione contraria dell’autore al colonialismo e alla pratiche occidentali, ci sono vari punti in questo romanzo in cui l’autore lancia segnali più che precisi, dall’approccio del protagonista all’arrivo con i colonizzatori, alla visione di ciò che vede, alla mostruosità di cui non si capacità, ma che finisce per trattare come se fosse normalità in quel luogo.

Facendo qualche ricerca sul testo una volta terminata la lettura, sono finita su questo articolo che è un analisi del romanzo e c’è un osservazione molto interessante sui colori utilizzati all’interno, ad esempio il contrasto fra luce e tenebra, bianco e nero all’inizio è rappresentato dalla luce che indica speranza, positività, è insomma un simbolo buono, mentre l’oscurità rappresenta il male. Man mano che si avanza nella lettura però i due si scambiano fra loro, la giungla e il panorama africano sono l’oscurità e finiscono per assumere una connotazione più positiva.

E’ un libro che secondo me è ottimo leggere almeno una volta, avevo grandi aspettative a riguardo e non mi è dispiaciuta come lettura, ma vari aspetti non mi hanno convinta, il testo sembra a tratti non completo e come molti credo, sono rimasta delusa dalla parentesi Kurtz alla fine.

Per tutto il testo ci si aspetta un incontro con un uomo da temere, mentre arrivati al momento le acque non si smuovono così tanto. Di sicuro comunque leggerò altro di Conrad, anche perché ho vari suoi testi in libreria, data la mia sicurezza nel dire “oh no, no, di sicuro amerò Conrad!”.

“[…] eppure se eravate abbastanza uomini avreste dovuto confessare a voi stessi l’esistenza di un’eco, magari debolissima, alla tremenda franchezza di quel chiasso, un vago sospetto che contenesse un significato che noi – pur così lontani dalla notte dei primordi – potevamo comprendere.”

Voto:

E voi? Avete mai letto “Cuore di tenebra”? Vi piace Conrad? Fatemi sapere!

A domani!

La Banda del Cimitero – Jesse Bullington

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come state trascorrendo questo lunedì?

Oggi, finalmente sono di ritorno con una nuova recensione, lo so che in queste settimane/mesi tendo a non esserci mai sul blog, ma spero davvero di recuperare il prima possibile.

Il primo passo verso un tentativo di stabilità è il parlare assieme de “La Banda del Cimitero” di Jesse Bullington, per appunto la recensione di oggi.

Questo libro è stato la mia prima lettura del 2021 e ha segnato un inizio piuttosto burrascoso e assai poco soddisfacente, di certo al di sotto delle mie aspettative, è forse stato anche una delle cause di un mio momentaneo stop/blocco avvenuto nelle settimane scorse, ora passato.

Quindi, con questo tono già positivo direi di iniziare!

La Banda del Cimitero – La Triste Storia dei Fratelli Grossbart – Jesse Bullington

Casa Editrice: Castelvecchi

Pagine: 504

Prezzo di Copertina: Originale €19,50 – Attuale €3,99

Ebook non disponibile

Anno di p. Pubblicazione: 2009

Link all’acquisto: QUI

Trama

Nell’anno del Signore 1364, stritolata dal terribile morbo della Peste Nera, l’intera Europa appare come una landa desolata: una terra senza speranza in cui, simili agli spettri, si aggirano i corpi scheletrici di chi è sopravvissuto alla catastrofe. In questo regno di fame e paura, dove il prossimo non è altro che un nemico da tenere a bada con la forza delle armi, il terrore è alimentato da storie che parlano di streghe e di demoni, creature malvagie sempre pronte a gettarsi sui vivi per consegnare nuove anime al mondo dei dannati. Hegel e Manfried Grossbart, però, non temono nessuna maledizione. E, convinti di godere della protezione della Vergine Maria a cui sono devoti, sbarcano il lunario svaligiando cimiteri. Guai a chi, per troppo coraggio o semplice ignavia, dovesse incrociare la strada dei due ladri di tombe. Fedeli a un solo desiderio – raggiungere l’Egitto per depredare le necropoli dei faraoni – Manfried ed Hegel, oltre che ladri, sono anche assassini senza scrupoli. I protagonisti di un viaggio che, in un romanzo in bilico tra il folklore dei fratelli Grimm e la vena dissacrante di Quentin Tarantino, saprà parlare di fattucchiere passionali e di morti viventi, di crociate e di eresie, di mostri assetati di sangue e di preti reietti. Un medioevo spaventoso ma vivo, in grado di trascinare il lettore in una storia dove i colpi di scena rappresentano la regola e i lati oscuri delle antiche leggende escono dai libri per impossessarsi della realtà.

Recensione

Dunque, questo libro sostava da anni nella mia libreria, prima della tanto attesa lettura. Vorrei dire quasi 6/7 anni e in tutto questo tempo sono riuscita a mantenere un certo interesse a riguardo, diciamocelo, la trama è particolare, premette di essere un mix tra un horror, una fiaba nera e macabra, un romanzo storico e una storia incentrata sul crollo di due anti-eroi… gli ingredienti ci sono tutti.

Piccola curiosità prima di iniziare con la recensione vera e propria, i fratelli Grossbart fanno la loro comparsa anche nel videogioco “The Witcher 3: Wild Hunt” in una missione secondaria, e sono tre, non due come quelli presenti all’interno del libro scritto da Bullington.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il ritmo del testo tende ad indugiare e rallentare spesso in alcuni frangenti e accelerare in altri, durante la lettura ho sentito il peso di un testo che tendeva a ripetersi e fermarsi eccessivamente in scene senza particolare funzione o grande importanza.

Questo appesantisce senza dubbio la lettura pensando anche al fatto che l’evoluzione dei personaggi è pari a zero e quella della trama più che un evoluzione totale è fittizia, ci si ritrova sempre nelle stesse situazioni, o simili comunque, senza uno spunto in più o una virgola diversa.

Le atmosfere sono forse l’aspetto più affascinante del libro, siamo nel 1364 e l’aria che si respira trasuda morte, malattia e magia oscura, il tono è tenebroso, buio, nelle strade imperversa la peste e nei luoghi di morte e distruzione ritroviamo creature mostruose nate dai peggiori incubi.

E’ un libro che mischia anche elementi fantasy, c’è da considerare anche che l’autore, Jesse Bullington, appartiene alla corrente New Weird, che è un sottogenere della narrativa fantastica, soprattutto fantasy.

Durante il libro compaiono quindi creature che in realtà si avvicinano per certi versi ad esseri appartenenti alla saga di Sapkowski, troviamo una donna/sirena che non parla e ha strani poteri, un demone che possiede uomini e animali e presenta pustole enormi e segni attribuibili alla peste, una strega dall’aspetto terribile con un marito altrettanto mostruoso ecc. ecc.

Parlando un poco dello stile dell’autore risente senza dubbio di scene che si ripetono e finiscono per essere rindondanti, come scritto sopra risulta fin troppo lento, il libro stesso è un testo di 500 pagine che avrebbe potuto averne in tutta tranquillità 100/200 in meno.

Ho trovato lo stile efficace nelle descrizioni delle ambientazioni e delle creature, che risultano sempre vivide e spaventose.

Personaggi e Vicende

Seguiamo le disavventure di Hegel e Manfried Grossbart che sono due svaligiatori di tombe con un sogno, andare in Egitto, dalla Germania, e svaligiare gli enormi sepolcri che pensano di trovare lì grazie anche alle voci dello zio, anche lui ladro di tombe.

Questa è la trama base, ma ci sono molti altri punti da considerare. Quando la vicenda si apre noi li incontriamo in Germania, luogo da dove provengono, ma andando avanti nella narrazione seguiremo i loro spostamenti, per monti, foreste e laghi, fino ad arrivare in Italia e da lì imbarcarsi verso l’Egitto.

I due personaggi sembrano piuttosto simili per una buona parte del libro, mi è capitato di confonderli spesso, vengono descritti in modo simile e la loro parlata è quasi uguale. Si iniziano a distinguere più chiaramente da metà libro in poi quando iniziano a ricordare o pensare spesso a fatti precisi accaduti ad ognuno in modo individuale.

Come dicevo i due sono anti-eroi e lo saranno per tutto il corso del libro, sono loschi figuri a cui non importa nulla degli altri se non di loro stessi, non si fanno problemi ad uccidere per un nonnulla, a rubare e sottomettere, ma (questo c’è da dirlo) hanno una fede e una morale (si fa per dire) perché sono devoti, anima e corpo alla Vergine Maria. Questo viene ripetuto decine di volte nel corso del libro, viene anche ripetuto il fatto che a parte la Vergine, le altre donne sono considerate megere per non usare una parola più forte e spesso utilizzata.

Quindi, quando mi sono imbarcata nella lettura di questo mattoncino sapevo che avrei letto la storia di due fuorilegge anti-eroi, ma speravo in una crescita, un cambiamento magari. I due come li incontrate e vedete nelle prime pagine, così rimangono fino alla fine, non c’è crescita, non c’è maturità, non c’è sviluppo e pensare che nel frattempo ne passa parecchio di tempo.

I due prendono parte ad avventure varie, che finiscono quasi sempre in tragedia, e riescono in un modo o nell’altro a cavarsela sempre e comunque, ad un certo punto il mio unico desiderio era vederli rasi al suolo da qualche tempesta di sabbia nel deserto o qualche maremoto nella traversata per l’Egitto, insomma vederli soccombere al karma.

In queste avventure c’è una componente anche fantasy, quindi incontrano creature, passano guai per colpa di esse, fuggono, si lanciano in battaglia…

Alcune di queste creature mi sono rimaste impresse dopo la lettura e anche se alla fine non ho gradito il libro, che diventa un mattone ripetitivo e senza spirito dalla metà in poi, le presenze inumane sono sempre vivide e spaventose.

Conclusioni

Rileggerei questo libro? No. Non ho apprezzato la ripetitività, il fatto che ogni avventura finisca sempre nello stesso modo, la non evoluzione dei personaggi che sono uguali dalla prima all’ultima riga, l’obbiettivo anche di questi che non sembra nemmeno del tutto veritiero e sentito a tratti, scene impilate l’una sopra l’altra che alle prima possono sembrare piacevoli (soprattutto per l’atmosfera), ma dopo 400 pagine diventano di una pesantezza insostenibile.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Jesse Bullington? Vi piace il genere Weird? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Aprile (2021)

Buon giovedì!

Come state? Come sta avanzando questa settimana?

Oggi siamo qui per parlare un poco assieme del libro che sarà in lettura nel mese di aprile per il gruppo di lettura “LiberTiAmo” che trovate su Goodreads e Telegram.

Come sempre potrete unirvi da oggi fino al 30/04, quindi per tutto il mese di aprile (siamo già ad aprile, non ci voglio credere), alla lettura e parlarne assieme in qualunque momento.

Scopriamo la lettura di aprile!

Nella Casa dei tuoi Sogni – Carmen Maria Machado

Casa editrice: Codice Edizioni

Link all’acquisto: QUI

Trama

Carmen Maria Machado racconta lo smarrimento e la solitudine di trovarsi in una relazione segnata dall’abuso psicologico, e allo stesso tempo ci consegna, oltre a una toccante autobiografia, una profonda riflessione sulla scrittura e sulla natura stessa del memoir. Per analizzare il suo rapporto con una donna bella e carismatica, ma anche instabile e violenta, e capire come quello che le è successo l’abbia plasmata nella persona che è ora, Machado attinge a piene mani da numerosi generi letterari e dalla cultura pop. Capitolo dopo capitolo siamo trasportati dalla casa stregata al bildungsroman, dal noir alla novella picaresca, da Cechov alle fiabe, da Star Trek ai cattivi della Disney, in un tour de force sul trauma e sulla sua elaborazione che smantella lo stereotipo dell’idilliaca relazione tra donne. Al centro di tutto la casa dei sogni, il simbolo di ciò che poteva essere e non è stato.

Nella casa dei Tuoi Sogni è stato pubblicato in Italia nel 2020, appartiene al genere memoir, autobiografia, ma viene definito un memoir non ortodosso, che si differenzia dal concetto standard di memoir.

Carmen Maria Machado è una scrittrice statunitense.

E voi? Parteciperete alla lettura? Fatemi sapere!

A presto!

Le Braci – Sàndor Màrai

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state? Com’è andata la settimana?

Oggi parliamo finalmente de “Le Braci” di Sàndor Màrai, un libro che ho letto mesi fa, ci cui ho accennato qualcosa negli articoli di dicembre, ma di cui non abbiamo mai parlato precisamente e in modo approfondito, oggi è il momento di farlo.

“Le Braci” fu pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1942 senza successo e in italiano nel 1998 da Adelphi. Màrai stesso dischiarò di non amare questo romanzo in quanto “eccessivamente romantico”, iniziamo con la recensione!

Le Braci – Sàndor Màrai

Casa Editrice: Adelphi

Pagine: 181

Prezzo di Copertina: € 11,00

Prezzo ebook: € 6,99

Anno di p. Pubblicazione: 1942

Link all’acquisto: QUI

Trama

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.

“Tutto ciò a cui giurammo fedeltà non esiste più” dice l’ospite gravemente, e solleva a sua volta il bicchiere. “Sono tutti morti, oppure se ne sono andati, hanno rinunciato a tutto quello che giurammo di difendere. Esisteva un mondo per il quale valeva la pena di vivere e di morire. Quel mondo è morto. Quello nuovo non fa più per me. E’ tutto ciò che posso dire.” “Per me quel mondo è sempre vivo, anche se non esiste più nella realtà. E’ vivo perché gli ho giurato fedeltà. E’ tutto ciò che posso dire.” “Sì, tu sei rimasto un vero soldato.”

Recensione

Le braci è diventato un classico decisamente letto e per la maggior parte apprezzato, che ha fatto esplodere la fama si Màrai, autore anche de “La donna Giusta” e “L’Eredità di Eszter“.

Il libro è un dialogo, per la maggior parte monologo in realtà del protagonista perché la controparte non si lascia andare a particolari battute (anche se sono presenti), fra due uomini, un tempo migliori amici, separati dal tempo e da un fatto che ha spezzato questo legame.

I due si incontrano di nuovo ormai in tarda età dopo anni e anni di lontananza per parlare, in particolare il protagonista sembra tenere molto a questo dialogo ed è chiara la sua insistenza per avere questo atteso confronto.

Stile, Ritmo, Atmosfere

Lo stile di Màrai indugia in determinati punti su vari aspetti, lo definirei uno stile descrittivo, non solo a livello di oggettistica o ambienti, ma anche di personalità e esperienze di vita, si lascia andare a descrizioni su concetti universali come l’amicizia, l’amore, la vendetta (che è una tematica fondamentale qui), il tradimento e l’essere umano in toto.

Di certo questo è anche uno degli aspetti migliori, secondo me, da queste descrizioni fuoriescono immagini potenti a tratti poetiche, ma anche terribili che puntano a mettere a nudo l’umanità e gli aspetti negativi, ma allo stesso tempo naturali di questa.

Le atmosfere create, la potenza con cui vengono espressi determinati concetti, le immagini vivide e vibranti sono fra le ragioni per cui, a mio vedere, questo libro è diventato un testo amato e osannato.

Il castello era un mondo a sé stante, come quei grandi e sfarzosi mausolei di pietra in cui languono le ossa di intere generazioni e si dissolvono le vesti funebri di seta grigia o panno nero di donne e uomini vissuti in altri tempi. Esso racchiudeva in sé il silenzio, come un recluso che vegeti esanime sulla paglia marcescente di un sotterraneo, con la barba lunga, vestito di stracci e coperto di muffe.

Il ritmo del testo infine è piuttosto lento, arriviamo alla scoperta del movente di questa separazione piano piano, ma questa scoperta (anche se importante) non è il vero punto del libro, il testo vuole concentrarsi soprattutto sul dialogo fra queste due figure, una che risulta più vogliosa di parlare e l’altra più restia ad esprimersi.

Inoltre vorrei utilizzare un poco di spazio per parlare brevemente delle immagini che raffigurano il personaggio femminile della storia, sono sempre frammenti intrisi di delicatezza, Màrai sembra voler creare apposta per lei fotogrammi morbidi, toccati fin da una punta di innocenza, anche se i fatti sono diversi.

Personaggi

I personaggi creati dall’autore sono umani, il modo in cui esso riesce a rappresentarli è pieno di debolezze, sfaccettature, riflessioni, sentimenti, tutto ciò che contraddistingue personaggi davvero umani, non caricature o tentativi di umanizzazione, ma umanità pura.

Henrik, il protagonista, è il personaggio che come dicevo si perde più di tutti in lunghi dialoghi, rivelazioni, chiarimenti, ha atteso per parecchio tempo il momento giusto per sfogarsi e noi siamo gli spettatori di questo lungo sfogo.

Dalle parole di Henrik traspare un senso di delusione reso più mansueto dal peso degli anni, di infinita vendetta, non un tipo di vendetta violenta e combattiva, ma un tipo di vendetta più subdola e covata in gola e nelle profondità del personaggio per molto tempo.

Penso sia interessante parlare del fatto che Henrik risulta un personaggio intelligente, saggio (saggezza data anche dagli anni), ormai più che maturo, che analizza le situazioni accadute mostrandole al suo interlocutore con chiarezza e oggettività, ma nonostante questo in certi punti sembra perdersi, soffocato dalla morsa di una voglia ardente di vendette più violenta invece e non misurata.

Vuole prendersi delle piccole soddisfazioni spezzando a tratti quell’immagine di uomo pacato e saggio, traspare il suo lato più velenoso, più immaturo anche, che stuzzica l’interlocutore per il puro piacere di farlo, c’è una battuta molto importante che voglio prendere come esempio, ad un tratto Henrik punta a girare il coltello nella piaga dicendo a Konrad che “ha detto il mio nome prima di morire, non il tuo”.

Questa battuta è in contrapposizione con l’atteggiamento disteso e pacatamente vendicativo che si vanta di poter assumere, oltre a questa battuta si lascia andare spesso a piccole ripicche, frecciatine, battutine, come se non riuscisse a farne a meno.

Konrad, il suo interlocutore e amico di una vita che incontra dopo anni di separazione, non parla molto, lascia la palla per la maggior parte del tempo al vecchio amico, lo corregge di tanto di in tanto, ma è un caso raro, e alle domande di lui non risponde mai costruendo un quadro vero e proprio del suo comportamento, a volte non risponde nemmeno.

Di Konrad viene fuori il quadro di un personaggio più misterioso, silenzioso, che non racconta del tutto la sua verità e i suoi perché, rimane un’individuo non compreso del tutto, con molti lati oscuri.

Viene accusato dal vecchio amico nel corso del loro lungo dialogo e sembra confermare sempre le teorie di questo che gli svuota addosso tutti i suoi sospetti e dubbi sul loro passato rapporto, non chiarendo del tutto viene spontaneo pensare che dia ragione a questo anche quando lo accusa di averlo sempre odiato e di essere sempre stato invidioso di lui.

Krisztina invece è la donna di mezzo, la causa della separazione, il fantasma che tormenta entrambi, una presenza che ai tempi della narrazione non c’è, ma si avverte, viene data la vita a questa grazie ai racconti dei due.

Come dicevo lei viene ritratta con delicatezza, sembra che agli occhi dei due lei sia innocente, che non abbia una parte di colpa, ma che sia questa entità lontana dotata di grazia ed eleganza che non potrai mai andarsene del tutto.

I personaggi sono un altro aspetto decisamente importante del libro, le loro sfaccettature e le loro analisi che assieme al loro passato aprono anche il vaso di Pandora che è l’essere umano.

Finale ed Espediente del Dialogo

Il finale è nebuloso, alla fine di questo enorme discorso ci ritroviamo davanti due contenitori, due uomini svuotati dei loro ricordi e delle loro impressioni su ciò che è accaduto e torna il concetto di vendetta, Màrai sembra voler far intendere che la vendetta non se ne va mai davvero, diventa più silenziosa, si nasconde aspettando il momento giusto per colpire e una volta attaccata la preda si accascia e guarda ciò che ne rimane.

L’autore utilizza l’espediente del dialogo per sviscerare varie tematiche, come dicevo prima si toccano i temi base dell’umanità come l’amicizia e l’amore, ma anche la gelosia, il tradimento e soprattutto quei temi sottili, nascosti, quei sentimenti che sono difficili da riconoscere, le gelosie sotterranee, i brevi tic che annunciano l’inizio o la fine di qualcosa ecc. ecc.

Conclusioni

E’ difficile descrivere “Le Braci”, lo definirei un libro che ci proietta all’interno di una discussione infinita fra due personaggi, perché ad un certo punto questa termina, ma sappiamo che non terminerà mai davvero.

E’ un libro che si proietta sempre nel passato, si concentra su questo senza vedere il presente o il futuro, si lascia andare ai ricordi, alla nostalgia, a ciò che è perduto.

La consiglio vivamente come lettura per le tematiche affrontate e per il modo in cui l’autore riesce ad affrontarle, alcuni ragionamenti possono sembrare già visti (ma sono rari questi casi), per la maggior parte ci si ritrova persi in divagazioni che donano spunti importanti di riflessione.

Voto:

Di certo leggerò altro di Màrai, assegno quattro stelle perché nonostante faccia parte del quadro che l’autore vuole creare, avrei gradito qualche battuta/riscontro in più da parte del personaggio di Konrad.

E voi? Avete mai letto Màrai o “Le Braci”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perchè? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Marzo (2021)

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come avete trascorso ormai il passato febbraio?

Ci tengo subito a scusarmi per l’assenza di febbraio, che è stato per me un mese piuttosto pieno e impegnativo che allo stesso tempo è trascorso piuttosto velocemente, quindi perdonatemi davvero per l’assenza. Di certo marzo sarà diverso, dato che ci sono già un tot di articoli pronti per le prossime settimane/giorni, quindi buttiamoci alle spalle febbraio e focalizziamoci su marzo!

Oggi tuttavia, parliamo del libro del mese di marzo, un mese lungo che inizia nel migliore dei modi annunciando la lettura del mese, vi ricordo come sempre, che potete trovare il gruppo su Goodreads e Telegram.

Parliamo subito del libro di marzo!

Cuore di Tenebra – Joseph Conrad

Casa editrice: Feltrinelli

Link all’acquisto: QUI

Trama

Marlowe racconta di aver avuto l’incarico di sostituire un capitano fluviale ucciso dagli indigeni nell’Africa centrale. Si imbarca su una nave francese e, giunto alla stazione della compagnia, vede come gli indigeni muoiano di stenti e di sfruttamento. Dopo un lungo viaggio di duecento miglia sul fiume rintraccia Kurtz, un leggendario agente capace di procurare più avorio di ogni altro. In realtà Kurtz, uomo solo e ormai folle, è quasi morente. Viene convinto a partire, ma muore sul battello che lo trasporta, dopo aver pronunciato un discorso che non può nascondere “la tenebra del suo cuore”. 

Cuore di Tenebra è stato pubblicato per la prima volta (ed. originale) nel 1899.

Nel racconto Conrad sostiene in modo piuttosto evidente la teoria riguardante il fatto che non ci sia più di tanta differenza fra i popoli civilizzati e quelli “selvaggi”.

Dal racconto di Conrad è nata l’ispirazione per il film “Apocalypse Now”.

Il libro è in lettura da oggi (01/03) al 31/03, quindi per tutto il mese di marzo, potete unirvi alla lettura in qualunque momento.

E voi? Vi unirete alla lettura? Avete già letto questo libro? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Febbraio (2021)

Buon lunedì e buona settimana!

Come state? Come è iniziata questa nuova settimana che apre anche al mese di febbraio?

Oggi, come ogni inizio mese, riveliamo e parliamo un poco del libro che sarà in lettura per tutto il mese sul gruppo di lettura, che trovate come sempre su Goodreads.

Potrete come sempre unirvi alla lettura in ogni momento del mese, ma ora buttiamoci alla scoperta del titolo.

Caffè Amaro – Simonetta Agnello Hornby

Casa Editrice: Feltrinelli

Link all’acquisto: QUI

Trama

Gli occhi grandi e profondi a forma di mandorla, il volto dai tratti regolari, i folti capelli castani: la bellezza di Maria è di quelle che gettano una malìa su chi vi posi lo sguardo, proprio come accade a Pietro Sala – che se ne innamora a prima vista e chiede la sua mano senza curarsi della dote – e, in maniera meno evidente, all’amico Giosuè, che è stato cresciuto dal padre di lei e che Maria considera una sorta di fratello maggiore. Maria ha solo quindici anni, Pietro trentaquattro; lui è un facoltoso bonvivant che ama i viaggi, il gioco d’azzardo e le donne; lei proviene da una famiglia socialista di grandi ideali ma di mezzi limitati. Eppure, il matrimonio con Pietro si rivela una scelta felice: fuori dalle mura familiari, Maria scopre un senso più ampio dell’esistenza, una libertà di vivere che coincide con una profonda percezione del diritto al piacere e a piacere. Attraverso l’eros, a cui Pietro la inizia con sapida naturalezza, arriva per lei la conoscenza di sé e dei propri desideri, nonché l’apertura al bello e a un personalissimo sentimento della giustizia. Durante una vacanza a Tripoli, complice il deserto, Maria scopre anche di cosa è fatto il rapporto che, fino ad allora oscuramente, l’ha legata a Giosuè. Comincia una rovente storia d’amore che copre più di vent’anni di incontri, di separazioni, di convegni clandestini in attesa di una nuova pace.

Il libro è stato pubblicato nel 2016.

Simonetta Agnello Hornby è un autrice italiana naturalizzata britannica, autrice di numerosi romanzi tra i quali “La Mennulara“, “Il Veleno dell’Oleandro” e “Via XX Settembre“.

E voi? Vi unirete alla lettura? Avete già letto qualcosa dell’autrice? Fatemi sapere!

A presto!